Una Catechesi sulla Santa Messa

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A cura di Santi Rizieri

I RITI DI ACCOGLIENZA 

La Messa è spesso vissuta da tutti noi quasi come un obbligo, un peso che debbo sopportare. Invece noi vorremmo che essa fosse compresa per la bellezza di ciò che celebriamo. Per questo motivo, in queste domeniche prima che inizi il tempo dell’avvento, anziché fare la predica, abbiamo pensato di fermarci a guardare i vari momenti della Messa. per comprender e per vedere come essi sono una proposta anche per il resto della nostra settimana.

 La Liturgia è vita

Dedichiamo oggi qualche minuto per osservare con maggiore attenzione il senso dei Riti di Accoglienza nella Celebrazione Eucaristica domenicale.

La domenica è un giorno di festa. Ma quando si fa festa la si fa sempre in onore di qualcuno: l’onomastico di uno della famiglia, il matrimonio di un parente, ecc… Perché facciamo festa la domenica? In onore di chi facciamo festa? La domenica noi facciamo festa in onore di Gesù che Dio ha risuscitato dai morti. La domenica noi ci ricordiamo che Dio, nostro Padre, ha compiuto la più grande delle meraviglie: ha risuscitato il Signore Gesù.

 Ma fare festa vuole dire stare insieme, parlare, ricordare, sedersi a tavola. E’ proprio quello che fanno i cristiani la domenica. Come gli amici si ritrovano attorno alla tavola per un pranzo di festa, così la grande famiglia dei figli di Dio si raduna nella casa di Dio, attorno all’altare per la Messa. La domenica, perciò, è il giorno di festa, il giorno di incontro dei figli di Dio.

La Messa alla domenica è come il pranzo nel giorno di festa: è bello ritrovarsi tutti assieme per festeggiare e quando c’è un posto vuoto allora succede che in tutti vi sia meno gioia.

La Messa incomincia con l’entrata del sacerdote nel presbiterio. Certo, i fedeli si sono già riuniti a poco a poco ed ora riempiono la navata; ma sono precisamente l’entrata del sacerdote e i riti che compie che trasformano quella riunione in assemblea sacra e liturgica: come nell’ultima cena Gesù è il capotavola che spezza il pane e istruisce i discepoli, così nella Messa il sacerdote è segno di Gesù che presiede la festa. L’importanza di questo momento viene sottolineata dai presenti con il loro alzarsi in piedi. Il canto iniziale esprime questa realtà: molte voci un solo canto, molte persone una sola famiglia. La festa è pronta, gli invitati sono arrivati e cantano di gioia. (E’ importante che noi preghiamo, cantiamo, ci poniamo in piedi, seduti, in ginocchio ‘insieme’. Le corse, le stonature, i particolarismi non si addicono all’assemblea che celebra l’Eucaristia con un cuore solo e un’anima sola).

I primi due gesti che il sacerdote compie sono il saluto all’altare e al popolo. Davanti all’altare il celebrante si inchina profondamente e poi bacia la mensa. Può anche incensare. Perché tanta attenzione? Perché l’altare rappresenta simbolicamente Cristo (Egli è la pietra che disseta il popolo nel deserto con l’acqua zampillante, la pietra angolare sulla quale si edifica la Chiesa, Egli è altare, sacerdote e vittima del sacrificio). Poi il celebrante accoglie e saluta noi, l’assemblea. Egli tiene il posto del padre di famiglia, è colui che presiede l’assemblea dei fedeli. E ci rivolge un saluto di gioia e di pace. Ci ricorda che siamo uniti nel nome e per la potenza del Dio uno e trino, che siamo una riunione di figli che vogliono bene al Padre dei cieli e che si amano tra di loro come fratelli.

Riflettiamo un istante sul segno di croce. Con quel gesto noi affermiamo che l’amore di Dio ci abbraccia, che la famiglia di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo ci avvolge da capo a piedi e che il suo amore coinvolge i nostri pensieri (la fronte, la mente), i nostri affetti (il petto, il cuore), le nostre azioni (le braccia).

Dopo il segno di croce, il Sacerdote ci meraviglia con una breve frase: “Il Signore sia con voi”, che è come dire: “guardate che il Signore Risorto ora è in mezzo a voi, abita dentro questa assemblea”.

Dopo il saluto del celebrante, viviamo l’atto penitenziale. L’atto penitenziale, inserito dentro i riti di accoglienza, è per noi una proposta molto interessante. Anche nelle nostre famiglie può succedere che qualche volta ci siano delle tensioni, dei momenti di incomprensione. E quando noi abbiamo fatto un dispiacere a qualcuno, che cosa facciamo? Chiediamo perdono. Lo stesso compiamo all’inizio della Messa.

L’atto penitenziale che viviamo dentro la Celebrazione Eucaristica non è prima di tutto un esame di coscienza, ma anzitutto è l’esperienza di un dono che ci viene offerto e che riceviamo, di un’accoglienza che Dio fa a noi, nonostante i nostri errori. L’atto penitenziale nella Celebrazione Eucaristica è contemplazione della bontà di Dio e, di conseguenza, è riconoscimento del nostro errore; ma al centro vi è sempre Lui, con le sue braccia di misericordia aperte ad accoglierci. Quel breve tempo di silenzio che ci viene concesso durante l’atto penitenziale non è per fare un elenco dei nostri peccati, ma per collocarci di fronte a Dio e per riconoscere che il suo amore ci accoglie e ci rinnova.

Così, dopo l’atto penitenziale, siamo pronti a metterci davanti ad una Parola che ci offre una vita nuova; siamo pronti ad accogliere la Parola come rivelatrice del Suo cuore. Lo stesso canto del  ‘Gloria’ nelle domeniche e nelle feste esprime la nostra gioia per l’incontro di salvezza al quale siamo resi partecipi. Il Gloria è un inno di gioia che si rifà al canto degli angeli nella notte di Natale; un inno che rende lode e canta la fede nell’amore della Trinità che ci avvolge.

I riti di accoglienza si concludono con una preghiera recitata dal sacerdote, detta: ‘Colletta’. Perché questo nome ‘colletta’? Il significato della parola latina ‘colletta’ è ‘raccolta’. Il sacerdote invita a pregare e, dopo un momento di silenzio, raccoglie le preghiere dell’assemblea in una unica preghiera. Caratteristica di questa preghiera è di richiamare il mistero della festa che si celebra o il tempo liturgico o il santo di cui si fa memoria. Ora l’assemblea è pronta a entrare nel vivo del mistero.

