Monsignor Renato Tononi nuovo parroco di Leno

S.E. il vescovo Pierantonio ha nominato monsignor Renato Tononi nuovo parroco delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano.

Monsignor Renato, nato il 13 marzo 1951, è stato ordinato il 7 giugno 1975. É stato successivamente studente a Roma (1975-1980), vicario coop. fest. a Lumezzane Fontana (1980-1990), parroco a S. Faustino di Bione (1990-1995), prefetto degli studi dello Studio Teologico Paolo VI presso il seminario di Brescia (1993-1995; 2001-2004), vicario parrocchiale fest. a Castel Mella (1995-2010), direttore dell’Ufficio Catechistico (1999-2011), insegnante in Seminario (1980-2011), Vicario episcopale per i laici e la pastorale (2008-2018) e parroco di Sant’Alessandro e San Lorenzo in città dal 2010.

Don Davide Colombi sarà l’amministratore pastorale fino all’arrivo del nuovo parroco.

Quella bellezza che nutre

“Nutriti dalla bellezza”: la nuova lettera pastorale del vescovo Tremolada per l’anno 2019/2020. Tema centrale è quello dell’eucaristia. “Una lettera che è anche sociale” sottolinea don Carlo Tartari, vicario per la pastorale e per i laici

“Sono convinto che al cuore della missione della Chiesa ci sia l’Eucaristia. Non sono certo il primo a pensarlo, ma mi fa piacere dichiararlo. L’Eucaristia è un nucleo incandescente, una sorgente zampillante, una realtà misteriosa che permette alla Chiesa di essere veramente se stessa per il bene del mondo. Mi piacerebbe far percepire a tutti questa verità”. Si apre con queste considerazioni la seconda Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada “Nutriti dalla Bellezza. Celebrare l’Eucaristia oggi”. La liturgia cristiana, celebrata nella verità, che rappresenta una delle grandi strade dell’evangelizzazione è al centro delle riflessioni che il Vescovo, a due anni dalla sua nomina a Brescia, affida alla sua Chiesa. Sin dalle prime pagine della nuova Lettera pastorale si coglie evidente la continuità con “Il bello del vivere” dello scorso anno. Se l’orizzonte comune a cui i battezzati devono tendere è quello della santità, l’eucaristia è una via privilegiata per raggiungerlo.

In questa prospettiva la chiave di lettura che mons. Tremolada propone non è quella dello sguardo nostalgico a un passato che non c’è più (“Il numero dei partecipanti alla Messa domenicale è molto diminuito. Quel che una volta appariva normale, giusto e doveroso, sembra non esserlo più… Perché questa disaffezione crescente?… Occorre però non rimanere prigionieri delle analisi. Soprattutto non bisogna lasciarsi risucchiare. Continuare a parlare di questo fenomeno, infatti, produce inesorabilmente una sorta di sconforto pastorale”, scrive il Vescovo nel prologo), ma quella di un’apertura speranzosa al futuro: “Sono invece convinto – sono ancora parole di mons. Tremolada – che si debba rilanciare, puntando proprio sull’Eucaristia, sul suo valore, sulla sua grandezza e bellezza. Molto dipenderà da come la sapremo celebrare. Le sue meravigliose potenzialità rischiano infatti di venire mortificate da una consuetudine un po’ stanca e forse anche un po’ presuntuosa”. Per questo il Vescovo nella Lettera invita a dedicare l’anno pastorale 2019/2020 a una riscoperta della celebrazione eucaristica, “meno preoccupati del numero dei partecipanti e più del modo in cui essa viene vissuta”.

A questo fine sono orientate le riflessioni di mons. Tromolada, contenute nelle 101 pagine della Lettera pastorale, divisa in sei capitoli: Incanto, l’Eucaristia come liturgia; Irradiazione, l’Eucaristia e il mondo; Mistero, l’Eucaristia come sacramento; Comunione, Eucaristia e Chiesa; Celebrazione, l’Eucaristia celebrata; Festa, l’Eucaristia e il Giorno del Signore. La Lettera si apre con il già citato prologo in cui il Vescovo indica il senso e la ragione dell’intero documento, e si chiude con l’epilogo in cui mons. Tremolada affida all’icona che il monaco Andrej Rublëv ha dedicato alla Trinità, il compito di fare sintesi del mistero cristiano per eccellenza.

Come già ne “Il bello del vivere”, anche nella nuova Lettera pastorale compaiono sei video testimonianze che si possono consultare grazie ad altrettanti QR code presenti nel testo, in apertura di ogni capitolo. A questi “testimoni”, presentati nella colonna che chiude queste pagine, è stato chiesto di raccontare come per loro, nel loro quotidiano l’eucaristia sia appunto incanto, irradiazione, mistero, comunione, celebrazione e festa. Sempre grazie a un Qr code i lettori potranno gustare un filmato sul Tesoro delle Sante Croci, di cui Brescia ricorderà nel 2020 con un Giubileo straordinario concesso dal Papa i 500 anni della nascita della compagnia dei Custodi, e uno invece dedicato all’icona di Rublëv.

