La voce degli angeli

Parte seconda – Le campane di Milzanello

Le campane scandiscono i tempi del lavoro e del riposo, della preghiera e della celebrazione. Segnano i momenti salienti della vita: la nascita, la morte, i sacramenti, l’impronta e la presenza di Dio fra gli uomini. In passato oltre che annunciare la gioia e la sofferenza, segnalavano un temporale, un incendio, una inondazione; riunivano la comunità davanti a un pericolo, chiamavano a raccolta, per proteggere il paese da una minaccia oltre che per celebrare insieme un lieto evento. Le campane sono state a lungo espressione della fede semplice e profondamente radicata di un popolo che si sentiva parte di una comunità. Se oggi abbiamo perso la consapevolezza della funzione e dell’importanza del suono delle campane, è perché è entrata in crisi la nostra coscienza di essere una comunità ed è entrata in crisi la fede del popolo di Dio.

Eppure, in tempi eccezionali e difficili come i nostri, in molti hanno riscoperto quanto sia confortante sentire suonare le campane. Sono il segno che una comunità c’è, che un messaggio c’è e c’è qualcuno ancora che ci chiama a qualcosa di più alto ed essenziale, che non solo va oltre la concreta materialità del nostro vivere quotidiano, ma che sa e può dare a questo concreto un senso, un valore, che lo riempie di dignità e sacralità: qualcosa che apre il nostro quotidiano all’eternità.  Le campane che da secoli vegliano su Milzanello hanno una storia antica.  Era stato s. Carlo Borromeo nel 1580 a far abbattere un oratorio campestre e usare il materiale per costruire il campanile attuale della chiesa, ma nella prima metà dell’Ottocento, il castello di legno e la struttura della torre furono ritenuti pericolosi. In Archivio si trova documentazione della consacrazione delle nuove quattro campane. I quattro bronzi furono consacrati il 6 novembre 1831 da monsignor Carlo Morsacchi Vescovo di Bergamo, che si trovava a Brescia per i funerali del Vescovo mons. Nava. Alle 18.00, Monsignor Morsacchi si recò alla fonderia “Innocenzo Maggi” che sorgeva lungo il bastione di Brescia, accanto alla Madonna delle Grazie. Officiò la cerimonia assistito dal Canonico del Duomo, mons. Pinzoni e dal parroco don Vincenzo Albertini. Fu padrino il ragioniere Giuseppe Serazzi, agente della Contessa Uggeri Luzzago, alla presenza di altre persone di Milzanello. Le campane che poi furono collocate sulla torre erano dedicate ai santi legati al paese. Alle precedenti, fu poi aggiunta nel 1971 una nuova campana, dedicata ai Caduti di tutte le guerre e recante il nome di san Sebastiano (soldato romano martire per la fede) proveniente dalla fonderia Filippi di Chiari.

La chiesa parrocchiale di Milzanello, da allora, conta cinque campane: la prima dedicata a S. Michele, titolare della chiesa, la seconda a S. Urbano martire, suo patrono, la terza a s. Luigi, la quarta dei Caduti dedicata a s. Sebastiano e la quinta a san Filippo. Solo per una breve pausa furono rimosse nel 1941 a fini bellici, ma furono salvate e tornarono al loro posto alla fine della guerra. I fonditori nel Medioevo erano sia monaci che laici, ma percepivano il proprio compito come un’azione sacra. Nelle fonderie più antiche, dove si rispettano le tradizionali tecniche di fonderia, ancora oggi, ogni passaggio è scandito da gesti di fede. Nel momento della colatura e della liberazione della campana, i fonditori pregano, recitano antiche preghiere. Leggere oggi questi documenti ci riporta a cosa sono state le campane per i Cristiani lungo i secoli.

Chiara Ravagni

La voce degli angeli

Parte prima – Storia delle campane in generale

Le campane, dai campanili, vegliano e custodiscono dall’alto le nostre comunità. La loro voce è considerata la voce degli angeli, perché, come loro, sono messaggeri di Dio: portano agli uomini la Sua Parola e richiamano alla preghiera. E come la Parola di Dio è annunciata a tutti, ma non tutti la accolgono, così la campana tutti la sentono, ma non tutti la ascoltano davvero.

