Angiolino Bonetta verso la santità

Papa Francesco: sì alle «virtù eroiche» di Angiolino Bonetta di Cigole

Papa Francesco ha ricevuto lo scorso 10 luglio il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il Dicastero a promulgare i Decreti riguardanti una prossima nuova Beata e 4 nuovi Venerabili Servi di Dio. Fra questi il bresciano Angiolino Bonetta.

Angiolino Bonetta nasce a Cigole, in provincia di Brescia, il 18 settembre 1948 da una famiglia di operai. A dodici anni gli viene amputata una gamba in seguito ad un sarcoma osseo. Dice di offrire tutto “a Gesù per la conversione dei peccatori”. Incoraggia gli altri malati, trasmette pace. A una persona che lo compatisce perché cammina con fatica sulle stampelle, dice: “Ma lei non sa che ad ogni passo potrei salvare un’anima?”. Si consacra al Signore tra i “Silenziosi Operai della Croce”. “Ora son tutto della Madonna – dice – dalla punta dei piedi alla cima dei capelli”. In una lettera prima di morire, scrive: “Da quando sono entrato tra i Silenziosi Operai, il Signore mi ha dato una tempesta di grazie, da me finora sconosciute. Mi sento forte come un leone e canto dalla mattina alla sera”. Muore a Cigole il 28 gennaio 1963, all’età di 14 anni.

Zuaboni venerabile

Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del bresciano Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia e pioniere della pastorale familiare e servo di Dio

Riconosciute, nel centenario della scuola di vita familiare, le virtù eroiche di don Giovanni Battista Zuaboni, pioniere della pastorale familiare.

Don Giovanni Battista Zuaboni nasce a Promo di Vestone il 24 gennaio 1880. A soli due anni rimane orfano della madre. Entra in seminario a Brescia nel 1897 ed è ordinato sacerdote il 9 giugno 1906. Inizia il suo ministero come vicario cooperatore a Volciano e nel 1912 a Nuvolera. Nel 1915 svolge il ministero nella parrocchia di S. Giovanni Evangelista a Brescia. Contemporaneamente presta servizio militare come soldato di sanità, assistendo i soldati dell’ospedale militare.

Nel 1918 dà inizio alla prima Scuola di preparazione delle ragazze alla famiglia: l’attuale Scuola di Vita Familiare. L’iniziativa presto si sviluppa in varie parrocchie della Diocesi di Brescia e fuori. Nel 1930 dà forma organica all’Opera con la fondazione dell’Istituto Pro Familia e pone le basi per la Compagnia S. Famiglia, in seguito riconosciuta come Istituto Secolare. Studioso dei problemi sociali, con un ardente amore al Signore e alla Chiesa, don Giovanni Battista Zuaboni aveva trovato – mediante la preghiera, la meditazione, l’esercizio della carità sacerdotale – la formula di un apostolato nuovo, rispondente alle più urgenti istanze del nostro tempo: educare all’amore vero i giovani affinché formino famiglie sane, contributo indispensabile per una società più umana e cristiana. Il 12 dicembre 1939 accoglie con serenità la morte, vista come offerta necessaria alla realizzazione dell’Opera.

Il Papa, ricevendo in udienza il card. Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i decreti riguardanti il miracolo, attribuito all’intercessione del card. Henry Newman (Fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra), nato a Londra il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston l’11 agosto 1890. Riconosciuti anche il miracolo attribuito all’intercessione della fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, l’indiana Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, nata a Puthenchira (India) il 26 aprile 1876 e morta a Kuzhikkattussery (India) l’8 giugno 1926, e il martirio del gesuita ecuadoregno Salvatore Vittorio Emilio Moscoso Cárdenas, nato a Cuenca il 21 aprile 1846 e ucciso “in odio alla fede” a Riobamba il 4 maggio 1897. Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del card. Giuseppe Mindszenty, già arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, nato a Csehimindszent (Ungheria) il 29 marzo 1892 e morto a Vienna (Austria) il 6 maggio 1975; di Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia, nato a Vestone (Italia) il 24 gennaio 1880 e morto a Brescia (Italia) il 12 dicembre 1939; del gesuita spagnolo Emanuele García Nieto, nato a Macotera (Spagna) il 5 aprile 1894 e morto a Comillas (Spagna) il 13 aprile 1974; di Serafina Formai, fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Lieto Messaggio, nata a Casola Lunigiana (Italia) il 28 agosto 1876 e morta a Pontremoli (Italia) il 1° giugno 1954, e della colombiana Maria Berenice Duque Hencker, fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Annunziazione, nata a Salamina (Colombia) il 14 agosto 1898 e morta a Medellín (Colombia) il 25 luglio 1993.

