La vocazione del sofferente

Trasmettere la fede nel tempo del dolore
“Anche gli infermi sono inviati dal Signore come lavoratori nella sua vigna”

Quale attenzione e compito della parrocchia?

Operiamo in un mondo in continua trasformazione, per alcuni versi molto difficile e complesso e qualche volta anche conflittuale. Cosa deve fare la Chiesa, come deve orientare la sua presenza, come può essere segno e testimonianza di evangelizzazione? L’interrogativo si fa ancora più esigente se, lasciando parlare l’esperienza, constatiamo che la persona sofferente è stata considerata per lungo tempo quasi come “cittadino invisibile”. É il “fratello in difficoltà” che ci mette in difficoltà, perché costituisce un caso inedito, non programmato, che disturba l’ordinario modo di venire incontro all’altro, che ci obbliga a scelte alle quali non eravamo preparati e mette a nudo la nostra poca, dimezzata disponibilità, che andava bene fino ad un certo punto ma che poi si scopre inadeguata. La parrocchia si è spesso trovata in momenti di timore, di disagio, perché non si sentiva pronta e disposta ad accogliere la totalità dei bisogni. La comunità può essere tentata di rispondere con un atteggiamento rinunciatario, trovando difficoltà nel colloquio col fratello. C’è, inoltre, un altro fatto: alcune comunità, di fronte a coloro che sono in difficoltà, non riescono a vivere una piena condivisione della situazione e non si sentono investite a livello comunicativo. Si limitano a sentimenti di compassione… Se la vicenda della persona sofferente psichicamente è solitamente un problema difficile, dobbiamo prendere coscienza anche delle difficoltà di chi è chiamato ad intervenire, della Chiesa stessa, della comunità cristiana, del singolo cristiano. Occorre seguire un itinerario di maturazione cristiana per risolvere questo problema non solo occasionalmente, nella spontaneità di qualche gesto, ma in modalità che sappiano ricollegare il servizio a chi è in difficoltà con il cuore, la vita quotidiana, la maturazione della comunità.

Radicati in una vocazione esigente

La presenza vocazionale e ministeriale dei sofferenti è preziosa per tutta la comunità. Prima di tutto essi ci aiutano a dare un senso al nostro soffrire, ci dicono che i momenti della sofferenza possono diventare preziosi sul versante dell’evangelizzazione e della salvezza. Il sofferente, alla luce della fede, dell’insegnamento e della vita di Gesù, ci fa comprendere che la sofferenza, assume un significato che va oltre la semplice considerazione e valorizzazione umana, in quanto apre la via della partecipazione alla salvezza. É la sofferenza di Cristo che viene a porsi accanto alla sofferenza dell’uomo. La croce di Cristo illumina la sofferenza umana e la rende grande ed efficace. E’ dal mistero pasquale di Cristo, morto e risorto – che il malato ci richiama con la sua fede – che impariamo a dare senso al dolore, a rendere il momento della sofferenza come un annuncio del Vangelo, un annuncio che Dio non ci abbandona ma che ci circonda del suo amore. E possiamo dire con sicurezza  che tanti malati, educati nella fede ad unire la loro sofferenza a quella di Cristo, sono capaci di aiutare malati e sani a vivere nella fede la loro sofferenza. 

Il malato: lavoratore nella vigna del Signore

É, poi, compito importante della comunità ecclesiale la promozione della persona sofferente. Si tratta di rendere operativa l’affermazione di Giovanni Paolo II, secondo cui l’uomo sofferente è “soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza”. Tale affermazione indica il riconoscimento del carisma dei sofferenti e il loro apporto creativo alla Chiesa e al mondo: “Anche gli infermi sono inviati (dal Signore) come lavoratori nella sua vigna”. A nessuno sfugge l’importanza di questo passaggio del malato da oggetto di cura a soggetto responsabile della promozione del Regno. Questo cambiamento di accento nella considerazione dell0infermo diventa credibile allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che curano con amore i sofferenti, sia di questi stessi, resi sempre più coscienti e responsabili del loro posto e del loro compito nella Chiesa e per la Chiesa. La valorizzazione della presenza dei malati, della loro testimonianza nella Chiesa e dell’apporto specifico che essi possono dare alla salvezza del mondo, richiede un lavoro di educazione amorosa da realizzarsi non solo nelle istituzioni sanitarie attraverso un accompagnamento appropriato, ma anche e in modo tutto speciale nelle comunità parrocchiali. La comunità, infatti, deve aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della “presenza”, partecipa alla sua situazione di debolezza e prega con lui. I segni della misericordia divina sono: il sacramento di una fraterna presenza, la qualità di una sincera comunicazione, la proposta della Parola di Dio, della preghiera, l’offerta dei sacramenti, l’aiuto concreto. Di grande importanza è il ricorso a una teologia della sofferenza che, evitando di cadere nel dolorismo, sappia comunicare che anche gli eventi negativi della vita sono “realtà redenta” dal Cristo e da lui assunta come “strumento di redenzione”. Il cristiano, infatti, mediante la viva partecipazione al mistero pasquale di Cristo può trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nell’infermità “una vocazione a amare di più”, una chiamata a partecipare all’infinito amore di Dio verso l’umanità.

Armando – un ammalato

Era il Marco di tutti

Classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, don Marco Bianchetti ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, in Seminario Minore e diacono a Marone

Anche la musica può essere un mezzo per raggiungere Dio. E Marco Bianchetti, classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, lo sa bene. È stato infatti studente di piano, organo e canto per 17 anni. Il Signore, però, aveva per lui disegni diversi, aveva previsto note ben più alte rispetto a quelle che Marco era abituato a suonare. Il suo destino era un altro e, infatti, l’8 giugno è stato ordinato sacerdote in Cattedrale a Brescia. Negli anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, come educatore in Seminario Minore e diacono a Marone. La sua, come ha raccontato mamma Angela, intervistata in queste pagine, è una spiritualità innata: “Ci sono vari generi musicali, vari campi in cui spaziare, ma Marco prediligeva sempre quella sacra”. La chiamata del Signore era talmente forte che, sin dalla giovanissima età, aveva espresso il desiderio di entrare in Seminario, cosa che avverrà al termine delle superiori come in accordo con mamma Angela e papà Silvano, certamente stupiti da una vocazione così precoce. “Il Signore ci ha chiamato a essere tuoi genitori – era questo il loro pensiero – , solo imparando a conoscere l’amore della famiglia potrai imparare ad amare una famiglia più grande, come quella che può essere una parrocchia”. Da bravi educatori, i genitori di Marco gli chiesero di attendere l’età adulta, così da poter prendere una decisione consapevole: “Lo abbiamo accompagnato nel migliore dei modi, affinché, dopo diverse esperienze, potesse scegliere”.

