Vivere l’attimo

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Vi è mai capitato di vivere un’esperienza della quale, avete la netta sensazione sia stata unica? Un’esperienza che ti si imprime dentro, dove se anche non ricordi tutti i dettagli, ricordi però una cosa in particolare: che in te, quell’esperienza ha lasciato un segno! E se ha lasciato un segno, inequivocabilmente la tua storia è stata segnata. Certo, una riflessione rigorosa ci direbbe che ogni cosa che viviamo è di per se stessa unica e irripetibile. Quello che sperimentiamo, fosse anche ripetuto ogni giorno fino alla fine dei nostri anni, non sarà mai esattamente lo stesso, differirà in piccola o larga parte per qualche cosa. Possiamo al limite dire che qualche avvenimento rispetto ad altri, ha condizionato maggiormente la nostra esistenza e forse, ma non necessariamente, in noi, di quell’avvenimento è impresso un ricordo vivo che basta poco per farlo tornare alla mente quasi come se lo stessimo rivivendo.

Perché, allora, alcune cose, più di altre sembra entrino maggiormente nella nostra storia o nel nostro immaginario? La prima risposta che mi viene è: “Perché noi siamo un bel mistero”! Ognuno di noi è un universo complesso di emozioni, desideri, bisogni che è praticamente impossibile comprenderci fino in fondo. Abbiamo imparato tanto della natura umana ma credo sia quasi nulla rispetto a quello che ancora non riusciamo a dire di noi. Comunque, continuando, per quello che possiamo, nel porci la domanda di poco fa, credo che molto dipenda dal “valore” e “dall’intensità” di quello che sperimentiamo. Alcuni episodi della nostra vita hanno sicuramente un impatto diverso da altri, proprio per la loro “voce alta”. Pensate a quando nasce un bambino, quando raggiungete un traguardo dopo un cammino di anni, a quando muore una persona cara, a quando ci si ammala. Il volume di quelle voci è sicuramente più alto di quando, per esempio, vado a comperare il pane o faccio una passeggiata. Quelle voci ad alto volume, hanno la possibilità di condizionare la nostra esistenza a partire dalla loro intensità.

C’è anche un altro modo attraverso il quale certe esperienze diventano parte di noi, e si realizza per il fatto che sono esperienze “martellanti”, dove la loro ripetitività diventa fonte di apprendimento, una sorta di alimento che metabolizziamo e che entra a formare i nostri i tessuti. Se tutti i giorni ascolto una musica, sarò in grado di cantarla! Proviamo a pensare alla quotidianità con la quale si va al lavoro, si tiene in ordine la casa, si prega. Giorno dopo giorno, anno dopo anno e che lo vogliamo o no, quelle azioni diventano parte di noi, tanto che a volte, quasi meccanicamente, le facciamo e ci accorgiamo di averle fatte solo quando le abbiamo terminate oppure ci troviamo dove non dovremmo essere, come quando cambi casa, o lavoro e senza saperlo ripercorri la strada che hai fatto per anni, solo che ormai, non doveva essere più quella la destinazione. In questo caso è giusto dare credito al detto latino: “Gutta cavat lapidem” (la goccia perfora la pietra). Esiste, a mio avviso, un ulteriore modo attraverso il quale alcune esperienze entrano a far parte di noi. Non so se sia più efficace o meno degli altri però so che può essere più libero cioè che non dipende dalla ripetitività o dal volume della voce. In altre parole, può essere una modalità che non subisci o ricevi, ma che decidi avvenga ogni qual volta lo scegli. Sto parlando della consapevolezza del momento. Se sono presente a me stesso e scelgo di osservare e rielaborare quello che sto vivendo, allora non solo qualcosa diventa parte di me, ma io stesso mi sento parte di quello che sperimento. È ciò che accade quando ti trovi, per esempio, in montagna, in una limpida e soleggiata giornata di inverno, mentre stai facendo un’escursione. Se ti fermi ad ascoltare il tuo respiro, ti accorgi del profumo dell’aria fresca che ti entra nelle narici e senti arriva ai polmoni eppure fino ad un attimo prima non avevi mai smesso di respirare ma in quell’istante è diverso, proprio perché ne sei consapevole. La sensazione ancora più bella è che non ti senti estraneo a quel mondo, ma ti sembra di farne parte pienamente, ti accorgi che Dio lo ha disegnato anche per te. Mi azzardo nel dire che lì fai esperienza e che è diverso da quando, se così si può dire: “Sei sperimentato”. Se il passato è ricordo e il futuro è attesa, il presente è esperienza. Meglio ancora, è l’attimo in cui la vita si fa esperienza, nel quale la vita vive.

Auguro, allora, di fare esperienze di vita viva, dove possiamo sentirci parte della vita con tutte le sue sfumature e non come ospiti o tanto meno come estranei di un’esistenza che si trascina o sembra sfuggirci. Auguro, ancora, di poter raccontare la vita, perché nella misura in cui porto a parole le esperienze che vivo, vuol dire che le ho rielaborate e mi appartengono. Potrei raccontarle in molti modi, perché sono mie. Se al contrario, non sarò capace di raccontarle, allora vorrà dire che non mi apparterranno e mi saranno solamente passate accanto, magari lasciandomi qualche cicatrice e sarà solo perché le avrò subite. Auguro, in fine, di poter raccontare Dio che attraverso il Natale del suo Figlio, sceglie di essere perennemente presente nel nostro presente, dandoci la possibilità di ampliare il nostro orizzonte collegando l’eternità con ogni attimo in cui la vita si fa esperienza, si fa viva.

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