Ed allora, proprio perché abbiamo vissuto il dono di essere stati riconciliati, siamo in grado di collocarci davanti alle scelte di Cristo: “Padre, perdonali… Questo è il mio corpo offerto per voi” e di associarci a questo dono di vita.

Se i riti di accoglienza sono così belli e così importanti, allora osserva anche alcune norme di buon comportamento:

* arriva puntuale in chiesa (meglio se vi giugni qualche minuto prima) e prendi posto nei banchi, senza fermarti in fondo (sei invitato al banchetto, non a fare l’usciere!);

* per primo di tutti saluta il Signore, poi saluta anche chi ti è vicino con un cenno del capo e poche parole, ma non chiacchierare con loro durante i santi misteri, neppure sotto voce (è troppo importante il dialogo che il Signore ha con noi!);

* se devi svolgere qualche servizio liturgico, comportati con sobrietà, serenità e dignità: ciò che fai è un servizio, non una passerella;

* prega e canta coralmente, insieme agli altri, senza correre e senza frenare, senza gridare e senza fare scena muta;

* alzati, inginocchiati e siediti quando tutti lo fanno, non fare lo speciale;

* assolutamente non distrarti e non distrarre accendendo candele o lumini durante le sacre funzioni!

Dalla Liturgia alla vita 

I Padri della Chiesa introducevano i fedeli all’esperienza del mistero cristiano attraverso la partecipazione consapevole alla liturgia eucaristica. Noi vogliamo fare lo stesso.

Dicono i nostri vescovi: «Nell’Assemblea Eucaristica convocata da Dio, ogni fedele è da lui accolto sotto il segno della gratuità. E questo deve suscitare lo stesso atteggiamento verso i fratelli, cominciando da quelli che sono riuniti nell’assemblea. Si traduce così in atto l’invito dell’Apostolo: “accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria del Padre”. Ognuno si sente effettivamente accolto come fratello, come membro di una famiglia. Ne nasce uno stile di vita evangelico che si inscrive poi nei rapporti quotidiani» (ECC 39).

Così scopriamo, ad esempio, la grande importanza che rivestono i gesti feriali del saluto, del rispondere al telefono, del modo di ‘porsi’ di fronte alla gente, dello sbrigare la corrispondenza… La liturgia eucaristica ci propone di vivere con un cuore nuovo le occasioni quotidiane di incontro e di accoglienza.

LA LITURGIA DELLA PAROLA 

Nella Celebrazione Eucaristica, dopo i riti di accoglienza, ci mettiamo seduti in ascolto della Parola di Dio.

Dopo i riti di accoglienza, durante i quali il nostro sguardo era incentrato sulla sede del celebrante che presiede, nella Liturgia della Parola il centro di attenzione si sposta sull’ambone: nei giorni di solennità la Parola di Dio viene anche intronizzata sull’ambone e incensata.

Oggi, quindi vogliamo cercare di riconoscere la bellezza di quella parte della messa che è la Liturgia della Parola, la ‘mensa della Parola’.

‘Ascoltare’ non è solo ‘sentire’ con le orecchie; è lasciarci coinvolgere dentro la vita dell’altro. Oggi i veri poveri sono coloro che, pur vivendo immersi in un oceano di informazioni, non sanno trarne profitto per crescere come persone. Costoro leggono i giornali, seguono i notiziari in TV e talora navigano in Internet, ma, immersi e sommersi da questo continuo flusso di notizie, sono oramai incapaci di sorridere o di arrabbiarsi, di gioire e di battersi per un ideale; anzi guardano con stupore chi lo fa.

Parlare veramente a qualcuno significa entrare con lui in una relazione personale attiva, coinvolgente. Noi diciamo che tra due persone esiste il dialogo non quando parlano del tempo che fa o della partita di domenica, ma solo quando queste persone si comunicano il cuore, cioè le gioie profonde, le attese, le speranze, i dolori, le delusioni, i progetti, le scelte, gli impegni, i sentimenti, i valori… la vita. Attraverso la parola ci comunichiamo il cuore! Tutti sappiamo quanto sia bello il dialogo, tutti lo desideriamo profondamente, ma tutti sappiamo per esperienza anche quanto esso sia impegnativo.

La Liturgia della Parola nella Messa ha lo stesso significato: è il dialogo tra Dio e noi, è coinvolgente per entrambi.

Allora, come dobbiamo vivere questo colloquio? Quando siamo riuniti per celebrare l’Eucaristia, il Signore Risorto è in mezzo a noi. Perciò mentre ascoltiamo le Letture bibliche dobbiamo avere la consapevolezza che stiamo ascoltando la Sua parola: il Signore è lì, sta parlando proprio a noi ed ha qualcosa di meraviglioso da dirci in riferimento alla vita che oggi stiamo vivendo.

Poiché nel dialogo ci viene raccontato il cuore, quando ascoltiamo le Letture, noi possiamo sentire ciò che dal profondo del cuore di Dio, dall’intensità del suo amore emerge per noi. I Padri dei primi secoli della Chiesa affermavano che nella Parola di Dio noi ascoltiamo il battito del cuore di Dio per noi.

E ciò che ascoltiamo è sempre un annuncio di salvezza, di vita nuova, perché Dio si impegna con tutta la sua forza e il suo amore a nostro favore. Dobbiamo, quindi, vivere un ascolto attento, sereno, contemplativo, coinvolgente.

Ogni buona notizia suppone una risposta gioiosa. Notiamo come nella liturgia la prima risposta alla Parola di Dio non è un proposito, ma piuttosto la gratitudine, la gioia, dalle quali nasceranno poi dei propositi giusti e la fedeltà che li metterà in pratica. Infatti al termine delle Letture noi non rispondiamo: «Sì, lo faremo», ma invece rispondiamo: «Rendiamo grazie a Dio», «Lode a te, o Cristo».

Dentro questo dialogo si inserisce anche l’omelia. L’omelia dura una decina di minuti che ad alcuni sembrano un’eternità. La ragione di tale pesantezza è spesso dovuta al fatto che abbiamo paura di confrontarci in modo serio e concreto con la Parola di Dio. Un bellissimo esempio di omelia ci è donato da Gesù stesso: siamo nella sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato, Gesù viene invitato a leggere la Scrittura e poi a commentarla, cioè a fare la ‘predica’. Dopo aver letto il brano di Isaia dove sta scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio…”, Gesù conclude dicendo: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (vedi Luca 4,16-22). L’omelia è l’annuncio che ciò che abbiamo udito si sta compiendo oggi nella nostra vita.

