Il futuro del seminario minore

Il Consiglio presbiterale e il consiglio pastorale si sono interrogati sull’accompagnamento vocazionale, in particolare sul Seminario minore

Nelle scorse settimane il Consiglio presbiterale prima e il Consiglio pastorale hanno continuato a confrontarsi sull’accompagnamento vocazionale dei ragazzi e delle ragazze, in particolare con un focus sul Seminario minore. La fotografia del contesto in cui viviamo è abbastanza chiara: manca, infatti, la condivisione di un vissuto cristiano. Gli stessi genitori non credono più in una proposta vocazionale di speciale consacrazione. Si sente sempre di più la necessità di un cristianesimo che sappia essere attrattivo nella linea descritta da Evangelii Gaudium. Per andare in questa direzione, diventa fondamentale l’incontro con figure credibili, con testimoni autorevoli. La stessa catechesi deve essere “aperta”, cioè deve portare i ragazzi a visitare e vivere la comunità. Il Seminario minore (va pensato un nuovo nome), così si è espresso il Consiglio pastorale, è molto importante e va mantenuto vivo anche perché il percorso delle comunità territoriali non è sufficiente. Bisogna, però, ripensare all’impostazione, cercando di non guardare più ai giovani che lo vivono come a dei piccoli preti, ma bensì come a ragazzi che camminano per capire come vivere la loro vita. Bisogna pensare anche a un seminario “aperto”, che non isoli i ragazzi ma che possa far vivere loro la comunità.

La riflessione in Seminario. Continuando la riflessione su pastorale giovanile, vocazioni e Seminario, il Seminario Maria Immacolata, lunedì scorso, ha promosso un incontro per riflettere sui capitoli VIII e IX, dedicati alla vocazione e al discernimento, della esortazione apostolica Christus vivit. Un parroco (don Mario Metelli), un curato (don Giovanni Bonetti), il vicerettore del Seminario (don Manuel Donzelli) e due studenti in formazione (Davide Bellandi e Stefano Pe) hanno espresso le loro considerazioni. Don Manuel ha riletto l’importanza del discernimento (“capirsi con Dio” come afferma Rupnik) e ha riletto anche la sua esperienza di educatore in via delle Razziche. “La vocazione è una chiamata, ma una persona non può entrare in sacrestia (e poi in seminario), solo perché le altre cose lo spaventano. Le troppe ‘sponsorizzazioni’ dei sacerdoti possono illudere i giovani seminaristi, mentre serve anche la disponibilità dei ragazzi a uscire dai propri schemi. La rigidità è troppo pericolosa. Come possiamo aiutare la vocazione dei giovani se non sappiamo perché amare Cristo? Dio ci vuole felici. Cristo – come scrive il Papa – vive e ti vuole vivo”. Resta da chiedersi anche, come ha ribadito don Andrea Dotti, se la vita del Seminario è una formazione o è solo una rifinitura di un modello già formato: che tipologia di giovani siamo pronti ad accogliere? Sui giovani, don Giovanni Bonetti ha sottolineato “le situazioni di orfanezza” evidenziate dal Papa: “Ai giovani manca chi racconta loro che la vita ha un senso. Fanno anche esperienze diverse, ma difficilmente trovano chi li aiuta a rileggere quello che hanno vissuto. L’esperienza vocazionale può nascere se non perdo tempo con i giovani? Il Papa ci dice che il segreto è spendersi per gli altri, perché ‘la vita raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta’. I giovani sono esigenti e hanno bisogno dell’aspetto relazionale”. Gli spazi offerti dall’oratorio non sono più il luogo principale di ritrovo e di riferimento dei ragazzi. “Non è necessaria per la pastorale giovanile l’esperienza oratoriana”. Don Claudio Laffranchini, vicedirettore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni, ha osservato invece che bisogna ragionare in chiave missionaria anche quando parliamo di pastorale giovanile vocazionale: i giovani diventano i primi evangelizzatori di altri giovani. L’oratorio va rinnovato ma non abbandonato.