Un tempo era certo che tutto fosse intriso di Provvidenza divina e si scorgevano con facilità le impronte di Dio, anche nella voce delle campane. Ogni aspetto della vita, anche radicato nella carne e nel sangue dell’uomo, aveva una impronta ultraterrena, poiché tutto era ricondotto a Dio nella prospettiva della salvezza eterna. Le campane suonavano per scandire il tempo liturgico, ma anche quello civile; scandivano la festa, come la giornata feriale. Oggi è cambiato il nostro modo di vedere la realtà e corriamo il rischio di non comprendere più il valore che hanno le campane. In senso generico, la campana risale a tempi antichissimi, ma era diversa da quella che conosciamo.

Le più antiche, di qualche millennio prima di Cristo, erano in ferro battuto e percosse dall’esterno. La vera e propria campana nasce nel Medioevo, nel V secolo, quando il Vescovo di Nola, Paolino, usa nella liturgia i “vasi della Campania” con un batacchio (o battaglio) interno. Negli stessi anni le campane vengono usate nel culto in Irlanda e poi diffuse in tutta Europa dai monaci evangelizzatori irlandesi come Colombano e Gallo. Non sono ancora forgiate per fusione, ma con lamiere di rame battuto, usate come strumento prezioso di evangelizzazione. Le campane non sono solo uno strumento per richiamare e avvertire, sono anche un segno carico di significati: il Vescovo di Mende, Durandus, nel 1286, spiega che in esse ogni elemento ha una funzione pratica e una simbolica, come tutto nella Chiesa, dove ogni cosa è sapiente insegnamento.

La campana è simbolo del Predicatore e la durezza del metallo rappresenta la sua forza d’animo. Il batacchio di ferro che colpisce l’una e l’altra faccia della campana è la lingua del predicatore che fa risuonare l’Antico e il Nuovo Testamento. Il colpo della campana è il predicatore che vince i propri vizi prima di riprendere gli altri: un richiamo alla coerenza del sacerdote che deve vivere ciò che predica. La catena che unisce il batacchio alla campana è la meditazione e il gancio che stringe il batacchio è la moderazione della lingua. Il legno dell’armatura che sorregge la campana è il legno della croce di Cristo; il ferro che unisce la campana al legno è la carità del predicatore e i morsetti che uniscono i legni dell’armatura sono i Profeti.

Nell’era Cristiana, ci si muove in un mondo in cui la dimensione sacra è impastata alla realtà vissuta, quindi anche le campane, come messaggere della voce di Dio, hanno anche un ruolo di protezione e liberazione dal male, dalla peste, dalla carestia, dalla guerra, dai temporali, dagli spiriti maligni e vengono consacrate dal Vescovo per questo. Noi oggi usiamo la parola “campana”, ma nel Medioevo erano almeno dieci i nomi che la indicavano, a seconda della dimensione e della funzione che aveva (ne parla anche san Benedetto nella Regola). Il Vescovo G. Durandus (vescovo di Mende nel XIII secolo) le enumera per grandezza: la SQUILLA, piccola, usata durante il pasto dai monaci, il CYMBALUM usata nel chiostro per richiamare i monaci, la NOLA nel coro, la NOLULA doppia nell’Orologio: una per l’ora e l’altra per la mezza; poi la CAMPANA che è nel campanile, a scopo civile e il SIGNUM che è nella torre, a scopo religioso.

Le campane richiamano alla preghiera e scandiscono il tempo liturgico e il tempo dell’uomo, per aprire il nostro tempo all’eternità. Sono simbolo di unità, armonizzate fra loro, come deve esserlo il popolo di Dio in comunione con Cristo. La campana segna il ritmo della vita della Chiesa e marca la presenza della sacralità della vita di fede dentro alla vita quotidiana, anche civile. Non è un oggetto come gli altri: viene benedetta e consacrata perché come per ogni cosa messa a servizio di Dio, è necessario che sia custodita solo per Lui. Questo oggetto, così presente nei nostri paesi e nelle nostre città, da essere diventato scontato, ha sempre avuto delle funzioni essenziali: è segnale, è chiamata dei fedeli alla liturgia, è ricordo del tempo della preghiera, allarme in caso di pericolo, segna le tappe della vita e scongiura le calamità che minacciano la comunità. Nel prossimo numero vedremo la storia delle campane di Milzanello, rinate nei primi mesi del 2020 grazie alla generosità di alcune famiglie del paese.