Nel cammino di discernimento il tessuto familiare è stato quindi fondamentale, così come lo è stato l’accompagnamento costante dei genitori, sino alle superiori quando, terminati gli studi classici, ha deciso di intraprendere la strada del sacerdozio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. È con queste parole tratte dal libro di Geremia che mamma Angela ha scelto di salutare una delle giornate più significative del figlio, quella dell’ordinazione sacerdotale. “Ci siamo sentiti sempre accompagnati dalla comunità – sottolinea – , sin da quando faceva il chierichetto. Era come se fosse il figlio spirituale di tutti, era il Marco di tutti”. Così, grazie anche alla presenza dei genitori, la sua vocazione è maturata negli anni: “Mi sentivo – ricorda – attratto dalla figura di Cristo, dai suoi insegnamenti e, al tempo stesso, avevo la consapevolezza di aver ricevuto tanto sia in termini di qualità umane sia in termini di carismi. Vedevo che il modo migliore di utilizzare questi carismi era di mettermi al servizio della Chiesa. La mia vocazione è stata accresciuta da tante esperienze. Poi, terminate le superiori, era il 2012, sono entrato in seminario”.

Anche gli studi hanno avuto un ruolo non secondario nel suo cammino: “Ho frequentato l’asilo dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria, poi le medie dai salesiani a Chiari e le superiori dai carmelitani ad Adro. È stato un percorso educativo che ha arricchito anche la mia spiritualità, fornendomi una maggiore consapevolezza nel mio cammino di fede. Queste esperienze mi hanno portato a impegnarmi maggiormente nella preghiera, nel rivolgermi al Signore. Non sarebbe stato possibile, però, senza la presenza della mia famiglia, sempre molto presente. La fede autentica che ho sempre respirato a casa ha favorito una crescita più serena della mia fede. Del resto, nel mio cammino, mi sono sempre sentito accompagnato da tante persone”.

“Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” diceva San Giovanni Bosco rivolgendosi ai suoi giovani. Ed è proprio al sacerdote di Castelnuovo d’Asti che don Marco guarda quando pensa a una figura cara: “La mia spiritualità è prevalentemente salesiana – spiega – fondata sulla gioia e sull’aspetto educativo dei più piccoli, sull’attenzione a chi è più debole. È una religiosità che mette in atto i propri carismi, una spiritualità della presenza, come diceva don Bosco ‘della ragionevolezza’ e ‘dell’amorevolezza’, le caratteristiche fondamentali di un educatore”.

La grande famiglia salesiana gli ha permesso di provare in concreto l’esperienza dell’educatore, l’altra sua grande passione: “I campi scuola salesiani, durante l’estate, nel periodo delle superiori, sono stati fondamentali come momento di crescita del carisma educativo. Durante l’anno non avevo occasione di mettermi alla prova come educatore a causa dello studio assiduo che occupava gran parte del mio tempo. Sono state esperienze molto stimolanti sia per ciò che riguarda la fede sia in termini di entusiasmo educativo offertomi da altri giovani che come me svolgevano lo stesso servizio”. Durante gli anni delle superiori molto spesso la fede di un ragazzo viene messa alla prova: “Io posso dire di essere stato fortunato proprio a fronte delle esperienze di fede e condivisione vissute, in particolare con i salesiani”.

Come è ovvio che sia, sono stati diversi i sacerdoti che hanno influito sul suo percorso: “I sacerdoti che ho conosciuto in parrocchia hanno svolto un ruolo primario nel mio percorso vocazionale. Uno dei primi, don Fausto Gheza, mi ha insegnato a suonare il pianoforte a 5 anni, accompagnando il mio percorso nel mondo della musica fino alle medie. Non posso non ricordare mons. Gaetano Fontana, oggi Vicario del Vescovo, che ha lasciato un segno indelebile nella comunità parrocchiale per le sue qualità umane. Ricordo con affetto i tanti salesiani incontrati nei tre anni di scuole medie a Chiari, tra i quali don Bruno e don Cesare. A loro devo il mio impegno come educatore estivo nella casa salesiana di Cagliari”. Fra le attenzioni pastorali che don Marco vorrebbe approfondire figura, ovviamente, quella educativa: “Oggi non basta essere degli educatori. La presenza costante – come nello stile di don Bosco – caratterizzata da amorevolezza e ragionevolezza è fondamentale. Parlo soprattutto dell’attenzione che si deve a ogni singolo studente. Don Bosco diceva ‘Ama quello che amano i giovani’. L’aspetto educativo è quello più urgente nella società odierna. L’emergenza educativa è palese, anche guardando a come è impostato l’insegnamento. Si pensa tanto al gruppo, ma si perdono le singole situazioni. L’interessamento alle problematiche dei giovani, come ai loro interessi, deve essere costante”.

A pochi giorni dal pronunciamento del suo “per sempre”, i sentimenti che lo pervadevano erano ambivalenti, come sempre accade quando si compie un importante passo: “Da un lato c’è un grande entusiasmo, dall’altro, come è giusto che sia, non lo nascondo, qualche preoccupazione c’è. Le parrocchie sono realtà molto grandi da gestire, ma sono certo che troverò degli ottimi collaboratori”.

Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

Giovanni, tu sei felice?

Quella domanda che aprì il cammino. Classe 1989, don Giovanni Bettera è originario della parrocchia di Sarezzo. Il servizio da diacono l’ha svolto nella comunità cittadina di Cristo Re

La passione per l’educazione richiede una capacità di aprirsi all’altro, di mettersi in ascolto e, soprattutto, esige la capacità di diventare compagno di strada della persona che si incontra. Quando si educa, ci si mette in gioco. Senza se e senza ma, senza scorciatoie o risposte facili alle tante domande della vita di ogni giorno. Lo sa bene don Giovanni Bettera, la cui vocazione è nata proprio a contatto con i ragazzi, tra un gioco e un laboratorio, tra una preghiera e una passeggiata in montagna, tra un’esperienza con i più fragili e un camposcuola. In oratorio e con l’Azione Cattolica ne ha fatta di strada. Don Giovanni Bettera, classe 1989, è originario della parrocchia di Sarezzo. È entrato in seminario all’età di 23 anni, dopo aver fatto un percorso da geometra alle superiori e un anno di servizio civile volontario presso l’Opera Pavoniana tramite la Caritas. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione e, successivamente, ha iniziato il suo percorso in Seminario. Ora si appresta a compiere un passo importante con la gioia nel cuore e la consapevolezza di non essere solo (c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è un presbiterio, ci sono le comunità: di origine, di destinazione e quelle in cui fin qui ha prestato servizio) di fronte a una scelta così importante. Durante gli anni di formazione il suo percorso è stato scandito da alcune tappe: a Folzano, nell’unità pastorale di Offlaga-Cignano-Faverzano, a Chiari e, infine, da diacono a Cristo Re in città; è stato anche incaricato dell’animazione vocazionale.