Vedere l’invisibile

In Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45 in tre luoghi: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo di Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città

Nella IV domenica di Pasqua si tiene l’annuale Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. “La chiamata di Dio non è un’ingerenza nella nostra libertà ma l’offerta di entrare in un progetto di vita, in una promessa di bene e felicità, non siate sordi a tale chiamata”: così il Papa nel messaggio inviato in occasione della 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Le tre veglie. Per questa occasione nella nostra Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45, in tre luoghi differenti: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo dei Santi Pietro e Paolo a Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città.

Il messaggio. “È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita”. Lo scrive Papa Francesco nel messaggio sul tema: “Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio”. Soffermandosi su due aspetti – la promessa e il rischio –, il Papa spiega che “la chiamata del Signore non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una ‘gabbia’ o un peso che ci viene caricato addosso”. “Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante”. Indicando il “desiderio di Dio”, Francesco spiega che “è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio”, “non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato”. “Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare”. Ribadendo che “ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande”, il Papa incoraggia ciascuno affinché la sua vita “non resti impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore”.

Una sfida da affrontare. “La vocazione è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto. Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta”. Afferma sempre il Papa. “Per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva – afferma il Papa –. Ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita”. Riferendosi alla “scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia”, così come alle “vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni”, all’“impegno nel campo della carità e della solidarietà”, alle “responsabilità sociali e politiche, e così via”, Francesco spiega che “si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio”. Poi rivolgendosi ai giovani, il Papa li incoraggia a non essere “sordi alla chiamata del Signore”. “Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino”.

L’efficacia della preghiera per le vocazioni

Carissimi lettori!

Gesù ha detto apertamente ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. (Mt 9,37-38) Pregate dunque è l’unica condizione che il Signore pone perché ci siano operai sufficienti per la sua messe. Tante volte abbiamo sentito ripetere queste parole del Maestro, ma ci crediamo veramente? Quanto bisogno abbiamo oggi di santi sacerdoti e persone consacrate fedeli a Gesù! Desidero raccontarvi l’esempio di alcune donne che hanno preso sul serio queste parole del Vangelo e che hanno così potuto sperimentare l’efficacia della preghiera per le vocazioni.

Ci rechiamo nel piccolo paese di Lu nell’Italia del nord, una località che conta poche migliaia di abitanti e che si trova in una regione rurale a 50 km ad este di Torino. Questo piccolo paese sarebbe rimasto sconosciuto se nel 1881 alcune madri di famiglia non avessero preso una decisione che avrebbe avuto delle “grandi ripercussioni”.Molte di queste mamme avevano nel cuore il desiderio di vedere uno dei loro figli diventare sacerdote o una delle loro figlie impegnarsi totalmente al servizio del Signore. Presero dunque a riunirsi tutti i martedì per l’adorazione del Santissimo Sacramento, sotto la guida del loro parroco, Monsignor Alessandro Canora, e a pregare per le vocazioni. Tutte le prime domeniche del mese ricevevano la Comunione con questa intenzione. Dopo la Messa tutte le mamme pregavano insieme per chiedere delle vocazioni sacerdotali. Grazie alla preghiera piena di fiducia di queste madri e all’apertura di cuore di questi genitori, le famiglie vivevano in un clima di pace, di serenità e di devozione gioiosa che permise ai loro figli di discernere molto più facilmente la loro chiamata.

