Una Finestra sui Balcani… parte 5

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Un saluto a tutti… e bentornati al nostro appuntamento affacciati su questa finestra per provare a vedere il mondo da un altro punto di vista, ma soprattutto per provare a vedere il mondo con il sapore del Vangelo, aiutati dalla semplice testimonianza della missione in questa terra, cosi vicina e cosi lontana.

Finestra sui Balcani 2016

Non posso non parlarvi dell’esperienza che da qualche mese mi sta prendendo tanto a livello umano, spirituale e educativo…. ed è la presenza nel Carcere di Massima Sicurezza della città dove vivo. Una esperienza intensa, che mi provoca; una esperienza che vi racconto perché penso sia una provocazione su come noi guardiamo gli altri. Inizio la mia condivisione con delle parole forti che Papa Francesco ha detto in carcere durante il suo ultimo viaggio in Messico; cosi ha detto a Ciudad Juarez il 17 Febbraio: “Nel dirvi queste cose, ricordo quelle parole di Gesù: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra” (cfr Gv 8,7). E io me ne dovrei andare…. Nel dirvi queste cose, non lo faccio come dalla cattedra, con il dito alzato, lo faccio sulla base dell’esperienza delle mie stesse ferite, di errori e peccati che il Signore ha voluto perdonare e rieducare. Lo faccio sulla base della coscienza che, senza la sua grazia e la mia vigilanza, potrei tornare a ripeterli. Fratelli, mi chiedo sempre, entrando in un carcere: “Perché loro e non io?”. Ed è un mistero della misericordia divina. Ma questa misericordia divina oggi la stiamo celebrando tutti quanti, guardando avanti con speranza”. Parole forti… che bastano a farci stare un po in silenzio… e a capire che il mondo non dipende da noi!

Finestra sui Balcani 2016

Come ho già raccontato sono il primo sacerdote che ottiene un permesso di questo tipo per entrare ogni settimana, senza restrizioni, per fare delle attività con questi detenuti. Ogni martedi, insieme a uno degli educatori della nostra missione che si chiama Ghenti, oltreppasiamo la prima grande cancellata di ferro… poi il portone… poi passiamo alle perquisizioni… poi un altro grande cancello… altre perquisizioni… un cancello con altri lucchetti che si aprono e chiudono… un lungo corridoio… bussiamo all’ultima porta di ferro… una guardia ci apre… ed entriamo in un altro mondo, il cortile delle celle dei detenuti ordinari. E qui comincia l’esperienza… ti senti osservato, ti senti diverso, trovi sguardi curiosi, seri, gente che cammina freneticamente sfrutando il tempo all’aperto (il resto del giorno lo passano in cella), gente che si lava, altri che lavano i pochi vestiti che hanno… e che fare noi? Come comportarsi? Se mi fermassi a pensare perchè loro sono lì, non ti verrebbe voglia di avvicinare nessuno… e qui arriva la provocazione, la cosa che mi ha fatto tanto bene in questi mesi: lasciar da parte ogni pregiudizio e fermarti a stringere la mano, a salutare, a chiedere come stanno… e gli sguardi si rasserenano… le loro vite iniziano a parlare indipendentemente dal motivo per cui sono lì. I primi giorni avevo la percezione di entrare nella gabbia dei leoni, pensando che la maggioranza sono uomini che hanno compiuto reati molto gravi… oggi invece aspettiamo sempre con ansia che si apra l’ultimo cancello per entrare in quel cortile, per poter parlare con loro, per stringere le mani, abbracciare e dare anche qualche carezza che strappa loro un sorriso. Poi possiamo passare nelle celle singole della Massima Sicurezza per quelli che non potremo incontrare insieme agli altri… veloci saluti… strette di mano… brevi parole alle volte tra i denti per non farsi sentire dalle guardie e per raccontare qualche pezzo di vita. Poi la possibilità di un incontro con un gruppo di cattolici, una condivisione a partire dal Vangelo e una chiaccherata per seminare nel cuore qualche parola forte di bene. Tra questi cattolici mi ha colpito proprio questa mattina un giovane, che mi ha avvicinato alla fine dell’incontro (alla fine possiamo incontrarli personalmente se hanno delle richieste come avere un po di riso, pasta, olio, zucchero o dei vestiti perchè alcuni di questi non possono sempre vedere la famiglia) e questo giovane mi ha avvicinato e mi ha chiesto se potevo aiutare un suo compagno di cella anche se è musulmano perchè la famiglia non ha da mangiare e vivono abbandonati in un villaggio sulle montagne a causa delle traversie che la famiglia ha vissuto… e per sè questo ragazzo non ha chiesto nulla. Mi ha colpito e mi ha fatto bene… e mi ha fatto cadere tante barriere di giudizio. Enrtare in carcere mi sta insegnando a essere essenziale: anche quando entro non posso portarmi niente perchè è proibito, solo il Vangelo…e lascio parlare quelle quelle parole che lette dentro, credetemi, hanno tutto un altro sapore. E anche questo giovane, che non aveva niente, mi ha chiesto di aiutare qualcun’altro. Sono cosec he fanno pensare. Vi assicuro che a volte è difficile dire… ”ok, adesso usciamo”… le prime volte avevamo paura ad entrare, adesso ci fa soffrire dover uscire e aspettare una settimana per tornare. Non facciamo grandi cose… ma ho imparato a incontrare delle persone, ad amarle… senza giudicare, senza nemmeno conoscerle; sono già tanti che giudicano… ma chi di noi si preoccupa di avvicinare e ascoltare?

Don Roberto Ferranti

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don Roberto

don Roberto

Sono sacerdote fidei-donum missionario in Albania dal 2008, originario di Leno e in precedenza Curato a Edolo e Cortenedolo. La mia frase preferita? “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8)


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