Vedere l’invisibile

In Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45 in tre luoghi: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo di Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città

Nella IV domenica di Pasqua si tiene l’annuale Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. “La chiamata di Dio non è un’ingerenza nella nostra libertà ma l’offerta di entrare in un progetto di vita, in una promessa di bene e felicità, non siate sordi a tale chiamata”: così il Papa nel messaggio inviato in occasione della 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Le tre veglie. Per questa occasione nella nostra Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45, in tre luoghi differenti: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo dei Santi Pietro e Paolo a Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città.

Il messaggio. “È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita”. Lo scrive Papa Francesco nel messaggio sul tema: “Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio”. Soffermandosi su due aspetti – la promessa e il rischio –, il Papa spiega che “la chiamata del Signore non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una ‘gabbia’ o un peso che ci viene caricato addosso”. “Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante”. Indicando il “desiderio di Dio”, Francesco spiega che “è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio”, “non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato”. “Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare”. Ribadendo che “ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande”, il Papa incoraggia ciascuno affinché la sua vita “non resti impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore”.

Una sfida da affrontare. “La vocazione è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto. Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta”. Afferma sempre il Papa. “Per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva – afferma il Papa –. Ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita”. Riferendosi alla “scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia”, così come alle “vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni”, all’“impegno nel campo della carità e della solidarietà”, alle “responsabilità sociali e politiche, e così via”, Francesco spiega che “si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio”. Poi rivolgendosi ai giovani, il Papa li incoraggia a non essere “sordi alla chiamata del Signore”. “Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino”.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Quaresima Giovani 2019

Giovani di Preghiera e Veglia delle Palme

Giovani di preghiera

Scuola di preghiera con il Vescovo Pierantonio giovedì 14, 21 marzo e 4 aprile alle ore 20.45 nella chiesa di San Cristo (via Piamarta, 9 – Missionari Saveriani)

Veglia delle Palme

Sabato 13 aprile dalle ore 20.00 in 4 chiese della città:

  • Basilica di S. Maria delle Grazie (per Val Camonica, Sebino e Franciacorta e Fiume Oglio)
  • Chiesa di S. Maria della Pace (Pianura)
  • Chiesa di S. Francesco d’Assisi (Val Trompia, Val Sabbia e Benaco)
  • Chiesa parrocchiale dei Santi Nazaro e Celso (Città e Hinterland)

Segue processione verso piazza Paolo VI e omelia del Vescovo Pierantonio.

Siate pellegrini sulla strada dei vostri sogni

Queste sono le parole che Papa Francesco ha rivolto ai pellegrini del Sinodo dei Giovani dell’11 e 12 agosto. Ci ha esortati a sognare in grande, a creare un progetto di vita che comprenda non solo noi stessi e che porti pace. 

Sognare spesso non è facile e per farlo abbiamo bisogno di speranza: affidarci a Dio e porre i nostri desideri nelle Sue mani ci dà la forza di rischiare e proseguire sulla nostra strada, senza accontentarci delle comodità di tutti i giorni. Abbandonare la tranquillità costa sforzo e ci fa paura, per questo Papa Francesco ha invitato noi giovani ad “alzarci dal divano” e camminare con Dio per realizzare i nostri sogni.

Abbiamo accolto la proposta del Papa e iniziato il pellegrinaggio verso Roma il 9 agosto; durante il viaggio abbiamo faticato, ma il percorso ci ha permesso di capire che con un po’ di determinazione e un buon gruppo di amici si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Nel corso del cammino siamo stati ospitati prima a Ronciglione con gran gentilezza e disponibilità, quindi abbiamo proseguito a piedi per 25 kilometri verso Trevignano. Da qui abbiamo raggiunto il Circo Massimo dove abbiamo condiviso un momento di preghiera e di riflessione con Papa Bergoglio. Durante la notte tra l’11 e il 12 si è svolta la Notte Bianca della Fede, che offriva la possibilità di visitare varie chiese di Roma partecipando a esercizi di spiritualità. 