Chiara Ravagni

Voci di passione | Pane d’amore

Proposta per la Quaresima 2020 a cura di Acec Brescia

A seguito della cancellazione totale di tutte le iniziative Quaresimali, fatto salvo per ciò che può essere trasmesso in streaming, abbiamo pensato ad una proposta che possa alleviare il silenzio nel quale siamo obbligati a permanere fino alla fine di questa epidemia.

Un progetto che valorizza la meditazione personale perché si possa offrire alla comunità un luogo dove ascoltare e meditare di fronte all’Eucarestia.

In questo articolo: Pane d’amore.

Interpretazione di Luciano Bertoli. Il testo è ripreso da “Orazione per le Sante Quarantore”, (Milano, 1731), ci aiuta a comprendere il dono dell’eucaristia: “Entra Gesù nel mio cuore, entra e fallo tuo, perché sappia contemplare il tuo sacro corpo, mio cibo, mio pegno di gloria; entra nel mio cuore perché io sappia rammemorare e piangere dinnanzi alla divina eucaristia, il memoriale d’amore, ossia quella dolorosa passione, crudele morte, con cui ci hai redenti”.

La voce di un testimone

Quaresima missionaria

In occasione della Quaresima, che da sempre è caratterizzata anche da uno spirito missionario, mediante un’intervista, abbiamo voluto dare la parola ad un testimone della nostra parrocchia che, in forma molto semplice, ha fatto un’esperienza missionaria significativa: Battista Tosini.

Che cosa ti ha spinto a partire?

Io avevo uno zio missionario in Togo. Si chiamava Fra Onorio Tosini ed era di Inzino in Valle Trompia. Spesso mi faceva vedere le foto della sua missione, con tantissimi bambini. Più volte mi ha invitato ad andare con lui, ma io ho sempre detto di no. Eppure quelle foto e quei racconti senza saperlo sono penetrati in me. Aspettavano soltanto l’occasione per produrre il loro frutto. Questo venne, dopo l’esperienza a Monstar, durante la guerra bosniaca. Di fronte a tanti segni di odio e di morte, decisi di fare qualcosa per dare il mio contributo a rendere il mondo più umano e fraterno. E così sono partito per l’Africa.

Dove sei stato?

La prima esperienza “missionaria” l’ho fatta in Angola in collegamento con i Piamartini. Abbiamo costruito una scuola per cinquemila bambini. Una cosa impressionante. Sono ritornato stanchissimo e sfinito per il superlavoro e mi sono detto: “Basta!”. Ma dentro di me c’era un richiamo fortissimo: mi mancavano quei bambini, che mi guardavano con occhi imploranti e pieni di gratitudine. Mi mancavano soprattutto quelle Messe della domenica, che non finivano più; ma erano belle, meravigliose. Una vera festa di tutti davanti a Dio, il Padre di tutti, buono e misericordioso. E così sono ritornato in Africa, ad intervalli, per 22 anni. Sono stato in Tanzania, Burkina Faso, Mali, Congo, Zambia, sempre in accordo con i vescovi del luogo o con delle Congregazioni religiose. Sono stato anche in Romania e Albania, dove c’era il nostro compaesano don Roberto Ferranti.

Che cosa facevi?

Pur essendo io infermiere, in Africa ho esercitato soprattutto la mia professione di piastrellista. Ovunque arrivavamo, costruivamo soprattutto scuole e ospedali. Non vi dico quanti pavimenti ho dovuto piastrellare con l’aiuto di tanti giovani africani, a cui ho lasciato poi i miei strumenti di lavoro perché potessero continuare il mestiere che ho loro insegnato. Mi ricordo ancora un gesto che mi ha commosso terribilmente:
Il vescovo Zerbo, oggi cardinale e responsabile della Conferenza episcopale del Mali, un giorno si è inginocchiato davanti a me. Io stupito gli ho chiesto cosa stesse facendo, cosa gli saltava in mente. E lui mi ha risposto: “Tu stai ore e ore in ginocchio a piastrellare per noi. Lascia che almeno una volta io possa mettermi in ginocchio per te e dirti grazie”.
Alla sera, dopo il lavoro, andavo a giocare con i bambini e mi divertivo con loro. Ho incontrato tantissimi bambini; parecchi ammalati, denutriti. Ho visto bambini che, per fame, mangiavano topi e uccelli con le loro penne.