Per questo l’impegno nell’omelia dev’essere massimo nel sacerdote che la prepara e la pronuncia ma anche nei fedeli che la ascoltano. Ed è importante ascoltare l’omelia dei propri pastori (anche se talvolta ci appaiono monotoni) perché loro in particolare conoscono noi, il nostro ambiente, i nostri problemi e più di altri possono aiutarci ad incarnare la Parola di salvezza nella nostra vita concreta.

Non basta che Dio parli. Il dialogo suppone l’accoglienza della parola, la risposta, la condivisione e l’accettazione che quanto detto si compia: è questo il significato della professione di fede e della preghiera dei fedeli.

La professione di fede (la recita del “Credo”) è il nostro «sì», il nostro impegnarci perché si compia in noi e attraverso di noi la salvezza che abbiamo udito.

La preghiera dei fedeli è il momento in cui, dopo aver ascoltato il Signore che parla, siamo ora noi a parlare: E’ il momento per dirgli tutta la nostra riconoscenza e il nostro impegno attivo per il  compimento del suo Regno. E’ un momento tutto “dei fedeli” non del sacerdote o del lettore che spesso propone intenzioni fredde o stereotipate. La Messa, in questo momento di preghiera, deve diventare assunzione dei propri impegni personali e sociali e non una delega a Dio, perché risolva lui tutti i casi “difficili”.

La preghiera dei fedeli è una preghiera ‘universale’, cioè una preghiera che si interessa non solo di coloro che sono presenti in chiesa, ma di tutta la gente del mondo, di ogni età e di ogni condizione sociale. E’ il momento di essere sensibili verso le pene e le speranze di tutti gli uomini, di tutte le donne, di tutti i bambini. E’ il momento in cui poniamo davanti al cuore di Dio e davanti al nostro cuore la vita di coloro che attendono salvezza.

Sintetizzando quanto detto, i Padri della Chiesa dicevano: “impara a conoscere il cuore di Dio dalla Parola di Dio”. Dio, Padre buono, come ogni padre, ha a cuore di dare a noi, suoi figli, non solo il Pane ma anche la sua Parola. Il Signore imbandisce la mensa della sua Parola.

Se la Parola di Dio nella celebrazione dell’Eucaristia è così coinvolgente da operare salvezza, ci chiediamo ora: quel dialogo fra Dio e noi, vissuto durante la Messa, ha qualcosa da insegnare anche alla vita di ogni giorno? Un ascolto attento e coinvolgente della sua Parola ci permette di scoprire la sua presenza nella nostra vita e di vedere la nostra storia personale e comunitaria come storia di salvezza. La Parola di Dio contiene e manifesta il dialogo permanente fra Dio e noi. Naturalmente, da qui emerge l’invito a riprendere e meditare quotidianamente la Parola che ci è donata la domenica.

Ma “il dialogo che si compie nel rito è chiamato ad esprimersi ed a prolungarsi in tutta la vita. La liturgia della Parola alla nostra vita quotidiana di famiglia insegna che è necessario trovare del tempo per dialogare. E’ necessario ogni tanto ritagliarci del tempo per il bene della propria famiglia, per capirsi e decidere insieme. Ma occorre anche saper dialogare. Non basta ragionare insieme sui vicini di casa o sui parenti, o sulla scuola del figlio… Bisogna imparare a fermarci e raccontare ciò che ci passa dentro, o stare ad ascoltare quello che ‘ti’ succede dentro. Anche nei confronti dei figli: un padre o una madre non possono mantenere con il/la figlio/figlia solo un tono di costante richiamo-rimprovero; è indispensabile che in qualche occasione, con semplicità, esprimano anche sentimenti positivi nei loro confronti (es: “sai, mi è piaciuto ciò che oggi hai detto a pranzo”, oppure “grazie perché mi hai aiutato a riassettare la stanza”). Allora anche le parole di richiamo avranno un peso diverso.

A questo punto, ci proponiamo alcuni impegni:

* nella prossima settimana proviamo ad osservare la qualità delle nostre parole e del nostro ascolto: siamo soliti dire parole futili o parole importanti, parole di amicizia, rancore, solidarietà, affetto, simpatia…? Siamo capaci di ascoltare il cuore e di comprendere chi ci parla, o lasciamo piuttosto spazio all’insofferenza e al giudizio?

* Decidiamo di ritornare sulla Parola di Dio ascoltata nella Messa, per gustarla e per sentirla Parola per me, per noi!

LA PRESENTAZIONE DEI DONI 

Terminata la Liturgia della Parola, la Celebrazione sposta la propria attenzione dall’ambone all’altare: inizia la Liturgia Eucaristica.

La liturgia eucaristica si articola in tre momenti: la preparazione dei doni, la preghiera eucaristica, la comunione. Questi tre momenti sono in continuità con ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena: “prese il pane/il calice (= preparazione dei doni), rese grazie (= preghiera eucaristica), spezzò il pane e lo distribuì dicendo: prendete e mangiatene tutti. Lo stesso fece con il calice (= comunione)”.

Il Signore Gesù, prima di celebrare l’ultima cena con i suoi, ha inviato Pietro e Giovanni a preparare la sala ‘al piano superiore’. Affinché fosse possibile quel gesto alto della Celebrazione, qualcuno prima aveva vissuto il gesto umile del servizio, dell’accoglienza, del preparare l’ambiente.

Ancora oggi noi possiamo celebrare l’Eucaristia perché qualcuno mette la tovaglia sull’altare, prepara i fiori, accende le candele, porta il pane e il vino. Gesti semplici, gesti di servizio, gesti sereni, gesti che sfociano in una preghiera il lode e di riconoscenza: “Benedetto sei su, Signore, Dio dell’universo. Dalla tua bontà…”

Nella prima parte, la ‘Preparazione dei doni’, viene presentato tutto ciò che servirà per il Sacrificio Eucaristico. La ‘preparazione dei doni’ è anzitutto preparazione della tavola. L’altare viene preparato come una tavola nei giorni di festa: vi sono i fiori, le luci, una bella tovaglia, altri segni di gioia. E poi processionalmente vengono presentati il pane e il vino. La preparazione dei doni è uno dei momenti in cui tutti possiamo vivere una attiva partecipazione alla Liturgia, offriamo il pane e il vino assieme ad altri doni e ad una colletta in denaro per le necessità del culto e per i poveri.

E’ interessante notare a questo riguardo che all’interno della Celebrazione Eucaristica sono due le processioni del popolo: la processione offertoriale e la processione di comunione. Nella prima portiamo il pane degli uomini e delle donne che siamo noi, nella seconda andiamo a ricevere il pane di Dio.

