L’Avvento, tempo di grazia

“Questo Natale sarà un Natale un po’ diverso”. Le parole del Vescovo fotografano il nostro Paese ma anche gran parte del mondo. E se i giornali e le televisioni si concentrano da settimane sul numero possibile di invitati al pranzo o sui regali da scartare, mons. Tremolada in un video messaggio rivolto alle comunità e alle famiglie sottolinea l’importanza di vivere questo tempo (l’Avvento e il Natale) in maniera davvero significativa. “Siamo ancora – spiega il Vescovo – in un clima di incertezza e di preoccupazione. Tutto deve essere svolto e andrà svolto con grande serietà e grande prudenza. Ma forse questo Natale potrà essere più vero, magari un po’ più essenziale, più autentico nella sua verità, più ispirato a quel mistero dell’incarnazione che costituisce l’essenza della dimensione cristiana del Natale. Dio è con noi, Dio è in mezzo a noi, Dio si fa uno di noi”. Come dice Giovanni nel suo Vangelo: Verbum caro factum est et habitavit in nobis (“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”).

Le tre parole. “Il mistero dell’incarnazione ci ricorda la grandezza e la dignità dell’umano. Il mistero di Dio che si unisce alla nostra umanità pone il sigillo sulla grandezza e la nobiltà dell’umano. Vorrei che il Natale del Signore e l’Avvento che lo prepara fossero contraddistinti da questa attenzione alla grandezza e alla dignità dell’umano che il mistero del Natale ci ricorda”. L’accoglienza, la tenerezza e la fraternità sono le “tre parole che possiamo richiamare e che mettono a fuoco questa grandezza”. Il cammino dell’Avvento e i giorni del Natale devono “essere caratterizzati dall’attenzione alla dimensione umana che viene trasfigurata dal mistero di Dio nella forma dell’accoglienza, della tenerezza e della fraternità”.

Gesti concreti. Come vivere l’Avvento? Il Vescovo ha pensato ad alcune proposte e le ha condivise con i responsabili della pastorale. Durante la prima ondata, il Papa ribadì, in un’intervista a “La Repubblica”, “l’importanza di mettere in campo la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, familiari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una telefonata… Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi”.

Lectio Divina con il vescovo Pierantonio

“Come leggere la Parola di Dio? Una via ben collaudata per approfondirla e gustarla è la lectio divina, che costituisce un vero e proprio itinerario spirituale in varie tappe. La prima è la lectio, la lettura propriamente detta. Leggi attentamente, più volte, un passo della Scrittura, e domandati: “Che cosa dice il testo in sé?”. Passa quindi alla meditatio, la meditazione, che è come una sosta interiore: raccogliti e chiedi a Dio: “Che cosa dici a me con queste Tue parole?”. […] Rispondi, quindi, con l’orazione, l’oratio, rivolgendoti così al Dio che ti ha parlato: “Che cosa dirò io a Te, mio Signore?”. La risposta la darai invitando il tuo Dio ad abitare nella casa del tuo cuore, perché trasformi i tuoi pensieri e i tuoi passi. Giungerai, così, alla contemplatio, quel contemplare agendo, in cui il tuo cuore, toccato dalla presenza di Cristo, si chiederà: “Che cosa devo fare ora per realizzare questa Parola?”, e cercherà di viverlo” (B. Forte, La Parola per vivere). Il Seminario – attraverso la pagina YouTube – offre tutte le settimane, il mercoledì alle 20.30, la possibilità di leggere la Scrittura pregando, secondo l’insegnamento degli antichi Padri. Nel tempo di Avvento la Lectio è a cura del vescovo Pierantonio.

Il Vescovo: Aiutiamo la gente a pregare

Nella prossima riunione mensile della Congrega i sacerdoti, nelle diverse zone pastorali, sono invitati a riflettere sul nuovo Messale, che, come ricorda mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione vaticana per il Culto Divino e la disciplina dei sacramenti, non è “il libro del prete”, ma concentra in sé il deposito secolare della preghiera della Chiesa, che ha formato generazioni di cristiani: una volta “c’era l’idea che il Messale fosse il libro che serve al prete per dire Messa. In realtà questo libro contiene la norma per la celebrazione di tutta l’assemblea. È l’applicazione della visione, bella e importante, che scaturisce dall’ecclesiologia del Concilio Vaticano II: la responsabilità è propria del ministro, ma il prete non appartiene a una classe separata, svolge un servizio alla comunità”. Con l’approvazione della Sacrosanctum Concilium, il 4 dicembre 1963, si diede avvio alla riforma del Messale e degli altri libri liturgici, i cui primi frutti si ebbero nel 1970, quando, a distanza di quattro secoli esatti dal Messale riformato secondo i criteri del Concilio di Trento, fu pubblicato il Messale del Vaticano II, edito per l’autorità di Paolo VI.