Quando il Signore ha detto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt. 22,14), bisogna comprenderlo in questo modo: molti saranno chiamati, ma pochi risponderanno. Nessuno avrebbe pensato che il Signore avrebbe esaudito così largamente la preghiera di queste mamme. Da questo piccolo paese sono uscite 323 vocazioni alla vita consacrata (trecento ventitré!): 152 sacerdoti (e religiosi) e 171 religiose appartenenti a 41 diverse congregazioni. In alcune famiglie ci sono state qualche volta anche tre o quattro vocazioni. L’esempio più conosciuto è quello della famiglia Rinaldi. Il Signore chiamò sette figli di questa famiglia. Due figlie entrarono tra le suore salesiane e, mandate a Santo Domingo, furono delle coraggiose pioniere e missionarie. Tra i maschi, cinque diventarono sacerdoti salesiani. Il più conosciuto dei cinque fratelli, Filippo Rinaldi, fu il terzo successore di Don Bosco e Giovanni Paolo II lo beatificò il 29 aprile 1990. In effetti, molte vocazioni entrarono tra i salesiani. Non è un caso dal momento che Don Bosco nella sua vita si recò quattro volte a Lu. Il santo partecipò alla prima Messa di Filippo Rinaldi, suo figlio spirituale, nel suo paese natio. Filippo amava molto ricordare la fede delle famiglie di Lu: “Una fede che faceva dire ai nostri genitori: il Signore ci ha donato dei figli e se Egli li chiama noi non possiamo certo dire di no!”.

Questo esempio dovrebbe incoraggiarci a formare gruppi di preghiera per le vocazioni. Se fossimo consapevoli di quanta forza abbiamo quando preghiamo, in particolare quando preghiamo insieme ad altri! Abbiamo nelle nostre mani la realizzazione dei progetti di Dio per quelle anime che Egli vorrà chiamare, perché Egli chiede sempre la nostra collaborazione per i suoi disegni di salvezza. Pensiamo alle ultime parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

In questo numero potrete conoscere le esperienze di alcuni giovani che hanno accolto l’invito di Gesù e, consacrandosi interamente a Lui, desiderano essere strumenti dell’amore e della misericordia del Signore ovunque Egli li manderà. Le loro vite sono sicuramente il frutto di tante preghiere nascoste e conosciute solo a Dio!

Unito con voi tutti nella preghiera per le vocazioni, Vi saluto e benedico!

Paolo Maria Hnilica, SJ

Il tempo della speranza

Leggi la prima parte:
https://www.oratorioleno.it/vocazioni-il-tempo-della-profezia-della-missione-e-della-speranza

Leggi la seconda parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-profezia/

Leggi la terza parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-missione/

Quando cerco qualche immagine per definire la speranza, mi viene spesso in mente quella che in architettura è chiamata “copertura”, o “punto di vista di Dio”. Una casa, per esempio, ha quattro pareti perimetrali che riusciamo a vedere bene e a tenere sotto controllo, ma la quinta, cioè il tetto, ci sfugge. La quinta parete è quella parte di realtà che è presente eppure non vediamo: solo Dio la vede. Per questo gli architetti la chiamano “il punto di vista di Dio”. Che cosa potrebbe dunque essere la speranza? La speranza sarebbe, in sintesi, la possibilità presente di contemplare il mondo con gli occhi di Dio. San Paolo ricorda che «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Questa è la promessa. Dobbiamo adottare il “punto di vista di Dio”.

In un romanzo di Karen Blixen che amo molto, La mia Africa, c’è la descrizione di un viaggio in aereo che evidenzia il punto di vista di Dio (cioè il sentimento estasiato di Dio per l’uomo e per il mondo). Vedere con gli occhi di Dio è apprendere a guardare con amore. Nel romanzo di Karen Blixen si dice, in una pura estasi: «All’improvviso, appare il lago. Visto dall’alto, il fondo bianco scintillante, attraverso l’acqua, crea una tinta azzurra incredibile, irreale, di una luce accecante… Al nostro avvicinarsi [migliaia di fenicotteri] si sparpagliarono, in grandi cerchi o a ventaglio, come raggi del sole al tramonto». Ora domando: che cos’è che noi siamo soliti raccontare? Quale punto di vista adottiamo per osservare la realtà? Che cosa vediamo, quando guardiamo? Michelangelo diceva che le sue sculture non nascevano da un processo di invenzione, ma di liberazione. Osservava la pietra grezza, totalmente informe, e riusciva a vedere ciò che sarebbe diventata. Per questo, quando descrive il suo mestiere, lo scultore spiega:«Io non faccio altro che liberare».