“Una lettura superficiale potrebbe indurre a considerare una lettere sull’eucaristia interessante solo per chi ancora frequenta. Va invece ricollocata all’interno nel contesto ampio entro il quale il Vescovo ci chiede e ci aiuta a rileggere il cuore della nostra vita di fede”. Parte da questa considerazione la lettura che don Carlo Tartati vicario episcopale per la pastorale e per i laici dà di “Nutriti dalla bellezza”, la nuova Lettera pastorale di mons. Pierantonio Tremolada. “Sappiamo – prosegue il sacerdote – che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana che non è chiamata a svolgersi nel chiuso dello spazio del sacro o dei tempi sacri. La vita cristiana è chiamata invece a diventare testimonianza, annuncio e missione proprio nel mondo. E questo il Vescovo lo dice bene”. Con la sua seconda Lettera pastorale, continua don Tartari, mons. Tremolada aiuta a cogliere che c’è un legame profondo tra questa appartenenza, questo vissuto di fede e il mondo in cui il cristiano vive. “Non a caso – continua ancora il vicario per la pastorale e i laici – tra i primissimi capitoli della Lettera ce n’è uno dedicato a irradiazione, l’eucaristia e il mondo, in cui il Vescovo ricorda che l’eucaristia è il cuore pulsante della vita redenta, capace di trasformare la vita del credente, il quale poi vive nel mondo, lo provoca, e fa in modo che il mondo possa vivere non più legato a quelle dinamiche di potere che sono tipiche delle leggi mondane. Si passa dal potere all’amore come cifra per edificare la società”. L’eucaristia allora diventa germe di trasformazione del mondo, della società, delle relazioni, “è un annuncio per il mondo, per il bene del mondo”, afferma don Tartari.

Quelli espressi dal vicario episcopale trovano sintesi in quella che il Vescovo, in “Nutriti dalla Bellezza” definisce come “cultura eucaristica”. “La cultura eucaristica –afferma al proposito don Tartari – è proprio questo: l’essere partecipi del dono dell’eucaristia cambia lo sguardo sul mondo, cambia il modo di pensare, cambia gli schemi di riferimento, ribalta le priorità. Non c’è più solo l’io; c’è un noi, c’è una comunità che è chiamata a essere partecipe di questo dono e questo, nell’azione del credente, del cristiano si trasfonde nell’impegno quotidiano, nella costruzione di una società e di relazioni che non possono prescindere da questo incontro e da questa trasformazione”. E forse proprio dalla mancanza di questa cultura eucaristica nascono tante delle difficoltà, delle sofferenze e delle divisioni che oggi segnano anche le comunità.

“Il Vescovo – sono ancora sottolineature di don Carlo Tartari – questo aspetto lo mette in risalto quando ricorda che dall’incontro con Gesù e con l’Eucaristia nasce proprio la civiltà dell’amore in cui la carità diventa uno stile che si declina in tre modalità: il rispetto per la dignità di ogni persona, la giustizia sociale e la distribuzione delle risorse e, per ultimo, la grande responsabilità che abbiamo per l’ambiente. Il Vescovo chiede, proprio a partire dall’incontro vissuto nell’Eucaristia, di riversare questa carità sui poveri, sulla famiglia, negli ambiti educativi, nel lavoro, nella società…”. Letta in questi termini “Nutriti dalla Bellezza”, a prima vista una Lettera “ad intra” rivela una decisa caratterizzazione sociale, politica nel senso più nobile del termine? “Effettivamente è così – è la conclusione di don Tartari –. Forse definirla una Lettera politica è un azzardo, ma è uno di quegli azzardi che provocano, perché ricostruisce la polis su presupposti diversi da quelli del potere, del dominio e del semplice esercizio dell’autorità. Ricostruisce la polis su un fondamento diverso, nuovo ed eterno come l’eucaristia”.

Messa per mons. Morstabilini

Venerdì 26 luglio alle ore 18 in Cattedrale il vescovo Pierantonio Tremolada celebrerà la S. Messa nel 30° anniversario della morte di mons. Luigi Morstabilini.

Venerdì 26 luglio alle ore 18 in Cattedrale il vescovo Pierantonio Tremolada celebrerà la S. Messa nel 30° anniversario della morte di mons. Luigi Morstabilini.

Luigi Morstabilini, vescovo di Brescia dal 1964 al 1983, era originario dell’alta Val Seriana. Nasce a Ripa di Gromo il 15 settembre del 1907. Da ragazzo entra nel Seminario di Bergamo. In contemporanea con la teologia del Seminario frequenta la Scuola sociale di Bergamo, laureandosi nel 1930 in Scienze sociali. Viene ordinato a Bergamo il 30 maggio del 1931 e destinato come curato nella parrocchia cittadina di Boccaleone. L’anno seguente viene chiamato ad insegnare apologetica nel liceo del Seminario di Bergamo iniziando così un lungo servizio al Seminario. Dal 1944 al 1947 è assistente diocesano degli uomini di Azione Cattolica. Nel 1954 lascia l’insegnamento perché è nominato Pro Vicario generale della diocesi per il settore riguardante il clero e le attività cattoliche. Giovanni XXIII lo volle vescovo nella Diocesi di Veroli Frosinone. Eletto l’11 agosto del 1962, viene consacrato nella Cattedrale di Bergamo il 9 settembre dello stesso anno. L’8 ottobre del 1964 Paolo VI lo nomina a Brescia successore di mons. Tredici. In diocesi fa il suo ingresso l’8 dicembre. A Brescia il vescovo Morstabilini rimarrà 19 anni, tutti intensi di fatti, cambiamenti e trasformazioni. Prima di tutto la recezione del Concilio ecumenico Vaticano II. Testimoniano questo impegno le cinque lettere pastorali, scritte dal 1975 al 1979, sotto il comune titolo “Il cammino post-conciliare di una Chiesa locale”. Un altro capitolo va poi individuato nella sofferta decisione di portare a compimento il nuovo seminario Maria Immacolata. Modificando di poco il progetto iniziale, conclude l’impresa accettando anche l’impopolarità della tassazione alle parrocchie in proporzione al numero degli abitanti. La scelta è ripagata da anni ricchi di vocazioni: nel 1975 si arrivano ad ordinare 33 nuovi presbiteri. Accanto al tema del seminario nuovo va ricordato quello del seminario vecchio, palazzo Santangelo, che mons. Morstabilini vuole trasformato nel Centro pastorale Paolo VI. Un altro capitolo dell’episcopato di Morstabilini a Brescia è la visita pastorale, esperienza che lo impegna moltissimo. Una visita non più ispettiva e amministrativa ma dal tenore e sapore strettamente pastorale secondo il Concilio. Indetta l’11 aprile del 1971 viene iniziata a Precasaglio il 23 ottobre dello stesso anno e terminata a Boldeniga il 25 giugno del 1978. In sette anni vengono visitate tutte le 490 parrocchie della diocesi. Strettamente legato alla visita va ricordato il XXVIII Sinodo diocesano. Annunciato nell’ottobre del 1978, viene preparato da un anno sinodale e concluso con la celebrazione del Sinodo stesso il 7,8,9 dicembre del 1979. Il 21 novembre del 1981 viene presentato il libro sinodale dal titolo: “Per una Chiesa comunità che segue e annuncia Cristo”. Rilevante anche il capitolo missionario. In qualità di presidente della Commissione Cei per la cooperazione fra le Chiese e di membro della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Morstabilini ha avuto per le missioni una grande attenzione: ha favorito le partenze dei fidei donum, ha visitato più volte le missioni dove operavano bresciani nei vari continente e fra i migranti in Europa, ha sostenuto la missione diocesana di Kiremba. È stato infine Morstabilini ad accogliere la visita di Giovanni Paolo II a Concesio e Brescia in memoria di Paolo VI domenica 26 settembre del 1982. Il 7 aprile del 1983 mons. Mosrtabilini annuncia che il Papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età e nello stesso tempo comunica l’elezione a vescovo di Brescia di mons. Bruno Foresti. Avvenuto il passaggio di consegne, si ritira a Scanzorosciate nei pressi di Bergamo, in un appartamento messo a disposizione dalle Suore Orsoline di Gandino. Socio effettivo dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Brescia dal 1968, diviene socio corrispondente a partire dal 1983. Dal 1983 al 1989 trascorre i suoi anni da quiescente. Il 26 luglio 1989 si spegne serenamente a Bergamo. I funerali si svolgono in cattedrale a Brescia il 29 luglio. Morstabilini è sepolto ai piedi del monumento a Paolo VI, il Papa del Concilio che lo aveva voluto pastore nella sua Brescia.