Per i 150 anni dell’Azione Cattolica è stato realizzato l’inno “Futuro Presente” in cui si legge: “C’è una grande eredità che diventa sfida per chi oggi la raccoglierà. È azione, è amore che si muove, così di cuore in cuore…”. L’Azione Cattolica ricopre una parte significativa nella tua formazione. Con l’Ac sei cresciuto…

A Sarezzo ero impegnato principalmente nell’Azione cattolica dei ragazzi, poi sono passato all’Acg, poi sono diventato educatore e infine responsabile dell’Acr del mio paese. Seguivo anche il gruppo dei chierichetti e partecipavo da animatore ad alcune attività estive come il campo al mare. L’Azione Cattolica deve mantenere quell’energia che l’ha sempre caratterizzata; i miei ricordi più belli sono legati ai Meeting e agli incontri anche su larga scala che ti davano una carica notevole. È fondamentale che mantenga la sua originalità ma anche una buona collaborazione all’interno della parrocchia. Quando c’è una buona collaborazione con i sacerdoti della comunità, l’Ac diventa ancora più efficace. L’Ac, pur mantenendo la sua unicità, è al servizio delle parrocchie e le deve aiutare a crescere.

Ogni vita è una chiamata, ma non è sempre scontato mettersi in ascolto nel tempo in cui viviamo. Come è nata la tua vocazione?

La chiamata è arrivata grosso modo all’interno dell’ambito dell’oratorio, ed è principalmente arrivata con una domanda del curato. Ho sempre visto il prete, il parroco e i curati come delle figure positive, però non avevo mai messo a fuoco questa strada ed ero tranquillo. Un giorno, un prete mi ha fatto una domanda semplice e diretta: “Giovanni tu sei felice?”. Allora lì ho iniziato un po’ ad interrogarmi, poi il sacerdote ha rilanciato la sua provocazione dicendomi che potevo entrare in seminario… Bloccai subito il suo tentativo, autoconvincendomi che non fosse la strada giusta. Il sacerdote in questione era don Michele Bodei, il curato del tempo, oggi in servizio a Verolanuova. Lì è stato proprio il lancio… Mi ha fatto una confidenza perché vedeva da tempo che poteva esserci qualcosa; anche altri preti mi hanno detto che “si vedeva la predisposizione” ma magari non ero ancora abbastanza maturo… Sono stato contento perché non mi hanno mai messo fretta e hanno rispettato i miei tempi di maturazione fino a quando il Signore mi ha chiamato a comprendere il suo disegno.

Quanto è importante il sostegno e la comprensione della famiglia?

La famiglia devo dire che l’ha presa bene, ho due sorelle più grandi e un fratello più piccolo che mi sono sempre stati vicini come accompagnamento. Mi sono sempre sentito sostenuto, anche nel momento pratico quando magari mi serviva un aiuto, chiedevo a loro senza problemi. La mia famiglia ha appoggiato la scelta. Quando ho annunciato ai miei genitori che iniziavo gli incontri per entrare in Seminario, mi hanno detto: “Se è una scelta che ti sembra buona e che per te va bene noi ti appoggiamo, siamo contenti, ma deve essere una decisione che prendi tu, non te la deve imporre nessuno; se ti senti vincolato non preoccuparti che noi, qualsiasi cosa accada ,ci siamo, anche se dovesse succedere che a un certo punto interrompi il cammino perché vedi che non è la tua strada”.

Tra poche settimane sarai chiamato a un nuovo servizio con una responsabilità diretta…

Come prospettiva da prete novello un’esperienza in oratorio è stimolante, è un ambiente in cui mi ci trovo; ogni oratorio ha le sue peculiarità, l’ho visto anche nei servizi di questi anni. Ho fatto la prima e la seconda teologia a Folzano, in terza l’animazione vocazionale, quindi ho girato un po’ per le varie parrocchie, in quarta a Offlaga e in quinta a Chiari. Quest’anno invece sono in città a Cristo Re. C’è qualcosa che spaventa perché di preciso non sai se sei all’altezza del compito che ti viene richiesto di fare, non sai se sei in grado di essere una guida, un pastore in mezzo alla gente… non sai se sei pronto a presiedere l’eucarestia e a confessare… Sono varie cose, poi c’è la certezza che il Signore ti ha accompagnato fino a questo punto e ti darà la forza e la grazia di restarci e di mettere in campo quella forza e quelle caratteristiche che magari non conosci ancora perché non era necessario. Poi ho la sicurezza di avere dei compagni, sia di classe sia nel presbiterato, e un Vescovo che ci vogliono bene e ci seguono. Anche nell’ultimo periodo il Vescovo ci ha mostrato la sua vicinanza e ci ha aiutato a sentirci parte del presbiterio bresciano.

Hai vissuto e vivi a stretto contatto con i giovani. Perché è importante parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale?

Bisogna metterle in relazione, perché si vede che vanno di pari passo, separando le due cose sembra che qualcuno sia portato per la vocazione e qualcuno no, e la vocazione viene intesa solo come speciale consacrazione. Invece mettere assieme le due cose può aiutare a riscoprire una vocazione anche in ambito lavorativo o nelle scelte di vita piuttosto che nella tipologia di università alla quale iscriversi. È di sicuro un’apertura molto più ampia, vedere che in tutto il tuo ambito che va dal lavoro allo studio il Signore ti accompagna.

Se pensi alla Bibbia, c’è un passo che ti ha accompagnato e ti accompagna?

Mi viene in mente sempre il salmo 22, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, anche perché il mio oratorio è intitolato proprio Gesù Buon Pastore. Puoi anche provare paura, ma devi pensare che il Signore è lì accanto: ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma non è un aiuto calato dall’alto (senza che tu possa fare qualcosa); quando ti trovi in difficoltà, sai che hai qualcuno accanto che cammina insieme a te. Quindi questo ti dà la possibilità di fare determinate scelte. Gesù Buon Pastore è l’emblema del Signore che si concretizza nell’aiutare le persone più in difficoltà, anche all’interno dell’oratorio. E oggi sono tante le situazioni di fragilità, sul lavoro e in famiglia, che hanno bisogno di essere accompagnate.

C’è spazio anche per qualche passione da coltivare nel tempo libero?

