Indicazione diocesana sulle aperture parziali dell’oratorio

Riportiamo di seguito un estratto dell’indicazione diocesana sulle aperture parziali dell’oratorio sulla scorta del Comunicato dei Vescovi Lombardi

  • Sono possibili le riunioni e gli incontri nei locali parrocchiali e negli oratori secondo le indicazioni del Protocollo Generale e le sue integrazioni (qui sotto raccolte in estrema sintesi).

    La partecipazione non è possibile per chi è in quarantena o in isolamento domiciliare e per coloro che hanno temperatura corporea superiore ai 37,5°C o altri sintomi influenzali. Si privilegino luoghi all’aperto oppure luoghi chiusi adeguatamente ampi.

    All’interno è necessario rispettare la distanza di almeno un metro, tutti i partecipanti abbiano sempre la mascherina, si igienizzino le mani all’ingresso e si mantengano le distanze di sicurezza all’ingresso e all’uscita.

    Fino a nuove indicazioni sono da escludere feste, buffet, pranzi e cene, attività di tipo strettamente aggregativo. Come da indicazioni di legge non sarà possibile prevedere attività organizzate per minori di 14 anni prima del 15 giugno p.v.

  • Possono essere concessi spazi per riunioni di gruppi e associazioni con le stesse attenzioni espresse nel Protocollo Generale e richiedendo l’assunzione di responsabilità da parte di chi convoca la riunione con il documento predisposto.
  • Restano chiusi i cortili, le aree giochi, gli impianti sportivi, i bar e qualunque struttura simile in qualunque modo denominata.

Religione a scuola: un’opportunità

L’Irc, si legge nel messaggio dei vescovi italiani, “è il luogo più specifico in cui, nel rigoroso rispetto delle finalità della scuola, si può affrontare un discorso su Gesù. Come dice Papa Francesco non si tratta di fare proselitismo, ma di offrire un’occasione di confronto”

L’insegnamento della religione cattolica (Irc) intende essere, all’interno di tutto il mondo della scuola, “un’occasione di ascolto delle domande più profonde e autentiche degli alunni, da quelle più ingenuamente radicali dei piccoli a quelle talora più impertinenti degli adolescenti. Le indicazioni didattiche in vigore per l’Irc danno ampio spazio a queste domande; a loro volta, gli insegnanti di religione cattolica sono preparati all’ascolto, presupposto per sviluppare un confronto serio e culturalmente fondato”. Lo scrive la presidenza della Cei nel messaggio rivolto a studenti e genitori che nei prossimi giorni dovranno decidere se avvalersi o meno dell’Irc per l’anno scolastico 2018-19. L’Irc, si legge ancora nel messaggio dei vescovi italiani, “è il luogo più specifico in cui, nel rigoroso rispetto delle finalità della scuola, si può affrontare un discorso su Gesù. Come dice Papa Francesco non si tratta di fare proselitismo, ma di offrire un’occasione di confronto. Ci auguriamo che anche quest’anno siano numerosi gli alunni che continueranno a fruire di tale offerta educativa, finalizzata ad accompagnare e sostenere la loro piena formazione umana e culturale”.

Giovani, pastorale e vocazioni

“In che modo la pastorale giovanile deve essere vocazionale?”. Don Michele Falabretti è intervenuto in Seminario

Il Sinodo è stata un’occasione per ribadire che la pastorale giovanile è anche pastorale vocazionale. E questo è uno dei temi che sta molto a cuore al Vescovo come ha evidenziato lunedì 5 novembre nell’incontro (molto partecipato) in Seminario con i sacerdoti. Per approfondire questo tema, è stata costituita anche una commissione che farà da filo conduttore ai lavori dei diversi organismi (consiglio pastorale diocesano, consiglio presbiterale,…). Di fatto la diocesi di Brescia si prepara a vivere un piccolo Sinodo sulla pastorale giovanile e di conseguenza ad affrontare i percorsi vocazionali. “Forse il Sinodo ci ha aiutato ad aprire gli occhi, ci ha costretto a prendere la situazione in mano”. Questa ammissione di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana, riassume bene i frutti di un lavoro partito da lontano e partito, soprattutto, dall’ascolto dei giovani.