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Era il Marco di tutti

Classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, don Marco Bianchetti ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, in Seminario Minore e diacono a Marone

Anche la musica può essere un mezzo per raggiungere Dio. E Marco Bianchetti, classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, lo sa bene. È stato infatti studente di piano, organo e canto per 17 anni. Il Signore, però, aveva per lui disegni diversi, aveva previsto note ben più alte rispetto a quelle che Marco era abituato a suonare. Il suo destino era un altro e, infatti, l’8 giugno è stato ordinato sacerdote in Cattedrale a Brescia. Negli anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, come educatore in Seminario Minore e diacono a Marone. La sua, come ha raccontato mamma Angela, intervistata in queste pagine, è una spiritualità innata: “Ci sono vari generi musicali, vari campi in cui spaziare, ma Marco prediligeva sempre quella sacra”. La chiamata del Signore era talmente forte che, sin dalla giovanissima età, aveva espresso il desiderio di entrare in Seminario, cosa che avverrà al termine delle superiori come in accordo con mamma Angela e papà Silvano, certamente stupiti da una vocazione così precoce. “Il Signore ci ha chiamato a essere tuoi genitori – era questo il loro pensiero – , solo imparando a conoscere l’amore della famiglia potrai imparare ad amare una famiglia più grande, come quella che può essere una parrocchia”. Da bravi educatori, i genitori di Marco gli chiesero di attendere l’età adulta, così da poter prendere una decisione consapevole: “Lo abbiamo accompagnato nel migliore dei modi, affinché, dopo diverse esperienze, potesse scegliere”.

Nel cammino di discernimento il tessuto familiare è stato quindi fondamentale, così come lo è stato l’accompagnamento costante dei genitori, sino alle superiori quando, terminati gli studi classici, ha deciso di intraprendere la strada del sacerdozio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. È con queste parole tratte dal libro di Geremia che mamma Angela ha scelto di salutare una delle giornate più significative del figlio, quella dell’ordinazione sacerdotale. “Ci siamo sentiti sempre accompagnati dalla comunità – sottolinea – , sin da quando faceva il chierichetto. Era come se fosse il figlio spirituale di tutti, era il Marco di tutti”. Così, grazie anche alla presenza dei genitori, la sua vocazione è maturata negli anni: “Mi sentivo – ricorda – attratto dalla figura di Cristo, dai suoi insegnamenti e, al tempo stesso, avevo la consapevolezza di aver ricevuto tanto sia in termini di qualità umane sia in termini di carismi. Vedevo che il modo migliore di utilizzare questi carismi era di mettermi al servizio della Chiesa. La mia vocazione è stata accresciuta da tante esperienze. Poi, terminate le superiori, era il 2012, sono entrato in seminario”.

Anche gli studi hanno avuto un ruolo non secondario nel suo cammino: “Ho frequentato l’asilo dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria, poi le medie dai salesiani a Chiari e le superiori dai carmelitani ad Adro. È stato un percorso educativo che ha arricchito anche la mia spiritualità, fornendomi una maggiore consapevolezza nel mio cammino di fede. Queste esperienze mi hanno portato a impegnarmi maggiormente nella preghiera, nel rivolgermi al Signore. Non sarebbe stato possibile, però, senza la presenza della mia famiglia, sempre molto presente. La fede autentica che ho sempre respirato a casa ha favorito una crescita più serena della mia fede. Del resto, nel mio cammino, mi sono sempre sentito accompagnato da tante persone”.

“Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” diceva San Giovanni Bosco rivolgendosi ai suoi giovani. Ed è proprio al sacerdote di Castelnuovo d’Asti che don Marco guarda quando pensa a una figura cara: “La mia spiritualità è prevalentemente salesiana – spiega – fondata sulla gioia e sull’aspetto educativo dei più piccoli, sull’attenzione a chi è più debole. È una religiosità che mette in atto i propri carismi, una spiritualità della presenza, come diceva don Bosco ‘della ragionevolezza’ e ‘dell’amorevolezza’, le caratteristiche fondamentali di un educatore”.

La grande famiglia salesiana gli ha permesso di provare in concreto l’esperienza dell’educatore, l’altra sua grande passione: “I campi scuola salesiani, durante l’estate, nel periodo delle superiori, sono stati fondamentali come momento di crescita del carisma educativo. Durante l’anno non avevo occasione di mettermi alla prova come educatore a causa dello studio assiduo che occupava gran parte del mio tempo. Sono state esperienze molto stimolanti sia per ciò che riguarda la fede sia in termini di entusiasmo educativo offertomi da altri giovani che come me svolgevano lo stesso servizio”. Durante gli anni delle superiori molto spesso la fede di un ragazzo viene messa alla prova: “Io posso dire di essere stato fortunato proprio a fronte delle esperienze di fede e condivisione vissute, in particolare con i salesiani”.

Come è ovvio che sia, sono stati diversi i sacerdoti che hanno influito sul suo percorso: “I sacerdoti che ho conosciuto in parrocchia hanno svolto un ruolo primario nel mio percorso vocazionale. Uno dei primi, don Fausto Gheza, mi ha insegnato a suonare il pianoforte a 5 anni, accompagnando il mio percorso nel mondo della musica fino alle medie. Non posso non ricordare mons. Gaetano Fontana, oggi Vicario del Vescovo, che ha lasciato un segno indelebile nella comunità parrocchiale per le sue qualità umane. Ricordo con affetto i tanti salesiani incontrati nei tre anni di scuole medie a Chiari, tra i quali don Bruno e don Cesare. A loro devo il mio impegno come educatore estivo nella casa salesiana di Cagliari”. Fra le attenzioni pastorali che don Marco vorrebbe approfondire figura, ovviamente, quella educativa: “Oggi non basta essere degli educatori. La presenza costante – come nello stile di don Bosco – caratterizzata da amorevolezza e ragionevolezza è fondamentale. Parlo soprattutto dell’attenzione che si deve a ogni singolo studente. Don Bosco diceva ‘Ama quello che amano i giovani’. L’aspetto educativo è quello più urgente nella società odierna. L’emergenza educativa è palese, anche guardando a come è impostato l’insegnamento. Si pensa tanto al gruppo, ma si perdono le singole situazioni. L’interessamento alle problematiche dei giovani, come ai loro interessi, deve essere costante”.

A pochi giorni dal pronunciamento del suo “per sempre”, i sentimenti che lo pervadevano erano ambivalenti, come sempre accade quando si compie un importante passo: “Da un lato c’è un grande entusiasmo, dall’altro, come è giusto che sia, non lo nascondo, qualche preoccupazione c’è. Le parrocchie sono realtà molto grandi da gestire, ma sono certo che troverò degli ottimi collaboratori”.

Il Signore vuole fare cose meravigliose

Classe 1993, di Provaglio d’Iseo, don Nicola Ghitti ha prestato servizio a Zanano, Castegnato, in Seminario minore, a Roè Volciano e a Quinzano d’Oglio. Sabato 8 giugno è stato ordinato sacerdote dal vescovo Pierantonio

Un’infanzia felice vissuta fra la scuola e la parrocchia di Provaglio d’Iseo, dove ha fatto il chierichetto, l’incontro con l’Azione Cattolica dei ragazzi e una curiosità smisurata nei confronti del mondo del seminario. È con queste premesse che don Nicola Ghitti, nato a Brescia l’11 marzo 1993, ha pronunciato il suo “per sempre”, sabato 8 giugno in Cattedrale.

Il cammino di discernimento l’ha portato a varcare la soglia del seminario nel 2012. Da allora, ha prestato servizio in diverse realtà: Zanano, Castegnato, Prefetto in Seminario Minore, Roè Volciano e diacono a Quinzano d’Oglio. Il percorso di maturazione che lo ha portato a fare il suo ingresso in Seminario è stato “lineare”, “un’idea maturata nel tempo”. Comunicare la decisione ai genitori, però, non è stato facile. Sin dalla giovane età aveva esplicitato il suo desiderio: “Sapevo – ha sottolineato – che non erano molto d’accordo. All’epoca dovevo iniziare la prima superiore. Proseguii, però, a coltivare la mia vocazione continuando a fare il chierichetto, frequentando l’Acr”. Negli anni il percorso di discernimento proseguiva, nel ruolo di ministrante: “Facevo ancora il chierichetto e spesso mi chiedevo se fosse questo quello che il Signore voleva da me: trasformare il piccolo servizio nel significato di tutta una vita”. Terminate le superiori, il Liceo scientifico Antonietti a Iseo, ha potuto coronare il sogno di entrare in seminario. La ritrosia iniziale di mamma e papà, con il tempo, era infatti andata trasformandosi: “Anche nei miei genitori – ricorda – era maturata la volontà di lasciarmi libero di scegliere. Del resto è bastata la pazienza. La mia vocazione è stata l’occasione, anche per loro, di intraprendere un cammino di fede”. Perché a nostro figlio viene in mente una scelta simile? Cosa può esserci di così forte e attrattivo? Erano queste le domande che albergavano in loro. “Si sono quindi messi un po’ in discussione, riavvicinandosi alla fede. Oggi sono entusiasti della mia scelta”.