Sono appassionato di manga e di One Piece. Mi piace anche fare le camminate in montagna, abitando a Sarezzo non abbiamo grandi monti, però anche nelle attività estive con i nostri curati c’era sempre l’uscita in montagna: era un bel modo per distrarsi e ammirare anche il creato. È tutto una meraviglia quello che puoi ammirare e scoprire in montagna.

La bellezza di una chiamata semplice

Un disegno che ha cominciato a tratteggiarsi sin da quando don Luca Pernici era piccolo e che con gli anni, grazie a tanti incontri, ha preso sostanza e colore

Le gioie semplici sono le più belle”, diceva San Francesco e, forse, lo sono anche le storie di quelle vocazioni nate da un incontro semplice, coltivate e fatte crescere progressivamente negli anni sino a giungere all’ordinazione, proprio come quella di don Luca Pernici, 26 anni da Cogno. Don Luca è uno dei sette diaconi del Seminario di Brescia che l’8 giugno saranno ordinati sacerdoti in Cattedrale.

Don Luca, qual è la storia della tua vocazione?

La storia, la storia della mia vocazione è molto semplice. Già da bambino avevo un’idea, seppur molto vaga, di voler diventare sacerdote. Un’idea nata guardando il mio parroco anziano mentre celebrava la messa e conoscendo i seminaristi che negli anni si alternavano nel servizio in parrocchia. Grazie a questa presenza la realtà del Seminario è diventata per me familiare. Negli anni dell’adolescenza, quelli della scuola media e delle superiori, la prospettiva di diventare sacerdote non mi ha mai abbondonato, era in qualche modo latente, necessitava di essere approfondita. Ho così frequentato l’istituto per geometri: sono stati cinque anni sereni e solo dopo il diploma ho compiuto la scelta, nel 2012, di entrare in Seminario.

La tua è stata una scelta che hai maturato nel tempo. C’è stato un fatto, un episodio, un incontro che ha fatto scattare la molla per dire: “Questo è il momento giusto”?

Se oggi mi guardo indietro riesco a vedere con precisione il “momento” a cui si riferisce la domanda. Il mio parroco aveva la consuetudine di organizzare un pellegrinaggio a Lourdes nel mese di giugno. Un anno, quello in cui avevo condotto a termine la prima superiore, aveva offerto a me e a un altro ragazzo che dava una mano in parrocchia l’opportunità di partecipare a questa esperienza. Nel corso di quell’esperienza ebbi modo di conoscere un sacerdote originario di Cogno. Era più giovane del mio parroco, e nel corso delle giornate trascorse a Lourdes, gli confidai l’idea che mi accompagnava sin da piccolo di poter diventare sacerdote. Da quel momento ha preso il via una sorta di accompagnamento spirituale e di discernimento, nel corso del quale anche l’ipotesi di entrare in Seminario è stata presa in considerazione. In quarta superiore il disegno sulla mia vita si era praticamente definito.

È stato facile, nel corso degli anni, condividere con gli amici, con i coetanei, la scelta di una vita dedicata al sacerdozio?

Con gli amici più stretti non c’è stato alcun problema, anzi, sono stati i primi a cui ho rivelato la mia intenzione, prima ancora di dirlo in famiglia. Già alle medie avevo confidato loro quella che era la mia idea. Nessuno di loro ha mai commentato negativamente questo disegno. Ancora oggi, quando ho modo di incontrare quelli che sono stati i miei compagni di classe delle medie e delle superiori, con i quali, per altro, non avevo condiviso questo progetto, non trovo nessuno che manifesti pregiudizio o imbarazzo per la mia scelta. Forse sono stato particolarmente fortunato. Anche in famiglia non c’è stata alcuna resistenza, forse perché avevano intuito quello che andavo maturando. In loro c’è stato il desiderio, però, di conoscere la realtà del Seminario.

Diventi sacerdote a un’età in cui per tanti coetanei il momento delle scelte definitive e dell’assunzione delle responsabilità è ancora lontano. Ti senti un privilegiato?

Come ogni scelta definitiva anche quella del sì che pronunceremo l’8 giugno davanti al Vescovo è frutto di un percorso di maturazione, fatto di tanti interrogativi che hanno richiesto la ricerca della risposte. L’esserci arrivato a 26 anni non è certo frutto di superpoteri o di atti eroici; così come non credo che altri giovani che giungono al momento delle scelte più avanti negli anni lo facciano perché sono deboli. Ripeto, forse sono solo fortunato, ma anche nella cerchia dei miei amici ci sono ragazzi che hanno la mia età e si sono sposati e hanno messo su famiglia, e lo hanno fatto con grande senso di responsabilità. Anche in questo caso devo dire che forse abbiamo incontrato sul nostro cammino chi ha saputo accompagnarci a compiere queste scelte, chi ci ha aiuto a prendere sul serio la nostra vita.

In tutti questi anni non c’è mai stato un momento di crisi, il dubbio che la tua strada potesse essere un’altra?

Il non avere avuto momenti di grossa crisi non significa che nel mio cammino non abbia avuto situazioni in cui sono stato chiamato a interrogarmi, a verificare se quella intrapresa era veramente la strada giusta. Il passaggio dalla vita in famiglia a quella della comunità del Seminario, prima, e quello dalla propedeutica al Maggiore poi, sono stati snodi importanti che mi hanno costretto a fare chiarezza dentro di me, a domandarmi in modo profondo se la strada che stavo per intraprendere era veramente quella che il Signore mi indicava. Sono stato chiamato a verificare se quel modello di sacerdote che mi ero costruito negli anni in cui la “chiamata” era rimasta latente, era compatibile con ciò che la vita in Seminario mi chiamava a essere. Fortunatamente ho trovato le risposte che andavo cercando nelle esperienze pastorali vissute negli anni della formazione e nell’incontro con tanti altri sacerdoti. Per altro il cammino di questi anni mi ha aiuto a superare un elemento di crisi che ho sempre avuto in me: il bisogno di certezze e la fatica di lanciarsi. Gli anni del Seminario, con tutti i suoi incontro, mi hanno aiutato invece a comprendere la bellezza dell’affidarsi, del fidarsi.

Cosa significa la “bellezza dell’affidarsi, del fidarsi”?

Non riesco a trovare una definizione così efficace per rendere questa bellezza, che si percepisce soltanto vivendola. In questi anni ho avvertito come significa affidarsi al Signore, fidarsi di lui grazie alle persone che ha messo sul mio cammino. Non credo sia stato un caso avere conosciuto quel sacerdote che ha avuto un ruolo importantissimo negli anni della mia adolescenza, che mi ha aiutato a prendere in mano la mia vita, o tutti quegli altri sacerdoti incontrati negli anni del Seminario che mi hanno fatto comprendere la ricchezza dell’essere prete, che mi hanno aiutato ad affrontare i dubbi incontrati. Ho trovato nelle loro parole, nella loro testimonianza le risposte che cercavo. Questo per me è fidarsi e affidarsi: dire il mio sì e buttarmi con tutto me stesso in un ministero a cui il Signore mi chiama, sicuro che non mi lascerà solo. C’è una frase del vangelo di Matteo che mi dà tanta sicurezza ed è “Egli vi precede in Galilea”. Questo mi dà la certezza che ovunque sarò chiamato a vivere il mio servizio sacerdotale, là troverò Dio che mi attende.