Questo momento della Celebrazione una volta, in modo improprio, era detto: ‘offertorio’. La liturgia invece preferisce definirlo come ‘preparazione dei doni’. Infatti l’offerta dell’Eucaristia è una sola: quella di Cristo, anche se non dissociata dalla nostra. L’offerta si attua durante tutta la preghiera eucaristica. In questa fase si preparano e “si portano all’altare i doni che diventeranno corpo e sangue di Cristo” (IGMR 49). 

Nei primi secoli, la processione per la presentazione dei doni era un gesto molto significativo: venivano portati ai piedi dell’altare i doni che i cristiani decidevano di condividere con i fratelli più poveri, con coloro che mancavano del necessario. E da quei doni il diacono prendeva un po’ di pane e un po’ di vino che, posti sopra l’altare, diventavano il corpo e il sangue di Cristo. Molto interessante: la carità fraterna diventava Eucaristia. Oggi a qualcuno non piace molto la raccolta dell’elemosina durante la Messa, questa preoccupazione per il denaro ogni domenica… Ma è un rito molto antico, se ne parla sia negli scritti del Nuovo Testamento che nei Padri dei primi secoli. E’ il gesto dell’amore fraterno, è il momento in cui poniamo attenzione ai «più piccoli» fratelli di Gesù: i poveri, gli infermi, i dimenticati… Sarebbe bello prendere in considerazione anche l’opportunità di ripristinare, in alcune circostanze, la processione offertoriale di tutta l’assemblea.

La preparazione dei doni è il momento in cui non solo vengono portati all’altare il pane e il vino, ma è il momento in cui mettiamo la nostra vita sull’altare nel segno del pane e del vino, perché venga offerta con la vita di Cristo al Padre e diventi una sola cosa con Lui.

Per questo possiamo comprendere quanto sia importante che l’assemblea possa comunicarsi al pane e al vino effettivamente portati in quella celebrazione all’altare nella presentazione dei doni; se così non fosse, questo momento perderebbe tutto il suo significato e la comunione non esprimerebbe visibilmente la nostra vita trasformata in Cristo. Se possibile ogni giorno, ma in particolare la domenica è conveniente affidare ad alcune persone la responsabilità di presentare al sacerdote il pane dell’assemblea, il pane di tutti e di ciascuno. Quando il pane è portato all’altare, è l’assemblea che viene portata… per diventare corpo di Cristo.

Tutto è incentrato su due segni fondamentali: i doni eucaristici (pane e vino) e l’altare (la mensa del Signore). Questi due segni si danno reciprocamente significato. Il pane e il vino portati processionalmente all’altare esprimono la nostra riconoscenza, racchiudono le nostre fatiche, sono la nostra stessa vita riconciliata con Dio, fra noi, con il creato. Il pane e il vino sono destinati a diventare il corpo e il sangue di Cristo, a diventare sacramento del sacrificio di Cristo e della Chiesa. 

Il pane e il vino sono consegnati nelle mani del sacerdote e lui recita un’antichissima preghiera di origine ebraica: «Benedetto sei tu, Signore Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo. Li presentiamo a te, perché diventino per noi cibo e bevanda di salvezza». E’ una preghiera molto semplice, ma molto bella: in essa riconosciamo che tutto ciò che ci fa vivere è dono di Dio, della sua bontà (“dalla tua bontà”). Ed è anche dono della terra su cui viviamo: dell’acqua e del sole, delle belle stagioni (“frutto della terra”).

Ma la preghiera poi continua e riconosce che per poter mettere il pane e il vino in tavola ci vogliono anche il lavoro e la fatica di tanti uomini e donne: dal seminatore fino al padre ed alla madre che lo guadagnano e lo mettono sulla mensa. Il pane e il vino sono anche “frutto del nostro lavoro”. Questo pane e questo vino, segni di una vita che ci è stata donata e che abbiamo vissuto con impegno, li presentiamo a Dio (“li presentiamo a te”) e Lui ce li ridonerà ancora una volta, però pregnanti di una realtà assolutamente nuova e gratuita: saranno il corpo e il sangue di Cristo. “perché diventino cibo e bevanda di salvezza”.

La preghiera sui doni esprime tutto il dinamismo di ogni dono d’amore tra noi e Dio: ogni cosa è dono Suo, fatto fruttificare dal nostro impegno e a Lui nuovamente offerto; Lui poi con amore lo ridona a noi,  però con una forza intrinseca piena di novità.

Le offerte vengono preparate perché diventino corpo e sangue del Signore e la comunità, nel prepararle, prepara se stessa a diventare, lei pure, “un solo corpo” in Cristo.

La liturgia Eucaristica con la presentazione dei doni e la preghiera «Benedetto sei tu, Signore» ha qualcosa di bello da dire anche alla nostra vita di ogni giorno. Se in casa nostra fosse possibile accendere un registratore, dimenticarlo acceso e poi ritornare ad ascoltarlo il giorno dopo, probabilmente ci accorgeremmo che molti dei nostri dialoghi sono segnati da lamentele, rimproveri, accuse, sfuriate… E’ piuttosto raro che esca dalla nostra bocca un “grazie perché…” o un “mi ha fatto piacere ciò che hai detto…”.

Ci lamentiamo che i figli stanno più volentieri fuori casa piuttosto che in casa. O che fuori sono espansivi, servizievoli, educati… mentre in casa sono muti e intrattabili. Ma quale clima respirano in casa?

Lo stesso discorso vale per la Chiesa, la nostra comunità cristiana. Cala sempre di più il numero di coloro che partecipano alla vita della parrocchia, sono sempre meno coloro che si prestano per un servizio o per un cammino di catechesi con le nostre comunità. Ma quale clima trovano dentro la nostra famiglia ecclesiale? I nostri discorsi di cristiani dove continuano a martellare? Siamo sulla lamentela, sul rimprovero, sul rimpianto, sulla paura… o sulla gratitudine, sullo stupore, sulla condivisione riconoscente?

Proviamo nei prossimi giorni a continuare con la nostra vita e con le nostre labbra la preghiera «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo…».

La Preghiera EUCARISTICA  

Abbiamo visto che la celebrazione eucaristica si svolge in due momenti centrali: Liturgia della Parola e Liturgia eucaristica, il tutto con una introduzione (Riti di introduzione) e una conclusione (Riti di conclusione)

Abbiamo anche detto che la Liturgia eucaristica è a sua volta formata da tre momenti: Preparazione dei doni, Preghiera eucaristica, Riti di comunione; questi tre momenti non sono che la continuazione di ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena.