In passato, abbiamo perso molto tempo, sempre secondo Falabretti, a trasformare la cura dei giovani in una questione tecnica: sostanzialmente “abbiamo dato una patina di bianco alle cose che già facevamo. Quando Giovanni Paolo II nel 2000 lanciò i laboratori della fede, noi abbiamo semplicemente dato un nome nuovo alle cose che già facevamo”. Nonostante tutto, non bisogna lasciarsi prendere “dalla depressione pastorale: abbiamo mezzi e strumenti che ci vengono dalla tradizione che ci permettono di vivere questo tempo come un’opportunità”. Del resto il messaggio del Vangelo non cambia e non muta. L’obiettivo è quello di trasmettere la bellezza di vivere da cristiani nel mondo. “I ragazzi hanno bisogno di non sentirsi soli” e devono comprendere che la Parola li aiuta a crescere. Di fronte a una cultura che ha premiato, soprattutto negli ultimi 25 anni, “l’uomo che si è fatto da solo” e ha trasmesso il messaggio che “ognuno è artefice del proprio destino, per noi cristiani la vocazione ha a che fare con una Parola che scende dall’alto e ti chiede di rispondere”.

Le indicazioni del Sinodo. Falabretti ha individuato anche alcuni scogli (semafori rossi come li ha chiamati) emersi durante i lavori del Sinodo: sono i punti sui quali si sono registrate più divergenze e osservazioni. Tra questi, ha elencato: la coscienza nel discernimento della fede e della vita con il grande tema della secolarizzazione; la sinodalità, cioè cosa vuol dire lavorare insieme; la sessualità (i giovani chiedono che la Chiesa si apra al dialogo). Se don Falabretti ha illustrato i punti salienti della riscoperta del rapporto fra pastorale giovanile e vocazioni, don Enrico Parolari ha cercato, invece, di indicare gli aspetti del Sinodo che hanno maggiormente coinvolto la formazione dei seminaristi.

Montecastello: l’invocazione dei Vescovi

Al termine della settimana di esercizi spirirtuali vissuti a Tignale e guidati da mons. Luciano Monari, dai presuli delle diocesi lombarde la benedizione e l’invocazione per “il futuro della nostra società”.

La scorsa settimana i Vescovi delle diocesi lombarde si sono ritrovati all’Eremo di Monte Castello per gli esercizi spirituali guidati da Mons Luciano Monari, vescovo emerito di Brescia.Nei giorni trascorsi nell’oasi di spiritualità che dall’alto domina tutto il lago di Garda hanno voluto pregare per tutte le genti delle diocesi loro assegnate dal Papa.

Insieme hanno anche condiviso il desiderio di una benedizione che potesse giungere a tutte le Chiese di Lombardia. “Dal silenzio e dalla preghiera, dalla parola e dalla riflessione in sostanza che cosa abbiamo da dirvi? Ecco una cosa sola, una sola parola: benedizione!” si legge in un messaggio ai fedeli lombardi diffuso al termine degli esercizi spirituali.

“Lasciatevi riconciliare con Dio e siate benedetti – hanno detto i Vescovi – A volte abbiamo l’impressione che, mentre nelle nostre terre non si riesca a immaginare una società senza Chiesa, sia invece diffusa una mentalità che pensa la vita senza Dio. Si può fare a meno di Dio e il vangelo del Regno è sentito come anacronistico e si pensa che altre siano le cose che contano. Ma l’esito dell’estraniazione dal Padre è che il mondo sembra diventato una gran macchina, potente e stupefacente, ma che non sa dove andare e non è attesa da nessuna parte. Ne conseguono disperazione e smarrimento”. E così dall’Eremo di Montecastello hanno esteso la loro benedizione e hanno invocato per tutti la grazia “di riconoscere l’intenzione di Dio di salvare, di rendere ogni uomo e ogni donna partecipe della sua vita, della sua gioia, di introdurre ciascuno nella condizione di figlio nel Figlio Gesù. Questo è tutto il significato del mondo e della vita; questa è la sorgente di ogni benedizione”.

E alla benedizione hanno fatto seguire anche un’invocazione “per il futuro della nostra civiltà”.

Questo il testo integrale dell’invocazione: “1. La classe dirigente smarrita.Quando i capi del popolo, quando la classe dirigente è smarrita, tutta la città è in pericolo. Quando i capi non sanno che cosa fare, i sudditi si disperano, esigono decisioni e contestano le decisioni prese, segnalano pericolo e pretendono soluzioni, lamentano inadempienze, ma in verità nessuno ha una soluzione, nessuna proposta incontra consenso sufficiente. La città, o il paese, o la comunità è tutta in pericolo.

Quando la classe dirigente non sa indicare una direzione, il popolo si disperde in tutte le direzioni, si frantuma in interessi contrastanti, si logora in contenziosi interminabili e in contrapposizioni irrimediabili.

