Tre carte d’identità

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Caro lettore, alla fine della messa di suffragio di Giuseppe Gadaldi, un vecchio amico di sessant’anni fa, si è avvicinato e mi ha detto: “Mandrake (è il soprannome che don Giulio mi aveva affibbiato da ragazzo), tu in chiesa hai detto che i coniugi Gadaldi avevano fede e pregavano, a cosa è servito? Lui comunque è morto!” Aveva fretta e non gli risposi. Cercherò di farlo ora. In realtà, in chiesa, la testimonianza sui coniugi Gadaldi era stata più estesa.

Tre erano le cose che mi avevano colpito della loro vita: il dolore, la gioia e la fede.

Il dolore lo potevamo comprendere tutti. Per quasi dieci anni Giuseppe era stato bombardato da farmaci potenti, per debellare il brutto male che portava in corpo. La scienza medica usa metodi violenti per sconfiggere il male. I risultati non sono garantiti. Ti presentano un protocollo di guerra, se firmi partono all’attacco. Nel frattempo ti danno medicine di rinforzo, perché il tuo corpo possa reggere l’urto. Certi giorni ti senti in gamba, in altri vorresti mollare. Queste speranze e delusioni generano sofferenza e dolore.

La gioia non è un sentimento comune. Mentre la felicità può essere sperimentata da numerose persone, la gioia è rara. Essa viene generata dall’amore reciproco, o meglio, dalla coscienza dell’amore reciproco. Frequentando i Gadaldi “ho visto” la gioia dell’amore dato e ricevuto consapevolmente. Loro sapevano di vivere in questa grazia d’amore. Allora capitava che fossero felici e di godere anche nelle esperienze più semplici, come osservare un fiore, o il volo d’una farfalla, o andare in montagna al Gaver, per una passeggiata. Così è stato per il loro cinquantesimo di matrimonio, vissuto a Leno, andando a messa e poi in un brindisi con le bollicine, con qualche amico in una trattoria. So che nei lunghi anni della cura, la preghiera è stata un conforto per loro.

Non si è trattato di chiedere l’impossibile a Dio, anche se solo a Dio si può chiedere l’impossibile. Si è trattato di chiedere a Gesù Cristo la grazia di tirare avanti la propria carretta, giorno dopo giorno, con serenità e fiducia. Non è la stessa cosa vivere il dolore e la gioia con la fede nella provvidenza, o sentirsi in balia del caso e del nulla. E se c’è amore, anche il dolore, per un’alchimia dello spirito, può tramutarsi in gioia. Perché, insomma, la vita eterna non ce l’ha insegnata un ciarlatano alla fiera delle vanità, ma Uno, che ci ha messo la ghirba per offrirla alla nostra libertà.

Tanti anni fa, quand’ero ragazzo, eravamo divisi in “bande”. Io ero della banda delle Gambarelle; poi c’era quella della Rossoera. La più temuta era quella dei Piazzaroi, coi Tiraboschi. Uno della nostra banda era morto di appendicite. Aveva dodici anni, si chiamava Cecchino. In chiesa al funerale, don Giulio è saltato in piedi sul banco e ci ha chiesto: “Perché Gesù è salito in cielo?” Chiusi nella nostra ignoranza e nel dolore, nessun ragazzo alzò la mano. Riprese: “Gesù è andato lassù per prepararci un posto!” Smisi di piangere: “Cechi era con Gesù!” Ora noi, qui in Chiesa, abbiamo presentato al Padre Eterno tre carte di identità di Giuseppe: quella del Dolore, della Gioia, della Fede, credo che Cristo avrà preparato, lassù, anche per Giuseppe, non c’è dubbio, se l’è meritato.

Adriano Mandrake 

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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