Sono persuaso che le grandi opere di creazione (come quel momento in cui una donna o un uomo si trovano posti di fronte alla questione della propria vocazione) nascano da un processo simile, per il quale non so trovare espressione migliore della seguente: esercizio di speranza. Senza speranza notiamo solo la pietra, il suo aspetto grezzo, un ostacolo faticoso e insormontabile. È la speranza che apre uno spiraglio, che fa vedere, al di là delle dure condizioni attuali, le ricchezze di possibilità che vi sono nascoste. Solo la speranza è capace di dialogare con il futuro e di renderlo vicino. La nostra esistenza,dal principio alla fine, è il risultato di una professione di speranza. E il tempo della speranza ci fa comprendere quello che il geografo-esploratore diceva: non è il viaggiatore che sceglie la strada; egli, piuttosto, si scopre prescelto e chiamato. È forse questo l’annuncio più urgente e necessario. Forse il problema delle vocazioni nella Chiesa ci chiede di riscoprire la vocazione dell’uomo e di potenziare tale annuncio.L’uomo ha bisogno di scoprire la sua vocazione divina, ha bisogno di vedersi amato e chiamato. Il nostro tempo assomiglia troppo al commento degli ultimi braccianti messi a contratto nella parabola dei lavoratori della vigna. Quando viene loro domandato perché se ne stiano inutilmente in quel luogo, senza dare un senso al tempo della loro vita, essi rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,7). La traduzione della Vulgata va ancora più a fondo: «Quia nemo nos conduxit» («Perché nessuno ci ha guidato»).

C’è, nel cuore umano, carenza di Dio e di assoluto. Quando la speranza non ci fa sentire il suo tocco, pare che nessuno ci guidi. Consentitemi di citare una poesia di una grande scrittrice portoghese, Sophia de Mello Breyner Andresen: Ascolto ma non sose ciò che sento è silenzio, o Dio ascolto senza sapere se sto sentendo il risuonare delle pianure del vuoto o la coscienza attentache nei confini dell’universo mi decifra e fissaso appena che cammino come chi è guardato, amato e conosciuto e per questo in ogni gesto metto solennità e rischio. Nello sguardo di Gesù troviamo quello amorevole di Dio, che va alla ricerca dell’uomo nel luoghi più impensati per trasforma re il suo cuore. Quando Zaccheo sale sul sicomoro, spinto da una curiosità che avrebbe potuto fermarsi lì, Gesù si avvicina e dice, fra lo stupore generale: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Sarà passato per la mente di Zaccheo che quel predicatore sarebbe andato a cercarlo, di propria iniziativa, per farsi ospitare da lui? È la sorpresa di Dio. E quando Zaccheo si sente osservato in quel modo, la sua vita si trasforma. In piedi, annuncia: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). So appena che cammino come chi è guardato amato e conosciuto. E per questo in ogni gesto metto Solennità e rischio. Il dialogo che avviene vicino al pozzo, nel Vangelo di Giovanni, comincia quasi con una successione di malintesi. Il primo: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9). E poi: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva?» (Gv 4,11). La svolta si verifica quando la donna capisce, attraverso l’esempio della sua stessa vita, che Gesù non si lascia ingannare dagli equivoci superficiali, ma guarda in profondità. Quella donna inizialmente riluttante va al villaggio a dire: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4,29). Cristo è il terapeuta dello sguardo. Tende per noi il ponte che ci fa passare dal vedere chiuso al contemplare fiducioso e dal semplice sguardo alla visione della speranza.Domandiamo di nuovo: cosa venga a fare un geografo-esploratore in un’assemblea come la nostra? Che cosa potrà mai insegnaresul tema delle vocazioni nella Chiesa? La nozione più esatta di viaggiatore la devo a Jacques Lacarrière, che lo descrive così: «Il vero viaggiatore è colui che, in ogni nuovo posto, ricomincia l’avventura della propria nascita».

