Un gesto spirituale

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Mutare le forme e diventare danza

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il vento che sussurra alle orecchie

Ciò che lega la danza al mistero è quindi il gesto rituale che nella sua intensità svolge un’azione di riverbero. […] La danza mistica appare come una sequenza ordinata di movimenti reiteranti, inquadrabili in una prospettiva simbolica evocatrice dell’ordine cosmico, in virtù della quale essa può assurgere a supporto di un’attività spirituale.

Per riprendere fiato mi accomodo a terra in un angolo della stanza, la schiena affidata alla parete fredda e rigida; non desidero lasciarmi distrarre dalle voci del mio corpo ravvivato nei sensi dalla danza e provo a meditare qualche istante sulle immagini evocate dal proemio della Dei Verbum.  Chiudo gli occhi e rallento il respiro; è questo il momento in cui gli opposti coesistono. Che meraviglia, quale bellezza queste parole! Non riesco a trattenere l’impulso a farne subito una danza: batto il pugno chiuso sul petto e mi rialzo, scalzo, cercando l’appoggio perfetto. Le dita dei miei piedi sono come radici che si insinuano nel terreno e si aggrappano alla roccia, una roccia di scogliera sul mare. Ecco giungere un’alba, fasci di luce che trafiggono il cielo coperto di cenere. I miei rami si aprono lentamente, come petali di un fiore che sboccia, a raccogliere tanto più calore possibile, fino quasi a staccarsi dal tronco e allora mi quieto. Mi affido alla carezza della luce sulla pelle, piegando la testa in un gesto di beato sollievo verso la spalla, prima una e poi l’altra. I palmi delle mani, come guidati da altre mani gentili, si uniscono, si congiungono.

il vento che sussurra alle orecchie

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Mutare le forme e diventare danza

In che cosa credo? Quel che credo assomiglia alla mia vita? Per anni ho creduto nella mia cantina, luogo in cui ripararmi e dedicarmi alla musica, fucina di parole e sensazioni che alchimisticamente hanno preso forma. Forme incompiute, è vero, ma forme che ancora trattengono la forza del confronto che le ha partorite. Ecco, oggi ancor di più credo, credo in quel dialogo di ascolto, di poca ragione e di meraviglia e di istinto; ricordo che un giorno mi dissi: «il filo logico lo appoggerò in un angolo …». In cosa credo? Credo nelle parole che si distillano all’improvviso perché troppo arduo è il racconto narrativo. Credo nel desiderio che è il ricordo di un cammino iniziato in fiducia, senza domande, ma che si svela tanto più si fa distante la sua genesi. Credo nella ricapitolazione, perché è lì che si avanza di un passo verso la verità.

A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di responsabilità personale, sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo modo quella concernente la religione.

Difficilmente questo pensiero potrà essere canzone, ma credo nella musica che mi accompagna silenziosamente nell’atto di scriverlo. Con il tempo ho imparato a danzare sulle sue note, ad abitare il mio corpo, ad abitare i luoghi del presente, a edificarmi nel presente dell’incontro con l’altro da me. Il corpo, il pensiero, il luogo, altro non sono che la stessa qualità del mio essere e oggi ne riconosco il mistero.

Il Corpo mistico di Gesù si incarna nella Chiesa. Ma il corpo, scrive il Papa, richiede anche moltitudine di membri i quali siano totalmente fra loro connessi da aiutarsi a vicenda. E come nel nostro mortale organismo, quando un membro soffre, gli altri si risentono del suo dolore e vengono in suo aiuto.

Durante un’esperienza di danza nel deserto del Sahara, sul mio taccuino scrissi:

il mio volto è una tenda, desidero sia abitata da chi incontro. Nella mia tenda irrompe una duna di sabbia rossa ed io riposo su di essa in ascolto di Dio, mentre mi abbaglia il chiaroscuro dell’ingresso. Il mio petto è il fuoco al centro del bivacco e il mio ventre è una giara ricolma d’acqua limpida, che rispecchia, e tu ne puoi vedere il fondo. Puoi vedere il piccolo granello di sabbia che si deposita mentre ondeggia cullato.

Rievocando questo ricordo mi scopro a trattenere le lacrime, non so … forse per una gioia rievocata, forse per amore. Mi sciolgo dalle rigidità della scrittura e penso che il viaggio che ho intrapreso è ancora lungo ma so di non aver bisogno di alcun bagaglio. Continuo, senza affanno, a cercare luoghi di silenzio per riconoscerne la musica di sottofondo, luoghi nuovi o antichi non importa. A volte la duna di sabbia rossa si trasmuta in verdeggianti campi d’erba e sento ugualmente il vento che batte alle spalle, che sussurra alle orecchie, finché, nel silenzio, capisco di non essere solo. Luoghi, colori e tempo da ascoltare, fiducioso, come il lattante fra le braccia della madre, prima di addormentarsi. Ecco perché non posso fare a meno di ripetermi il passaggio del Salmo 23. Se mi addormento posso anche sognare. Spesso sono sogni di una lingua ermetica, lontana, arcana. Ci sono sogni che ritornano negli anni e si interrompono sempre lì, proprio quando stai per capire. Ci sono sogni in tonalità di grigi, chiaramente frutto dell’influenza del pensiero razionale. Altri sogni invece ti costringono al risveglio in un sussulto, nel titanico sforzo di riacquistare il controllo della tua vita in pericolo.

