Un ringraziamento

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Con molto piacere provo a esprimere la mia gratitudine per il servizio e la testimonianza che Monsignore ha riservato alla nostra comunità.

Questa gratitudine è motivata in primo luogo dalla personale esperienza di condivisione con il mio parroco e in secondo luogo, dalla percezione netta della stima che in gran parte dei Lenesi, sia a livello religioso che civile, si può constatare. La presenza di un sacerdote in una comunità ha sempre assunto una notevole importanza. In una realtà come la nostra, profondamente segnata dall’esperienza e dai valori cristiani, la figura del prete è stata e può ancora essere figura di riferimento. Senza esasperare il confronto con il passato, ma forse, oggi più di qualche decennio fa, c’è bisogno di parroci che aiutino le proprie comunità ad incontrare Dio. Sembrerà banale dirlo, ma la prima esigenza affinché un prete possa aiutare la sua gente ad incontrare Dio, è che il prete sia presente, nel senso che ci sia, sia in termini di riconoscibilità che di disponibilità. Monsignore è tra noi da ventiquattro anni, una cifra sulla quale molti stanno riflettendo e che dice la fedeltà ad un ministero che continua ad amare. Questo è un motivo più che valido per ringraziarlo. é inoltre da rilevare come il suo servizio ha tracciato uno stile.

Qui si potrebbe dire che è ovvia l’affermazione di poc’anzi: dopo così tanto tempo, volente o nolente, uno lascia il segno! Innanzitutto, vado a connotare quello stile dicendo essere positivo e poi vorrei invitarvi a cogliere la differenza a mio avviso significativa: il segno lo ricevi o lo subisci, lo stile lo assumi e poi lo fai diventare tuo. La diversità sta nel fatto che il primo descrive, al di là degli effetti, una sorta di passività, il secondo denota il coinvolgimento personale e in ultima analisi, assumi uno stile se lo percepisci come valido. Per questo dico che Monsignore ha tracciato uno stile che è chiaramente uno stile positivo, perché alcune particolarità legate alla sua puntuale predicazione, alla sua riservatezza, alla sua sobrietà, le abbiamo fatte un po’ nostre e a maggior ragione ce le aspettiamo da lui perché gli appartengono. E’, in altre parole, una sorta di eredità che abbiamo ricevuto, che è parte di noi, una parte importante di noi che non dobbiamo far tacere. Anche questo, è un altro motivo per ringraziarlo. Essere responsabili di una parrocchia come del resto essere un personaggio che ha una visibilità per il ruolo che ricopre o per il servizio che esercita, comporta dei pesi. Non interessa a me, ora, quantificarli o valutarli più o meno intensi di altri, quello che vorrei sottolineare è che questi pesi li porti se orienti le forze, le energie, le capacità, sia quelle personali che quelle nate dal coinvolgimento di altri. Essere consapevoli delle proprie risorse e agire di conseguenza è segno di una sapiente lettura della realtà e di onestà intellettuale. Penso, senza troppa difficoltà, che conveniate con me nel riconoscere che anche per tale motivo abbiamo potuto apprezzare Monsignore.

E’ questa, una delle caratteristiche che più ammiro di lui, quella di riconoscere i propri limiti senza far sì che diventino una scusante. Se gestito saggiamente e secondo verità, il saper cogliere nella loro potenzialità le proprie e altrui attitudini, diventa fermento di corresponsabilità.

Per un prete che ha amato e servito una comunità è molto impegnativo staccarsene, a maggior ragione se il ministero ha occupato quasi un quarto di secolo e l’anagrafe lo ha annoverato nella fascia di un’età importante. Auguro a Monsignore, con profondo affetto e riconoscenza, di sperimentare ancora più intensamente la presenza di Dio e di raccontarla nella nuova comunità che lo accoglie.

Don Davide

 

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