Credo fermamente che, nel viaggio, sia in gioco proprio questo tentativo, più cosciente o più implicito, di ricostruzione di se stessi. Le frontiere esteriori ci rimandano in modo persistente a una frontiera interiore. La geografia tende inevitabilmente a farsi metaforica, e chiunque cammini sulla terra, a un certo punto si renderà conto, con dolore e con speranza, che sta camminando soprattutto dentro di sé. Si ricredano, infatti, quanti pensano che i viaggi siano soltanto esteriori. Quella che gli occhi percorrono non è solo la cartografia del paesaggio. Spostarsi, che lo si voglia o no, implica un cambio di posizione; un’alterazione della prospettiva abituale; una maturazione del proprio sguardo; un riconoscimento del fatto che ci manca qualcosa; un adattamento a realtà, tempi e linguaggi, o la scoperta dell’incapacità di farlo; un inevitabile confronto; un dialogo faticoso o affascinante che ci assegna, necessariamente, un nuovo compito. L’esperienza del viaggio è l’esperienza della frontiera e dell’aperto, di cui in ogni tempo, abbiamo bisogno. Il cammino emerge come dispositivo ermeneutico fondamentale.

Vocazioni: il tempo della profezia, della missione e della speranza

Permettetemi di cominciare con una sorta di parabola. Qualche mese fa mi sono ritrovato fra le mani un libricino – una vera e raffinata perla – sulla filosofia del viaggio (argomento assaiutile per un pastore!) e con un titolo piuttosto curioso: La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti. Ne è autore un geografo italiano.Ricordiamo tutti il personaggio del geografo ne Il Piccolo principe di Saint-Exupéry. È un saggio, totalmente sedentario, che rimane in attesa delle testimonianze che gli portano gli esploratori per poter disegnare le carte dei territori. Sono gli esploratori che valicano fiumi, montagne, oceani e deserti, e i loro racconti servono a lui per immaginare il mondo. Lui è un geografo, non un esploratore. Per questo, quando il piccolo principe gli chiede alcune informazioni concrete sul suo pianeta, non sa dire nulla.

Ora, il caso di Franco Michieli, che è geografo ma anche esploratore, è molto diverso. I suoi libri sono narrazioni in prima persona e costituiscono inediti esercizi di cammino e di riflessione sulle esperienze che egli stesso ha vissuto.Il nostro tempo si caratterizza per una onnipresente tecnologia di mappatura e di comunicazione, alla quale noi tutti ricorriamoper i piccoli e grandi spostamenti quotidiani. Sembra che, senza, non sappiamo più vivere, né viaggiare, né pensare. Oggi uno smartphone connesso a internet fornisce informazioni più dettagliate di un atlante; con il GPS ci sentiamo confortevolmente guidati per territori complessi e sconosciuti; e dello stesso modo ci affidiamo completamente agli itinerari che ci vengono proposti da “GoogleMaps”. Si direbbe che il mondo abbia smesso di avere necessità di esploratori! Proprio di questo parlava Papa Francesco nell’omelia del primo gennaio 2017, ricordandoci che «non siamo… terminali recettori di informazione». Cioè, nonpossiamo diventare sedentari dal punto di vista spirituale ed esistenziale dimenticando la nostra vocazione di esploratori! È vero che non possiamo essere dicotomici al punto di rifiutarci di vedere nell’attrezzatura tecnologica che abbiamo oggi a nostra disposizione anche un importante sussidio per le funzionalità della vita. Allo stesso tempo, non possiamo essere così ingenui da non percepire le mutazioni che, da questa esplosione tecnologica, vengono accelerate. A proposito del telefonino, per esempio, il filosofo Maurizio Ferraris parla addirittura di una nuova ontologia! E non lo fa per scherzare, dal momento che la telefonia mobile effettivamente modifica il comportamento umano. Immaginiamo che una persona ci chiami al telefono fisso e ci chieda: «Dove sei?». La risposta sarebbe stupita e scontata: «Dove vuoi che sia? Sono lì, dove mi chiami». Con il telefonino è tutta un’altra storia: si incomincia proprio chiedendo: «Dove sei?», visto che l’interlocutore può essere dappertutto. A questo punto, chiedersi che tipo di oggetto è il telefonino diventa interessante. La verità è che siamo assediati da un eccesso di tecnologia (e penso alla tecnologia in senso materiale ed immateriale: le idee fatte, la cultura dominante, le abitudini, le mode…). Dobbiamo domandarci fino a che punto questo diventa un ostacolo ad una espe-rienza originale, radicata nella profondità, disponibile per il dono che compromette l’intera vita?

