Pellegrinaggio ad Assisi

Ecco, si riparte per Assisi; la valigia è pronta e l’anima a stento viene contenuta nella pelle. Nel mese di Giugno, io e mia figlia Anita, avevamo fatto la prima esperienza di pellegrinaggio insieme, non senza timori per il viaggio da intraprendere, ma con la consapevolezza di essere ripagate dalla ricchezza spirituale di quel piccolo angolo di mondo. Siamo ai primi di settembre, tra poco per Anita inizierà la scuola ed il desiderio di ripetere il viaggio si ripresenta…. E via. Questa volta anche i nonni di Anita si sono uniti a noi.

Giungiamo ai piedi della città di San francesco, a Santa Maria degli Angeli e non possiamo che fermare la macchina un attimo per vedere quel piccolo agglomerato medievale che sembra sceso dal cielo attraverso le nuvole ed appoggiato sul Monte Subasio dalla mano di Dio. Riprendiamo il percorso dopo aver scattato alcune fotografie e arriviamo presso il monastero di Sant’Andrea, ora casa di accoglienza per i pellegrini, gestito dalle suore francescane di Gesù Bambino. Nel cortile del monastero possiamo finalmente parcheggiare l’automobile ed iniziare a vivere Assisi con “il cavallo di San Francesco”… a piedi. Ci sentiamo davvero a casa; le suore sono ospitali e premurose, veniamo fatti accomodare nelle stanze assegnate che, come la prima volta, sono orientate verso la Basilica di San Francesco. Apriamo la finestra e ci sentiamo abbracciare dal caldo benvenuto di Assisi  rimanendo, ancora una volta, a bocca aperta davanti alla bellezza della Basilica che al tramonto mozza il fiato. Quattro giorni durante i quali, facciamo il pieno di “pace, silenzio, contemplazione, preghiera…”.

Visitiamo Assisi in largo e in lungo: la prima tappa è la vicina Basilica di San Francesco; divisa in superiore ed inferiore dalla quale si può accedere alla tomba del “Poverello di Assisi”, poi la Basilica di Santa Chiara; dove è custodito il Crocefisso che per primo “parlò” al santo, Chiesa Nuova; ovvero la Chiesa costruita sulla casa natale di Francesco, la Cattedrale dedicata a San Rufino, la Chiesa dedicata a San Pietro e l’antichissima Chiesa dedicata a Maria, già templio dedicato a Minerva, nella piazzetta del Municipio. E poi su; presso la Rocca Maggiore per vedere i resti del castello medievale che fu teatro di battaglia tra gli assisiani e i perugini negli anni in cui Francesco voleva, prima di capire la sua strada, diventare un soldato e un crociato. Un sali e scendi continuo intervallato soltanto da brevi pause per godersi il panorama e rifocillarsi, vista la calura della stagione.

Mentre pianifichiamo che; l’ultimo giorno visiteremo il Santuario di San Damiano, quello di Rivotorto senza dimenticare l’Eremo delle carceri, e la meravigliosa Porziuncola contenuta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, sulla cui sommità svetta la statua dorata della Madonna: entriamo nella chiesa di Santa Maria Maggiore; conosciuta anche con il nome di “Chiesa della Spogliazione” dove San Francesco si spogliò di tutti i suoi averi terreni promettendo di seguire Dio, con tanta amarezza del padre, ricco commerciante di stoffe, Messer Pietro di Bernardone che non perdeva tempo a maledire il figlio ogni volta che lo incontrava per strada a mendicare cibo o pietre per restaurare la Chiesa di San Damiano. Qui, il vescovo di Assisi, Guido, protesse Francesco dalle accuse del padre nella pubblica piazza, coprendolo con il suo mantello nel momento in cui vide Francesco denudarsi dei suoi abiti di ricco rampollo. Francesco giurò fedeltà totale al Padre che è nei cieli e prese “la sposa più nobile e bella che abbiate mai visto” (parole sue): “Madonna Povertà”.