Quando la classe dirigente/i capi non sanno come contrastare il nemico che assedia la città con un esercito troppo forte e una arroganza troppo spaventosa, i cittadini si dispongono alla resa, si adeguano alla schiavitù, pur di aver salva la vita, si preparano a rinnegare tradizioni e valori, patrimoni di fede e di arte incomparabili, si preparano a omologarsi con quello che impone il vincitore, pur di aver salva la vita.

Così capitava a Betùlia, nei tempi in cui era capo della città Ozia, figlio di Mica, della tribù di Simeone (insieme con Cabrì e Camì) proprio nel tempo in cui Oloferne, comandante supremo dell’esercito di Assur assediava Bétulia, per conto di Nabucodonosor, il Signore di tutta la terra (Gt 7,4).

Così forse può capitare anche oggi: una classe dirigente smarrita non sa dare risposta alle domande, non sa come soddisfare i bisogni, non sa dove orientare la speranza. La classe dirigente smarrita può essere a dirigere una città o un paese o un continente o una comunità cristiana.

Quando la classe dirigente è smarrita la città è in pericolo, la civiltà è fragile: il generale che guida l’esercito immenso dell’unico signore della terra Nabucodonosor, semina terrore. Allora il popolo è pronto alla resa, ad adorare l’unico signore della terra, pur di aver salva la vita. Non so se nel frattempo sia cambiato il nome dell’unico signore di tutta la terra. Forse oggi si chiama Narciso o Capriccio o Profitto o Denaro o Mercato.

2. Dio non lascia che si perda la sua gente.

L’ostinata intenzione di Dio di salvare come si manifesterà in questo estremo pericolo? Ai tempi di Nabucodonosor mosse Giuditta dalle sua campagne all’impresa arrischiata e cruenta. Nella pienezza dei tempi chiamò Maria di Nazaret a dare alla luce il salvatore, Gesù,il Verbo di Dio, lei che ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata.Noi siamo qui a invocare che Dio faccia sorgere in questo tempo uomini e donne per la salvezza della città, dell’Europa, del paese, della Chiesa, per rimediare allo smarrimento della classe dirigente smarrita.

Forse si potrebbe consigliare a Dio di cominciare, come ha fatto in altri tempi, con le donne. La prima grazia da chiedere è che sorgano uomini e donne che si lascino guidare dalla parola di Dio e possano indicare una strada alla classe dirigente smarrita e a tutta la gente. Invochiamo che si facciano avanti donne e uomini che amano la vita e ne desiderano il compimento nella gioia e perciò ascoltino la parola di Dio e la osservino, perché è così che si sperimenta la beatitudine.

Donne che amano la vita, al punto da farne dono e da mettere al mondo bambini e bambine non per una specie di soddisfazione personale, un compimento della propria femminilità, ma come dono per altre libertà; che amino la vita la punto da non dare solo la vita, ma anche il senso della vita e cioè che la vita è vocazione, è risposta, e trova la sua beatitudine nell’ascoltare la parola di Dio e nell’osservarla.

Uomini e donne che amano la vita e l’apprezzano al punto da farne dono gradito a Dio nella consacrazione totale e definitiva, a servizio di opere d’amore. Uomini e donne che si fanno avanti per andare là dove la minaccia del nemico è più forte e le difese sono più deboli, cioè là dove ci sono i bambini e gli adolescenti e i giovani, così esposti alle seduzioni del nemico; essere là vicino a loro per liberarli da una disperazione senza futuro, da uno sperpero di sé senza responsabilità.

Uomini e donne che non amano la pubblicità, non fanno chiasso, non hanno ambizioni, non cercano la propria gloria, però si fanno avanti: che si tratti di assumere il ruolo di classe dirigente o di prestare il servizio meno prestigioso, loro si fanno avanti e si lasciano guidare dalla parola di Dio che ascoltano, per rendere un servizio al mondo e al suo futuro.

Siamo qui a pregare la Madonna di Monte Castello, perché il Signore susciti uomini e donne per la gloria del suo nome.E certo il Signore li chiamerà da ogni dove, dalle celle dei monasteri o dagli uffici dei commercialisti, dalle case dei ricchi e dalle baracche dei poveri, dai barconi del Mediterraneo e dalle aule dei parlamenti, dalle conferenze episcopali e dalle cucine della case, dalle aule delle università e da qualche scuola squinternata di periferia, da ogni dove chiamerà uomini e donne.