La virtù della fedeltà

La fedeltà è stata molto spesso pensata come coerenza con un impegno preso in passato. In tempi recenti questa prospettiva ha lasciato il posto alla fedeltà a se stessi che porta a mettere al primo posto il proprio bene e la propria realizzazione. Una relazione viene valutata in base alla sua capacità di favorire o contrastare l’armonia personale; in caso di conflitto l’individuo ha la priorità sulla coppia.

Dobbiamo parlare di fedeltà perché riconosciamo che ogni scelta di vita si realizza dentro la storia.

La vita coniugale si realizza dentro una storia abitata da gioie e dolori: possono esserci i momenti belli e gli incroci della vita, la gioia di un’intensa comunicazione e la presenza di muri che la rendono faticosa, una serena relazione con le famiglie di origine e tensioni per l’invadenza dei propri genitori, una buona vita sessuale e incomprensioni che la rendono difficile, la tranquillità economica e le ristrettezze dovute a difficoltà lavorative, la gioia di accogliere un figlio desiderato e la consapevolezza che i figli non arriveranno.

 Potremmo continuare con mille altri esempi, ma tutti ci portano a questa chiara consapevolezza: il matrimonio deve fare i conti con la vita e la storia, che la formula del consenso descrive come abitate da gioie e dolori, salute e malattia.

La fedeltà non è né fedeltà a se stessi, né fedeltà ad un impegno del passato (benché questi due elementi non siano ovviamente assenti), ma fedeltà a quel dono reciproco che è il progetto nel nome del quale ci si impegna l’uno con l’altro. 

La persona che ha scelto il matrimonio possiede ora un orizzonte che dà unità alla vita anche con le sue inevitabili limitazioni.

Il tempo porta con sé degli inevitabili cambiamenti nei desideri, nelle aspettative, nel carattere dell’altro. Non è detto che siano buoni o cattivi, ma certamente ci sono. Va detto che il cambiamento non piove dall’alto, ma avviene lentamente, ed entrambi i coniugi ne possono diventare, un po’ alla volta consapevoli. Parlare di fedeltà in questa situazione significa assunzione del cambiamento, che diventa rispetto dell’alterità del partner e garanzia che non ci sia né assimilazione né strumentalizzazione.

Nella fedeltà all’altro e alla promessa fatta è contenuta anche una fedeltà alla trascendenza del senso; non vi può essere promessa definitiva senza il riconoscimento di un ordine sacro.

La coppia decide della sua vita perché guidata dalla convinzione che esiste un senso definitivo dell’esistenza fondato nella decisione fedele e irrevocabile di Dio per essa; la vita diventa così una risposta a una chiamata più grande che racchiude il mistero della sua origine.

Il tutto prende corpo nella quotidianità, a confronto con le sfide della storia. Il progetto comune chiede sempre di essere revisionato perché fa i conti con il ciclo di vita. All’inizio ci sono le sfide legate ai compiti evolutivi, che abbiamo descritto; fedeltà è cura dei tempi e ritmi della vita, del lavoro, disponibilità al cambiamento quando arriva un figlio. La coppia è l’elemento fondante, il principio propulsore di tutto e la cura per la vita di coppia rimane basilare. Le stagioni si susseguono cariche di quei cambiamenti che la virtù della fedeltà porta a riconoscere, assumere ed elaborare. Infine, quando i figli lasciano la casa per seguire la loro strada, si apre una nuova stagione per la coppia, che è ancora piena di possibilità e opportunità. Quando la vecchiaia di entrambi e la morte di uno dei due bussa alla porta, la fedeltà assume il volto “dell’invocazione di fronte al mistero dell’esistenza”.