Alle volte sembra che ci troviamo ad una crescente distanza da noi stessi e di conseguenza anche da Dio e dagli altri. Ci affidiamo senza un vero senso critico alle tecnologie varie e smettiamo di affidarci ai nostri occhi, al nostro tatto, al nostro udito. Ci allontaniamo così dall’esperienza. Diminuiscono le nostre competenze per il rapporto, per la vita condivisa, per le pratiche collaborative e comunitarie. Abbandoniamo velocemente la cultura dell’incontro. E, come dice Papa Francesco nella stessa omelia, diventiamo catturati per la «orfanezza autoreferenziale», per una pericolosa «orfanezza spirituale», «dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno, (…) facendo perdere la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione». Questa sembra la fatalità del nostro presente.La proposta di Franco Michieli va salutarmente in senso contrario. Per questo introduce un’espressione che può suonare strana, ma molto ricca di suggerimenti. Lui parla della vocazione di perdersi. Con questa espressione ci raccomanda di rinunciare a carte, bussole e GPS per consegnarci, disarmati, all’avventura del cammino, senza altri strumenti di navigazione se non l’osservazione del sole e delle stelle, l’attenzione alla configurazione del territorio e alle sue linee, e soprattutto il radicale affidarsi del viaggiatore al viaggio, lasciando che sia il cammino a rivelarsi e a guidare i suoi passi lungo il percorso. Si tratta di un elogio della esperienza, di un ritorno alla necessità intramontabile dell’esperienza. Senza di lei perdiamo di vista la vitanella sua sorprendente originalità, nella sua capacità di esprimere la grande chiamata dell’assoluto. La vita diventa autoreferenziale, piccola, piena dicontraffazioni e svuotata di senso e di amore.

Ma c’è speranza! Nella grammatica degli esploratori, come spiega Michieli, non sono i viaggiatori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire, sempre e di nuovo, incontro ai viaggiatori. È l’inversione del paradigma culturale dominante. Ed è, ci permettiamo di dirlo, la visione evangelica. Molti, forse, si domanderanno cosa venga a fare un alpinista in un’assemblea come la nostra. Un geografo-esploratore che cosa potrà mai insegnare a un’assemblea di religiosi, formatori e teologi che si occupano del tema delle vocazioni nella Chiesa? Io penso che una testimonianza del genere abbia qualcosa da dirci, in primo luogo, per la sua stessa storia. È un geografo che non rimane chiuso in una scienza astratta. In effetti, la competenza per interpretare e orientare la realtà è molto importante, purché la realtà esista. Michieli è un geografo-esploratore. Ossia non mette tra parentesi l’esperienza, la relazione con il concreto, il contatto con il reale, la profondità del viaggio praticato. Domandiamoci allora se noi (religiosi, formatori e teologi) non sembriamo, in certi momenti, dei produttori di guide di viaggio per luoghi che non abbiamo visitato.