Cosa lo attraeva della vita sacerdotale? “Ero in seconda media – racconta – e durante un campo scuola per chierichetti, un sacerdote, don Daniele Faita, padre spirituale del Seminario minore, mi chiese se avessi l’intenzione di entrare in Seminario”. Era una domanda diretta quella che gli venne posta: “Probabilmente mi aveva visto particolarmente attento, con un interesse maggiore rispetto a quello degli altri. Del resto io continuavo a fare domande sulla vita in seminario, sul cosa significasse essere sacerdote. Lui non ha fatto altro che cogliere il mio interesse ed esplicitare quella fatidica domanda alla quale non potevo che rispondere affermativamente”. Don Nicola ha quindi proseguito a frequentare il “Piccolo Samuele”, un cammino di orientamento e accompagnamento vocazionale, per ragazzi dalla V elementare fino alla III media. Da allora sono passati diversi anni, un periodo accompagnato da una presenza costante a cui guardare, quella di San Giovanni Bosco. La sua pedagogia era attenta ai giovani nella loro interezza. Erano importanti i momenti di gioco e di svago. Del resto nelle case salesiane non può mancare lo sport, la ricreazione movimentata e chiassosa. Viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione. “Amate le cose che amano i giovani” ripeteva ai suoi ragazzi. Ed è questo uno degli aspetti che attraevano don Nicola, soprattutto dopo aver visitato i luoghi dove don Bosco operò, lasciando segni indelebili: “Mi ricordo che abbiamo fatto un viaggio a Valdocco con la parrocchia. Mi aveva colpito molto l’ambiente. Penso alla grande Basilica, al cortile, alla serenità che permeava l’aria. Mi sono così immaginato la vita di questo santo con i suoi ragazzi. San Giovanni Bosco era una figura molto attenta ai ragazzi, alle loro necessità, ma soprattutto alla loro fede, alla loro crescita spirituale. Non si preoccupava solo di farli giocare. Il gioco era un mezzo per portarli a Dio. È un aspetto che mi ha molto colpito. Spero, per quanto il Signore mi renderà capace, di poter fare ugualmente”. L’altra figura a cui don Nicola guarda con particolare attenzione è il capolavoro educativo del sacerdote di Castelnuovo d’Asti, San Domenico Savio, “un altro grande Santo”.

Fra le esperienze che hanno segnato indelebilmente il cammino di don Nicola figurano “le attività con l’Azione Cattolica. Ho sempre fatto l’educatore, preparando i bambini a ricevere i sacramenti. Sono rimasto molto legato all’AC, alla sua dimensione diocesana”. Il gruppo parrocchiale e le sue proposte hanno accompagnato il suo cammino di discernimento.

La vita è fatta di incontri e di esperienze. Così è stato anche per don Nicola che lungo il suo cammino ha trovato figure carismatiche che gli hanno indicato la strada da percorrere, a partire dagli uomini di Chiesa della diocesi bresciana. “Tanti sacerdoti hanno influito sulla mia formazione. La Chiesa diocesana è ricca di tanti bravi sacerdoti”. Alcuni di loro, in particolare, gli sono rimasti impressi nella memoria per il loro operato: “Non posso non citare il curato della mia infanzia, don Giuliano Massardi, oggi parroco di Villa di Erbusco. Mi ha accompagnato durante tutta la mia giovinezza. Ricordo i tanti anni di collaborazione, la presenza in oratorio, i campi scuola. Poi, una volta giunto in seminario, ho conosciuto don Mattia Cavazzoni. Con lui ho servito per due anni nella parrocchia di Castegnato, ritrovandolo poi in Seminario minore. Dei sette anni di Seminario, 3 li ho fatti con lui. È stata una parte considerevole della mia vita. Il suo modo di essere sacerdote e la sua presenza in oratorio mi hanno aiutato molto. Del resto era sempre disponibile per tutti”.

Se gli si chiede che tipo di sacerdote vorrebbe essere, se c’è un aspetto pastorale a cui tiene particolarmente, la risposta di don Nicola è lapidaria: “ Vorrei essere sacerdote e basta. Mi piace stare fra la gente, con tutte le gioie e le sofferenze che la nostra gente vive. È così che si sperimenta la vita cristiana, quella più semplice ma anche quella più vera”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto, figura “l’esperienza bellissima del Seminario minore. Non è di certo un campo scuola perenne, ma per molti aspetti tende a sembrarlo. Mi ricordo la bellezza della collaborazione fra noi educatori, il modo tutto particolare che hanno i ragazzi di esprimere il loro affetto attraverso scherzi talvolta stupidi. Sono trovate che magari, al momento, ti fanno arrabbiare, ma poi, ripensandoci, sono un bel ricordo da portare nel cuore”.

Nei giorni precedenti all’ordinazione sacerdotale, la gioia e la serenità che lo pervadono derivavano dalla certezza di fare la volontà del Signore. Don Nicola ne è convinto. È uno stato d’animo, il suo, che traspare dallo sguardo: “È lui – chiosa – che mi ha guidato sino a qui. Lo faccio con la consapevolezza e la certezza che questa è la sua volontà. È qui che risiede la fonte della serenità che mi ha accompagnato verso un passo così decisivo. Non sono mancate ovviamente un po’ di ansie, ma sono quelle che ci portiamo dietro un po’ tutti, quotidianamente. Non sono niente rispetto alla gioia di dire che tutto ciò che sto facendo è rivolto al Signore. Questa è la Sua volontà. Il Signore vuole compiere delle meraviglie con tutte le nostre vite”.

Giovanni, tu sei felice?

