Testimone di una fede autentica e umile

Il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana racconta, a poche ore dalla canonizzazione, il “suo” Paolo VI

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Il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, racconta in questa intervista, alla vigilia della canonizzazione il “suo” Papa. Quello del presidente dei Vescovi italiani è il racconto di una “familiarità” iniziata in un incontro degli inizi degli anni Settanta del secolo scorso e cresciuta grazie a un magistero che è stato un punto fermo nella sua formazione di sacerdote.

Eminenza, ha un ricordo, qualche incontro che la lega alla figura di Paolo VI?

Sì. Si tratta di un incontro con Paolo VI che, per altro, amo raccontare quando sono invitato a parlare di questa grande figura. Eravamo agli inizi degli anni Settanta e io accompagnavo un gruppo di 400 giovani toscani del Villaggio della gioventù di Pino Arpioni in udienza dal Papa. A quel tempo ero il Rettore del Seminario minore di Firenze. E alla guida di tutti quei giovani c’era Giorgio La Pira che conosceva molto bene Montini. Scaturì infatti una sorta di dibattito pubblico tra i due. A ripensarci oggi erano due giganti del cristianesimo italiano seppur con due ruoli nella Chiesa così diversi: un pontefice e un terziario francescano. Il Papa ad un certo punto si interrogò e disse: “Cosa diranno gli uomini del futuro della Chiesa dei nostri tempi?”. E poi rispose: “Mi augurerei che potessero dire che era una Chiesa che soffriva ma che con tutte le sue forze amava l’uomo”. In questa riflessione c’è la cifra umana e morale di Paolo VI. Un papa che si interroga pubblicamente, che si fa piccolo, che non nasconde le sofferenze del momento, ma che testimonia con semplicità il suo grande amore per l’umanità. Montini ha il grande merito storico di aver guidato la barca di Pietro nel mare mosso della modernità secolarizzata. E di aver tracciato sapientemente la rotta per il futuro.

Nella sua vita sacerdotale quale peso ha avuto Paolo VI?

È il Papa che ha caratterizzato i miei ultimi anni del seminario, la mia ordinazione sacerdotale e il primo incarico da Rettore del seminario minore. È dunque il Papa della mia formazione e della maturazione. Un punto fermo in quegli anni. Una figura esemplare. Nonostante le difficoltà della Chiesa del periodo, ero ben consapevole di quale tempra morale e culturale era fatto Montini. La sua è stata una testimonianza di fede autentica e umile: sempre più vicina al popolo di Dio e sempre più distante dalla Chiesa principesca del passato.

Cosa rappresenta oggi per la Chiesa italiana Paolo VI?

Secondo me rappresenta moltissimo per la Chiesa italiana. Se dovessi scegliere, indicherei almeno tre qualità che erano proprie di Paolo VI. Innanzitutto, la sobrietà. In questi tempi in cui si grida molto e si riflette poco, Montini ci richiama ad un atteggiamento diverso: essere sobri vuol dire anelare alla sapienza di Dio con coraggio, determinazione ma senza essere volgari e demagogici. In secondo luogo, la competenza. Paolo VI era una persona coltissima e raffinata. Dobbiamo riscoprire l’amore per la cultura, per la nostra storia e per la riflessione ponderata. Non dico certo che bisogna essere degli eruditi o dei topi da biblioteca. Al contrario, occorre saper discernere i segni dei tempi e capire il mondo in cui viviamo. Per fare questo serve competenza, studio e abnegazione: non si può ridurre il proprio pensiero ai post di Facebook. Infine, il coraggio. La Populorum progressio e l’Humanae vitae furono due documenti che vennero criticati da due mondi culturali opposti. Invece vanno letti assieme e non uno contro l’altro perché rappresentano due angoli visuali diversi per affrontare la modernità opulenta e la società secolarizzata. Montini ci esorta dunque a essere coraggiosi. Il coraggio di saper andare controcorrente rispetto alla mentalità di questo mondo. E il coraggio di annunciare il Vangelo con gioia in ogni momento e in ogni luogo della nostra vita.

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ORANews

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