Le modifiche. “Nelle scorse settimane è stato pubblicato il nuovo Messale. Siamo invitati – ha spiegato il Vescovo Tremolada nel video inviato alle Congreghe – a utilizzarlo dalla prima domenica di Avvento. Vorrei ricordare subito che, entrando in vigore il nuovo Messale, vanno assunte subito alcune modifiche che riguardano alcune preghiere liturgiche: ci sono piccoli cambiamenti ai quali dobbiamo prestare molta attenzione. Penso al Gloria e alla formula penitenziale del Confesso. Sono piccoli ritocchi importanti. E poi c’è il Padre Nostro con le due inserzioni: ‘Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male’. Dobbiamo aiutare la nostra gente a recitare il Padre Nostro in questa maniera rinnovata”.

La centralità dell’eucaristia. Con l’approvazione di Giovanni Paolo II, il 10 aprile 2000, e con il Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 20 aprile del medesimo anno, il Messale Romano è giunto alla sua terza edizione tipica nel 2002, a più di 30 anni dalla prima editio typica e a più di 25 dalla seconda. “La pubblicazione del nuovo Messale diventa l’occasione per affrontare il tema della celebrazione dell’eucaristia, in particolare dell’eucaristia domenicale. Ho dedicato all’eucaristia la lettera pastorale (‘Nutriti dalla bellezza’) dello scorso anno. La lettera di quest’anno (‘Non potremo dimenticare’) non si sovrappone alla precedente: rimaniamo nella centralità dell’eucaristia”. In particolare, il Vescovo vuole ritornare su un punto decisivo: l’ars celebrandi. Per questo ha voluto immaginare una nota pastorale da condividere con i sacerdoti. “Dobbiamo essere molto attenti al nostro vissuto per dare all’eucaristia quel valore che merita”. L’eucaristia è la sorgente della vita cristiana: “Ritengo che dal punto di vista pastorale questa sia la questione decisiva: occorre celebrare bene, occorre entrare nel mistero dell’Eucaristia – scrive il Vescovo nella lettera pastorale Nutriti dalla bellezza – accettando di percorrere la strada che l’Eucaristia stessa ci apre, cioè la celebrazione… Vorrei tanto che tutti insieme imparassimo l’arte del celebrare prendendoci cura della celebrazione. Vorrei che diventassimo sempre più capaci di valorizzare tutti gli elementi che la costituiscono. Il primo servizio da rendere a chi partecipa alla Messa domenicale e feriale è l’alta qualità del celebrare”.

Il dono dei Decorati Pontifici

Quest’anno la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense promossa dall’Associazione Decorati Pontifici di Brescia è stata celebrata nel Duomo Vecchio dal vescovo Tremolada coadiuvato da mons. Ivo Panteghini e dal prete dello Sri Lanka Padre Navel e da altri sacerdoti della diocesi.

Nel corso della cerimonia, dopo averle benedette, il vescovo ha consegnato le onorificenze concesse con bolle di Papa Francesco con la quali ha nominato il prof. Claudio Andreoli di Brescia, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre di San Gregorio Magno Papa, Francesco Zanatta di Brescia, Commendatore dell’Ordine Equestre di San Silvestro Papa e la signora Bona Corradini di Brescia, benemerita della Croce Pro Ecclesia.

Come consuetudine da alcuni anni, l’Associazione dei Decorati Pontifici ha fatto riprodurre l’immagine di un Pontefice da parte di un artista bresciano. Questa volta è stato scelto il Papa del sorriso, Giovanni Paolo I. L’opera è stata portata a termine dalla pittrice bresciana Elena Niboli che ne ha fatto omaggio dell’originale al vescovo Tremolada, mentre cinquanta litografie, numerate e firmate dall’artista, sono state distribuite agli Associati.

A conclusione del rito religioso il vescovo ha proceduto alla benedizione delle dodici statue raffiguranti altrettanti apostoli destinate alla chiesa di San Sebastiano di Negombo, in sostituzione di quelle distrutte nel 21 aprile 2019 nel corso di un attentato terroristico che causò la morte di centinaia persone, tra le quali tanti bambini.

Come anticipato, le statue, fatte di materiale argilloso, sono state realizzate dallo scultore Cesare Monaco di Brescia, con il contributo economico dei Decorati Pontifici di Brescia, la Nobile Confraternita di Sant’Anna, La Compagnia delle Sante Croci, la Confraternita delle Consolazioni e delle Missionarie di San Paolo.