La domenica mattina tutti i pellegrini si sono riuniti in Piazza San Pietro per assistere alla Santa Messa e all’Angelus, in cui il Papa ci ha esortato a essere coerenti con il nostro credo facendo del bene sulla strada verso i nostri desideri.

Alla fine di questo pellegrinaggio, quindi, ci auguriamo di realizzare i nostri sogni e di continuare a “camminare nella carità e nell’amore”.

Emma e Gaia

Guarda la galleria:

Pellegrinaggio a Roma 2018

Dio vuole che l’uomo viva

La riflessione tenuta nella Chiesa di Santa Maria della Pace di Brescia, in occasione della Veglia delle Palme con il vescovo Pierantonio sabato 24 marzo.

La strategia vincente di chi ha pensato questo momento di preghiera, partiamo da lontano, dal papa con il suo messaggio fino a chi ha scritto la traccia di questo fascicoletto di preghiera dicevo, la strategia vincente ha voluto accostare creando una sorta di binomio paure e ascolto.

Perché dicevo essere una strategia vincente, perché l’accoppiata paure-ascolto è un modo efficace per descrivere bene la condizione alla quale apparteniamo e lo è almeno per due motivi: il primo perché l’uomo essenzialmente è un essere che ha paura. Noi abbiamo paura ed il tema delle paure è un capitolo decisamente vasto. Molte volte anche contraddittorio di se stesso. Noi a volte abbiamo paura perché non conosciamo la realtà intorno a noi o anche dentro di noi. Dove non conoscere indica per noi la non possibilità di gestire le cose, di controllarle e questo ci crea ansia, ci mette in difficoltà.

In altre occasioni capita l’esatto contrario, noi abbiamo paura perché proprio noi conosciamo la realtà che c’è attorno a noi o anche dentro di noi. Qui dovremo però fare una distinzione tra la conoscenza che passa dall’esperienza e la conoscenza che passa attraverso l’idea, l’ipotesi. Noi conosciamo certamente anche attraverso i concetti, le teorie ma principalmente conosciamo attraverso l’esperienza, noi viviamo l’esperienza non l’idea. Facciamo anche qua alcuni esempi perché rafforzano quanto appena detto circa la distinzione e l’idea del conoscere.

Noi tutti sappiamo che la guerra e la morte sono terribili ma finché la guerra è in Siria o in Iraq quella guerra non mi fa così paura il problema sarebbe se la guerra fosse qui. Noi tutti sappiamo che la morte è terribile ma finché la morte non ci tocca personalmente non ci fa forse così paura. Molto spesso mi è capitato di chiedere, in particolar modo ai giovani se avessero paura della morte e se quella non ha ancora toccato nessuno dei loro parenti la risposta è quasi unica, no, perché è ancora lontano, se però ti tocca allora le cose cambiano. Le paure ci mettono in difficoltà, le paure vanno a condizionare le nostre scelte e non esiste uomo che non abbia paura, anzi, l’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura. Perché se non avesse paura non ci sarebbe neanche il coraggio ma siccome ha paura può arrivare anche al coraggio.

Tutti abbiamo paura.

Secondo motivo per cui dicevo essere l’abbinata vincente, paure e l’ascolto, perché l’uomo è un essere relazionale e l’ascolto è una tipica dinamica della menzione, dove l’ascolto e l’incontro sono ciò che muovono la nostra vita. Che cos’è la vita, la riflessione umana diche che la vita è la capacità di muoversi, di crescere autonomamente ma questa autonomia ha sempre un inizio che la vede mossa da qualcun altro. Nessuno di noi si da la vita da solo, come nessuno di noi ha imparato a vivere da solo. Ha imparato a vivere da solo perché ha ascoltato qualcuno che lo ha preceduto o ha visto qualcuno che lo ha preceduto.

L’ascolto è sufficiente per superare le paure? Dipende da quello che ascolti, perché se ascolti il terrore è chiaro che questo non ti tranquillizza e qui potremmo aprire un capitolo interessante su che cosa ascoltiamo, non solo in termini musicali ma anche di riflessione perché se quello che ascolto non mi pacifica oppure non mi aiuta ad approfondire alcuni temi della mia esistenza oppure non mi aiuta ad appassionarmi allora da ascolto come del resto allo sguardo al ducato.