Quella domanda che aprì il cammino. Classe 1989, don Giovanni Bettera è originario della parrocchia di Sarezzo. Il servizio da diacono l’ha svolto nella comunità cittadina di Cristo Re

La passione per l’educazione richiede una capacità di aprirsi all’altro, di mettersi in ascolto e, soprattutto, esige la capacità di diventare compagno di strada della persona che si incontra. Quando si educa, ci si mette in gioco. Senza se e senza ma, senza scorciatoie o risposte facili alle tante domande della vita di ogni giorno. Lo sa bene don Giovanni Bettera, la cui vocazione è nata proprio a contatto con i ragazzi, tra un gioco e un laboratorio, tra una preghiera e una passeggiata in montagna, tra un’esperienza con i più fragili e un camposcuola. In oratorio e con l’Azione Cattolica ne ha fatta di strada. Don Giovanni Bettera, classe 1989, è originario della parrocchia di Sarezzo. È entrato in seminario all’età di 23 anni, dopo aver fatto un percorso da geometra alle superiori e un anno di servizio civile volontario presso l’Opera Pavoniana tramite la Caritas. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione e, successivamente, ha iniziato il suo percorso in Seminario. Ora si appresta a compiere un passo importante con la gioia nel cuore e la consapevolezza di non essere solo (c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è un presbiterio, ci sono le comunità: di origine, di destinazione e quelle in cui fin qui ha prestato servizio) di fronte a una scelta così importante. Durante gli anni di formazione il suo percorso è stato scandito da alcune tappe: a Folzano, nell’unità pastorale di Offlaga-Cignano-Faverzano, a Chiari e, infine, da diacono a Cristo Re in città; è stato anche incaricato dell’animazione vocazionale.

Per i 150 anni dell’Azione Cattolica è stato realizzato l’inno “Futuro Presente” in cui si legge: “C’è una grande eredità che diventa sfida per chi oggi la raccoglierà. È azione, è amore che si muove, così di cuore in cuore…”. L’Azione Cattolica ricopre una parte significativa nella tua formazione. Con l’Ac sei cresciuto…

A Sarezzo ero impegnato principalmente nell’Azione cattolica dei ragazzi, poi sono passato all’Acg, poi sono diventato educatore e infine responsabile dell’Acr del mio paese. Seguivo anche il gruppo dei chierichetti e partecipavo da animatore ad alcune attività estive come il campo al mare. L’Azione Cattolica deve mantenere quell’energia che l’ha sempre caratterizzata; i miei ricordi più belli sono legati ai Meeting e agli incontri anche su larga scala che ti davano una carica notevole. È fondamentale che mantenga la sua originalità ma anche una buona collaborazione all’interno della parrocchia. Quando c’è una buona collaborazione con i sacerdoti della comunità, l’Ac diventa ancora più efficace. L’Ac, pur mantenendo la sua unicità, è al servizio delle parrocchie e le deve aiutare a crescere.

Ogni vita è una chiamata, ma non è sempre scontato mettersi in ascolto nel tempo in cui viviamo. Come è nata la tua vocazione?

La chiamata è arrivata grosso modo all’interno dell’ambito dell’oratorio, ed è principalmente arrivata con una domanda del curato. Ho sempre visto il prete, il parroco e i curati come delle figure positive, però non avevo mai messo a fuoco questa strada ed ero tranquillo. Un giorno, un prete mi ha fatto una domanda semplice e diretta: “Giovanni tu sei felice?”. Allora lì ho iniziato un po’ ad interrogarmi, poi il sacerdote ha rilanciato la sua provocazione dicendomi che potevo entrare in seminario… Bloccai subito il suo tentativo, autoconvincendomi che non fosse la strada giusta. Il sacerdote in questione era don Michele Bodei, il curato del tempo, oggi in servizio a Verolanuova. Lì è stato proprio il lancio… Mi ha fatto una confidenza perché vedeva da tempo che poteva esserci qualcosa; anche altri preti mi hanno detto che “si vedeva la predisposizione” ma magari non ero ancora abbastanza maturo… Sono stato contento perché non mi hanno mai messo fretta e hanno rispettato i miei tempi di maturazione fino a quando il Signore mi ha chiamato a comprendere il suo disegno.

Quanto è importante il sostegno e la comprensione della famiglia?

La famiglia devo dire che l’ha presa bene, ho due sorelle più grandi e un fratello più piccolo che mi sono sempre stati vicini come accompagnamento. Mi sono sempre sentito sostenuto, anche nel momento pratico quando magari mi serviva un aiuto, chiedevo a loro senza problemi. La mia famiglia ha appoggiato la scelta. Quando ho annunciato ai miei genitori che iniziavo gli incontri per entrare in Seminario, mi hanno detto: “Se è una scelta che ti sembra buona e che per te va bene noi ti appoggiamo, siamo contenti, ma deve essere una decisione che prendi tu, non te la deve imporre nessuno; se ti senti vincolato non preoccuparti che noi, qualsiasi cosa accada ,ci siamo, anche se dovesse succedere che a un certo punto interrompi il cammino perché vedi che non è la tua strada”.

Tra poche settimane sarai chiamato a un nuovo servizio con una responsabilità diretta…

Come prospettiva da prete novello un’esperienza in oratorio è stimolante, è un ambiente in cui mi ci trovo; ogni oratorio ha le sue peculiarità, l’ho visto anche nei servizi di questi anni. Ho fatto la prima e la seconda teologia a Folzano, in terza l’animazione vocazionale, quindi ho girato un po’ per le varie parrocchie, in quarta a Offlaga e in quinta a Chiari. Quest’anno invece sono in città a Cristo Re. C’è qualcosa che spaventa perché di preciso non sai se sei all’altezza del compito che ti viene richiesto di fare, non sai se sei in grado di essere una guida, un pastore in mezzo alla gente… non sai se sei pronto a presiedere l’eucarestia e a confessare… Sono varie cose, poi c’è la certezza che il Signore ti ha accompagnato fino a questo punto e ti darà la forza e la grazia di restarci e di mettere in campo quella forza e quelle caratteristiche che magari non conosci ancora perché non era necessario. Poi ho la sicurezza di avere dei compagni, sia di classe sia nel presbiterato, e un Vescovo che ci vogliono bene e ci seguono. Anche nell’ultimo periodo il Vescovo ci ha mostrato la sua vicinanza e ci ha aiutato a sentirci parte del presbiterio bresciano.