La fedeltà quindi non è solo un no al tradimento, ma è l’atteggiamento morale di chi è consapevole di tutto questo e vigila sul proprio cammino di coppia e di famiglia; fedeltà è aver cura del tempo che segue la scelta di vita, non in modo passivo ma creativo.

Parliamo così di fedeltà creativa che diventa un amore che cerca di superare i momenti difficili e le tensioni di un’esperienza aperta e incarnata nella storia. E nel senso che la coppia non è chiamata solo a vivere una fedeltà al passato e alla scelta fatta, ma anche una fedeltà al presente e al futuro, cioè a tutte le realtà, belle e difficili, che la vita potrebbe presentare. Il cristiano coglie che in questa fedeltà abita la logica pasquale che è parte della vita quotidiana, così come il coraggio del perdono e l’umiltà di ripartire sempre.

La fedeltà creatrice si fonda sulla volontà precisa di non rimettere in discussione l’impegno assunto, ma di integrare in esso tutti i cambiamenti che possono sopraggiungere. L’amore è in continua trasformazione e non potrebbe sussistere senza l’adattamento di un essere che cambia a un altro essere che cambia in un mondo che cambia.

Misericordia virtù dimenticata

La giornata è splendida. L’ex ippodromo, ora intitolato al generoso concittadino Gino Vaia, è affollato. L’impatto visivo è una fantasmagorica sequenza di movimento e colori che muovono all’allegria. Le famiglie in festa, accorse numerose, si raccolgono intorno all’altare: commensali ed ospiti di un Signore che dona tutto se stesso. E’ un raccoglimento gioioso. I bambini, nel loro moto perpetuo, danno un messaggio di vita e di futuro. Don Domenico, il dinamico sacerdote che cura la pastorale delle famiglie, commenta nell’omelia il passo evangelico del sordomuto miracolato. “ Gesù lo guarì, prendendolo in disparte, lontano dalla folla. Gli mise  le dita nelle orecchie e con la saliva gli toccò la lingua dicendogli “Apriti!”. (Mc, 7-31)

La sordità non consente di udire e quindi anche di riprodurre i suoni: l’isolamento è completo. Gesù, spiega  don Domenico, allontana il sordomuto dalla folla, perchè il suo intento non è di stupire con il miracolo, ma perchè la guarigione sia per quell’uomo un “aprirsi” a se stesso. Il significato profondo che giunge a noi  dal Vangelo è che ognuno deve  sciogliere le aridità  che incatenano il proprio cuore per “aprirsi” agli altri ed imparare la misericordia. Misericordia la parola che in se stessa racchiude ciò che vuol significare: i cuori rivolti al misero, all’infelice, a chi ha sbagliato, per comprendere e perdonare. Essa è attuazione della Carità, intesa come Amore per Dio e per il prossimo.

“Beati i misericordiosi perchè troveranno misericordia” ed ancora “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Nella beatitudine e nel Padre nostro, Gesù ci ricorda da sempre che Dio sarà misericordioso con noi nella misura  in cui noi useremo misericordia verso tutti, uomini e donne, che incontreremo nel viaggio della vita, e verso il creato intero. Ce lo ricorda, oggi, in tutti i suoi interventi, Papa Francesco, asserendo che la nostra società è ammalata perchè affetta da grave carenza di misericordia. Proclama l’Anno Santo intitolato ad essa per scuoterci dalle nostre  chiusure e dalle nostre paure, donandoci una nuova opportunità di riflessioe e cambiamento.

Le virtù degli sposi (II parte)

  • Vi sono altre condizioni per conservare ed accrescere l’amore coniugale. Il tempo ci costringe a limitarci a queste due: l’umiltà e la misericordia. Ora dobbiamo parlare di una fondamentale virtù coniugale: la castità.