Cosa è per te il bello del vivere?

Il bello del vivere? Sicuramente il potermi spendere da prete per la comunità e nel servizio che il Vescovo vorrà affidarmi. Il bello del vivere è poter incontrare una comunità con cui camminare e crescere insieme, giovani e meno giovani che sono disposti a scommettere sulla vita, ognuno nella strada a cui è chiamato.

Un’ultima domanda. Più volte hai fatto cenno al ruolo importante che ha avuto un sacerdote nella tua vita. Questo “don” ha un nome e un cognome?

Sì, si tratta di don Guido Menolfi, oggi in servizio come vicario parrocchiale nelle comunità di Montichiari, Vighizzolo e Novagli. Mi ha accompagnato negli anni, per me importanti dell’adolescenza, quelli in cui, come ricordavo, il disegno di dedicare la mia vita al sacerdozio è andato facendosi progressivamente più chiaro. Ma con lui, come ho già sottolineato, ci sono stati tanti altri sacerdoti che con la loro testimonianza mi hanno fatto capire la bellezza dell’essere prete che non si può “costringere” in strette categorie se non quella che le comprende tutte, di essere “uomini di Dio”.

Dai ponteggi al confessionale

Classe 1987 e originario di Teglie di Vobarno, don Marcellino Capuccini Belloni ha svolto il servizio come diacono nell’up Don Vender. Sabato 8 giugno verrà ordinato sacerdote in Cattedrale dal vescovo Pierantonio

Nel suo destino, evidentemente, c’erano le chiese. Don Marcellino, classe 1987, è entrato in Seminario all’età di 25 anni dopo la maturità classica a Salò e la laurea in Lettere (indirizzo Beni culturali). Durante l’università lavorava nell’azienda di restauro (Gianotti) della famiglia. Grazie all’attività dei suoi genitori è sempre stato, quindi, a contatto con il mondo delle chiese. “Ci chiamano a rendere nuovamente bello un luogo di culto. E questo mi ha sempre colpito e attratto, perché collegare a Dio qualcosa di bello rappresenta un aspetto significativo. Mi ricordo che un committente, un giorno, mi disse: ‘Ricordatevi sempre che di fronte a questo quadro la gente prega’. Tante volte si entra in una chiesa con l’idea di visitare un museo, ma la chiesa è un luogo dove si prega. Rendere nuovamente bello un luogo di preghiera non è la stessa cosa di rendere bello un museo. La bellezza dell’arte legata alla liturgia, senza cadere in forme stravaganti, è stata indirettamente determinante”. Testimonianza visibile del Creato e del divino, l’arte diventa anche strumento di evangelizzazione. Nella storia, sostiene Papa Francesco, l’arte “è stata seconda solo alla vita nel testimoniare il Signore. Infatti è stata, ed è, una via maestra che permette di accedere alla fede più di tante parole e idee, perché con la fede condivide il medesimo sentiero, quello della bellezza”.

Don Marcellino ha respirato la fede tipica di una piccola comunità di montagna. Ha due sorelle, una più grande e una più piccola, e tre nipoti. È cresciuto a Teglie di Vobarno: sua madre è trentina, mentre il padre è bresciano. All’età di 15 anni si è trasferito a Roè Volciano. Negli anni di formazione in Seminario è stato a Rezzato, prefetto al Seminario minore, a Tremosine, all’unità pastorale di Casto, Comero e Mura e da diacono quest’anno era nell’unità pastorale cittadina intitolata a don Giacomo Vender (Divin Redentore, S. Giovanna Antida, Santo Spirito e Urago Mella). Ha sempre cercato “di essere aperto a tutto il mondo ecclesiale (movimenti, associazioni….), tenendo un equilibrio generale. Ho avuto la fortuna di crescere in una piccola parrocchia di montagna, a Teglie di Vobarno: le liturgie non erano solenni come quelle del Duomo, ma la liturgia era curata e ben partecipata”. Nel suo cammino verso il sacerdozio ha potuto conoscere “preti e religiose in gamba. Non pensavo di diventare un sacerdote, perché pensavo di più a costruire una famiglia. Quando mi sono interrogato sull’ingresso in Seminario, ho ritrovato alcuni punti, cioè alcuni segnali: il servizio come ministrante, l’attività in oratorio, l’esperienza con gli scout e anche l’impegno in politica dove ero consigliere comunale”.

A pochi giorni dall’ordinazione, è grande il suo sentimento di gratitudine nei confronti del Seminario: “Con le fatiche dei vari cambi, provo la commozione di chi lascia un posto”. Don Marcellino è “molto apprezzato dall’intera comunità” come conferma l’amico Fabio. È sembrato chiaro a tutti che quella del seminario fosse la sua strada e che ha fatto bene a percorrerla. Sarà sicuramente – conclude – un modo da parte sua per dedicarsi al prossimo come probabilmente è sempre stato portato a fare. Ha fatto una scelta a dir poco ammirabile”. “Non vi è niente di più bello – come affermò Benedetto XVI in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile del 2005 – che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”. Don Marcellino ha scelto di spendere ancora (dopo l’impegno in oratorio e per il proprio Comune) la sua vita per gli altri attraverso il sacramento dell’ordine.

La tua scelta vocazionale non è stata un fulmine a ciel sereno…

Rileggendo la mia storia nell’anno in cui ho deciso di entrare in seminario, ho notato che c’erano già dei punti luce in merito alla mia scelta vocazionale. Quindi ho ricollegato diversi aspetti: il chierichetto da piccolo, gli Scout, le attività in oratorio e la partecipazione politica. Ho fatto il consigliere comunale del mio paese finché non sono entrato in seminario, dopodiché ho dovuto dare le dimissioni per l’incompatibilità dei ruoli. Anche lì ho trovato nella persona del sindaco di allora (Emanuele Ronchi), una persone che, a prescindere dall’appartenenza, voleva molto bene al nostro paese: aveva un interesse verso l’umano prima che verso la politica.

Come rileggi le esperienze che hai fatto durante la formazione?