Perché è una strategia vincente aver accostato paure e ascolto, ce o dice il testo che abbiamo appena ascoltato, perché è Dio stesso che ci invita ad ascoltarlo. Ascolta Israele il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Noi siamo chiamati invitati ad ascoltare Dio e non si tratta di un ascolto generico, di ascoltare Dio, la sua parola, la sua volontà e che cosa vuole Dio, che cosa ci dice. Ci dice una sola cosa, vuole che noi viviamo e non sopravviviamo perché con le paure non si vive, si sopravvive.

Dio vuole che l’uomo viva, per questo Dio va sempre là dove l’uomo muore.

Muore in tanti modi l’uomo. Muore nella malattia, muore nel peccato, muore nelle relazioni. Dio parla un unico linguaggio, il linguaggio della presenza dice io sono qua, io sono con te. Voglio che tu viva. Quindi se quando noi ascoltiamo ciò che c’è attorno a noi o che c’è dentro di noi ci accorgiamo che quello che ascoltiamo ci mette ansia, ci mette difficoltà, ci spaventa ci fa essere tristi. Dobbiamo riconoscere che quella non viene da Dio e quindi non va ascoltato. Non sarà così facile, sarebbe anche qua un tema molto interessante come fare per staccarci da ciò che ci fa male.

Le paure possiamo affrontarle ma mai da soli.

La regola numero uno che insegna l’esperienza della Chiesa millenaria diche quando uno sta male, è spaventato o ha paura mai stare da solo. Dio invece con la sua presenza dice sono con te e ce lo dice proprio cominciando questa settimana santa dove andremo vivere fasi salienti, fasi cruciali dell’esistenza di Gesù e della nostra di esistenza, perché la sua esistenza può cambiare la nostra esistenza nella misura in cui lasciamo che entri la nostra esistenza. Torno a dirvi se ascoltando ciò che avete attorno, ciò che avete dentro non vi fa essere quieti, vi fa paura o vi spaventa non ascoltatelo. Se avete difficoltà a pensare al vostro futuro, a immaginarlo a progettarlo, se fate fatica ad avere speranza, a creare, a costruire allora parlatene con Dio.

Auguri.

Guarda il video della veglia:

Veglia delle Palme

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

Incontro dei giovani italiani con papa Francesco

Nelle giornate di sabato 11 e domenica 12 agosto 2018, il Santo Padre incontrerà i giovani italiani, chiamati passo dopo passo a raggiungere “per mille strade” il luogo del martirio petrino. I giovani raggiungeranno Roma accompagnati dai loro educatori dopo aver camminato tra le bellezze della storia italiana. La Parola e l’Eucaristia sosterranno questo loro cammino cha sarà ricco anche di momenti di festa e condivisione.
Per noi, il programma prevede un pellegrinaggio che va dal 09 al 12 agosto.
Destinatari: giovani dai 17 ai 29 anni e i loro educatori.

Programma 09-10 agosto

Giovedì 09 agosto: partenza da Leno per Brescia. Viaggio in treno verso Roma. Passeremo il pomeriggio a Roma e in serata spostamento in treno verso Ronciglione dove pernotteremo presso la casa delle Suore Maestre Pie Venerini.

Venerdì 10 agosto: inizio pellegrinaggio a piedi che ci vedrà in viaggio verso il lago di Bracciano dove pernotteremo e poi verso Roma.

Programma 11-12 agosto

Sabato 11 agosto: arrivo a Roma al termine dei pellegrinaggi
Ore 13.00: apertura cancelli per accedere al Circo Massimo (dal lato del Colosseo dove si trova la stazione della metropolitana)
Ore 16.30-18.30: momento di racconto/testimonianze dei cammini (pellegrinaggi)
Ore 18.30: arrivo di Papa Francesco
Ore 19.00: veglia di preghiera per il Sinodo con Papa Francesco
Ore 21.00: cena
Ore 21.30: festa
Ore 23.30: fine festa
Ore 24.00: inizio della Notte bianca della fede in vari luoghi di Roma: possibilità di adorazione, confessione, incontri… Ai gruppi non verranno assegnati dei settori specifici: si procederà a riempimento.
Chi lo vorrà potrà dormire al Circo Massimo portando con sé materassino e sacco a pelo (l’invito è comunque quello di partecipare alla Notte bianca della fede); al Circo Massimo non sarà possibile allestire delle tende.