Accompagnate da Padre Navel e da Mons. Panteghini con una delegazione bresciana, le dodici statue raggiungeranno Negombo attorno al 20 gennaio 2021, dove saranno ad attenderle i parrocchiani della chiesa di San Sebastiano ed il capo del clero cingalese, il cardinale Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, capitale dello Sri Lanka, che con una solenne cerimonia procederà alla collocazione delle statue sugli altari della chiesa oggetto del vile attentato.

Doni della fede nel mondo

Quest’anno ricorrono i 60 anni dell’invio da parte della Diocesi di Brescia dei primi Fidei Donum, prima in Brasile e poco tempo dopo in Burundi. Il fenomeno fidei donum ha alle spalle una lunga tradizione. Pio XII, nell’enciclica fidei donum del 1957, allarga lo sguardo e invita esplicitamente alla missione ad gentes: “La Chiesa in Africa, come negli altri territori di Missione, manca di apostoli”. L’area per la mondialità, in questo mese di ottobre, ha offerto in un video una rilettura dei 60 anni di presenza bresciana dei fidei donum per la Giornata missionaria sacerdotale. I primi ((Enzo Rinaldini, Costantino Carera ed Egidio Ferrari) furono inviati in Brasile. “Il 1960 – racconta mons. Giambattista Targhetti – è l’inizio di una forte presenza missionaria bresciana perché c’era un substrato: il servizio capillare delle mitiche zelatrici missionarie (abbonamenti, offerte, preghiere, gruppi), che ha dissodato il terreno della nostra diocesi, e la presenza di numerosi missionari appartenenti agli Istituti; e parecchi missionari provenivano dal percorso formativo nel Seminario diocesano”. Mons. Targhetti, classe 1936 e originario della parrocchia di Borgo San Giacomo, è stato vicedirettore dell’Ufficio missionario (1966-1970) e direttore dell’Ufficio missionario (1970-1978); successivamente è diventato prima vice direttore dell’Ufficio nazionale (1978-1982) e poi direttore (1982-1989). Nel corso del suo servizio pastorale ha guidato le comunità di Leno e Milzanello (1989-2013) e dal 2013 è presbitero collaboratore di Gambara. “Gli anni Sessanta hanno beneficiato di alcuni eventi straordinari della Chiesa in cui possiamo collocare anche l’impegno missionario della stessa Chiesa bresciana. Penso all’enciclica del 1957, Fidei Donum, di Pio XII in cui il Papa invitava i Vescovi a inviare alcuni dei loro migliori sacerdoti in aiuto alle Chiese africane. Poi c’è stato il secondo messaggio, con San Giovanni XXIII, per l’America Latina in cui si chiedeva la stessa cosa: l’invio dei migliori sacerdoti. Sono due interventi di carattere universale che hanno creato una certa sensibilità”. E poi abbiamo l’evento fondamentale del Concilio che “ha toccato la vita delle Diocesi; ha toccato le sensibilità dei nostri Vescovi che hanno avuto la possibilità di fare un’esperienza ecclesiale universale. Il Concilio ha permesso loro di avere davanti tutto il panorama internazionale. Tra i Vescovi del Sud del mondo e del Nord del mondo si creò un legame di amicizia: durante le pause conciliari, visitavano le Diocesi italiane. Questa amicizia è diventata fraternità, è diventata collaborazione, è diventata responsabilità. Nella Chiesa bresciana, mons. Tredici e mons. Morstabilini hanno assunto questa sensibilità”.

Mons. Bonfadini. Mons. Francesco Bonfadini, fidei donum in Brasile dal 1972 al 1981 e segretario del Segretariato missioni dal 1981 al 1992, racconta che “la Chiesa bresciana non è solo fidei donum: nel periodo dal 1975 al 1980 si contavano più di mille missionari nel mondo. Il compito dell’Ufficio missionario “era quello di fare in modo che le parrocchie ricordassero i missionari e che entrambe le parti fossero in comunicazione l’una con l’altra. È stata una bella apertura alla Chiesa universale, i missionari avevano la possibilità di raccontare la loro esperienza, la situazione sociale nella quale erano calati e quello che la Chiesa faceva in questo ambiente”. La celebrazione dei matrimoni e la preparazione della catechesi, insieme alla Parola di Dio e alla dimensione della piccola comunità, permettevano di raggiungere davvero la sostanza e l’essenziale delle cose e di creare “senso di Chiesa”. “Tutto quello che ho fatto mi ha aiutato ad avere un senso di Chiesa più ‘biblico’, che fa direttamente riferimento alla figura di Cristo”.

