Toglietemi tutto, ma non…

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È evidente che la tecnologia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, rendendo fruibili a ciascuno di noi accessori che oggi costituiscono delle comodità a cui è difficile rinunciare. Ad esempio, quanto ci facilita la vita avere uno smartphone che ci permette di telefonare, inviare messaggi ed e-mail, nonché navigare in internet, ascoltare musica e giocare ogniqualvolta lo vogliamo! La comunicazione è oggi più immediata che mai, ci fa guadagnare tempo, accorcia le distanze, ci permette di condividere istantaneamente con parenti ed amici attraverso i social  aspetti della nostra vita (fotografie, video, pensieri…) che riteniamo degni di nota.

Tutto questo è innegabilmente fantastico, ma non dobbiamo tralasciare un’importante considerazione: il mondo vero è un’altra cosa.

Il mondo vero è quello fatto di espressioni del volto, di gesti, di toni e timbri diversi della voce; è quello fatto di sorrisi, di strette di mano, di pacche sulla spalla, di abbracci, ma anche di lacrime e di silenzi. Il mondo vero è fatto di paesaggi che si ammirano, magari fuori da un finestrino durante un viaggio; di discorsi appassionati fatti in famiglia o tra amici; insomma, il mondo vero è fatto di percezioni e sensazioni concrete che nessuno smartphone può farci sperimentare. E proviamo a pensare a quanto tutto ciò stimoli le nostre emozioni, e quindi la nostra mente e i nostri comportamenti! Quanto ci arricchiamo personalmente quando ci troviamo di fronte a famose opere d’arte o alla complessità armoniosa della natura, o ancora quando impariamo a suonare uno strumento musicale o confrontiamo le nostre opinioni con quelle di altre persone in un dialogo faccia a faccia!

L’arte, la musica, la lettura, lo sport, le relazioni interpersonali ci aprono ad una conoscenza dei sentimenti che è condizione per “sentirsi” come persone, caratterizzate dalla propria individualità e soggettività.

Eppure ho visto ragazzi che hanno trascorso ore di viaggio in pullman prevalentemente su chat o giochi tramite i loro smartphone; ho visto ragazzi consumare la cena e il pranzo tenendo continuamente d’occhio chat o giochi sugli smartphone; ho visto ragazzi trascorrere le ore di tempo libero prima di andare a dormire di fronte ai loro smartphone.

A questo punto sono due le principali domande che vorrei porre: questi ragazzi, che sono i nostri ragazzi, hanno più contatto con il mondo vero o con un mondo virtuale? E ancora: noi, che siamo i loro genitori/educatori/catechisti, in quale tipo di mondo vogliamo che i nostri ragazzi crescano e acquisiscano dimestichezza e abilità?

Ora è grande il rischio di cadere in scontate e soggettive considerazioni derivanti da nostalgici ricordi di un’era pretecnologica (quando il tempo libero, invece di essere speso in magnifici mondi virtuali, si trascorreva saltando sulle balle di fieno, giocando ad “elastico” o costruendo casottini di legno in riva ad un fosso). Per condurre una riflessione il più oggettiva possibile e scongiurare tale banalizzazione, propongo un punto di vista di natura oserei dire scientifica (dato che parte dai presupposti dell’inevitabilità del cambiamento evolutivo teorizzata da Darwin) circoscrivendolo all’ambito della comunicazione: chiediamoci se può esserci un vantaggio evolutivo  per noi esseri umani nel trasformare le nostre abitudini comunicative in una direzione quasi esclusivamente virtuale; in altre parole, la domanda è: quali vantaggi e quali perdite può avere per noi questa trasformazione dei nostri comportamenti comunicativi?