2. LA CASTITÀ CONIUGALE

Per capire che cosa è la castità coniugale e misurarne l’importanza per la vita coniugale, dobbiamo prima fare alcune riflessioni generali.
Se appena ciascuno di noi fa attenzione alla propria vita quotidiana, non fa fatica ad accorgersi che la persona umana è una realtà molto complessa, che essa cioè è composta di molti elementi; appunto non è qualcosa di semplice, ma di composito. Ma siamo ancora più concreti. Prendiamo, per esempio, un capitolo molto importante della nostra vita: il capitolo dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni. Quanti sono i nostri desideri, le nostre aspirazioni: possiamo desiderare di mangiare un buon cibo e possiamo desiderare di vivere una profonda esperienza di preghiera col Signore. Possiamo aspirare ad essere più ricchi di quello che siamo oppure aspirare ad essere umili discepoli del Signore in una totale povertà. E così via. A guardare però le cose in profondità, ci accorgiamo che, alla fine, tutti i nostri desideri, tutte le nostre aspirazioni si possono dividere in due grandi classi: ci sono desideri-aspirazioni di natura spirituale; ci sono desideri-aspirazioni di natura psico-fisica. Quando Teresa d’Avila, giunta alla fine della sua vita, ripeteva continuamente: “voglio vedere il Volto di Dio”, esprimeva un desiderio, un’aspirazione spirituale. Quando, dopo una intensa giornata di lavoro, diciamo: “non vedo l’ora di andare a letto”, esprimiamo un desiderio, un’aspirazione psico-fisica.
Dunque, teniamo bene in mente questo fatto: la nostra facoltà di desiderare, di aspirare ha due dimensioni, una dimensione spirituale ed una dimensione psico-fisica.
Troviamo queste due dimensioni anche nella nostra sessualità: anche la sessualità umana ha una dimensione spirituale e una dimensione psico-fisica. Che essa abbia una dimensione psico-fisica non è difficile da capire. Già dal punto di vista biologico, l’uomo e la donna sono fatti per unirsi. Ed esiste una naturale attrazione fra l’uomo e la donna. Che cosa significa naturale? significa che l’uomo e la donna, considerati a se stanti, sono incompleti e sentono il bisogno di trovare l’uno nell’altro quella pienezza di esistenza che nella loro solitudine non possono raggiungere. Ecco: questa è la dimensione psico-fisica della sessualità. Una dimensione che fa aspirare l’uomo e la donna all’unione anche fisica dei loro corpi.
Ma questa non è tutta la sessualità umana; la sessualità umana non si riduce a questo. Essa possiede anche una dimensione spirituale. L’uomo e la donna che vivono un rapporto profondo, non si incontrano solo a livello di emozioni psico-fisiche. Il loro è un incontro di carattere spirituale, cioè personale. Non è una comunione di corpi vissuta emotivamente, ma è una comunione di persone vissuta nella piena libertà del dono di sé. Del dono di sé, non solo del proprio corpo. Ma è vero che la sessualità umana ha in se stessa anche questa dimensione spirituale?
È una cosa troppo importante per non rispondere accuratamente a questa domanda. Ebbene, se vogliamo essere onesti con noi stessi, non possiamo negare l’esistenza di alcuni fatti che sarebbero inspiegabili se la sessualità umana non avesse anche una dimensione spirituale.
Il primo è costituito dal fatto mirabile del volto umano. Del corpo umano fa parte il volto. Lo sguardo che considera il valore dell’altra persona, non si concentra sui suoi valori sessuali, ma sul volto: il volto è l’espressione concentrata di tutta la persona. Quando si parla, infatti, della bellezza della persona amata si intende, in primo luogo, la bellezza del suo volto. È questa un’esperienza così profonda che anche nella nostra fede, noi, rivolgendoci al Signore, diciamo: “il tuo Volto io cerco, Signore” oppure “non distogliere da me il tuo Volto”. Perché questa profonda concentrazione sul volto? perché si tratta di una comunione fra le persone.
E c’è poi un secondo fatto che dimostra come la sessualità umana abbia anche una dimensione spirituale: il pudore. Esso è un fatto esclusivamente umano: gli animali non hanno pudore. Perché? perché non hanno un’interiorità da difendere contro sguardi indiscreti, impudichi. Il pudore, infatti, è la difesa della propria persona in quanto essa si esprime attraverso la propria sessualità. La propria persona è come un tempio: c’è in essa la parte più santa, più interiore e c’è la parte esteriore. Si entra nella parte intima della persona attraverso il corpo, attraverso la sessualità. Il pudore interdice questo ingresso, consentendolo non a chiunque. Mentre il pudore intende condurre la considerazione del sesso nella totalità della persona, l’impudicizia tratta la persona, in un certo senso, come un’appendice della sua genitalità.
Dunque, teniamo ben presente questo punto: la sessualità umana possiede due dimensioni, una dimensione psico-fisica e una dimensione spirituale.
A questo momento sorge precisamente uno dei problemi più importanti per una santa e felice riuscita della vita coniugale