Hai vissuto e vivi a stretto contatto con i giovani. Perché è importante parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale?

Bisogna metterle in relazione, perché si vede che vanno di pari passo, separando le due cose sembra che qualcuno sia portato per la vocazione e qualcuno no, e la vocazione viene intesa solo come speciale consacrazione. Invece mettere assieme le due cose può aiutare a riscoprire una vocazione anche in ambito lavorativo o nelle scelte di vita piuttosto che nella tipologia di università alla quale iscriversi. È di sicuro un’apertura molto più ampia, vedere che in tutto il tuo ambito che va dal lavoro allo studio il Signore ti accompagna.

Se pensi alla Bibbia, c’è un passo che ti ha accompagnato e ti accompagna?

Mi viene in mente sempre il salmo 22, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, anche perché il mio oratorio è intitolato proprio Gesù Buon Pastore. Puoi anche provare paura, ma devi pensare che il Signore è lì accanto: ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma non è un aiuto calato dall’alto (senza che tu possa fare qualcosa); quando ti trovi in difficoltà, sai che hai qualcuno accanto che cammina insieme a te. Quindi questo ti dà la possibilità di fare determinate scelte. Gesù Buon Pastore è l’emblema del Signore che si concretizza nell’aiutare le persone più in difficoltà, anche all’interno dell’oratorio. E oggi sono tante le situazioni di fragilità, sul lavoro e in famiglia, che hanno bisogno di essere accompagnate.

C’è spazio anche per qualche passione da coltivare nel tempo libero?

Sono appassionato di manga e di One Piece. Mi piace anche fare le camminate in montagna, abitando a Sarezzo non abbiamo grandi monti, però anche nelle attività estive con i nostri curati c’era sempre l’uscita in montagna: era un bel modo per distrarsi e ammirare anche il creato. È tutto una meraviglia quello che puoi ammirare e scoprire in montagna.

Il primo viaggio a Kiremba

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana. Accompagnato da don Roberto Ferranti, direttore dell’Ufficio per le missioni, e dal medico Giuseppe Lombardi, mons. Fontana farà ritorno a Brescia venerdì 10 maggio. Al termine di questo viaggio sono principalmente due i sentimenti che lo pervadono, come testimoniano le parole raccolte da don Ferranti.

A conclusione del viaggio missionario in Burundi, nello specifico a Kiremba, quali sono le impressioni scaturite da questa esperienza, la prima in veste di Vicario generale, in un luogo caro alla Chiesa bresciana?

I sentimenti che mi pervadono sono due: il primo è personale, il secondo è legato al mio ruolo di Vicario generale della diocesi, in rappresentanza del Vescovo. Questa prima esperienza missionaria l’ho vissuta con un profondo sentimento di meraviglia e stupore. Sono molteplici i fattori che hanno determinato tale stato d’animo. In primis c’è il contatto con la natura. In vista del viaggio in Africa pensavo di vedere immensi spazi deserti, in Burundi ho trovato invece una terra fertilissima, rigogliosa dì vegetazione: fiori, frutti e alberi maestosi qui ci circondano. Un aspetto non secondario riguarda le persone: non ho mai visto così tanta gente riversarsi sulle strade, a piedi come in bicicletta, ma sempre in compagnia. È una dimensione comunitaria che mi ha molto colpito, soprattutto se confrontata con la realtà bresciana. Sono rimasto colpito anche dalle abitudini che ho trovato qui: concelebrando l’Eucarestia domenicale nella parrocchia di Kiremba, ad esempio, ho provato una fortissima emozione nel distribuire il Corpo di Cristo a tantissime persone che si avvicinavano a me con questi occhi grandissimi nel raccogliere Gesù come Pane di vita eterna, sostegno per la nostra e per la loro vita. Tralasciando la dimensione personale e calandomi nel mio ruolo di Vicario generale, posso dire che dopo quasi un anno in questa veste, un mandato importante ricevuto dal nostro Vescovo, colgo la profondità di quanta ricchezza e quanta fede la nostra diocesi ha profuso negli anni. In occasione dell’elezione al soglio pontificio del bresciano Paolo VI, la nostra diocesi volle infatti costruire l’ospedale di Kiremba, il più povero tra i luoghi di queste terre. Tutto questo ha dato un significato profondo anche alla mia presenza qui, come rappresentante della Chiesa bresciana insieme a don Roberto Ferranti e il Dott. Giuseppe Lombardi. Qui vengono accolti i poveri, gli indigenti, chi soffre perché malato, anche in modo grave. Si prendono cura di loro in questo ospedale sperduto in mezzo alla natura, in una dimensione di estrema povertà. Da tutto questo ho imparato, anche come Vicario, a ripensare a quante cose inutili circondano la nostra quotidianità. Ho potuto rivedere determinate priorità, notando come spesso ci facciamo prendere dalla futilità delle cose.

A Kiremba, l’ospedale eretto grazie alla carità e alla passione della Chiesa bresciana non vive in un contesto avulso dalla dimensione comunitaria. È inserito in una parrocchia dove hanno operato anche i nostri missionari. Proprio a Kiremba abbiamo incontrato altre espressioni missionarie bresciane, soprattutto guardano alle religiose che operano in questa terra. Le diverse sfaccettature degli incontri fatti che segno Le hanno lasciato?