Sono stato fortunato perché mi hanno sempre mandato da preti molto bravi: sono stato a Rezzato (S. Carlo) con don Gelmini, al Seminario Minore come prefetto con don Giorgio Gitti, a Tremosine con don Ruggero Chesini, nel Savallo con don Marco Iacomino e adesso sono all’Unità pastorale don Vender con don Gianluca Gerbino e don Giovanni Lamberti. Ho avuto, quindi, la fortuna di vedere, pur nei caratteri diversi, dei preti innamorati di Dio e molto attenti anche all’aspetto della vita fraterna. Poi c’è la bellezza di essere inviato e di non decidere dove andare. Siamo mandati nelle parrocchie per imparare. Mi è rimasta impressa la frase che mi ha detto un sacerdote qualche mese fa: “Quando ci chiedono come ci troviamo, è una domanda un po’ mal posta, perché noi non siamo mandati per trovarci bene, ma per servire a prescindere dal modo in cui viviamo il luogo.

Il lavoro con la tua famiglia è stato un elemento importante, ma in oratorio hai trovato la tua dimensione grazie ad alcuni momenti significativi (grest, campi estivi, esperienze di carità)…

Tutte queste attività mi hanno sempre fatto sentire a casa. E all’interno dell’oratorio ho visto fiorire vocazioni, come quella di don Roberto Ferrari, che è entrato in seminario quando io frequentavo la prima superiore. Vedere il cammino di qualcuno che aveva all’incirca la mia età, era nella mia compagnia di amici e ha scelto di fidarsi di Dio è stato determinante nel momento in cui anch’io ho dovuto fare la scelta. Ha potuto farlo lui, quindi perché non potevo farlo anch’io?

Di fronte a una scelta definitiva come il sacramento dell’ordine, è normale avere un po’ di sana preoccupazione…

Tremano le gambe come davanti ad ogni cammino impegnativo, che è tale perché è bello e dà gioia. Non sono spaventato, ma so che sarà difficile. Quando si esce dalla sfera di cristallo del seminario, la realtà è quella quotidiana. Quindi più che spaventato, di sicuro so che dovrò affrontare un impegno determinante che responsabilizza. Se leggiamo i segni dei tempi, più che considerare gli errori del passato, consideriamo ciò che il Signore ci sta dicendo oggi. In primis non dobbiamo pensare di essere preti soli, ma preti che collaborano perché parte di un presbiterio. Secondo, per evitare l’esaurimento, io continuo ogni giorno a ricordare che ci sono anche dei coordinatori laici a cui poter delegare alcune mansioni. Quindi chiedo che ci lascino fare i preti, che non significa fare i lazzaroni, ma significa che ci diano la possibilità di occuparci delle peculiarità delle mansioni sacerdotali.

Ci sono dei Santi ai quali ti senti particolarmente affezionato?

Ci sono più figure che sono state di riferimento nella mia vita. Se penso ai Santi, non posso non citare Francesco di Sales e Angela Merici. Francesco di Sales per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale, soprattutto nella scelta vocazionale. Angela Merici invece perché è stata “donna di profezia”, che ha saputo leggere ciò che il Signore voleva ma che sarebbe stato di difficile attuazione in quel momento. Una donna di dialogo, una donna aperta a parlare anche con chi non la pensava nello stesso modo della Chiesa e soprattutto una donna che ha saputo mettere al centro la figura femminile, tutelandola sempre.

Il primo viaggio a Kiremba

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana. Accompagnato da don Roberto Ferranti, direttore dell’Ufficio per le missioni, e dal medico Giuseppe Lombardi, mons. Fontana farà ritorno a Brescia venerdì 10 maggio. Al termine di questo viaggio sono principalmente due i sentimenti che lo pervadono, come testimoniano le parole raccolte da don Ferranti.

A conclusione del viaggio missionario in Burundi, nello specifico a Kiremba, quali sono le impressioni scaturite da questa esperienza, la prima in veste di Vicario generale, in un luogo caro alla Chiesa bresciana?

I sentimenti che mi pervadono sono due: il primo è personale, il secondo è legato al mio ruolo di Vicario generale della diocesi, in rappresentanza del Vescovo. Questa prima esperienza missionaria l’ho vissuta con un profondo sentimento di meraviglia e stupore. Sono molteplici i fattori che hanno determinato tale stato d’animo. In primis c’è il contatto con la natura. In vista del viaggio in Africa pensavo di vedere immensi spazi deserti, in Burundi ho trovato invece una terra fertilissima, rigogliosa dì vegetazione: fiori, frutti e alberi maestosi qui ci circondano. Un aspetto non secondario riguarda le persone: non ho mai visto così tanta gente riversarsi sulle strade, a piedi come in bicicletta, ma sempre in compagnia. È una dimensione comunitaria che mi ha molto colpito, soprattutto se confrontata con la realtà bresciana. Sono rimasto colpito anche dalle abitudini che ho trovato qui: concelebrando l’Eucarestia domenicale nella parrocchia di Kiremba, ad esempio, ho provato una fortissima emozione nel distribuire il Corpo di Cristo a tantissime persone che si avvicinavano a me con questi occhi grandissimi nel raccogliere Gesù come Pane di vita eterna, sostegno per la nostra e per la loro vita. Tralasciando la dimensione personale e calandomi nel mio ruolo di Vicario generale, posso dire che dopo quasi un anno in questa veste, un mandato importante ricevuto dal nostro Vescovo, colgo la profondità di quanta ricchezza e quanta fede la nostra diocesi ha profuso negli anni. In occasione dell’elezione al soglio pontificio del bresciano Paolo VI, la nostra diocesi volle infatti costruire l’ospedale di Kiremba, il più povero tra i luoghi di queste terre. Tutto questo ha dato un significato profondo anche alla mia presenza qui, come rappresentante della Chiesa bresciana insieme a don Roberto Ferranti e il Dott. Giuseppe Lombardi. Qui vengono accolti i poveri, gli indigenti, chi soffre perché malato, anche in modo grave. Si prendono cura di loro in questo ospedale sperduto in mezzo alla natura, in una dimensione di estrema povertà. Da tutto questo ho imparato, anche come Vicario, a ripensare a quante cose inutili circondano la nostra quotidianità. Ho potuto rivedere determinate priorità, notando come spesso ci facciamo prendere dalla futilità delle cose.

A Kiremba, l’ospedale eretto grazie alla carità e alla passione della Chiesa bresciana non vive in un contesto avulso dalla dimensione comunitaria. È inserito in una parrocchia dove hanno operato anche i nostri missionari. Proprio a Kiremba abbiamo incontrato altre espressioni missionarie bresciane, soprattutto guardano alle religiose che operano in questa terra. Le diverse sfaccettature degli incontri fatti che segno Le hanno lasciato?