La Chiesa della Spogliazione ha radici centenarie, lo si comprende anche dalla struttura ma, entrando, sulla destra campeggia una struttura contemporanea, particolare. Si tratta dell’ultima dimora di un ragazzo nato nel 1991 e morto a solo 15 anni nel 2006 in seguito ad una leucemia fulminante, il suo nome è Carlo Acutis. Si è concluso il processo che lo ha già reso “Venerabile servo di Dio” e viste le molte testimonianze sulla sua breve ma intensa vita dedicata a Dio Eucaristia, alla Madonna e ad essere in grado, nonostante molto giovane, di dedicarsi al prossimo; verrà dichiarato Beato e poi, con il consenso di Dio, Santo.

Si pensa già che la santità di Carlo verrà posta a protezione del web. Si, proprio di questo strumento moderno, utile e talvolta pericoloso se mal utilizzato soprattutto dai molto giovani: Carlo era un piccolo genio dell’informatica e grazie a questo dono e all’amore per Gesù ha creato un museo virtuale che tratta dei “miracoli Eucaristici” visibile in internet. Questa mostra ha già fatto il giro del mondo, e Carlo col lei. Abbiamo conosciuto Carlo Acutis in questa chiesa, dove Francesco, ancora prima di diventare Santo, aveva lasciato ogni cosa terrena per unirsi a Dio, così come Carlo tanto piccolo e già grandissimo, dichiarava che: “Dio ci crea Originali ma, molti di noi muoiono come fotocopie”,  “La mia autostrada per il cielo è l’Eucaristia” , “Non io ma Dio”, “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”, “La Vergine Maria è l’unica Donna della mia vita”, ”Sono felice di morire, perché ho vissuto la mia vita senza perdere alcun minuto in cose che non piacciono a Dio”. Parole forti. Abbiamo portato con noi del materiale documentativo, ed alcune preghiere che recitate aiuteranno Carlo ad essere presto annoverato tra i Beati e in seguito tra i Santi. Altro materiale l’abbiamo trovato in internet così come alcune interviste alla mamma di Carlo, che lei definisce “il mio piccolo Salvatore”, che mi lasciano sempre una profonda commozione. Abbiamo visto in un documentario che, inizialmente, il corpo di Carlo era sepolto nel cimitero di Assisi, la madre spiegava che coloro che hanno una proprietà immobiliare ad Assisi acquisisce anche il diritto di sepoltura, nonostante abitassero a Milano dove Carlo era vissuto: vicino alla morte aveva chiesto di essere sepolto in quel piccolo Paradiso. A distanza di quasi 13 anni dalla sua morte, proclamato Venerabile, ecco che il Vescovo di Assisi autorizza la traslazione delle spoglie di Carlo presso la Chiesa della Spogliazione. La madre di Carlo a distanza di molti anni potè così rivedere il corpo del figlio che si presentava incorrotto come accade ai Santi.

Ecco, il nostro pellegrinaggio si è concluso, siamo tornati a leno con Assisi nel cuore, San Francesco accanto a noi, ed ora la consapevolezza che la santità non è così lontana da noi, è possibile anche ai giorni nostri, fra i giovani che in questo periodo storico vengono bombardati da informazioni mondane, attraenti che poco si confanno alla spiritualità e all’ascolto contemplativo che si dovrebbero tenere alla presenza di Dio. Evidentemente Dio conosce ogni via e se necessario “alza la voce per farsi sentire”.

Marina, Anita e i cari nonni nostri compagni di viaggio                                                                           Gina e Alberto; pellegrini a quattro ruote…

Pellegrinaggio di San Valentino 2020

solo per coppie e famiglie

Roma rinascimentale

Venerdì 14 febbraio

Partenza da Leno in piazza alle ore 5.00 (venire un momento prima).
Sosta per la colazione lungo il percorso.
Pranzo in autogrill a Roma nord oppure al sacco (ognuno si organizzi).
Nel primo pomeriggio visita al Palazzo del Quirinale, piano nobile e piano terra. Spostamento e visita delle Chiese di San Silvestro al Quirinale e dei SS. Apostoli. In serata arrivo in albergo (Al Casaletto), sistemazione, cena e pernottamento.

