Una parabola strana

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Obiezione di un ragazzo di vent’anni: “Non è logico. Mi sono innamorato e sono davvero felice. Ho imparato ad amare, sono cresciuto nel dialogo, nell’affetto, nella fedeltà agli impegni. È un’esperienza esaltante di cui non posso che essere grato alla vita. Eppure è un’esperienza destinata a finire. Perché? Non è logico. E se non è logico, faccio fatica a riconoscere la presenza di Dio nel mio amore; lui non potrebbe fare un mondo assurdo”.

Non gliel’ho detto, ma questa esperienza è stata descritta esattamente duemilatrecento anni fa da un anonimo che va sotto il nome di Qoelet.

Una persona ricca, fortunata, che aveva cercato di fare la prova della vita per vedere quale vantaggio l’uomo potesse trarre dalla fatica con cui passa i giorni. E anche Qoelet s’era scontrato con l’assurdità della morte. Posso recare cose grandi, inventare novità ammirevoli, ma tutto si scontra con la morte e questa sembra rendere inutile ogni impegno. E davvero così? A che serve imparare ad amare, creare dei legami con una persona, se poi questi legami sono destinati a sciogliersi e deve rimanere, come ultima parola, la solitudine? Sembra che la storia dell’amore umano assomigli a una parabola che si eleva superbamente dalla linea di base ma per poi ricadere, sconfitta, al livello di partenza.

Nell’esperienza dell’amore umano c’è davvero una specie di parabola. Tutto parte dal bisogno di superare la solitudine aprendosi al dialogo e all’amore.

La sessualità sembra avere anche questo significato. Ogni persona umana, per quanto possa essere intelligente, simpatica, dotata, esprime solo una polarità dell’esistenza, quella maschile o quella femminile. Nessuno può pensare di essere completo. E se qualcuno, infatuato della sua intelligenza, corresse il rischio di sentirsi autosufficiente, la carne, la sessualità è lì per dirgli: no, tu non sei tutto; qualcosa ti manca che puoi cercare e trovare solo in un’altra persona, diversa da te e a te complementare.

L’innamoramento è la scoperta, a volte folgorante e a volte lenta, di un’altra persona nella quale s’intravede il completamento della propria vita. Esperienza stupenda, quindi, un primo superamento dell’egocentrismo. Avevo fatto i miei progetti, avevo accarezzato dei sogni; ora che ho incontrato lei non mi bastano più i miei programmi; desidero vivere con lei e condividere ogni cosa con lei. Tutto questo va spesso insieme all’ammirazione gioiosa per la sua bellezza, per il suo modo di parlare, di sorridere, di muoversi, l’innamoramento è uno stato di grazia che ci riconcilia con la vita. Ma ha un limite: il rischio di non vedere l’altra persona nella sua realtà ma di confonderla con i sogni e gl’ideali. L’amore appassionato sembra impedire la conoscenza oggettiva della realtà.

Bisogna crescere. Mi sono innamorato perché ho trovato in lei il completamento della mia vita. Ma pian piano mi accorgo che lei non è solo questo: ha le sue idee, i suoi desideri, i suoi progetti che debbo imparare a conoscere e a rispettare. È necessariamente così: si sognano immagini, ma s’incontrano persone vere, in carne ed ossa. Le immagini possono essere perfette; le persone reali non corrispondono mai ai nostri schemi. Avevo cercato lei perché ne avevo bisogno; ora incomincio a rispettarla per se stessa. M’interessa quello che lei mi può dare, ma m’interessa anche quello che io posso donare a lei; cercavo la mia felicità, ora mi accorgo che basta la sua gioia per farmi felice. Insomma, nasce pian piano un amore più maturo, non più orientato verso me stesso, ma desideroso di donarsi nella generosità e nell’amore. Ho imparato a distaccarmi dai miei bisogni per diventare attento ai bisogni dl un’altra persona.

Fin qui tutto va bene: l’amore è un cammino che parte dal bisogno di superare la propria solitudine e matura nella scelta di rispettare e amare l’altro. Tutto logico; ma è logico anche quello che segue? Perché verrà il momento in cui dovrò staccarmi dalla persona che amo. E allora? A quale scopo mi sono affannato a crescere, a donare? Racconta il vangelo di Giovanni che, il giorno di Pasqua, Maria di Magdala voleva trattenere con sé il Signore risorto. Risposta di Gesù: «Non mi trattenere perché debbo salire al Padre» (cfr. Gv 20, 11-17). Era come dire: devi lasciarmi andare. Protesto: ma io ti amo! Desidero che tu sia con me, sempre! Mi viene risposto: no; proprio perché mi ami mi devi lasciar andare. Solo quando l’amore dona l’altro alla vita diventa maturo e perfetto. Fino a che tu mi tieni stretto, non mi ami ancora del tutto; c’è ancora una venatura d’egocentrismo nel tuo amore. Non è strano; anzi, è giusto che sia così. Ma il dinamismo dell’amore è quello del crescere sempre. Cresce quando m’innamoro; cresce ancora quando imparo a rispettare l’altro per quello che è; cresce infine quando lascio che l’altro vada lontano da me, portato dalla vita.

Certo, il distacco è motivo di sofferenza, e grande; è causa di pianto, e forte; ma è anche il compimento dell’affetto che perde ogni vantaggio proprio, e consegna l’altro a Dio e alla vita.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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