Un fenomeno, per essere valutato al meglio, deve essere sempre considerato in relazione al contesto in cui avviene. Se parliamo di comunicazione virtuale in ambito professionale/organizzativo, potremmo trovare quasi esclusivamente vantaggi: per una persona che per necessità organizzative deve comunicare con uno o più individui, anche a lunghe distanze, la comunicazione virtuale (attraverso chat, video conferenze o e-mail) assicura la completezza del messaggio necessaria e ristrettissimi tempi di emittenza: in brevissimo tempo (se non in tempo reale) un messaggio verbale o scritto, magari arricchito di immagini e/o video, può arrivare anche a più persone nei posti più disparati del pianeta. Se parliamo di comunicazione virtuale nell’ambito della vita privata però la faccenda cambia. L’obiettivo infatti non è più dettato da necessità orientate a svolgere un compito; l’obiettivo è instaurare relazioni, anche significative, con le altre persone, entrare in sintonia con esse, co-costruire (costruire insieme) dei significati e arricchirsi personalmente (sia in senso strettamente culturale, sia in senso di capacità di socializzazione). Per raggiungere questo obiettivo, che definirei un bisogno insito geneticamente nell’essere umano in quanto essere relazionale per eccellenza, è chiaro che non basta una comunicazione mediata da uno schermo luminescente, per quanto essa sia dettagliata e completa. In questo caso sono necessari tutti quegli aspetti essenziali che sono propri solo di una comunicazione diretta, concreta e reale. Del resto non è difficile capire quanto sia importante la cosiddetta comunicazione non-verbale per comprenderci a vicenda, e questo è provato dal fatto che l’importanza degli aspetti non verbali della comunicazione (gesti, tono di voce, espressioni del viso, ecc.) è tale che, se vi è incongruenza tra elementi non verbali e verbali, solitamente si deve dare più credito alla comunicazione non verbale. In poche parole, la frase “va tutto bene” pronunciata con tono squillante o con tono sommesso ci comunica due diversi messaggi: nel secondo caso, il tono di voce tradisce la volontà dell’interlocutore di farci credere che vada tutto bene quando in realtà non è così.

Per tornare alla considerazione dei vantaggi evolutivi, nell’ambito della vita privata noi esseri umani abbiamo solo da perdere se trasformiamo sempre più esclusivamente i nostri comportamenti comunicativi in senso virtuale.

Ecco che possiamo ora metterci di fronte alla questione in modo più ragionevole e oggettivo. Interroghiamoci e troviamo una risposta chiara e decisa, a cui segua una univoca e responsabile  condotta educativa, perché dipende da noi adulti il fatto che i nostri bambini/ragazzi dicano: “Toglietemi tutto, ma non il contatto con la realtà”, oppure: “Toglietemi tutto, ma non il mio smartphone”.

  • Un tempo per tutto, un tempo per niente

Se osserviamo la natura, possiamo constatare facilmente che tutto ha un suo corso, scandito da diversi momenti ordinati e regolari: c’è il tempo per il buio e il tempo per la luce, c’è il tempo per l’inverno e il tempo per l’estate, e così via. La natura, in definitiva, è un complesso sistema di molteplici parti, ciascuna delle quali occupa straordinariamente il suo posto. Non a caso il cosmo prende il nome da una parola greca che significa “ordine”, in opposizione al caos – disordine.

Queste considerazioni ci portano dritti all’importanza per noi esseri umani, che partecipiamo della natura, del principio della vita nell’ordine. Popolarmente tale concetto viene tradotto con il proverbio “ogni cosa a suo tempo”, ma affonda le sue radici nella Bibbia. Nel libro del Qoèlet infatti leggiamo: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3, 1). Questo principio si basa perciò sul fatto che ogni cosa ha un suo tempo e la capacità di porre ordine è strettamente correlata con l’intelligenza di conoscere le cose e capire quale ordine abbiano. L’importanza di una vita nell’ordine ci è ben spiegata dalle seguenti considerazioni di Leclercq: “Il problema dell’ordine è il problema fondamentale della vita.[…] Nell’uomo tutto è sottoposto alle esigenze dell’ordine perché tutto in lui è molteplicità.[…] A ciascuno di noi è affidata l’opera della sua vita. L’ordine in casa nostra dipende da noi.”.

Un ulteriore aspetto a prova del fatto che per noi è importante ordinare le cose per operare al meglio è dato dalle proprietà della nostra attenzione. È provato infatti che la nostra mente sia selettiva, ovvero, per essere efficiente, selezioni di volta in volta aspetti della realtà che più ci sono utili per svolgere i determinati compiti che ci spettano, escludendo  quelli inutili. Un esempio per capirci meglio: nella mia esperienza da studente è capitato che, svolgendo un esame, verso l’ora della consegna del compito, non mi rendessi conto dei miei compagni che, avendo finito prima di me, svuotavano l’aula, né del temporale che era scoppiato fuori. Questo perché, scarseggiando il tempo, la mia attenzione si era concentrata sul compito d’esame, escludendo selettivamente tutti gli stimoli inutili.

Sta dunque di fatto che, se la nostra mente dovesse essere allo stesso modo consapevole nello stesso momento di qualsiasi tipo di stimolo che la circonda, andremmo in una specie di corto circuito. Ecco che ordinare la nostra vita asseconda questa modalità di funzionamento del cervello e ci porta a dare il meglio in ciò che facciamo.

Per mettere ordine nella vita, è necessario innanzitutto stabilire delle priorità in base al peso che i vari aspetti della nostra vita hanno per noi, non solo in un’ottica strettamente presente e personale, ma anche con lungimiranza sulle conseguenze future e interpersonali; inoltre bisogna definire degli argini entro i quali dobbiamo contenerci.