Sabato 15 febbraio

Prima colazione in albergo.
Partenza per la passeggiata a Via Giulia. Visita della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, Palazzo Falconieri, Arco Farnese, Palazzo Farnese, Fontana del Mascherone, Chiesa di santa Maria dell’Orazione e Morte, Palazzo Cisterna, Chiesa di sant’Eligio degli Orefici. Ingresso a Villa della Farnesina. Pranzo in ristorante.
Nel pomeriggio visita di Piazza Farnese e Palazzo Farnese, spostamento a Campo de’ Fiori e Palazzo Spada. Visita a Palazzo Venezia e tempo libero.
In serata rientro in albergo, S. Messa domenicale, cena e pernottamento.

Domenica 16 febbraio

Prima colazione in albergo.
Visita alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Visita alla Chiesa di San Pietro in Vincoli, ove è presente il Mosè di Michelangelo. Ore 12.00 Angelus di papa Francesco. Partenza per il rientro.
Pranzo al sacco fornito dall’albergo. Fermata a Salaria est. Rientro in serata a Leno.

Quota di partecipazione individuale: 300€ da portare al momento dell’iscrizione in segreteria parrocchiale in via Dante 15, nei giorni mercoledì – giovedì – venerdì dalle 9.30 alle 12.00. In caso di rinuncia verrà trattenuta la somma di 50 € a testa. Portare al momento dell’iscrizione i dati dei partecipanti, carta d’identità compresa. La quota comprende pullman, albergo, cene, colazioni, pranzi del sabato e domenica, guide, ingressi vari.

Piccoli passi possibili

Il Seminario Minore propone un pellegrinaggio per adolescenti delle Comunità Vocazionali, ma aperto a tutti, dal 17 al 24 agosto in Umbria

Il Seminario Minore di Brescia con alcuni ragazzi delle Comunità Vocazionali di Verolanuova e Breno partiranno per una esperienza comunitaria (e aperta a tutti) di pellegrinaggio nei giorni dal 17 al 24 agosto in Umbria. Gli adolescenti verranno accompagnati dal vicerettore del Seminario Minore, don Mattia Cavazzoni, e dal padre spirituale, don Claudio Laffranchini, in un percorso che inizia con l’incontro della Comunità di Romena per snodarsi in alcuni luoghi legati alla spiritualità francescana attraversando il cuore dell’Italia e scegliendo di lasciarsi provocare da quelle che sono gli stimoli che vengono dalla storia e dalla vocazione di santi che come Francesco hanno fatto della loro vita qualcosa di così bello da poterne cogliere ancora oggi il profumo. Questa iniziativa, all’interno di quelle che sono le esperienze di discernimento vocazionale della nostra diocesi, vede coinvolti più di venti ragazzi, che, anche in queste giornate, si lasceranno provocare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’essenzialità della vita comune nel camminare insieme per poter entrare in un rapporto più profondo con Dio attraverso il confronto e la condivisione con ragazzi della stessa età.

Uno spazio per incontrarsi. È significativo immaginare come questi come altri passi fatti dalle comunità vocazionali sparse sul territorio e il Seminario Minore continuino ad essere un’occasione per la fascia di età degli adolescenti di avere un luogo, un tempo e dei volti con cui confrontarsi per muoversi nella onesta ricerca della volontà di Dio e nella capacità di porsi nella disponibilità ad ascoltare ed accogliere ciò che Dio, con ciascuno di noi, è pronto a tessere nella sua fantasia con le nostre vite non appena abbiamo il coraggio di metterci in ascolto di Lui.

Imparare a cogliere il Bello della nostra vita, nutrirci della Bellezza di Dio e camminare in compagnia di chi ha già scelto di stare dietro a Gesù sono i piccoli passi possibili di un cammino lungo una vita, fin da giovanissimi. Per informazioni e iscrizioni (90 euro il costo), contattare don Mattia (3338428180) e don Claudio (3294080619).