Noi siamo qui a pregare anche per dire: eccomi! Anch’io vorrei essere di quelli, anch’io vorrei essere beato, anch’io ascolto e osservo la parola di Dio, anch’io mi faccio avanti per rimediare allo smarrimento di una classe dirigente e salvare il popolo dall’estremo pericolo di arrendersi al nemico”.

Care famiglie, camminiamo insieme

Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Questo è l’invito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, pubblicata il 19 marzo 2016. I Vescovi lombardi, si rivolgono con una lettera ai sacerdoti, diocesani e religiosi, agli operatori pastorali e alle famiglie delle Chiese locali per esprimersi sulla ricezione dell’Amoris Laetitia

È stata pubblicata la Lettera dei Vescovi lombardi ai sacerdoti, alle famiglie, alle comunità sulla ricezione dell’Amoris Laetitia. Ne parliamo con don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio per la famiglia.

Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare. Il titolo della Lettera riprende la parte finale dell’Amoris Laetitia.

Nel testo si fa un riferimento esplicito alla promozione della vocazione al matrimonio e alla famiglia… Sorprende, scrivono i Vescovi, che in queste condizioni esistenziali il cuore di tanti sia anche oggi riscaldato dal desiderio di un amore vero.

È una sorpresa molto piacevole e di sapore evangelico: il bene non viene mai cancellato del tutto. L’aspirazione a un amore sempre più autentico è davvero nel cuore umano di tutti, nonostante le indicazioni culturali (quelle gridate con voce più tonante) dicono tutt’altro, cioè invitano a usare o abusare delle relazioni o delle altre persone oppure a non fidarsi e a non innestare legami duraturi. In queste condizioni ci sono ancora uomini e donne che sfidano il tempo, la cultura e le condizioni avverse (politiche ed economiche) per sposarsi.

Si parla anche di affinare la pastorale per parlare di sessualità e affettività alle nuove generazioni…

Questa è una delle questioni centrali dell’annuncio cristiano. Lo si vede maggiormente nella fase educativa, oggi più prolungata nel tempo, per accompagnare una persona adulta magari verso proprio il matrimonio. La questione dell’amore di Dio nell’amore umano è centrale per i cristiani. Tanto è vero che noi crediamo in un Dio che è amore e nel suo figlio, Gesù Cristo, che ha dato tutto se stesso per amore. La sessualità è uno dei linguaggi privilegiati per esprimere amore soprattutto attraverso bellezza, piacere e responsabilità per raggiungere piena comunione e piena fecondità. Questo linguaggio ha bisogno sempre evangelizzato. E ogni epoca presenta sempre nuove sfide. Questo documento esorta ad accettare le sfide in quanto tali e a non piegarsi alle logiche del tempo, ascoltando soprattutto il Vangelo che fa bene a tutti.

Accompagnare, discernere, integrare. Le prospettive aperte dal capitolo VIII chiedono di tener conto anche delle situazioni reali delle famiglie…

Le situazioni reali sono molteplici e sono segnate da particolari gioie e da particolari fragilità. Il capitolo VIII di Amoris Laetitia punta l’attenzione su una specifica fragilità (non è l’unica) che appare preponderante: la fatica del giungere al matrimonio, la tenuta del matrimonio, le fratture e i nuovi cammini di unione dopo una separazione o un divorzio. Il capitolo VIII dice: annunciamo la bellezza di Dio nell’uomo ma teniamo conto delle storie concrete. I Vescovi non forniscono ricette già pronte con leggi uguali per tutti, ma si rifanno a una criteriologia diffusa da affinare per ogni persona e un accompagnamento che tenga conto delle storie individuali. Per tutti c’è speranza: è necessario che ciascuno riceva il messaggio della comunione e dell’integrazione nella Chiesa e della speranza a essere loro stessi evangelizzatori.

Nel testo non si presentano volutamente ricette pronte per il discernimento. Si chiede di continuare come singole Diocesi a studiare e approfondire. A Brescia qual è l’approccio pastorale?

A Brescia, ancora prima di Amoris Laetitia, ci siamo attivati con degli strumenti di accompagnamento. Adesso ci stiamo orientando verso un accompagnamento che prima di tutto cercherà di diffondere l’opera pastorale molto preziosa chiamata Gruppo Galilea (è un accompagnamento di fede per persone che sono in situazioni difficili o hanno situazioni matrimoniali irregolari, che hanno subito gravi fratture e magari tentativi di ricomposizione familiare): si tratta di un bel tavolo di fede, di amicizia sincera e di costruzione di grandi legami ecclesiali. L’obiettivo è diffonderlo in tutta la Diocesi, perché, ad oggi, abbiamo solo tre esempi che non sono sufficienti per coprire tutto il territorio. Accanto a questo si pensa a una formazione per i sacerdoti. Alcuni di questi potrebbero essere incaricati per un accompagnamento di “secondo livello”: dopo un primo approccio nella propria comunità locale, può darsi che serva un accompagnamento più costante. Serviranno, quindi, dei luoghi di misericordia. Insieme a questo è necessario far crescere la comunità cristiana. Non basta un documento. La comunità cristiana deve comprendere il messaggio di Dio del matrimonio ma deve anche saper curare le ferite dei propri fedeli dentro la comunità cristiana. Serviranno, quindi, cammini specifici sia nell’ambito liturgico sia nell’ambito catechetico.

Il documento dei Vescovi è un invito, prima di tutto, a guardare con coraggio alle sfide del nostro tempo…

Le situazioni personali o familiari segnate dal dolore o dalla divisione ci stanno dicendo, se guardate da un punto di vista profetico, che c’è bisogno di annunciare di più e meglio anche con opere e non solo con parole la grandezza dell’amore di Dio, di quanto è desiderabile e bello, e quanto il matrimonio-sacramento sia ancora una grande storia di vita per la quale ci si può spendere e una grande e necessaria missione nella Chiesa. Insieme al sacerdozio, il matrimonio è il fondamento della Chiesa.

Con i giovani, verso il sinodo sui giovani

Il 5 Novembre il nuovo vescovo di Brescia ha chiesto ai giovani di Leno e a quelli di altre parrocchie della diocesi le proprie impressioni riguardo al rapporto tra i giovani e la Chiesa. Chiaramente l’incontro è stato organizzato in prospettiva del sinodo dei giovani, indetto da papa Francesco per riallacciare i rapporti con una fascia d’età che si dimostra sempre più disinteressata alla Chiesa.

Quando mi è stato chiesto di partecipare ho reagito con un po’ di sospetto e scetticismo. Senza dubbio si presentava come un bel gesto, ma nella realtà, come si sarebbe risolto? Cosa ci sarebbe stato chiesto? Probabilmente di compilare un questionario a seguito di qualche meditazione di gruppo su temi di cui, in oratorio, si parla quotidianamente. Oppure, peggio, nel tentativo di avere un quadro della “situazione giovani” in diocesi, ci avrebbero chiesto di riportare la nostra esperienza in parrocchia: che problemi vuoi rilevare nelle persone che già frequentano l’Oratorio? Avevo comunque la possibilità di dire la mia, in qualche modo, e per questo ho accettato. Beh, sentire il vescovo che nell’introduzione lamenta l’astrattezza dei questionari è stata una piccola sorpresa inaspettata. In verità tutto l’incontro ha preso una piega che non avevo previsto. Dopo un iniziale confronto divisi per gruppi, siamo tornati nel salone di Casa Foresti dove abbiamo trovato il vescovo seduto a tavolino con carta e penna, pronto ad ascoltare quanto avevamo da dire. Un’immagine insolita. Ecco che allora poco alla volta tutti quelli che volevano dire qualcosa lo hanno potuto dire e il vescovo, interessato, intesseva un dialogo con ciascuno, senza scandalizzarsi per il modo di esprimersi né per le lamentele, anche, anzi, soprattutto pesanti, rivolte alla Chiesa. Ho capito dunque che la disponibilità del vescovo era sincera e che quello voleva veramente essere un primo passo della diocesi verso noi giovani, per capire da noi quali fossero quegli errori che hanno creato distacco. Il risultato? Niente di eclatante. Non si è trovata una soluzione al “problema giovani” (espressione ingiusta ma comune) ma quelle difficoltà di cui si sarà parlato più e più volte nel nostro come in qualsiasi altro oratorio ora siam certi che il vescovo le abbia recepite.

Alla fine si è prospettata una serie di incontri organizzati dalla diocesi e rivolti a tutti i giovani (non solo ai presenti che altro non erano se non rappresentanti presi a campione) affinché al sinodo il vescovo possa presentare problemi e proposte studiate per e con i giovani.

Quel che per ora si può apprezzare e che, da parte mia, è stato apprezzato, è il tentativo sincero di improntare un dialogo tra giovani e diocesi.

Guarda il messaggio del vescovo Pierantonio ai giovani:

Messaggio del vescovo Pierantonio ai giovani in vista del sinodo 2018