Ricordiamo l’episodio inaugurale della vocazione di Mosè nel deserto: «Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Es 3,1-4).Prestiamo attenzione al verbo che Mosè utilizza: «Voglio avvicinarmi». Cioè, mi addentrerò il più possibile, entrerò dentro, come se mi immergessi in ciò che mi sta di fronte. Quando si lasciò soddisfare dalle visioni parziali, distanti e nebulose, quando con tutte le sue forze desiderò una chiara certezza per le domande del suo cuore, il libro dell’Esodo ci dice che «il Signore lo vide… e lo chiamò». Il Signore è pronto a chiamarci. Addentriamoci. Abbandoniamo una spiritualità vaga, in cui siamo spettatori dispersi. Cerchiamo Colui che conferma, Colui che dà consistenza al nostro desiderio.Apprendiamo anche dal racconto della vocazione del profeta Samuele: «Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò Per gli esploratori non sono i viaggia-tori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire incontro ai viaggiatori.tempo della profezia, della missione e della speranza nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”. Samuele andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”». «La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti». Sembra un sommario realista della nostra esperienza: anche il nostro quotidiano si fa rarefatto, frammentario e assente in relazione alla manifestazione di Dio. Però, sottolineiamo la frase straordinaria dell’autore sacro: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Dio è fedele alla Persona umana e alla storia. Anche in situazioni ed età agitate da venti e turbolenze, la nostra fiducia risiede in questo: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Ci dice il testo che Samuele non conosceva ancora il Signore: e noi, lo conosciamo? Samuele si sente chiamato, ma reagisce in modo equivoco, credendo che sia Eli che lo sta interpellando. Finché è aiutato a rivolgersi verso il Signore e ad affermare: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Il Signore non smette mai di comunicare con noi, ma è necessaria una pedagogia spirituale che ci aiuti a far tornare a Lui i nostri sensi interiori. «Parla,Signore, perché il tuo servo ti ascolta»: non è questa l’unica via vera e feconda di una pastorale vocazionale per tutta la Chiesa? Sottolineo tre affermazioni di Franco Michieli che possono forse dialogare con i tre tempi che costituiscono il titolo di questa conferenza: profezia, missione e speranza. Le rammento velocemente:i momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti;quando ci rapportiamo con l’ignoto, esso si rivela;non sono i viaggiatori che trovano le strade, ma il contrario: le strade trovano i viaggiatori.

José Tolentino Mendonça (teologo e poeta)

Monastero invisibile

Pregare per le vocazioni significa desiderare che ogni fedele arrivi a riconoscere, in ogni fase della sua vita, la propria vocazione, cioè il senso vero e profondo del cammino con il quale il Signore lo sta attirando a sé, il valore unico e irripetibile della propria esistenza! Pregare per le vocazioni significa riconoscere che è a Dio che bisogna rivolgersi, perché è solo grazie allo Spirito Santo se il mistero della vita di ciascuno può svelarsi in pienezza come chiamata all’incontro con Lui.

Logo Anno della Fede

Pregare per le vocazioni (tutte!) significa amare la Chiesa, desiderare che continui a crescere in bellezza e santità, avendo a cuore la sorte e il cammino dei fratelli e delle sorelle che con noi ne fanno parte. Pregare per le vocazioni significa essere riconoscenti a Dio, perché nella sua infinita bontà continua a suscitare persone di buona volontà che, facendo della propria esistenza un dono d’amore, testimoniano, nelle varie situazioni in cui la vita li chiama, che il regno di Dio è vicino, è in mezzo a noi! Allora… “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura…” (Gv 4,35).

L’Anno della Fede appena iniziato, ci invita a rafforzare il nostro Credere con la vita e la preghiera.

Ecco una proposta per quanti vorranno aprire il cuore e rendersi disponibili ad un impegno di preghiera per le VOCAZIONI che la Diocesi ci offre attraverso: “Un Monastero invisibile”.

LA NOSTRA PROPOSTA consiste in un’ora di preghiera il primo sabato di ogni mese a partire da febbraio. Ci troviamo nella cappella dell’oratorio alle ore 17 per pregare insieme.