Che valutazione dai della tua esperienza?

Ho ricevuto molto; più di quanto io posso aver dato. Ho imparato a non lamentarmi. Loro hanno poco o niente, ma non si lamentano mai. Qualcuno mangia ogni due o tre giorni. Ma sono contenti ugualmente e condividono quel poco che hanno. Quando vedo un rubinetto d’acqua inutilmente aperto, mi arrabbio e penso a cosa vuol dire l’acqua potabile per tanta gente che non riesce ad averla. Mi hanno insegnato a dialogare, a perdere tempo parlando e ascoltando, senza aver fretta. Mi hanno anche insegnato a pregare con gioiosa calma fraterna; così come mi hanno aiutato a credere di più nella Provvidenza di Dio. Purtroppo quando si ritorna, non sempre si riesce a resistere al fascino della nostra società frettolosa e consumistica. Ma è un vero peccato.

Hai qualcosa da dire ai nostri giovani?

Mi piacerebbe che qualcuno facesse qualche esperienza analoga a quella che ho fatto io. Ho provato a sollecitare alcuni giovani; finora non ho trovato risposta. Ma la speranza è l’ultima a morire!

La voce del mare

Corpo musicale lenese “Vincenzo Capirola”

Il mare – vide il barone sui disegni dei geografi – era lontano. Ma soprattutto – vide nei suoi sogni – era terribile, esageratamente bello, terribilmente forte – disumano e nemico – meraviglioso. E poi era colori diversi, odori mai sentiti, suoni sconosciuti – era l’altro mondo!
(Oceano Mare – Alessandro Baricco)

Il mare… quante parole, quanti versi e storie sono state scritte sul mare.

Nel corso dei secoli il mare è stato teatro di diverse vicissitudini; un mare le cui acque hanno a volte collegato e a volte separato le tante e diverse culture che vi si sono affacciate. Culture diverse che hanno dato vita ad una civiltà che non sarebbe nata e sviluppata senza quegli scambi che gli incontri di popoli diversi hanno reso possibili. Un mare che viene caricato di significati e vissuti diversi a seconda del luogo geografico in cui si nasce, della fase di vita o delle stagioni… Da sempre, l’uomo ha visto nel mare quella entità che fa sperimentare la dimensione del proprio limite, di fronte al quale ci si sente immensamente piccoli e di cui fatichiamo a percepirne la grandezza. Ma è proprio questo limite che ci fa sperimentare la dimensione del Desiderio.

Quante storie potrebbe raccontare il mare. Storie di viaggiatori, di conquistatori, o semplicemente di persone che hanno visto la possibilità di ricostruirsi una vita diversa. E allora intraprendono il Grande Viaggio, affidandosi a questo mare che rappresenta per loro il Futuro e che custodisce il loro Passato.

Avete mai prestato attenzione ad un bambino che vede per la prima volta il mare? Provateci…e guardate cosa possono raccontare i suoi occhi.

Quest’anno abbiamo deciso di dedicare il programma dei concerti di S.Lucia e di Natale al tema del mare. Tutti i nostri musicisti, dai bambini dei gruppi di musica di insieme e che hanno iniziato da poco a suonare, all’adulto della banda maggiore, passando per i ragazzi della banda giovanile “Luca Colosio”, in questi mesi stanno assaporando e si stanno avvicinando a questo “mare”. Durante i concerti ci sarà la possibilità di ascoltare dei brani che permetteranno, a bambini e adulti musicisti, di  provare a descrivervi gli occhi di quel bambino, raccontarvi storie di persone e conquistatori, sperimentare l’emozione del limite e del desiderio.