Domenica 12 agosto: (Colazione)
Ore 6.00: apertura di piazza S. Pietro e ingresso
Ore 9.30: S. Messa con Papa Francesco e Angelus
(Pranzo) Ai gruppi non verranno assegnati dei settori specifici: si procederà a riempimento.

Pacchetto di partecipazione A (con giornata alimentare) Costo: 50,00 €.

Il pacchetto comprende:
Pass (senza il quale non si potrà accedere ai luoghi dell’incontro: Circo Massimo e piazza S. Pietro).
Giornata alimentare: cena di sabato 11 agosto, colazione e pranzo di domenica 12 agosto.
Kit contenente croce, rosario, diario-libro, un telo della Sindone, un cappello con alette, una lampada da fronte, una bisaccia, un porta badge (a tempo debito daremo indicazioni circa il suo ritiro).
Biglietto Atac dei trasporti su Roma per le due giornate (valida 48 H). Quota solidarietà e Assicurazione.

Scarica il modulo di iscrizione.

Porrò il mio Spirito dentro di voi

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Veglia Pasquale

Cattedrale di Brescia, 15 aprile 2017
Veglia Pasquale

Abbiamo iniziato questa veglia pasquale fuori della cattedrale, in piazza, nel luogo profano dove ogni giorno le persone vivono, s’incontrano, lavorano. Lì, da un fuoco nuovo, abbiamo acceso un cero – simbolo di quella luce che illumina il mondo a partire dalla risurrezione di Cristo. Preceduti dal cero acceso, abbiamo fatto una piccola processione muovendoci da occidente verso oriente, dall’oscurità della notte verso il chiarore dell’alba. E’ stato il cammino che Gesù stesso ha percorso nella sua Pasqua, quando è passato dalla morte dolorosa sul Calvario alla vita incorruttibile della risurrezione. A motivo di Cristo e della sua risurrezione, questo è diventato anche il significato vero della nostra esistenza sulla terra: non un cammino inesorabile verso la morte, ma un passaggio che tende a Dio, alla sua vita. Il canto dell’Exultet pasquale ha allora invitato gli angeli e i santi, la terra intera, a gioire inondata di splendore perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.”

Poi, con gioia e attenzione, abbiamo ascoltato il racconto della storia della salvezza, la nostra memoria di fede. Ciascuno di noi ha una sua memoria personale, fatta degli eventi e delle persone che hanno contribuito negli anni a plasmare la sua vita. Ma tutti noi, insieme, abbiamo una memoria che ci accomuna e che risale addirittura all’origine stessa del mondo: è il racconto di quanto Dio, creatore e redentore, ha fatto per tutti noi. In questa notte abbiamo rinnovato questa memoria, ascoltando anzitutto il poema della creazione quando Dio, con la sua parola, ha fatto risplendere la luce di mezzo alle tenebre e ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza.

Sappiamo, così, che non siamo al mondo per caso, per effetto di un intreccio anonimo di forze, ma chiamati dalla volontà sapiente di Dio. Con trepidazione abbiamo seguito Abramo sul monte della prova per imparare che anche in mezzo angoscia, possiamo continuare a confidare nella sapienza e nella fedeltà di Dio. Abbiamo ascoltato come i figli di Israele sono passati illesi attraverso le acque del mar Rosso e quel sentiero che poteva essere causa di morte è diventato invece per loro passaggio alla libertà e alla vita: “Mia forza e mio canto è il Signore – abbiamo cantato – egli è stato la mia salvezza.” Siamo popolo di Dio e Dio, attraverso la parola dei profeti, ci ha dichiarato il suo amore: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto.” Sì, il Signore ha giurato amore eterno al suo popolo; la sua parola, che ci supera quanto il cielo è alto sopra la terra, ci ha confermato la promessa di fedeltà, di perdono, di vicinanza. Tutto questo, ormai, è diventato patrimonio della nostra memoria cristiana: fragili, peccatori, segnati dalla precarietà come siamo, sappiamo però di essere legati da un patto con un Dio buono e forte e fedele; con un Dio che ci ha promesso il suo Spirito e cioè la forza irresistibile della sua vita: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio Spirito dentro di voi.” Dunque dalla creazione, attraverso la liberazione, fino alla promessa dello Spirito di Dio come sorgente di un’esistenza nuova. Questo è il cammino magnifico della storia della salvezza.