Riusciamo ancora a trasmettere questo ai nostri ragazzi in quanto genitori/educatori/catechisti?

Io confesso di fare alquanto fatica. Talvolta ho l’impressione che ci sia una tendenza ad agire come se fosse sempre tempo per poter fare qualsiasi cosa. È un po’ come se consumassimo un pasto mangiando contemporaneamente un boccone di un primo, di un secondo e di un dolce: non ci godremmo nessuna delle tre portate, con la probabile conseguenza anche di un bel mal di stomaco. E così, il nostro tempo per tutto si rivela un tempo per niente.

Sono rimasto colpito da un aspetto che a prima vista può sembrare insignificante, ma che dà la possibilità di fare alcune considerazioni importanti: mi riferisco al fatto che i nostri ragazzi sentano la necessità di assumere cibo in qualsiasi momento della giornata. Mi son chiesto: possibile che dopo poco tempo dalla partenza, trascorse un paio d’ore dal pranzo, avessero già fame? Possibile che dopo mezz’ora dalla colazione, durante la visita guidata in traghetto, avessero bisogno di ingurgitare patatine? Possibile che, dopo un abbondante pranzo al ristorante, avessero ancora l’irresistibile bisogno di mangiare? Io non credo. Credo però che questa tendenza sia un segnale forte del fatto che i nostri ragazzi abbiano un grande bisogno di imparare ad autoregolarsi. E questo loro bisogno l’ho visto riflesso anche in altre occasioni che richiedevano di tollerare un minimo di fatica, come durante l’attesa di pochi minuti prima di entrare nel ristorante, o di mantenere trenta secondi di attenzione durante le consegne per effettuare gli spostamenti. Questo ci porta a realizzare che i nostri ragazzi fanno molta fatica a capire che “c’è un tempo per…” e non sanno organizzarsi di conseguenza.

Credo che nessuno tra noi genitori/educatori/catechisti voglia disabituare i nostri ragazzi a far tesoro del tempo che hanno a disposizione e ad utilizzare la loro intelligenza per capire quale posto spetta a ciascuna cosa che fanno!

Sono certo che uno degli insegnamenti più belli che possiamo trasmettere ai nostri ragazzi sia quello di acquisire gli strumenti per essere liberi; ma che cosa vuol dire “essere liberi”? Non credo che la definizione si declini nell’ avere ciò che si vuole quando si vuole, nella tendenza a far sì che “tutto ruoti attorno a sé”, nel vivere credendo che sia sempre il momento per qualsiasi cosa. Sono profondamente convinto che educare alla libertà significhi educare alla capacità di capire e quindi poter  scegliere in autonomia e responsabilmente quale progetto seguire nell’opera della propria vita, insegnando quanto sia prezioso il tempo e quindi quanto sia importante attribuire a ciascun aspetto della vita il tempo adeguato. In ultima istanza, essere liberi significa saper gestire il tempo della propria vita, saper autodisciplinarsi.

Insegniamo ai nostri ragazzi che in una giornata può esserci sia un tempo per divertirsi e giocare, sia per studiare, sia per mangiare, sia per riposare; che può esserci sia un tempo per riflettere e pregare, sia per svagarsi; che può esserci sia un tempo per stare da soli, sia per stare in compagnia; che può esserci sia un tempo per scherzare ed essere superficiali, sia per essere seri e profondi.

Il mettere ordine, ossia l’assegnare il giusto tempo per ciascun aspetto della nostra vita, non è esclusivo, ovvero non è che comprenda qualcosa escludendo qualcos’altro. È bensì additivo, e il suo risultato, al contrario dell’agire come se fosse sempre tempo per tutto, è più della somma delle sue parti. Mi spiego meglio: il non attribuire seriamente un tempo per ciascuna delle nostre attività ci porta a fare tutto senza ottenere granché; invece, mettere ordine nella nostra vita fa sì che riusciamo a fare tutto e in più a dare per ciascuna cosa il meglio; alla fine saremo soddisfatti di noi stessi e staremo meglio anche in rapporto con gli altri. In definitiva, nel primo caso lavoriamo solo considerando la quantità, nel secondo caso ci guadagniamo anche la qualità.

Insegniamo dunque ai nostri ragazzi a godersi qualsiasi cosa facciano, che sia il condividere un pasto, il giocare, lo studiare, il visitare un luogo, l’ascoltare qualcuno o il raccontarsi; che ogni cosa, per piccola che sia, è importante e non va dato nulla per scontato.

Insegniamo ai nostri ragazzi che, affinché ci sia un tempo per il divertimento e il soddisfacimento dei desideri, ci deve necessariamente essere un tempo per l’attesa, l’impegno e la sopportazione della fatica.