Nella catechesi precedente abbiamo parlato del primo momento della Liturgia Eucaristica, la Preparazione dei doni. Ora parleremo del secondo momento, la Preghiera eucaristica. Essa corrisponde all’azione di grazie che Gesù ha elevato al Padre nell’ultima cena. La nostra Messa è partecipazione alla Cena del Signore. Una sola è la santa cena. Sono sempre le sue mani ‘sante e venerabili’ che spezzano il pane; è sempre Lui che rende grazie al Padre, anche oggi, qui, nella nostra assemblea. È sempre Lui che prega il Padre.

Che cos’è la Preghiera Eucaristica? Come devo viverla? 

I Padri la consideravano come il prolungamento di quella meravigliosa preghiera che Gesù ha innalzato al Padre durante l’ultima cena (Giovanni 17): “Padre, è giunta l’ora, glorifica il tuo figlio… Io ti prego per coloro che mi hai dato… perché siano perfetti nell’unità”.

Durante la preghiera eucaristica il popolo resta di regola in silenzio. La ragione è semplice e bella: quando Gesù loda e prega il Padre per noi, allora conviene ascoltare e restare in silenzio attento, meravigliato e adorante.

La preghiera eucaristica è la preghiera di Gesù, ma è anche la preghiera di tutta la Chiesa. Il vescovo Teodoro di Mopsuestia, un padre della Chiesa vissuto alla fine del IV secolo, spiegando la Messa ai suoi cristiani durante la catechesi pasquale diceva che il celebrante nel recitare la preghiera eucaristica era ‘la bocca della Chiesa’. Cioè, egli era l’unico che proclamava la prece eucaristica, ma quella era la preghiera di tutti i suoi fedeli. Quindi, la preghiera eucaristica è anche la preghiera di tutti noi (il sacerdote non usa mai l’«io», ma sempre il «noi»).

Cosa esprime la preghiera eucaristica ? 

È bello notare che all’interno della Preghiera Eucaristica noi ci riscopriamo con un cuore nuovo, il cuore di Cristo. La Preghiera Eucaristica ci educa a passare dal “mi piacerebbe amare così”, all’ “amo così, perché così tanto Tu mi ami”. Associati al dono che Egli ci ha fatto di se stesso, nella Preghiera Eucaristica noi siamo educati al dono di tutto il nostro essere, realizzando le parole dell’Apostolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20; RV 4). È un’offerta d’amore che ci trasforma in offerta. 

È importante notare che la preghiera eucaristica si apre con la lode: “In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore. Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio. È cosa buona e giusta”. Noi prima benediciamo Dio e poi esprimiamo i motivi della nostra lode. Dietro le cose i fatti che viviamo, noi vediamo Dio stesso che in essi si esprime come Dono per noi. Godiamo di Dio stesso come Dono e ringraziamo Dio che sia il nostro Dio. Il cristiano sta davanti a Dio non solo per guardarlo, né solo per chiedergli, ma per raccontargli. Non per raccontargli ciò che noi, poveri uomini, abbiamo fatto, ma per raccontare ciò che lui stesso, il Signore ha fatto per noi. Così il credente parla di sé parlando di Dio e si comprende dentro l’azione di Dio.

Il prefazio ha un carattere particolarmente solenne: le ragioni della lode, le grandi meraviglie che Dio ha operato per noi in Cristo sono talmente numerose e talmente esaltanti che da soli non bastiamo a proclamarle: per questo chiediamo l’aiuto a tutto il cielo, agli angeli e ai santi perché cantino con noi la lode, il Santo.

Dopo il canto del ‘Santo’ la Preghiera Eucaristica diviene rendimento di grazie al Padre, motivato soprattutto da ciò che Gesù ha detto ed ha fatto nella notte in cui veniva tradito. La lode e il rendimento di grazie trovano il loro vertice nella memoria dell’ultima cena.

Se osserviamo il dinamismo interno alla Preghiera Eucaristica, noi notiamo che, dopo aver ammirato con immenso stupore quanto Dio ha compiuto in Cristo (È veramente cosa buona e giusta renderti grazie…), la Chiesa si sente trascinata dall’imitazione di Colui che offre se stesso e quindi chiede di partecipare a questo suo dono. Dall’ammirazione all’imitazione vitale e alla partecipazione sacramentale.

La preghiera eucaristica è una preghiera che coinvolge non solo noi, ma Dio stesso, nella sua realtà trinitaria. Infatti, il ministro che presiede l’assemblea, giunto al culmine della lode, si rivolge al Padre e chiede che invii lo Spirito Santo sul pane e sul vino, perché siano trasformati nel Corpo e Sangue di Gesù; la preghiera è accompagnata dal gesto dell’imposizione delle mani. Questa grande invocazione alla Trinità trova risposta nel fare memoria di quanto Gesù ha compiuto nell’ultima cena: la parole producono ciò che dicono: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue offerto in sacrificio per voi”.

Ma la preghiera eucaristica non termina con la ‘consacrazione’ (potremmo dire che, anche se ciò che si è realizzato nel pane e nel vino è straordinario, tuttavia il meglio deve ancora venire). Infatti colui che presiede continua chiedendo al Padre che mandi il suo Spirito su di noi affinché noi diventiamo una cosa sola con Cristo: il suo Corpo. (Questa richiesta trova il suo compimento nella comunione e nella missione).

Perciò, nella Preghiera Eucaristica la comunità cristiana, con Cristo, si fa dono e offerta d’unità. E’ bello constatare che l’assemblea liturgica allarga il proprio cuore e prega per l’unità nella Chiesa (“Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore, in unione con il nostro Papa, il nostro Vescovo e tutto l’ordine sacerdotale” PE2). Poi l’unità è implorata per il mondo intero: i ‘lontani’ vengono chiamati “tutti i tuoi figli ovunque dispersi” (PE3) e i non-credenti sono “gli uomini che ti cercano con cuore sincero” (PE4). L’unità è invocata anche su tutti i fratelli defunti: “dei quali tu solo hai conosciuto la fede” (PE4), “che si affidano alla tua clemenza: ammettili a godere la luce del tuo volto” (PE2).

La Preghiera Eucaristica giunge al suo vertice nella Dossologia finale (Per Cristo, con Cristo e in Cristo…). E’ il compimento della lode al Padre, dell’offerta in Cristo, dell’unità nello Spirito. Il sacerdote, innalzando ‘le offerte’ (la patena con le ostie e il calice) al Padre, a nome di tutta l’assemblea glorifica Dio che in Cristo ci ha rivelato la sua bontà: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre onnipotente, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. I fedeli che hanno partecipato a tutta la Preghiera Eucaristica con un ascolto attivo, ora vi pongono il loro sigillo con un ‘Amen’ che è il più importante di tutta la Messa. Qui si compie l’offerta nostra, con Cristo, al Padre nell’unità dello Spirito Santo.

