Versetti ecologici

1

Non uccidere il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto l’uomo.
E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere del lavoro.
L’amore finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore.
Dove sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta sospira
nel sempre più vasto paese guasto.
Come potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

Giorgio Caproni

Ho conosciuto questi versi perché quest’anno sono stati proposti, come prima traccia dei temi, agli esami di maturità. Si possono considerare, leggendoli, come una provocazione e così liquidarli. Personalmente mi hanno scosso, anche pensando che il loro autore è morto nel 1990 e pur non conoscendo la data in cui sono stati scritti, sono trascorsi molti anni dalla loro composizione e le cose non sono affatto migliorate. Li percepisco come una sentenza di colpevolezza senza appello: noi uomini non sappiamo rispettare, custodire, non dico amare, troppo difficile, la nostra “casa comune).*

Siamo su questa terra per camminare insieme verso la stessa meta. Camminare significa, oltre che fare passi, muovendo gambe e piedi, fare passi, crescendo nella conoscenza, nell’interiorità, nella spiritualità, per capire noi stessi per aprirci ai nostri compagni di viaggio. Per questo viaggio insieme, Dio ci aveva donato un creato meraviglioso e tutte le sue creature. Noi, esseri dotati di ragione e parola, ma totalmente privi di umiltà, siamo riusciti a deturpare, manomettere, inquinare e spesso distruggere un sistema armonico che ci consente di vivere. L’aria non è più leggera per ossigenare i nostri polmoni. L’acqua, quando c’è, non è più pura per dissetarci ed idratare il nostro fisico. Troppi bambini si ammalano di tumore. Troppe persone combattono contro malattie nuove e terribili, nonostante i progressi della ricerca medica e scientifica.

Non è Dio che ci punisce: l’uomo fa tutto da solo! Volendo, siamo forse in tempo a rimediare, là dove ancora si può, prendendo consapevolezza della precarietà del nostro ambiente. I cambiamenti iniziano sempre con piccoli passi, individuando, monitorando, ognuno nel proprio piccolo mondo, gli errori, le cattive abitudini, a volte veri e propri reati, che, coscienti o no, perpetriamo nei confronti della salute e della bellezza della nostra terra. Un comportamento sbagliato non si ripercuote solo su chi sbaglia, non sempre, ma sempre si ripercuote su chi ci cammina accanto e, troppo spesso, sui soggetti più deboli ed indifesi. Se non ci attiviamo, l’estrema conseguenza sarà la resa incondizionata dell’uomo se veramente “potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra.”

[*Così Papa Francesco definisce la terra che abitiamo nell’enciclica “Laudato sì”.] 

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