Incontrando il vescovo di Bujumbura e Ngozi ho potuto appurare quanto sia giovane questa Chiesa: è desiderosa di incontrare Cristo, una Chiesa in cammino come la gente che percorre a piedi nudi le strade di queste terre. La persone, con il passare del tempo, stanno riconoscendosi come un corpo solo, un’unica comunità cristiana che si interessa l’uno dell’altro nel cammino della fede. Pensando a Brescia, a quanto il nostro vescovo Pierantonio tenga all’aspetto liturgico dell’Eucarestia, ho potuto constatare come anche qui tutto sia preparato nel migliore dei modi. Ci sono persone addette al canto anche nei giorni feriali, chierichetti che servono con una precisione non tanto statica ma come “corpo” che sta vivendo l’Eucarestia. Canti e danze diventano espressione di una Chiesa viva, di un cammino di fede. Più significativa di tante parole è l’immagine delle persone che partecipano in modo massivo alle celebrazioni. Lunedì eravamo in 13 a distribuire la Comunione. Abbiamo impiegato un quarto d’ora, immaginate quante persone erano presenti, compresi i bambini che, nonostante la giovane età, si sono dimostrati molto compassati. Un altro aspetto che mi ha stupito sono state le dichiarazioni del parroco, padre Giambattista: mi ha riferito che negli ultimi due sabati sono stati celebrati 800 battesimi e 600 matrimoni. Sono numeri che ci interrogano se pensiamo alle nostre parrocchie.

Anche il mondo missionario qui è molto vivace…

Abbiamo avuto la grande gioia di incontrare le suore bresciane presenti in Burundi. Sono suore di varie congregazioni: le Operaie, le Dorotee di Cemmo, le Mariste e le Ancelle della Carità. La loro presenza è indice della bellezza della condivisione con i più poveri. Il tutto è fatto per amore di Dio. Questa è la testimonianza più bella.

La missione, nel cammino della Chiesa, ha subito diverse trasformazioni. Siamo passati da un’esperienza unidirezionale, una Chiesa che inviava e una che riceveva, a una missione dalle forti connotazioni di cooperazione. Ognuno ha bisogno dell’altro. Adesso ci sono due Chiese che si scambiano doni, esperienze e anche stili. Nell’ottica della cooperazione, Kiremba, ormai da tantissimi anni, è legata alla nostra Chiesa diocesana. Qui il nome di Paolo Vi lo troviamo quasi su ogni parete. Guardando alla cooperazione, la Chiesa bresciana cosa può imparare da una realtà come quella del Burundi?

Qui noi portiamo tante realtà, tante cose. Come bresciano, come uomo di Chiesa e come Vicario generale porterò con me tanta ricchezza che dovrà essere uno stimolo per noi, legato a molteplici aspetti. Il primo è legato alla condivisione. Pensiamo a una semplice stretta di mano, a un saluto. Gesti il cui valore spesso ignoriamo tanto siamo presi da noi stessi. Il secondo aspetto è la forte partecipazione a livello liturgico. Il terzo fattore determinante è la capacità di vivere l’incontro con il Signore nella Chiesa. Vedere queste persone ci ha stimolato a rivedere il senso della fede che non deve ridursi a un semplice essere “bravi e buoni”. Bisogna essere capaci di dare accogliere il Signore nelle nostre vite, dandogli il giusto spazio: è un Dio che si incontra in Cristo Gesù, un Dio che desidera vivere questo grande amore anche attraverso il nostro volerci bene.

Vocazione a prova di ragazzi

Come si esprime l’accompagnamento? La riflessione, dopo gli incontri nelle Congreghe, arriva nei Consigli presbiterale e pastorale

Come si esprime l’accompagnamento vocazionale dei ragazzi e delle ragazze? Questa domanda è stata presa in esame dai sacerdoti negli incontri sul territorio anche in vista di un approfondimento sulla possibile evoluzione del “Seminario Minore”. Il Consiglio presbiterale diocesano ha deciso di dedicare le prossime due riunioni, mentre il consiglio pastorale diocesano si ritroverà l’11 maggio ad affrontare il medesimo approfondimento.

La fotografia. Si sente il bisogno di ripensare i luoghi comuni circa l’età della preadolescenza, anche sotto il profilo vocazionale, perché sarebbe pastoralmente ingiusto ritenere che non abbia rilievo la cura vocazionale di questa fascia di età. Lì si percepisce il massimo di sensibilità all’annuncio vocazionale. A questa età si ha la più ampia plasticità per la maturazione dei prerequisiti vocazionali (formazione dell’identità, espansione della vita di relazione, amicizia, vita di gruppo, generosità, ecc.). Più che di una proposta vocazionale esplicita, al di sotto dei 13 anni, conviene puntare su un appello vocazionale ampio. La preadolescenza è stata chiamata la prefigurazione armonica del divenire vocazionale: l’evento vocazionale vero e proprio è percepito come un desiderio e una intuizione dello sviluppo futuro. È il divenire vocazionale, è l’età delle intuizioni e dei desideri, il periodo della vita in cui avviene la più elevata identificazione con i modelli. L’adolescenza dilatata, lunga e interminabile, comporta, invece, un prolungato accompagnamento in una fase della vita splendida ma fragile, più adatta alla semina che alla raccolta. Infatti, l’adolescenza è come la primavera, una stagione di bellezza e di rischio. Gli adolescenti vivono grandi entusiasmi per progettare se stessi nel futuro ma anche notevoli fatiche per costruire la propria identità e superare le crisi connesse con quella che viene chiamata la seconda nascita. L’elemento più caratteristico della vocazione nell’adolescenza è costituito dalla scoperta e dalla costruzione del progetto personale di vita.

Le proposte attive. Inizialmente è stato scelto l’acronimo non troppo felice “Covo”, ma preferiamo chiamarle semplicemente comunità vocazionali. Sono dei momenti in cui i ragazzi delle superiori (dalla prima alla quinta) che non scartano l’ipotesi di entrare in Seminario (alcuni sono solo desiderosi di conoscere meglio il loro rapporto con la fede) si incontrano, si confrontano e fanno insieme un cammino mensile. Attualmente sono tre, come raccontiamo in pagina, i luoghi che accolgono i ragazzi e il loro cammino di ricerca: Breno, Verolanuova e Brescia (Seminario minore). In precedenza c’era anche l’esperienza, che poi si è conclusa, di Lumezzane. “I ragazzi – spiega don Claudio Laffranchini – condividono lo stare insieme e prendono sul serio la loro vocazione. Vivono per un giorno e mezzo la loro quotidianità con gli altri ragazzi e si lasciano accompagnare dalla figura di un sacerdote che si prende cura di loro. In tutto sono circa 25 maschi, ma il desiderio è quello di pensare qualcosa anche per le femmine”. Condividono la vita ordinaria (compresi i compiti), partecipano alle attività pensate per loro, pregano e, in questo clima positivo, instaurano un rapporto buono con i loro curati. Per i più piccoli, una domenica al mese, c’è “Piccolo Samuele”: è una proposta di orientamento e accompagnamento vocazionale per ragazzi dalla V elementare alla III media che amano stare insieme, mostrano una certa vivacità spirituale (preghiera, confessione, partecipazione attiva alla Messa) e nei quali si coglie il desiderio di approfondire l’amicizia con Gesù. Gli incontri si tengono presso il Seminario Minore a Brescia, in via dei Musei 58 a.