. Vorrei introdurvi a questo problema con un esempio molto semplice. Prendiamo un’automobile. Essa consta di molti apparati diversi che devono essere collegati in un modo corretto fra loro. Se manca qualcuno di questi apparati oppure se ci sono tutti ma non sono correttamente collegati fra loro, l’automobile non è vera: cioè non si muove da sola. Anche la sessualità umana è composta di più elementi, di due precisamente: della dimensione psico-fisica e della dimensione spirituale. Ora, se nell’esercizio della sessualità manca uno di questi elementi oppure se essi non sono fra loro ben connessi ed integrati, la sessualità umana non è vera: non è veramente umana. Allora, quale è il problema più profondo che la sessualità pone alla persona? questo, precisamente: che essa sia integra (completa, cioè in tutta la sua ricchezza), che essa sia ordinata (che fra le due dimensioni ci sia una giusta correlazione). Che cosa realizza nel matrimonio una sessualità integra e ordinata? la virtù della castità. E siamo così finalmente arrivati, dopo un lungo cammino, a capire che cosa è la virtù della castità.
La virtù della castità è la forza che rende gli sposi capaci di vivere integralmente e ordinatamente la loro sessualità. La persona è casta quando è capace di vivere la propria sessualità in questo modo. In primo luogo, integralmente. Non è umano vivere la propria sessualità rinnegandone la dimensione spirituale, ciò che oggi frequentemente accade. La sessualità è il linguaggio della persona. Ma è ugualmente inumano vivere la propria sessualità rinnegandone la dimensione psico-fisica. Anche in questo contesto valgono le sagge parole che S. Teresa d’Avila diceva in un altro contesto: “Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo: volerci comportare da angeli quando siamo ancora in terra… è una vera assurdità”. Non è infrequente il caso di matrimoni che vanno in crisi oppure che si trascinano stancamente proprio perché è carente questa espressione, questo linguaggio dell’amore coniugale.
Ma la virtù della castità non assicura solamente un esercizio integrale della sessualità coniugale, ma anche un esercizio ordinato. Ed è la cosa più importante. Per capire in che cosa consiste questo ordine, possiamo fare un esempio. Una buona esecuzione di una musica al pianoforte esige molte cose. In primo luogo, come e ovvio, il pianista deve saper leggere correttamente lo spartito musicale. Ma, ovviamente, questo non è sufficiente. È necessario che le mani siano perfettamente educate ad eseguire quanto è scritto: è una educazione essenziale. Tuttavia, ancora non basta. Saper leggere correttamente la musica ed eseguirla in modo conforme a quanto è scritto, darebbe come risultato solo un’esecuzione meccanica: bisogna saper interpretare, partecipare l’ispirazione dell’autore del brano musicale. Vedete: in una esecuzione musicale è presente un’abilità, diciamo, fisico-manuale ed una interpretazione spirituale. Quando le due si integrano si ha una bella esecuzione.
Ora ritorniamo al concetto di ordine che la castità crea nell’esercizio della sessualità. Essa integra la dimensione psico-fisica nella dimensione spirituale. Che cosa significa in realtà questa integrazione? che l’unione fisica esprime veramente la comunione d’amore dello sposo e della sposa, che non esistono più separatamente ma sono l’uno dell’altro. La castità pone ordine nella sessualità perché fa sì che essa sia il linguaggio del vero amore. Si può esprimere questo pensiero con una pagina tratta da un dramma scritto dal S. Padre in giovane età: “Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza fra quello che si trova alla superficie ed il mistero dell’amore — ecco la fonte del dramma… La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore — non lo hanno sfiorato nemmeno”. E ancora: “La vita è un’avventura che ha anche una sua logica e coerenza — e non si può lasciare il pensiero e l’immaginazione a se stessi! Con che cosa allora devono stare?… il pensiero — evidentemente — deve stare con la verità”.
La corrente più o meno varia delle nostre emozioni deve essere inscritta nella tranquilla pace di un amore che si dona: in questo consiste la castità coniugale.
Anche nel caso della castità coniugale sono necessarie alcune condizioni, senza le quali essa non può esistere.
La prima condizione è l’auto-dominio cui ci si deve educare fin dal fidanzamento ed anche prima. Un’altra condizione è quella che potremmo chiamare la purezza dello sguardo. Gesù nel discorso della montagna parla di uno sguardo che è tale da deturpare la dignità della persona (“chi guarda…”). È la capacità di vedere sempre nel corpo ed attraverso il corpo la persona che merita sempre rispetto e venerazione. Quanto è difficile oggi conservare questa purezza! Uno degli aspetti più deteriori della cultura in cui viviamo è proprio l’uso che si fa del corpo, soprattutto femminile, addirittura per scopi economici, come vediamo in tanti spot televisivi.
Dunque, possiamo concludere questo secondo punto della nostra catechesi. La virtù della castità è quella forza interiore che consente agli sposi di vivere la loro sessualità integralmente ed ordinatamente. Essa si pone al servizio dell’amore coniugale, nel senso che solo la persona casta sa amare come si devono amare gli sposi, nel dono totale reciproco delle loro persone.