Le radici del perdono

Parte terza

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!”

Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli. Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”.

I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi  qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. 

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista capì che non era una bella bandiera variopinta a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Pellegrinaggio alla Madonna della Spiga

Mercoledì primo maggio anche quest’anno si è rinnovata la tradizione del pellegrinaggio mariano a piedi per le famiglie. Ci siamo messi in cammino da Offlaga per un sentiero che a tratti ha costeggiato il fiume Mella per raggiungere il Santuario di Quinzanello, intitolato alla Beata Vergine Maria della Spiga. Lungo il tratto a piedi, e a più riprese con don Ciro e i bambini presenti abbiamo pregato il santo Rosario. Alle ore 11 circa abbiamo celebrato la S. Messa.

Toccante l’omelia di don Ciro, che ci ha presentato la Vergine Maria come la donna silenziosa e riflessiva, attenta e in ascolto della Parola. Terminata la celebrazione ci siamo recati presso l’oratorio per un momento conviviale. Anche don Davide e Monsignore ci hanno raggiunti per stare insieme e condividere con noi un pezzo di strada.

Ma è davvero particolare la storia di questo grazioso Santuario immerso nel verde della pianura: la tradizione narra che, nel tempo di una tremenda carestia, mentre il popolo moltiplicava preghiere, funzioni e processioni per ottenere il tempo propizio ad un buon raccolto, il 19 maggio di un anno imprecisato, un povero contandinello – muto dalla nascita – mentre se ne stava solo in un campo o, come è più probabile, nei pressi di una chiesetta, poi sostituita dall’attuale Santuario, vide appressarglisi una Signora riccamente vestita che teneva fra le mani alcune spighe di frumento già maturo.

Il povero muto riconobbe subito nella Signora la Vergine Maria e si prostrò a venerarla, ma subito la visione scomparve. Il giovinetto si precipitò di corsa in paese per annunciare ciò che gli era accaduto e poté farlo perché miracolosamente aveva avuto la parola. Né si accontentò di descrivere l’Apparizione, ma caldamente esortò i compaesani ad erigere sul posto un Santuario, ciò che avvenne il 14 Maggio 1546. 

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

Le radici del perdono – parte seconda

… Arrivarono intorno al 51 a.C. e trovare a casa Giulio Cesare fu una vera impresa, si diceva in città che i Galli gli stavano procurando non poche preoccupazioni, ma secondo alcuni messaggeri il giorno del suo ritorno era imminente

Federico, Gioele e Sofia si appostarono davanti al suo palazzo attrezzati con panini e sacchi a pelo e con pazienza lo attesero. Finalmente dopo alcuni giorni tornò vittorioso dalla sua campagna in Gallia, preceduto da cortei e fanfare e carico di onore, di oro e di schiavi.

Cesare esprimeva superbia e orgoglio con tutto il suo aspetto e, degnandosi di ricevere quegli strani giovani, li guardò dall’alto al basso un po’ stupito per i loro abiti barbari e il loro linguaggio decisamente “volgare”.

I giornalisti posero anche a lui la domanda sul perdono e sdegnato, il famoso Giulio, a causa del disgusto che questa idea gli provocava, cadde rovinosamente dal suo trono. Rialzandosi aiutato dai centurioni urlò: “E’ uno scandalo, è uno scandalo, non nominate neppure quella parola, volete forse distruggere Roma? I valori su cui fondiamo l’impero sono: la forza, la conquista, il successo, la sottomissione, lo sfruttamento dei nemici vinti e così via. Siete forse spie dei Galli? Volete creare disordini in città?”  Dopo qualche timido tentativo di spiegare, i giovani, notando che nel condottiero la rabbia saliva in modo preoccupante, temendo una condanna a morte, con un frettoloso “Ave Cesare”, un po’ delusi si accomiatarono rapidamente. Fortunatamente la macchina del tempo era parcheggiata fra due bighe fuori dal portone del palazzo: la loro ricerca era ancora in alto mare.

Ripartirono sfuggendo per un pelo a una intera centuria inferocita che su ordine di Giulio li seguiva con pessime intenzioni e si trovarono così in Palestina intorno al 30 d.C. Gesù e i suoi amici erano sempre in movimento, non avevano fissa dimora, nessun indirizzo, nessun cellulare da chiamare.

Dopo un lungo vagabondare sotto un sole cocente e senza nemmeno una Coca Cola per dissetarsi, i tre cronisti stavano quasi per rinunciare all’intervista, quando la loro attenzione fu attirata da un gruppo di persone schiamazzanti intorno a una donna. La donna era a terra tra la polvere, con gli abiti strappati e il volto inondato di lacrime. Gli uomini intorno a lei tenevano in mano grosse pietre. C’era anche un uomo alto con barba, capelli lunghi e uno sguardo intenso, fermo e in silenzio insieme ad alcuni che parevano suoi seguaci. Sembrava Gesù, era Gesù!

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!” Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto, non li guardò neppure e non si accorse del loro aspetto poco palestinese: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli.

Questa è proprio una bella novità, cosa significa? Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”. I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Il perdono cominciava qui. Povero Pietro, dopo secoli di legge del taglione, questa novità era sconvolgente, cambiava totalmente la sua vita e quella di tanti altri che in futuro lo avrebbero seguito sulle orme di Gesù

Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea

Obiettivo raggiunto!  Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi: anche se non tutti gli uomini avevano capito, anche se qualcuno non capisce ancora adesso e spesso anche ognuno di noi se ne dimentica, qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace.

E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista, con una variopinta bandiera arcobaleno sul muro della camera capì, che non era quella bella bandiera a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore. Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Il Salento e i Sassi di Matera

Gita-pellegrinaggio parrocchiale
19/24 agosto 2019

Matera Capitale Europea della cultura 2019

Quota di partecipazione € 975.00

Ancora pochi giorni prima della conclusione delle iscrizioni.

Iscrizioni entro la fine di maggio 2019 presso l’Ufficio parrocchiale dal mercoledì al venerdì dalle ore 09.30 alle ore 12.00

Acconto € 250.00

Luoghi che visiteremo: Porto Recanati – Termoli – Castel del Monte – Matera – Alberobello – Lecce – Gallipoli – S. Maria di Leuca – Otranto – Ostuni – Vasto e i dintorni di tutte queste località.

Viaggio in pullman – sei giorni (cinque notti)

Il primo viaggio a Kiremba

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana. Accompagnato da don Roberto Ferranti, direttore dell’Ufficio per le missioni, e dal medico Giuseppe Lombardi, mons. Fontana farà ritorno a Brescia venerdì 10 maggio. Al termine di questo viaggio sono principalmente due i sentimenti che lo pervadono, come testimoniano le parole raccolte da don Ferranti.

A conclusione del viaggio missionario in Burundi, nello specifico a Kiremba, quali sono le impressioni scaturite da questa esperienza, la prima in veste di Vicario generale, in un luogo caro alla Chiesa bresciana?

I sentimenti che mi pervadono sono due: il primo è personale, il secondo è legato al mio ruolo di Vicario generale della diocesi, in rappresentanza del Vescovo. Questa prima esperienza missionaria l’ho vissuta con un profondo sentimento di meraviglia e stupore. Sono molteplici i fattori che hanno determinato tale stato d’animo. In primis c’è il contatto con la natura. In vista del viaggio in Africa pensavo di vedere immensi spazi deserti, in Burundi ho trovato invece una terra fertilissima, rigogliosa dì vegetazione: fiori, frutti e alberi maestosi qui ci circondano. Un aspetto non secondario riguarda le persone: non ho mai visto così tanta gente riversarsi sulle strade, a piedi come in bicicletta, ma sempre in compagnia. È una dimensione comunitaria che mi ha molto colpito, soprattutto se confrontata con la realtà bresciana. Sono rimasto colpito anche dalle abitudini che ho trovato qui: concelebrando l’Eucarestia domenicale nella parrocchia di Kiremba, ad esempio, ho provato una fortissima emozione nel distribuire il Corpo di Cristo a tantissime persone che si avvicinavano a me con questi occhi grandissimi nel raccogliere Gesù come Pane di vita eterna, sostegno per la nostra e per la loro vita. Tralasciando la dimensione personale e calandomi nel mio ruolo di Vicario generale, posso dire che dopo quasi un anno in questa veste, un mandato importante ricevuto dal nostro Vescovo, colgo la profondità di quanta ricchezza e quanta fede la nostra diocesi ha profuso negli anni. In occasione dell’elezione al soglio pontificio del bresciano Paolo VI, la nostra diocesi volle infatti costruire l’ospedale di Kiremba, il più povero tra i luoghi di queste terre. Tutto questo ha dato un significato profondo anche alla mia presenza qui, come rappresentante della Chiesa bresciana insieme a don Roberto Ferranti e il Dott. Giuseppe Lombardi. Qui vengono accolti i poveri, gli indigenti, chi soffre perché malato, anche in modo grave. Si prendono cura di loro in questo ospedale sperduto in mezzo alla natura, in una dimensione di estrema povertà. Da tutto questo ho imparato, anche come Vicario, a ripensare a quante cose inutili circondano la nostra quotidianità. Ho potuto rivedere determinate priorità, notando come spesso ci facciamo prendere dalla futilità delle cose.

A Kiremba, l’ospedale eretto grazie alla carità e alla passione della Chiesa bresciana non vive in un contesto avulso dalla dimensione comunitaria. È inserito in una parrocchia dove hanno operato anche i nostri missionari. Proprio a Kiremba abbiamo incontrato altre espressioni missionarie bresciane, soprattutto guardano alle religiose che operano in questa terra. Le diverse sfaccettature degli incontri fatti che segno Le hanno lasciato?

Incontrando il vescovo di Bujumbura e Ngozi ho potuto appurare quanto sia giovane questa Chiesa: è desiderosa di incontrare Cristo, una Chiesa in cammino come la gente che percorre a piedi nudi le strade di queste terre. La persone, con il passare del tempo, stanno riconoscendosi come un corpo solo, un’unica comunità cristiana che si interessa l’uno dell’altro nel cammino della fede. Pensando a Brescia, a quanto il nostro vescovo Pierantonio tenga all’aspetto liturgico dell’Eucarestia, ho potuto constatare come anche qui tutto sia preparato nel migliore dei modi. Ci sono persone addette al canto anche nei giorni feriali, chierichetti che servono con una precisione non tanto statica ma come “corpo” che sta vivendo l’Eucarestia. Canti e danze diventano espressione di una Chiesa viva, di un cammino di fede. Più significativa di tante parole è l’immagine delle persone che partecipano in modo massivo alle celebrazioni. Lunedì eravamo in 13 a distribuire la Comunione. Abbiamo impiegato un quarto d’ora, immaginate quante persone erano presenti, compresi i bambini che, nonostante la giovane età, si sono dimostrati molto compassati. Un altro aspetto che mi ha stupito sono state le dichiarazioni del parroco, padre Giambattista: mi ha riferito che negli ultimi due sabati sono stati celebrati 800 battesimi e 600 matrimoni. Sono numeri che ci interrogano se pensiamo alle nostre parrocchie.

Anche il mondo missionario qui è molto vivace…

Abbiamo avuto la grande gioia di incontrare le suore bresciane presenti in Burundi. Sono suore di varie congregazioni: le Operaie, le Dorotee di Cemmo, le Mariste e le Ancelle della Carità. La loro presenza è indice della bellezza della condivisione con i più poveri. Il tutto è fatto per amore di Dio. Questa è la testimonianza più bella.