Insegniamo ai nostri ragazzi che la speranza e l’amore verso le persone e l’ambiente che ci circondano sono cose per cui è – e deve essere – sempre tempo.

 

  • Nonostante tutto, un pellegrinaggio

Il pellegrinaggio è un viaggio che un fedele intraprende per raggiungere una particolare meta, con l’obiettivo di incontrare Dio e pregare con l’intercessione di un Santo. Che cosa caratterizza il pellegrinaggio rispetto a un viaggio normale? Credo che la risposta si possa racchiudere sinteticamente in due parole: la fede e la speranza.

Finora le mie considerazioni hanno avuto un tono critico, ma ci tengo a precisare che sono ben consapevole dei molteplici aspetti positivi che caratterizzano i nostri ragazzi. La scelta del titolo per quest’ultima parte infatti è stata dettata dal fatto che, nonostante le precedenti evidenze, questo viaggio (inteso anche metaforicamente come percorso di icfr) si caratterizza proprio per fede e speranza. L’esito di queste considerazioni non può dunque essere di indifferenza e triste accettazione di come stanno le cose, ma deve dare come risultato una precisa volontà: “Dobbiamo fare qualcosa per migliorare!”.

Ho trovato ragazzi curiosi, con un’instancabile istinto a chiedere per conoscere sempre di più; ho trovato ragazzi vivaci, ossia pieni di vita, capaci di trasmettere entusiasmo e tenerezza; ho trovato ragazzi con una gran voglia di stare insieme e di raccontarsi, di fare gruppo, di intessere quelle relazioni significative tanto importanti per la loro crescita. Ho trovato molte potenzialità espresse però perlopiù attraverso modalità non adatte, e mi rattrista pensare che queste ultime possano oscurare tutti i bellissimi aspetti che ho appena elencato.

Ho dato più spazio ai fattori critici non perché li ritenessi prevalenti, ma per un semplice motivo: se vogliamo vivere in un’ottica di continuo miglioramento, è dagli errori che bisogna partire. Consci del fatto che i nostri ragazzi costituiscano un “terreno buono” (hanno ottime potenzialità), rilevare delle criticità (modalità non adatte) non fa altro che permettere a tutti noi genitori/educatori/catechisti insieme di “coltivare” al meglio, di unire le forze per cambiare (perché no?) quelle abitudini che probabilmente non ci stanno portando nella giusta direzione.

Sono fermo sostenitore dell’idea che rende più giustizia all’intelligenza il fatto di mettersi in discussione riconoscendo e riparando gli errori, piuttosto che il dare importanza solo agli aspetti positivi oscurando quelli negativi.

Sono altresì fermo sostenitore dell’idea che un buon lavoro educativo nei confronti dei nostri ragazzi non può avvenire a “compartimenti stagni”, per cui genitori e catechisti/educatori agiscono indipendentemente, ma è indispensabile la collaborazione. Da qui il mio invito: troviamo occasioni per il confronto, ricaviamo spazi per incontrarci, parlare, progettare insieme e partecipare alle tappe della crescita personale e spirituale dei nostri ragazzi! Facciamo in modo che questo diventi parte della nostra vita e non un impegno in più ad appesantire le nostre giornate.

L’impegno di ciascuno di noi sarà sicuramente amplificato se si va nella stessa direzione, se non ci sono remore nel mettersi ad un tavolo per discutere le varie opinioni, al fine di creare strategie educative efficienti (che funzionano bene) ed efficaci (che hanno buoni risultati) nel rispetto dei reciproci ruoli. Ricorro ad un’immagine esaustiva: siamo tutti sulla stessa barca, quindi è meglio remare nella stessa direzione!

A proposito di “essere sulla stessa barca”, dobbiamo riconoscere di avere una grande fortuna: siamo parte di una comunità cristiana! Questo ci assicura sostegno reciproco, vicinanza, senso di appartenenza, e soprattutto un obiettivo comune: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 13, 34). Questo è il nostro grande obiettivo comune, che deve diventare fondamento del nostro agire.

Ed è proprio in nome di questo grande obiettivo, in nome della voglia di prenderci cura dei nostri ragazzi, in nome del rispetto che c’è tra tutti noi genitori/educatori/catechisti e in nome delle ottime potenzialità dei ragazzi stessi che dobbiamo sentirci in obbligo di migliorare continuamente il nostro intervento educativo nei loro confronti e le nostre stesse condotte. Sembra difficile e forse lo è davvero. Sembra faticoso e credo che lo sia davvero. Ma non è assolutamente impossibile.

Dunque, ringraziandovi di cuore per aver letto fino in fondo queste mie riflessioni, pongo l’ultima domanda: che cosa stiamo aspettando?

Mattia Messena

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