Alcune proposte celebrative

Una proposta: proviamo tutti a prendere in mano, personalmente lungo la settimana, una delle tante Preghiere Eucaristiche (non è un testo ‘riservato’ ai preti): leggiamola con attenzione. meditiamola, quelle parole facciamole divenire frasi del nostro cuore, contempliamo.

Naturalmente, oltre a questo impegno personale, possono risultare utili anche alcune proposte celebrative:

* il sacerdote che presiede deve sentire che sta parlando con il Signore e non sta parlando con i fedeli. Deve sentirlo dentro; è il suo compito di presidenza. Poi il tono di voce verrà spontaneo.

* i fedeli che partecipano alla Preghiera Eucaristica restano in piedi: è la preghiera di tutti noi, noi tutti siamo i con-celebranti. Questo atteggiamento del corpo non è mancanza di rispetto, bensì partecipazione attiva (tutt’al più, ci possiamo inginocchiare durante la consacrazione, cioè dall’invocazione dello Spirito fino a quando il sacerdote annuncia ‘Mistero della fede’).

* la preghiera eucaristica è tutta importante, non solo la consacrazione o l’ostensione-elevazione! L’ostensione dell’ostia e del calice non dovrebbe essere né accentuata con un innalzamento eccessivo, né prolungata troppo nel tempo. Non dimentichiamo che la vera ‘elevazione’ è al “Per Cristo, con Cristo e in Cristo”. (Di conseguenza, il campanello, l’incenso, i ceri… non devono distrarre; è bene tralasciarli o porli durante un breve stacco silenzioso prima del dialogo invitatoriale al Prefazio, quasi fossero un invito fatto attraverso i segni: «Fratelli e sorelle, prestiamo attenzione!»).

* infine, un’indicazione di buon senso: se nella Prece Eucaristica è Gesù che prega ed è la Chiesa tutta che prega, allora dobbiamo ascoltare con attenzione ed unire a quelle parole tutta la nostra mente e il nostro cuore. Quindi durante l’Eucaristia dobbiamo mettere da parte tutte le nostre sante devozioni personali: rosario, breviario, preghiere e preghierine, lumini… e non dobbiamo precedere e ‘suggerire’ al sacerdote quello che deve dire.

LA COMUNIONE 

Una favola racconta: «Un giorno mi sono seduto vicino a Dio e Dio mi ha detto: “Ti voglio fare una domanda: qual è la più bella delle cose che io ho creato?”

Dopo averci pensato su, ho risposto: “Dio tu hai creato tante cose belle, tante persone belle, ma io non saprei proprio dire quale sia la più bella delle tue creature”.

E Dio mi rispose: “La cosa più bella che ho creato è la tavola…”

Certo, questa non sarebbe mai stata la mia prima cosa scelta.

“Lasciami spiegare – disse Dio -. Alla gente piace ritrovarsi e riunirsi attorno alla tavola. Le persone amano condividere la loro vita attorno alla tavola; lì si raccontano le loro storie, le loro gioie, le loro pene, i loro problemi. A loro piace mangiare e bere attorno alla tavola. Sì, io credo che la tavola sia la mia più bella invenzione, perché la riconciliazione si compie attorno alla tavola”».

La tavola suscita comunione! E’ bello quando entriamo in comunione con altre persone, quando offriamo e riceviamo gesti e parole che suscitano comunione.

Ma è soprattutto nelle Celebrazione Eucaristica, nella partecipazione all’unico Banchetto che la comunione acquista significato. ‘Fare comunione’ è ricevere la vita di Cristo. Nell’ultima cena, Gesù, dopo aver reso grazie al Padre, diede pane e vino, suo corpo e suo sangue, ai discepoli perché ne mangiassero e bevessero.

Ma guardiamo alla Celebrazione stessa. Subito dopo la Preghiera eucaristica, la preghiera per eccellenza della Chiesa, trova posto la mirabile preghiera che Gesù ci ha insegnato: il “Padre nostro”. L’invocazione ‘Abbà – Padre’ è tipica di Gesù Cristo, è il suo modo di sentirsi in relazione con Dio, di avvertirlo come Padre ed è anche il tipo di relazione che il Signore consegna a noi. In forza di questa preghiera ci sentiamo portati in braccio da Dio, cari a lui come gli è caro un figlio, per lui contiamo sempre, siamo sempre importanti anche se torniamo carichi di colpe o di delusioni… Ma il Padre è ‘nostro’, quindi in Lui nella Celebrazione Eucaristica io sono fratello anche di quell’uomo che è stato licenziato ed ora se ne sta disoccupato, del giovane disadattato e strafottente, dell’extracomunitario sbarcato da una delle tante carrette del mare, dell’anziano solo che osserva la strada da dietro i vetri di casa… Il Padre nostro è un impegno di comunione per Dio ed anche per noi.

Dopo la preghiera del Padre nostro, ecco il rito di pace. “La pace sia con voi”: ci dice il sacerdote. Questo non è un augurio, ma è un annuncio, un dono. Pace è Shalom. In altre parole, ci viene detto: ‘Sappi che Dio ti porta in cuore; tu gli sei caro. Il cuore di Dio è con te, nonostante i tuoi limiti, la tua piccolezza, la tua miseria!’. Il dono ricevuto è poi condiviso. Nella Celebrazione Eucaristica ci scambiamo un segno di pace, perché questa pace ci è stata donata. Può darsi che nella vita quotidiana del giorno precedente io non fossi in pace con quel fratello o quella sorella a cui ora tendo la mano. Se ci scambiamo la pace durante la Celebrazione, questo avviene non perché siamo bravi, ma soltanto perché la pace ci è stata donata, soltanto perché ritroviamo in noi un cuore nuovo, il cuore di Cristo. Lo scambio di pace non è primariamente un impegno, ma è anzitutto un dono che ho ricevuto e che condivido, è il cuore nuovo che mi è stato donato.