Incontrando il vescovo di Bujumbura e Ngozi ho potuto appurare quanto sia giovane questa Chiesa: è desiderosa di incontrare Cristo, una Chiesa in cammino come la gente che percorre a piedi nudi le strade di queste terre. La persone, con il passare del tempo, stanno riconoscendosi come un corpo solo, un’unica comunità cristiana che si interessa l’uno dell’altro nel cammino della fede. Pensando a Brescia, a quanto il nostro vescovo Pierantonio tenga all’aspetto liturgico dell’Eucarestia, ho potuto constatare come anche qui tutto sia preparato nel migliore dei modi. Ci sono persone addette al canto anche nei giorni feriali, chierichetti che servono con una precisione non tanto statica ma come “corpo” che sta vivendo l’Eucarestia. Canti e danze diventano espressione di una Chiesa viva, di un cammino di fede. Più significativa di tante parole è l’immagine delle persone che partecipano in modo massivo alle celebrazioni. Lunedì eravamo in 13 a distribuire la Comunione. Abbiamo impiegato un quarto d’ora, immaginate quante persone erano presenti, compresi i bambini che, nonostante la giovane età, si sono dimostrati molto compassati. Un altro aspetto che mi ha stupito sono state le dichiarazioni del parroco, padre Giambattista: mi ha riferito che negli ultimi due sabati sono stati celebrati 800 battesimi e 600 matrimoni. Sono numeri che ci interrogano se pensiamo alle nostre parrocchie.

Anche il mondo missionario qui è molto vivace…

Abbiamo avuto la grande gioia di incontrare le suore bresciane presenti in Burundi. Sono suore di varie congregazioni: le Operaie, le Dorotee di Cemmo, le Mariste e le Ancelle della Carità. La loro presenza è indice della bellezza della condivisione con i più poveri. Il tutto è fatto per amore di Dio. Questa è la testimonianza più bella.

La missione, nel cammino della Chiesa, ha subito diverse trasformazioni. Siamo passati da un’esperienza unidirezionale, una Chiesa che inviava e una che riceveva, a una missione dalle forti connotazioni di cooperazione. Ognuno ha bisogno dell’altro. Adesso ci sono due Chiese che si scambiano doni, esperienze e anche stili. Nell’ottica della cooperazione, Kiremba, ormai da tantissimi anni, è legata alla nostra Chiesa diocesana. Qui il nome di Paolo Vi lo troviamo quasi su ogni parete. Guardando alla cooperazione, la Chiesa bresciana cosa può imparare da una realtà come quella del Burundi?

Qui noi portiamo tante realtà, tante cose. Come bresciano, come uomo di Chiesa e come Vicario generale porterò con me tanta ricchezza che dovrà essere uno stimolo per noi, legato a molteplici aspetti. Il primo è legato alla condivisione. Pensiamo a una semplice stretta di mano, a un saluto. Gesti il cui valore spesso ignoriamo tanto siamo presi da noi stessi. Il secondo aspetto è la forte partecipazione a livello liturgico. Il terzo fattore determinante è la capacità di vivere l’incontro con il Signore nella Chiesa. Vedere queste persone ci ha stimolato a rivedere il senso della fede che non deve ridursi a un semplice essere “bravi e buoni”. Bisogna essere capaci di dare accogliere il Signore nelle nostre vite, dandogli il giusto spazio: è un Dio che si incontra in Cristo Gesù, un Dio che desidera vivere questo grande amore anche attraverso il nostro volerci bene.

Francesco: una vita che fa da modello

Nell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nel corso della Santa Messa nella basilica superiore di Assisi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi presenti a seguire nella loro vita gli esempi e gli insegnamenti del poverello di Assisi

Un cielo carico di nuvole non ha tolto nulla alla gioia dell’incontro tra il vescovo Tremolada e gli oltre 2000 ragazzi bresciani, nati tra il 2005 e il 2007, che hanno vissuto un’intensa esperienza di tre giorni dal taglio vocazionale. È nella terra che ha dato i natali e ha visto fiorire la vocazione del “poverello” di Assisi che l’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni hanno voluto chiamare a raccolta i ragazzi bresciani per consentire loro di comprendere, in una città in cui ogni angolo e ogni pietra racconta la “vita bella”, come si possa rispondere sì alla chiamata che il Signore ha pensato per ogni uomo.

Se il momento centrale della prima giornata di questa esperienza che ha preso il posto dell’ormai tradizionale “Roma Express” è stata la Santa Messa che il Vescovo ha celebrato nella basilica superiore davanti a tanti ragazzi, non meno importante è stato il “primo contatto” con le testimonianza di chi, frate o suora, ha già avuto modo di “fare i conti” con la dimensione vocazionale della propria vita.

Le immagini e i video che i ragazzi, tramite Whatsapp, Facebook e Instagram, hanno mandato a Brescia sono di quelle che non lasciano spazio a dubbi particolari: se l’obiettivo di quesra prima esperienza in terra di Assisi era di far toccare loro con mano la gioia del “bello del vivere”, la missione, già al termine della prima giornata, è stata abbondantemente raggiunta.

Mons. Pierantonio Tremolada ha praticamente accolto l’arrivo dei ragazzi bresciani ad Assisi; non si è sottratto alle richiese di foto di gruppo o di selfie per documentare il “c’ero anch’io” a una esperienza importante.

Nel corso della Messa, celebrata sotto le volte della Basilica superiore, il Vescovo ha indicando ai ragazzi lo splendido ciclo di affreschi di Giotto dedicato a San Francesco, li ha invitati a vivere una vita avendo come punto di riferimento gli insegnamenti di quel giovane che, più di 800 anni fa, si lasciò interpellare da quell’invito del Crocifisso ospitato nella chiesa diroccata di San Damiano a impegnarsi per la ricostruzione della “casa”. Ai tanti ragazzi riuniti in questo scrigno di arte e religiosità ha rivolto ancora l’invito di trovare, così come fece Francesco, il tempo del silenzio, degli spazi per la riflessione, a prendere a cuore, così come fece tanti anni prima quel loro coetaneo diventato santo, la natura. Parole importanti, quelle del vescovo Tremolada, che non hanno lasciato indifferenti, nonostante la fatica per il viaggio affrontato e la prima giornata assisiate, le centinaia di ragazzi presenti.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.