CONCLUSIONE

Uno dei titoli in cui la pietà cristiana ha invocato la Madre di Dio è stato: madre del bell’amore. L’amore cioè ha in sé una sua straordinaria bellezza che lo rende così attraente. Ascoltiamo, per terminare, quanto dice il S. Padre nella Lettera alle famiglie: “Quando parliamo del “bell’amore”, parliamo per ciò stesso della bellezza: bellezza dell’amore e bellezza dell’essere umano che, in virtù dello Spirito Santo è capace di tale amore. Parliamo della bellezza dell’uomo e della donna: della loro bellezza come fratelli o sorelle, come fidanzati, come coniugi. Il Vangelo chiarisce non soltanto il mistero del “bell’amore”, ma anche quello non meno profondo della bellezza, che è da Dio come l’amore. Sono da Dio l’uomo e la donna, persone chiamate a diventare dono reciproco. Dal dono originario dello Spirito “che dà la vita” scaturisce il dono vicendevole di essere marito o moglie, non meno del dono di essere fratello o sorella”.
Gli sposi affidino il loro amore alla Madre dell’amore perché non sia deturpato dal peccato, ma sia casto e forte.

Le virtù degli sposi (I parte)

Il dono del matrimonio  comporta anche una responsabilità nostra: ogni grazia diventa un compito per la nostra libertà.

Il Signore dona agli sposi di partecipare al suo stesso amore: gli sposi possono, e quindi devono amarsi come il Signore ha amato. Il Signore dona agli sposi di divenire cooperatori del suo amore creatore nel dono della vita: gli sposi possono, e quindi devono donare generosamente la vita.
Ma per corrispondere al dono del Signore, sono necessarie negli sposi delle forze spirituali che li rendano capaci di compiere tutto ciò che la chiamata del Signore dona loro. Queste forze spirituali sono le virtù proprie degli sposi; le chiameremo le virtù coniugali. Quali sono? come si acquistano? Ecco: in questa catechesi cercherò di rispondere a queste domande.