Terminato lo scambio della pace, il sacerdote spezza il pane consacrato per la comunione dei fedeli. Anche questo gesto è molto importante e significativo, in passato esso ha dato il nome a tutta la celebrazione eucaristica: la ‘fractio panis’, la frazione del pane. Quando i fedeli portavano da casa il pane per la celebrazione, era necessario rompere i pani in molti pezzi perché fossero poi distribuiti per la comunione. Ma questo gesto non ha solo una ragione pratica e funzionale; significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo perché partecipiamo a un unico pane, il Cristo (Cf. 1Cor 10,17). Quel semplice gesto della frazione del pane è molto importante: gli evangelisti lo ricordano come uno dei gesti fondamentali dell’ultima cena: “Prese il pane, lo spezzò e lo diede loro”. (Sarebbe bene che, almeno in alcune celebrazioni, la comunione dei fedeli fosse l’effettiva partecipazione ad un’unica grande ostia consacrata e spezzata).

Mentre il sacerdote procede alla frazione del pane, l’assemblea accompagna questo gesto cantando o recitando l’ “Agnello di Dio”. Questa litania che accompagna la frazione del pane ci aiuta a riconoscere che in ogni celebrazione eucaristica Gesù si fa presente come il vero Agnello pasquale che salva il mondo con il suo sacrificio in croce.

Merita attenzione anche la ‘immixtio’: quel frammento di pane che viene posto nel calice. Questo rito nasce nella Chiesa romana del primo millennio: il Papa a chi celebrava l’Eucaristia nelle chiese dell’Urbe mandava un frammento dell’Eucaristia, come segno di comunione con lui, e il ricevente, ponendolo nel calice, si comunicava anche alla stessa Eucaristia del Papa. E’ quindi un gesto che esprime la comunione con il proprio vescovo e con il Papa. 

Di conseguenza, i celebranti dovrebbero avere molta cura nel rendere autentico questo rito, compiendo i gesti della ‘fractio’ e della ‘immixtio’ con calma e dignità.

Finalmente, formando una processione, i fedeli si accostano alla mensa del Signore dove, come nell’ultima cena, Gesù offre se stesso come cibo di vita eterna. Si compie per noi la beatitudine: “Beati gli affamati, perché saranno saziati!”. “Beati gli invitati alla mensa del Signore”.

La comunità si avvicina alla mensa eucaristica proclamando di non esserne degna: “O Signore non sono degno…” In effetti ci sentiamo come Pietro (Lc 5,8) immeritevoli di tanto amore. Ma il bello è che proprio nel momento in cui noi proclamiamo la nostra lontananza da Lui, Egli si dona a noi.

Cristo si dona a noi, si consegna a noi. La processione di comunione esprime la nostra risposta di fede a questo dono di Cristo. Accogliendolo con l’Amen, mangiando il suo corpo sacramentale, noi accettiamo Cristo, lo lasciamo diventare parte del nostro sangue, dei nostri pensieri, dei nostri progetti affinché la nostra vita sia trasformata nella sua vita.

Non dimentichiamo però che ‘insieme’ ci accostiamo alla comunione, ‘insieme’ diventiamo ‘corpo di Cristo’.

Terminata la processione di comunione, l’assemblea si raccoglie in silenzio per riassumere ed interiorizzare il dono che ha ricevuto e per prepararsi, rinnovata da questa Presenza, a disperdersi nuovamente nel mondo come sale e lievito.

Poi il sacerdote invita alla preghiera e, a nome di tutti, chiede a Dio che la partecipazione al sacramento si traduca in una vita rinnovata.

 I riti di comunione attualizzano il gesto di Gesù che ci invita a partecipare al suo banchetto: «Prendete, mangiate. Prendete, bevete. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue offerto per voi». Partecipare all’Eucaristia è diventare noi stessi ‘Corpo di Cristo’ fino al punto che chi ci vive accanto o ci incontra (anche solo casualmente) possa ringraziare il Signore perché noi ci siano e siamo proprio così. Il senso profondo del “fare comunione”, non è un fatto devozionale o intimistico, bensì è fare comunione alla vita e alla persona di Cristo.

 Alcune considerazioni pratiche: 

* Come posso diventare “Corpo di Cristo” se non mi accosto a mangiare dell’Eucaristia? Egli si è reso presente nella cornice di un banchetto: tutto nella Messa parla di “pasto”: «Prendete, mangiate, bevete…». Che senso avrebbe il mio sedermi a tavola se poi non mangiassi? I vari segni (tavola, tovaglie, pane, vino…), le preghiere, tutto verrebbe svuotato del suo significato se io non partecipassi all’Eucaristia con la comunione! Una celebrazione senza comunione rimane incompleta; la partecipazione è imperfetta, è molto peggio che partecipare ad una cena fra amici e non toccare cibo.

* C’è un gesto che merita più considerazione: la comunione nelle mani: è un gesto tanto umano quanto ricco ed espressivo sul piano liturgico. Cirillo di Gerusalemme lo commenta così: “Fai della mano sinistra un trono per la mano destra, perché essa deve ricevere il Re”. Questo gesto esprime bene la realtà del dono che da una parte è offerto e dall’altra deve essere accolto con responsabilità, con dignità e con coscienza.

* Un altro gesto che ci viene dalla più antica tradizione e che esprime anch’esso una visione più piena dell’Eucaristia è quello della comunione al calice. Eppure, tutti possiamo constatare che nelle nostre celebrazioni è del tutto ignorato. E’ancora ‘Principi e Norme’ a sottolinearne l’importanza: “La santa comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno se viene fatta sotto le due specie” (240).

I RITI DI  MISSIONE 

In questa ultima catechesi  sulla Messa noi vogliamo comprendere il significato dei ‘riti di missione’, cioè i riti posti al termine della Celebrazione Eucaristica. In altre parole, vogliamo comprendere l’incarico, impegnativo e delicato, che il Signore Gesù ci affida per la nostra vita quotidiana, feriale.

La nostra comunione al Corpo di Cristo non si ferma evidentemente all’Assemblea di cui siamo parte. Se formiamo veramente il Corpo di Cristo, se siamo personalmente uniti al Cristo risorto, allora noi siamo impegnati nella salvezza del mondo come Cristo ha donato la sua vita per la salvezza del mondo. La nostra Eucaristia è importante perché il mondo cambi e perché il Regno di Dio venga. L’Eucariatia è missionaria perché l’unità che essa crea è aperta sul mondo che attende «la manifestazione dei figli di Dio». Comunicando al corpo di Cristo, la Chiesa manifesta al mondo Colui che è la sua Salvezza. Non possiamo vivere l’Eucaristia senza vivere la missione.

Per cogliere questa forza di unità e di novità, vogliamo guardare con attenzione ai riti conclusivi della Celebrazione Eucaristica, ai riti di missione.