Possiamo sognare insieme, perché no? Sogniamo che ciascuno di noi si costruirà un’identità aperta, dialogante, tollerante, curiosa degli altri, non impaurita e arroccata in difesa; formando una simile identità, aiuterà anche l’altro a viverla

Ma i sogni migliori sono quelli che faccio ad occhi aperti, perché non sono desideri e neppure allucinazioni. Sono solo momenti, attimi fuggenti, di inattesa consapevolezza. Il corpo inizia a danzare e nel vento diventa preghiera. Una preghiera con voce di violoncello, un largo, un deserto da attraversare, abitando lo spazio di una seconda attenzione. Tutto scorre e allo stesso tempo si ferma. Il cuore ammutolisce un istante, lasciando l’eco dell’ultimo rintocco: così largo, così immanente. E continuo a camminare col volto accarezzato dal vento, con lo sguardo inumidito da una lacrima densa che mi solca lo zigomo, fino a trovare rifugio all’angolo dell’orecchio. E sussurra… Prima che il cielo si trapunti di stelle, lascio scorrere e ascolto. Prima che un pensiero mi distragga dall’accadere, lascio che accada. Osservo, testimone di una testimonianza invisibile.

Vento dell’Anima

Leno (Brescia) – Una scuola, un concorso nazionale e la voglia di mettersi in gioco e scavare in se stessi. E’ così che è nato “Vento dell’anima“, cortometraggio realizzato dai ragazzi della 2^C dell’Istituto comprensivo di Leno per la partecipazione al concorso nazionale “Bibbia-Musica-Bibbia: dalla cetra al rap“.

La musica infatti occupa un ruolo molto significativo nella vita degli adolescenti. Attraverso essa esprimono sentimenti ed emozioni e spesso trovano risposte alle tante domande che caratterizzano la loro vita in testi che hanno riferimenti biblici.

Il percorso, che ha coinvolto insegnanti e studenti, ha avuto inizio dall’osservazione di quanto succede ogni giorno nel mondo. I quotidiani riportano spesso fatti di cronaca che ci interrogano sul senso dell’esistere e quante domande invadono la nostra mente!

La sofferenza, le ingiustizie, il miracolo della vita, la paura dell’ignoto, la fuga dalla guerra sono immagini ormai quotidiane che non possono lasciare indifferenti. Così i ragazzi, guidati dai docenti Caterina Cadei / Religione, Vita Giannotti / Musica / sostegno, Elena Tognoli / Arte, Rosa Bonsignori / Inglese ed Angelo D’Errico / Lettere / Videomaker, sono stati invitati a portare in classe dei quotidiani ed a ricercare e selezionare degli articoli di cronaca che suscitassero in loro delle domande.

Si sono poi confrontati sulle loro scelte musicali e hanno osservato quanto le giornate di ciascuno siano permeate di musica e di canti in sintonia con i loro sentimenti ed emozioni. Hanno scoperto che la musica aiuta a trovare le risposte che stanno cercando, ma solo quando presenta riferimenti  alla Bibbia. Dall’analisi di alcuni testi delle canzoni di autori contemporanei, quali Simon and Garfunkel, Bob Dylan e Franco Battiato, hanno avuto conferma che attraverso la musica, il suono, e la danza l’uomo è riuscito da sempre ad esprimere questo bisogno di senso e in alcuni casi ad indicarci la via da percorrere per avere risposte.

I ragazzi hanno quindi analizzato il testo di alcune canzoni e ne hanno colto sia il riferimento biblico che il collegamento con la propria vita ed hanno potuto così trovare un aiuto alla loro ricerca di senso.

La Bibbia, codice culturale e storico, non solo religioso, ha spesso ispirato artisti in cerca di risposte per comprendere il senso della vita. Essa ci offre un’opportunità per guardare i fatti da un’altra prospettiva, quella che mette al centro l’altro, la solidarietà, la fratellanza, l’accoglienza…

Solo facendosi illuminare da questi valori e seguendo la direzione del vento l’uomo in ricerca riesce ad orientare correttamente il proprio cammino;  mettendoli al timone della nostra vita tutto acquista significato e le risposte risultano più facili.

Nel Salmo 120 risuona per sei volte il verbo ebraico shamar, «custodire, proteggere» trasformandolo in un brano rap i ragazzi invocano la protezione sulla loro vita e sul mondo intero.