Don Giovanni Arrigotti. Nel 1964, dopo l’esperienza di tre anni a curato a Gavardo, partì per l’Africa anche don Giovanni Arrigotti. “Andammo a convertire quei popoli, ma ci hanno convertito loro. Lì a Kiremba, in Burundi, dove siamo andati (don Giovanni si è fermato 15 anni) non vedevano sacerdoti missionari da due e tre anni. Ci accolsero a braccia aperte. Ci portavano i frutti della loro terra e partecipavano in massa alle Messe in un capannone enorme che poteva contenere fino a 2.500 persone. Oggi dobbiamo offrire più occasioni per conoscere il Vangelo, ma purtroppo vedo molta indifferenza. Dopo l’esperienza missionaria, senti che hai bisogno di allargare il cerchio, di non vivere isolato nel proprio guscio. Purtroppo la mentalità della gente è più mondana che evangelica”.

Aldo Ungari. La Chiesa bresciana si concentrò molto anche sull’invio dei laici. Da questo punto di vista è bella l’esperienza di Aldo Ungari che si inserì nella realtà di Kiremba (Burundi) lì dove, nel 1965-/1966, operavano già don Giovanni Belotti, don Giovanni Cabra e don Arrigotti. “Don Renato Monolo, il protagonista del fenomeno dei fidei donum, sognava che a Kiremba fossero presenti tutte le componenti del popolo di Dio: sacerdoti, religiosi, ma anche volontarie e volontari oltre che famiglie”.

Ascolto e presa in carico

Al centro la cura e la protezione dei più piccoli. Il Vescovo ha nominato i membri del nuovo Servizio diocesano tutela minori: don Carlo Tartari, referente diocesano; Adele Ferrari (nella foto), responsabile del primo ascolto; don Adriano Bianchi (area comunicazione); Egle Castrezzati (area pastorale); don Giorgio Comincioli (area formazione); Luciano Eusebi (area giuridica); Carla Lojacono Gheruzzi (area ascolto); don Claudio Laffranchini (area pastorale), Giovanni Battista Tura (area ascolto). Un servizio nuovo (con una sezione dedicata sul sito della Diocesi), che nasce per rispondere ad alcune esigenze e ha tre aree di riferimento: il cambiamento culturale, la denuncia e la prevenzione. Con Adele Ferrari, psicologa e responsabile del primo ascolto, abbiamo cercato di tratteggiarne le finalità.

Come e perché è nato questo servizio?

Il servizio nasce da una proposta che il nostro Papa sta portando avanti negli ultimi anni, che si è concretizzata con un Servizio tutela minori nazionale da cui sono nati i Servizi regionali e infine diocesani. Il primo compito è la formazione dei laici impegnati nelle parrocchie e nei servizi educativi, ma anche dei parroci e dei sacerdoti e di tutti coloro impegnati negli oratori. C’è poi il tema della prevenzione, che si sta sviluppando a livello nazionale con la pubblicazione di vari scritti e vademecum che nei prossimi mesi saranno divulgati anche a livello diocesano. L’area dell’ascolto prevede compiti di accoglienza e riflessione con la collaborazione di altri professionisti, è sempre molto complesso accogliere la sofferenza di persone che possono aver vissuto situazioni difficili in diversi ambiti parrocchiali. Il nostro impegno è quello di non lasciar perdere nessuna segnalazione, abbiamo un buon livello di competenza e cercheremo di affrontare il tutto con la massima responsabilità, approfondendo e proponendo opportune soluzioni d’intervento. Al primo posto c’è sempre il rispetto per le persone, saremo molto attenti a chi è stato vittima, per aiutarlo a recuperare un livello di vita equilibrato e armonico soprattutto nel caso di un minore.

Come pensate di muovervi?

Siamo ancora ai primi passi, contiamo di riuscire a coinvolgere le varie realtà della Diocesi per estendere innanzitutto le buone prassi, divulgate a livello nazionale e che contengono messaggi molto importanti. Uno di questi è l’attenzione al mondo dei social; dobbiamo educare ad un uso responsabile di questi mezzi, grazie anche all’aiuto e alla collaborazione delle famiglie.

Quali sono i rischi maggiori che corrono le famiglie?

Spesso le famiglie non sono a conoscenza delle attività dei figli sui social. Anche solamente una foto diffusa in un’atmosfera goliardica può generare situazioni molto complicate. Questo aspetto non va trascurato, ma è quello che, come educatori di una comunità cristiana, dobbiamo maggiormente monitorare.

Il Servizio Tutela Minori nasce per alzare il livello d’attenzione, da questo punto di vista ha la percezione che anche le nostre comunità abbiano sottovalutato alcuni atteggiamenti?

Probabilmente il tema della sessualità è stato tenuto scarsamente in considerazione nei percorsi con adolescenti e preadolescenti. Bisogna recuperare un’educazione all’amore dove la sessualità è un compito, ma anche un dono e come tale può essere vissuto correttamente nella relazione con le persone. Tutto ciò è stato un po’ lasciato in disparte e non è stato coltivato da altre realtà educative, dobbiamo quindi sforzarci di essere presenti anche in questo ambito.