Le ultime parole con le quali il sacerdote che presiede congeda l’Assemblea Eucaristica sono nello stesso tempo brevi e dense: «Il Signore sia con voi», «Vi benedica», «Andate in pace». Riflettendo sulla brevità e, in un certo senso, anche sulla povertà dei riti finali, qualcuno può restarne un po’ sconcertato. In un film il bello viene nel finale, in una sinfonia il vertice dell’esecuzione è nel finale. Perché invece nella Liturgia Eucaristica i riti finali sono così sobri e dimessi? In realtà la Liturgia, anche con questo suo modo di procedere, vuole dirci che la Messa non è una cerimonia che si racchiude come cosa a se stante in una mezz’ora, ma che essa si apre necessariamente alla vita che la segue.

Osserviamo le poche frasi che costituiscono i riti di missione: “Il Signore sia con voi”, “vi benedica”, “andate in pace”. Poche parole, ma straordinariamente dense.

«Il Signore sia con voi!» dice il sacerdote. «E con il tuo spirito» risponde l’assemblea. La stessa formula era stata pronunciata all’inizio della Messa per sottolineare la presenza del Risorto in mezzo a quelli che si riuniscono nel suo nome. Poi era stata pronunciata prima del Vangelo per affermare che il Signore Gesù si rendeva presente nella Parola proclamata. In seguito le stesse parole erano state dette al prefazio, prima della preghiera Eucaristica, per far notare che il Risorto si stava manifestando a noi nel segno del Pane e Vino consacrati. L’annuncio “Il Signore sia con voi” ripreso al termine della Celebrazione, riafferma che da questo momento il Signore Gesù si manifesterà attraverso di noi che vivremo nel mondo. In altre parole, per la partecipazione all’Eucaristia, ora siamo noi il Corpo di Cristo che annuncia ed opera salvezza nel nostro mondo, ora siamo noi le mani e il cuore di Dio. Dice un Padre della Chiesa: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora, siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole”.

«Vi benedica Dio onnipotente…». E’ la benedizione finale che ci accompagna nell’impegno della vita. Nella vita di tutti i giorni abbiamo anche noi le nostre formule di benedizione: “Salute! Buona fortuna! Stammi bene!”. Auguriamo felicità a coloro che amiamo. La benedizione finale implora la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito su di noi che stiamo per ritornare alle nostre case e ai nostri compiti. Ma non è un rito magico; “Il Signore dica bene di te”  è l’impegno e l’augurio che ci viene consegnato al termine della Messa. Il Signore dirà bene di noi allorché vivremo ogni giorno le logiche dell’Eucaristia, cioè le logiche del servizio e della solidarietà, della fiducia e della speranza, della povertà e della sobrietà, della competenza e del perdono. Nella Bibbia la benedizione di Dio è per compiere opere feconde di vita. Il Signore non ci consegna i doni già bell’e fatti ed impachettati; il Signore ci benedice affinché l’opera delle nostre mani sia capace di generare cose nuove. Egli ci assicura la sua grazia, la sua creatività dentro la nostra vita. Quindi, noi saremo ‘benedizione’ del Signore quando porteremo la speranza ai delusi, quando offriremo la tenerezza e la benevolenza di Dio agli smarriti di cuore. Il Signore ci avvolge e ci protegge con il suo amore Trinitario affinché anche noi diventiamo capaci di abbracciare e di proteggere.

«Andate in pace!» sono le ultime parole della Celebrazione Eucaristica. Il vocabolo “Pace” è un termine biblico molto denso ed interessante (= shalom). Pace è il dono che gli angeli annunciano a Betlemme, Pace è il dono del Risorto agli undici nel cenacolo. E anche qui, al termine della Celebrazione, siamo davanti ad un dono più che ad un augurio e ad un invito. Pace è benessere, felicità, salvezza, giustizia; pace è esperimentare nella vita quotidiana il cuore di Dio a nostro favore. Noi siamo gli ‘operatori di pace’, i ‘beati’. La pace nella quale siamo congedati non è la pace dell’inerzia, della rassegnazione, del tirare i remi in barca. È invece la pace della missione, la pace di una comunità che va oltre se stessa e che non sta in pace fintanto che il Vangelo non ha rinnovato ogni persona, ogni situazione.

«La Messa è finita». Questa espressione è una brutta traduzione del latino ‘Ite, missa est’ che non vuol dire: ‘Andate, tutto è finito’, ma piuttosto: ‘Andate, è la vostra missione’; andate, questo è il vostro compito; andate, adesso celebrate la vita secondo l’Eucaristia che avete vissuto. Paradossalmente, la Messa inizia proprio quando il sacerdote che presiede congeda l’assemblea. È probabile che la parola ‘Missa’ trovi la sua origine nel latino ‘mittere’ (mandare, inviare). Quindi Messa significa anche ‘invio’, ‘missione’. Anticamente, dopo la comunione, i diaconi venivano inviati a portare l’Eucaristia ai malati, ai carcerati, alle piccole comunità vicine con l’invito “Ite, missa est”, “Andate, questa è la vostra missione”. Oggi siamo noi i ‘diaconi’, i ‘servi dell’amore di Cristo’ inviati a portare l’Eucaristia nel mondo.

(Anche gli ‘avvisi’ finali possono essere importanti. Essi non sono solo l’elenco monotono delle iniziative pastorali, ma esprimono alcune ‘proposte’ per concretizzare la Parola e l’Eucaristia celebrate, dentro un cammino di crescita comunitaria).

Se è vero che durante la Celebrazione Eucaristica l’apporto di ciascuno non è ‘decorativo’ ma essenziale (poiché tutti ‘celebriamo’, tutti siamo ‘sacerdoti’), è ancora più vero che nella ‘missione’ è indispensabile il diretto coinvolgimento di chiunque abbia partecipato al Dono di Vita: grande o piccolo, giovane o anziano, uomo o donna, operaio o dirigente… Così diventa Celebrazione ogni nostro gesto di accoglienza, ogni riconciliazione offerta, cercata e ricevuta, ogni ascolto e dialogo attento e sereno, ogni condivisione vera del lavoro, dei beni materiali, del mio tempo e delle mie capacità, ogni parola di ringraziamento e ogni gesto di riconoscenza, ogni visita e ogni servizio svolto con competenza, serenità e sobrietà. La Messa in Chiesa è terminata. Ora comincia la Messa nel cuore del mondo…

Madre Teresa di Calcutta diceva: “Noi cominciamo la nostra giornata cercando di riconoscere il Cristo nel segno del pane, poi durante la giornata noi continuiamo a riconoscerlo sotto le specie dei corpi straziati, dei poveri”.

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