La missione, nel cammino della Chiesa, ha subito diverse trasformazioni. Siamo passati da un’esperienza unidirezionale, una Chiesa che inviava e una che riceveva, a una missione dalle forti connotazioni di cooperazione. Ognuno ha bisogno dell’altro. Adesso ci sono due Chiese che si scambiano doni, esperienze e anche stili. Nell’ottica della cooperazione, Kiremba, ormai da tantissimi anni, è legata alla nostra Chiesa diocesana. Qui il nome di Paolo Vi lo troviamo quasi su ogni parete. Guardando alla cooperazione, la Chiesa bresciana cosa può imparare da una realtà come quella del Burundi?

Qui noi portiamo tante realtà, tante cose. Come bresciano, come uomo di Chiesa e come Vicario generale porterò con me tanta ricchezza che dovrà essere uno stimolo per noi, legato a molteplici aspetti. Il primo è legato alla condivisione. Pensiamo a una semplice stretta di mano, a un saluto. Gesti il cui valore spesso ignoriamo tanto siamo presi da noi stessi. Il secondo aspetto è la forte partecipazione a livello liturgico. Il terzo fattore determinante è la capacità di vivere l’incontro con il Signore nella Chiesa. Vedere queste persone ci ha stimolato a rivedere il senso della fede che non deve ridursi a un semplice essere “bravi e buoni”. Bisogna essere capaci di dare accogliere il Signore nelle nostre vite, dandogli il giusto spazio: è un Dio che si incontra in Cristo Gesù, un Dio che desidera vivere questo grande amore anche attraverso il nostro volerci bene.

Oka: il gioco da tavolo della caritas

La Caritas di Brescia, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Kemay, ha realizzato un nuovo gioco da tavolo:”Oka. È in gioco la vita”. L’obiettivo è quello di sensibilizzare la popolazione sul difficile tema dell’accoglienza. Si tratta di un vero e proprio percorso a tappe, che ricalca il viaggio dei migranti che, dalle zone sub-sahariane, cercano di raggiungere l’Italia

Un lancio di dadi per stabilire il proprio futuro.

Proprio come in un gioco da tavolo, la vita delle persone che si spostano dalla madre patria per richiedere asilo politico in altri Paesi sembra sia condizionata solo dalla fortuna. Non ci sono certezze né stabilità di alcun tipo. Chi arriva in Italia, passando attraverso le terre dell’Africa e partendo via mare dalla Libia, non sa quasi mai a cosa andrà incontro. “Oka. È in gioco la vita” è un nuovo gioco da tavolo realizzato dalla Caritas di Brescia, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Kemay, che si occupa di promuovere la sensibilizzazione all’accoglienza nei confronti di famiglie, scuole ed istituti bresciani. Oka è un gioco in cui si dispiegano sul tabellone le numerose tappe cui va incontro chi approda in Italia, giungendo da Paesi africani della zona sub-sahariana. Le caselle, dai contenuti diversi, rispecchiano non solo l’iter geografico-territoriale dei profughi, ma anche quello burocratico-giudiziario da affrontare una volta arrivati nel Paese. Alcune potenziali tappe sono ad esempio la casella numero 10 “Carte d’imbarco” e la numero 4 “Carte verso l’Italia”. L’Italia però non è l’unica destinazione possibile, infatti sono presenti anche le cosiddette “Carte verso l’Europa”.

Questo non è un gioco da tavolo come tutti gli altri. Il suo obiettivo è, infatti, quello di educare ed informare la popolazione sul tema dell’immigrazione e di dare spunti per conversazioni e discussioni che coinvolgano chi decide di partecipare. Così come nel gioco del Monopoli, sono presenti al centro del tabellone due diversi tipi di carte: le “Carte medicinali” e le “Carte soldi”, elementi di vitale importanza per chi affronta un viaggio carico di ostacoli e pericoli. Il gioco è adatto a chi ha più di 11 anni d’età e rappresenta una vera e propria finestra sulla tumultuosa sfida per la richiesta di accoglienza in un Paese straniero.