1. L’AMORE CONIUGALE

La prima virtù è l’amore, l’amore coniugale: l’amore profondo che deve regnare fra gli sposi. Ho detto “regnare” di proposito. La vita coniugale, i rapporti di ogni genere fra gli sposi devono essere sempre governati, dominati dall’amore: non da altro. Ma qui entriamo subito in quella che forse è la nostra più grande tragedia: non sappiamo più che cosa significa amore, al punto che nel nostro linguaggio questa parola ormai significa tutto ed il contrario di tutto. È vero o non è vero, per fare solo un esempio della confusione in cui siamo caduti, che spesso si chiama “amore” anche il tradimento?

Abbiamo dunque bisogno di veder chiaro nella verità dell’amore: è il nostro bisogno più grande. Chi non sa che cosa è l’amore, non sa semplicemente che cosa è la vita.
Abbiamo due libri in cui possiamo giungere a questa conoscenza: la S. Scrittura ed il nostro cuore. In ambedue sta scritta la verità dell’amore e l’uno aiuta l’altro. Proviamo a leggerli brevemente, assieme.
Nella sua prima lettera, S. Giovanni scrive: “In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1Gv. 4, 10). Perché nell’amore di Dio scopriamo la verità intera dell’amore? perché scopriamo la gratuità.

Ecco, vorrei che rifletteste profondamente su questo concetto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore. La gratuità è l’amore che si dona, semplicemente perché trova gioia nel donare.

La gratuità è l’amore che si dona non in previsione di un beneficio che può venire dalla persona umana. Semplicemente dona perché vede che donarsi è bene, che donarsi è bello.

La gratuità è l’essenza stessa, la definizione stessa dell’amore. Ora, la persona umana non è capace, di solito, di una gratuità assoluta. Essa non poteva sapere fino in fondo che cosa era l’amore, poiché solo Dio è capace di gratuità.

Per questo che solo quando Egli in Gesù ha svelato il suo modo di amare, l’uomo ha potuto capire che cosa è l’amore: è il puro, gratuito dono.
Chiudiamo per il momento il libro della S. Scrittura ed apriamo l’altro libro, il nostro cuore: che cosa vi leggiamo? A prima vista, vi leggiamo tutto il contrario. Quando un uomo e una donna cominciano ad amarsi, non sentono una profonda attrazione reciproca? Ora questa reciproca attrazione nasce dal bisogno dell’altro: stare coll’altro, parlare con l’altro… Un bisogno che nasce dal desiderio della propria incompletezza, la quale trova compimento nell’altro. Sembra proprio un’esperienza esattamente contraria alla gratuità: cerco l’altro perché ne ho bisogno; voglio l’altro per la pienezza della mia esistenza.
Non possiamo certo negare tutto questo

Ma il nostro cuore, se lo ascoltiamo attentamente, ci dice anche qualcosa d’altro, più profondo. Esso ci avverte che l’altra persona è qualcuno, non qualcosa. Non può essere usato: può essere venerato nella sua preziosissima dignità. Ecco: può essere solo amato.

È vero o non è vero che quando una donna si sente come usata, essa dice; ma questo non è più amore! Il nostro cuore porta inscritto in se stesso l’invocazione di un amore vero, di un amore puro, cioè gratuito, cioè che sia puro dono della propria persona all’altro. La lettura congiunta dei due libri, la S. Scrittura ed il nostro cuore, ci ha portato a questa scoperta: l’amore coniugale è il dono reciproco, ma esso può essere insidiato da una logica di possesso. Fermiamoci un poco a meditare su questa scoperta.
Da sempre, la particolare relazione che l’amore coniugale costituisce fra l’uomo e la donna si esprime nelle parole “mio… mia”. Per esempio, nel più bel canto di amore che l’umanità possegga, il Cantico dei Cantici, questi pronomi ricorrono continuamente. Ebbene, essi possono voler dire due cose. Possono voler dire un rapporto di possesso: tu sei l’oggetto del mio possesso, ciò che mi appartiene. Dal possesso l’ulteriore passo va verso il godimento: l’oggetto che posseggo acquista per me un certo significato in quanto ne dispongo e me ne servo, lo uso.

Possesso-uso-godimento: ecco il primo significato di “mio… mia”.