Tutto questo lo vorremmo fare insieme a voi; vi aspettiamo quindi ai nostri prossimi appuntamenti:

  • Domenica 10 Dicembre 2017 ore 16.00 – Concerto di S. Lucia presso il teatro Comunale sito in via Dante Alighieri, 3 Leno
    Il concerto vedrà l’esibizione dei gruppi di musica di insieme diretti dal M° Enrico Corsi e della banda giovanile “Luca Colosio” diretta dal M° Stefano Giacomelli
  • Sabato 16 Dicembre ore 20.45 – Concerto di Natale della banda maggiore del Corpo Musicale “Vincenzo Capirola” presso la palestra delle scuole medie di Leno

Vi aspettiamo numerosi, non mancate!

Il canto, voce del cuore

Riprendono le varie attività parrocchiali. Anche il coro “S. Benedetto” riprende la propria attività per abbellire col canto le solennità liturgiche e per aiutare le assemblee liturgiche a cantare.

Dal Concilio Vaticano II: “Il canto sacro, unito alle parole, è parte integrante della liturgia solenne. Il fine della musica sacra è la gloria di Dio e la santificazione delle anime. Dev’essere però vera arte. La qualità artistica riguarda la musica, il testo, l’esecuzione del canto, o del brano melodico. Nella modulazione musicale si può esprimere la fede, la speranza, la gioia, il dolore, il pentimento, la gratitudine, la lode a Dio che pervade il cuore dei fedeli”.

Chi è capace di cantare deve sempre prendere parte al canto. E se qualcuno volesse far parte del coro “San Benedetto” sarà certamente il benvenuto  o la benvenuta ed una gioia per tutto il coro.

Per informazioni rivolgersi allo 030/906419

Messa concertata per le Feste Patronali

La voce del pastore

Carissimi,

cosa significa fare la Pasqua? A questa domanda molti cristiani rispondono: è confessarsi e comunicarsi durante il tempo pasquale, che si chiude nella domenica della SS. Trinità. È vero, ma ciò che importa di più, è lo spirito col quale ci si confessa e ci si comunica. Fare la Pasqua non è solo adempiere un obbligo grave, un mettersi in regola con la legge della Chiesa e poi credere che tutto sia finito.

Fare la Pasqua è unirsi interiormente alla risurrezione di Cristo, che è vittoria definitiva, totale, non vittoria d’uomo, ma vittoria di Dio, vittoria della vita sulla morte. La Pasqua cristiana è ogni anno la risurrezione dei cristiani; grazie ai Sacramenti essi passano ad una vita nuova, la vita di Cristo Risuscitato. Poiché Cristo risuscita nelle anime, ogni cristiano riceve nuove energie per vincere il peccato e l’egoismo, per una nuova corsa ed un nuovo balzo in avanti nella imitazione di Cristo, per sottomettere a Lui i propri istinti, tutti i nostri giorni, la vita intera, per dedicarci infine al prossimo ed amarlo come Cristo ci ha amato. Completiamo dunque in noi la vittoria di Cristo. Risuscitati con Lui, non torniamo a morire, né permettiamo che nuovamente ci stringano le pesanti catene della colpa, come abbiamo promesso nelle S. Missioni.

Completiamo la vittoria di Cristo, che è la vittoria dell’amore sull’odio e sull’egoismo. Portiamo dovunque il messaggio del Risuscitato divino, il suo, desiderio di creare un mondo nuovo pacificato ed unito in Lui. Tutti cooperiamo ad edificare la “Città dell’Amore”, ad immagine della vita d’amore che esiste tra le tre Persone divine, come insegna e richiama con paterna bontà l’augusto Vicario di Cristo, Papa Giovanni XXIII, che tutti cerca di pacificare ed affratellare nella luce del grande Concilio ecumenico.

Per questo la Pasqua diventa la domenica nella quale risuscita l’amore, la domenica della riconciliazione, della concordia, della pace, perché Cristo ci ha riconciliati con il Padre suo. Nella Pasqua, deve cessare ogni divisione e rancore: tutti i cuori devono battere con lo stesso ritmo, nell’amore reciproco.
Che in ogni famiglia, i cristiani risuscitati, possano sedere alla domestica mensa, con l’animo in pace, il cuore nella gioia, dividendo con tutti l’allegrezza pasquale.

Buona Pasqua!

Mons. Arciprete