Sia per noi il segno del sorriso di Dio

Carissima suor Maria Pia,

è con vera commozione e grande gioia che le rivolgo, insieme con gli altri sacerdoti uniti a tutte tre le nostre comunità, gli auguri più sentiti e le congratulazioni più sincere per una così alta meta raggiunta: settant’anni di vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, nell’Istituto delle Suore Maestre Pie Venerini.

Lei mi dirà che è grazia e dono dell’amore di Dio, ed è vero! E’ Lui, infatti, la sorgente di ogni dono perfetto e noi vogliamo ringraziarlo insieme con Lei e ammirare estasiati le meraviglie che ha fatto in Lei e attraverso di Lei.

Ma è anche vero che senza la corrispondenza alla grazia e ai doni del Signore da parte del chiamato l’opera di Dio rimane sospesa e non arriva a compimento. Dunque, cara suor Maria Pia, grazie anche a Lei per aver saputo corrispondere con fedeltà perseverante alla chiamata del Signore, ovunque l’abbia portata.

Grazie per la sua giovinezza spirituale, la sua gioia, il suo sorriso, la sua dolcezza, la sua pronta e appropriata  parola per ogni persona incontrata: il bimbo, la mamma, il giovane, il politico, l’operaio; per ognuno ha sempre una parola densa di speranza e di incoraggiamento. Grazie per la sua capacità di guardare innanzitutto al bene, di meravigliarsi, di consigliare, di rinnovarsi nella mente e nel cuore, di apprezzare il nuovo che le si presenta. Grazie per le sue premure nei confronti di ogni persona,  per l’attenzione e l’amore riservato a noi sacerdoti. Grazie per la sua bella testimonianza di fede, di preghiera, di amore alla sua vocazione, vissuta come autentico servizio al Regno di Dio. Grazie per l’amore nei confronti delle nostre comunità di Leno, Milzanello e Porzano. Grazie perché, dandosi tutta al Signore nella consacrazione, non ha mai dimenticato e ha continuato ad amare con vera intensità chi l’ha iniziata alla vita cristiana: babbo, mamma, fratelli e sorelle, la sua comunità cristiana di origine e i suoi sacerdoti.

Grazie per la stima che ha per ogni persona, a cominciare dalle sorelle del suo Istituto e per tutte quelle che le sono vicine o che incontra occasionalmente. 

Grazie per la sua presenza in mezzo a noi: non c’importa ciò che è in grado di “fare”, continui ad “essere” quella suor Maria Pia che noi conosciamo; stia in mezzo a noi e continui a sorriderci e ad amarci per essere segno del sorriso e dell’amore di Dio per ciascuno e per tutti noi.

La abbracciamo Con profondo affetto e stima.

Monsignore con don Alberto, don Davide, don Renato, don Ciro, don Riccardo
e le tre comunità di Leno, Milzanello e Porzano

La vocazione del sofferente “apostolo nella Chiesa”

La pagina dell’ammalato

Il fatto che il beato Luigi Novarese affermasse ed annunciasse la vocazione e la missione proprie alla persona sofferente o disabile, gli ha procurato per parecchi anni contraddizioni, se non addirittura aperta incomprensione ed ostilità; egli, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di proporre ai sofferenti un’idea: il malato, il sofferente è un “chiamato” da Dio a valorizzare la sua sofferenza unitamente a quella di Cristo. Egli non ha mai considerato il dolore, un bene a sé, un elemento positivo e costruttivo; anche per lui tale realtà acquisiva il suo valore dal Vangelo: “É chiaro che l’uomo non può intrinsecamente avere una vocazione al dolore, essendo il dolore in sé stesso una disperata inutilità. Dio non ha creato il dolore e non è stato lui ad introdurlo nella storia dell’umanità, come risulta dal protovangelo (cfr. Gen. 3,14-19).

L’uomo è stato la causa del male del mondo; Dio invece è l’eterna carità, sempre in cammino, infinitamente geniale nelle sue manifestazioni, le quali nei nostri riguardi diventano espressioni della sua infinita misericordia. Egli bussa alla porta del nostro cuore perché si spalanchi al sole della sua infuocata carità, che brucia, sana, vivifica, valorizza” (Luigi Novarese, Un dono del papa ai sofferenti, Ed. CVS, Roma 1983, pp. 14-15). Ciò che dà valore alla sofferenza non è certamente il dolore in se stesso, ma l’accettazione e l’offerta di esso, vissute per amore in unione all’offerta del Cristo.

Nella Salvifici Doloris viene esplicitata la prospettiva della partecipazione dell’uomo al mistero della redenzione, proprio in virtù della specifica “chiamata” che ogni sofferente riceve dal Cristo: “La sofferenza, infatti, non può essere trasformata con la grazia dall’esterno ma dall’interno (…), questa è, infatti, soprattutto una chiamata. É una vocazione.

Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza, per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza” (SD, n. 26). Le persone sofferenti hanno bisogno solamente di una spiritualità ecclesiale. Si deve smettere di rivolgersi a loro e di parlare loro “in quanto ammalati”; prima di essere malati sono degli uomini e dei figli di Dio, perché quindi metterli ancora da parte nella Chiesa?

Il cardinale Jean Danielou così descrive il ruolo del malato nella Chiesa: “Ciascuno ha il suo ruolo nella Chiesa. Ma se è vero che il Cristo ha salvato il mondo più con la sua passione che con la sua predicazione, bisogna dire che il ruolo della sofferenza in generale, ed in special modo il ruolo dei malati per contribuire alla salvezza del mondo, cooperando alla passione di Cristo, è del tutto essenziale. La vocazione generale diventa personale allorché la persona determinata per mezzo del Battesimo viene innestata nel Corpo Mistico. In questa dimensione misteriosa ma reale, il fedele porta con Cristo la propria croce vivendo quanto la sofferenza, in ordine morale e fisico, vi è nella vita stessa (L. Novarese, La vocazione del sofferente, in L’Ancora, 4-5 1071, p.2).

(Cristian C. un ammalato)