Ma ne esiste un altro. Quelle parole esprimono la reciprocità del dono, esprimono l’equilibrio del dono in cui precisamente si instaura la comunione personale: “Mio… mia” perché tu ti sei donato/a ed io mi sono donato. Non c’è nessuna appartenenza nel senso della proprietà o dominio: c’è solo l’essere l’uno dell’altro nel dono di sé.
Dunque: l’amore coniugale è il reciproco dono degli sposi. In questa reciproca auto-donazione è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro è stato voluto da Dio per se stesso. E ciascuno fa di sé dono all’altro, con atto consapevole e libero.
È facile ora capire come questo amore possa crescere e conservarsi solo a determinate condizioni.

 Quali sono? vorrei indicarvi le principali.

La prima e la più importante è l’umiltà: essa è veramente la sorella gemella dell’amore. Voi sapete che il quarto evangelista non racconta l’istituzione dell’Eucarestia nell’ultima cena: scrivendo dopo gli altri, egli sa che i cristiani la conoscono bene.
Al suo posto, egli inserisce una delle pagine più incredibili e sconvolgenti di tutta la S. Scrittura: Gesù lava i piedi ai suoi apostoli. La cosa è talmente assurda che Pietro, nel suo buon senso gli dice: “Tu non mi laverai mai i piedi, in eterno”.
Come a dire: “Ho accettato tutto e sono disposto ad accettare tutto. Tu sei stato nella mia casa, nella mia barca, tu mi hai scelto. Ma, lavare i piedi, è troppo”. Proviamo ora a chiederci: questo gesto di Gesù è stato un atto di amore o di umiltà? impossibile rispondere. È stato un atto di supremo amore perché fu un atto di incredibile umiltà; è stato un atto della più profonda umiltà perché fu un atto di illimitato amore.
Provate ora, allo stesso modo, a ripercorrere colla vostra mente quanto abbiamo detto poc’anzi sull’amore coniugale. Vedrete che tutto può essere capito e riespresso in termini di umiltà.
Chi vuole possedere ed usare l’altro? colui che si ritiene superiore all’altro, nel suo orgoglio. Mentre il vero amore, il dono di sé all’altro, è il più grande atto di umiltà: tu sei così grande, così prezioso che meriti non meno che io ti doni me stesso/a. Ecco, vedete: l’amore coniugale è la più grande umiltà. Senza l’umiltà, l’amore muore.
“Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è perdere, ma vincere; vincere il vero nemico dell’amore che è il nostro orgoglio”.

Quanti matrimoni sono falliti per mancanza di umiltà! essa avrebbe impedito che i piccoli muri di incomprensione e di risentimento divenissero vere barriere, ormai impossibili ad abbattersi.

La seconda condizione, perché l’amore coniugale si conservi e cresca è la misericordia, la capacità del perdono. Vorrei richiamare, in primo luogo, la vostra attenzione su una verità della nostra fede. Il Signore ha condizionato il suo perdono al perdono che noi concediamo al nostro prossimo. Forse non riflettiamo abbastanza su tutto questo. Egli poteva mettere molte altre condizioni: ne ha messa una sola. Egli arriva fino a dire che Egli userà con noi la stessa misura che noi useremo col nostro prossimo. Un monaco vissuto nel IV-V secolo racconta che molti cristiani del suo tempo erano talmente impauriti da questo pensiero che quando recitavano il Padre nostro, non recitavano le parole: …come noi le rimettiamo ai nostri debitori. Noi stessi siamo responsabili del giudizio che un giorno verrà pronunciato su di noi.
Tutto questo è vero per ogni rapporto umano, ma vale in un modo davvero singolare fra gli sposi. Per quale ragione? per una ragione molto semplice: perché singolare è l’amore che regna fra loro. Come si può dire di amare una persona se non si è capace di perdonarla? Infatti, poiché si tratta di una persona umana, o prima o poi essa sbaglia. Sbagliare, infatti, è una proprietà della nostra natura umana. Ed allora che fare di fronte alla persona amata che sbaglia? Il vero amore non ha dubbi: perdonarla e dimenticare. Quanti matrimoni sono stati distrutti dalla mancanza del perdono! un perdono rifiutato persino quando era stato umilmente richiesto.