Ebbene, in questa notte di Pasqua noi proclamiamo che tutto quanto era stato promesso è ora adempiuto nella morte e nella risurrezione di Gesù. E’ Lui, Gesù, il nuovo Adamo, inizio di una umanità nuova. Non solo Dio ha creato questo mondo affascinante; vuole anche condurlo a diventare partecipe della sua vita di santità e di amore, di bellezza e di verità. Ma non si tratta di una trasformazione che possa compiersi col semplice dinamismo dell’evoluzione; è una trasformazione che si sviluppa nel profondo del cuore, che fa appello alla libertà e alla responsabilità della creatura. È possibile al nostro mondo entrare nella vita di Dio solo se impara, il nostro mondo, ad amare come Dio ama, a essere misericordioso come Dio è misericordioso, a vivere nella comunione come Dio è comunione. Ebbene, questo è quanto ci è donato in Gesù: uomo come noi, è vissuto nel mondo mosso e guidato dallo Spirito Santo di Dio; è passato facendo del bene e liberando tutti coloro che erano sotto la schiavitù del male; ha patito una morte dolorosa e umiliante, ma l’ha trasformata in obbedienza al Padre e in amore agli uomini. Per questo Dio lo ha risuscitato, lo ha innalzato accanto a sé, lo ha reso partecipe della sua gloria e del suo potere di salvezza. Nel disegno di Dio Gesù è il primogenito di una moltitudine di fratelli; la sua risurrezione è pegno della nostra speranza. San Paolo potrà scrivere ai cristiani di Corinto: “Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” Le cose vecchie sono le abitudini di cattiveria, di menzogna, di oppressione che sono iscritte nella storia dolorosa dell’umanità. Ora, nel Cristo risorto, sorge un sole nuovo, un giorno nuovo con la possibilità offerta a noi di vivere una vita nuova. È ancora Paolo che scrive: “un tempo… eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò da figli della luce” poi spiega: “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.”

Quando siamo stati battezzati, ci è stata consegnata, con le parole del ‘Credo’, la professione di fede che questa notte rinnoviamo: è la nostra risposta filiale all’amore paterno di Dio. Sempre al momento del nostro battesimo, ci è stato insegnato il comandamento che vuole dirigere tutte le nostre scelte: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze… Amerai il tuo prossimo come te stesso.” Il cristianesimo è qui: credere nell’amore di Dio e rifiutare quel cinismo che considera illusione ogni pensiero di amore gratuito; sperare la vita eterna e quindi usare con libertà e con riconoscenza i beni terreni senza diventarne schiavi; amare sinceramente il prossimo e combattere ogni tentazione di ripiegamento egocentrico su noi stessi, sul nostro vantaggio privato. Può sembrare una cosa scontata, ma l’esperienza ci dice che credere nell’amore non è facile quando la violenza, la disonestà, la corruzione sembrano invincibili, rischiano di avvelenare i sentimenti e di suscitare nel cuore un risentimento infinito. Usare denaro e cose senza diventarne schiavi non è facile quando il denaro sembra aprire tutte le porte e quando le cose sembrano indispensabili per ottenere quei piccoli frammenti di felicità che sono offerti all’uomo. Continuare ad amare, a donare, a servire nonostante tutto è possibile solo se la forza di Dio ci sorregge e rigenera in noi ogni giorno il controllo dei nostri impulsi, il desiderio del bene e il coraggio di farlo.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque ha fatto un patto con la morte e si serve della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla ingiustizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati tutti coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un volto di amore a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre pensavamo al nostro bisogno di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari