Il ricordo di don Abramo Camisani

“Ti ho battezzato e preparato alla prima comunione e alla Cresima. Sei stato oggetto delle mie preghiere per le vocazioni sacerdotali e religiose di ogni giorno…”. Iniziava così don Giovanni Maria,  “il Reverendo” (così l’ho sempre chiamato e permettetemi di chiamarlo ancori così come facevo da bambino), il messaggio che mi indirizzava per la mia Ordinazione presbiterale, nello stesso anno in cui lui spegneva le sue 65 candeline di sacerdozio. In realtà, non mi ha preparato solo ai sacramenti e al sacerdozio, ma alla vita. Dei miei anni a Milzanello era più il tempo che passavo in canonica e in chiesa con lui che quello che trascorrevo in casa. Così, una volta trasferito a Brescia, appena potevo, tornavo al mio paese per condividere con lui i miei giorni e i miei sogni, ricevendo sempre indicazioni e conforto.

Ne ho apprezzato e respirato lo stile, dietro quel suo sguardo bambino, di uomo maturo, riservato e staccato quel tanto necessario a farti percepire un affetto non sentimentale ma profondo, paterno. La sua severità sincera che, parafrasando la Sacra Scrittura, “ferisce e risana”; la sua austerità nel vivere condividendo la vita del suo popolo. Lo ricordo con la sua veste “lisa”, il tricorno in testa, salire e scendere la navata della nostra piccola ma bellissima chiesa, con il rosario tra le mani. Il suo sostare di tanto in tanto ai piedi del presbiterio, fissando il tabernacolo come assorto ora in un dialogo o preso da una battuta da confidare al Signore.

Sì, sapeva fare quelle battute simpatiche ma taglienti, mai offensive che facevano “montare” nella mia mente bambina un poco di stizza, per poi fiero porgergli il cingolo, mentre in un latino a me poco chiaro, tra sospensioni di silenzio ripeteva “Praecinge me, Domine, cingulo puritatis, et exstingue in lumbis meis…”, che imparai a memoria a forza di sentirle, ritrovandomi a ripeterle, sorridendo al pensiero di lui.  E guai, a sbagliar posto ai fiocchi: un sonoro “sürlo” e un colpo di tricorno in testa, era la paga sempre, però, accompagnata dal suo sorriso rasserenante. Celebrava la Messa così come si preparava ad essa: leggendo e rileggendo quella carta giallognola affissa in sacrestia con le marmoree parole “Sacerdote ricorda! Celebra la tua Messa come fosse la prima, la sola, l’ultima”. Parole che non mancò di ricordarmi proprio nella mia ordinazione.

Il Reverendo era uomo semplice, colto ma di quella cultura teologica che non parlava il “teologhese” ma aveva il sapore di terra e di cielo, di vissuto, di sapienza contadina. Quella cultura-passione che lo portava, passeggiando nelle allora cinque vie del paese, ad entrare nelle case per visitare ammalati e anziani, a sorseggiare un caffè interessandosi del lavoro o dello studio dei ragazzi come uno di casa, di famiglia. E come i buoni educatori a saper riprendere, anche con fermezza, quando ci si dimenticava dell’anima e della salvezza eterna. Durante una processione della Madonna del Rosario, ricordo come fosse oggi, scattò – benché già avanti negli anni – fulmineo dentro l’Osteria della buona Maria a rimproverare quei pochi agricoltori che vociavano da dentro. Così, fulmineo fu il suo uscire e l’abbassarsi rispettoso e immediato della saracinesca.

Il Reverendo educava così con concretezza, tenerezza e fermezza. Spesso ricordandomi che la gente la si deve amare e ascoltare con un amore non da salotto né un ascolto dovuto, ma con semplicità e parole buone.  “Diffida di te stesso: affidati al Buon Pastore e alla Madonna”, è il suo testamento per me, per la mia vita di uomo e di prete. Non so quanto possa essere fiero di me (penso poco lui che ora consoce tutto nella luce di Dio), ma ho come la certezza e consapevolezza che il suo sguardo paterno mi accompagni, la sua mano segnata dal tempo e dal lavoro continui ad accarezzarmi e sostenermi in quelle difficoltà che lui mi diceva essere “necessarie ed evidenti per strappare le anime al Maligno”.

Mi fermo, mentre la memoria rincorre migliaia di momenti, di sapienti parole, di affettuosi sguardi  che si mescolano nella mia mente riportandomi bambino, nel suo studio con la tapparella abbassata e il breviario sullo scrittorio… con lui, il nostro Reverendo, che fissandomi paternamente e sorridente mi dice ancora “Adel che el me sürlo”.

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Il ricordo di don Ettore Piceni

…l’arciprete stava parlando con la catechista e disse: “la stoffa per fare il prete c’è!”…

Ricorre il ventesimo anniversario della morte di don Gianmaria Valentini. Il prete che mi ha battezzato, che mi ha preparato ai sacramenti della confessione, comunione, e cresima. Il prete che non mi ha visto però diventare prete in quanto se ne è tornato al cielo due anni prima della mia ordinazione.

Che dire di questo prete, che come si definiva lui, aveva svolto il suo apostolato sulle rive del Mella?
La prima cosa che mi viene in mente è un episodio che ho vissuto nell’inverno del 1975 – 76. Ero in canonica, nella sua cucina precisamente. Quell’anno, per noi del ‘66 gli incontri di catechismo venivano svolti nella stanza adiacente alla cucina. Catechista era la zia Maria Brontesi. E prima del catechismo, l’arciprete stava parlando con “la catechista” e disse: “la stoffa per fare il prete c’è!”. Compresi quella affermazione ma la scartai aprioristicamente: era il periodo appena successivo alla morte di mio padre e non ero molto convinto di Dio e della religione.

Un altro ricordo legato a don Valentini, e che ha avuto una valenza dal punto di vista pastorale, è legato ad una omelia che fece in occasione della giornata del seminario. Stavo “servendo” messa, e commentando il brano del vangelo che diceva che la “Messe è molta ma gli operai sono pochi” disse: “chi prenderà il mio posto quando sarò morto? La crisi vocazionale avanza e sono sempre meno i preti!”. Fu quella una scintilla che mi permise di comprendere che la chiamata non è legata solo alla realizzazione di se stessi ma soprattutto in vista di una dimensione ecclesiale: si è preti non per se stessi ma perché una comunità abbia la possibilità di incontrare la salvezza. Ma anche questa “provocazione” fu accantonata: per me non erano ancora tempi giusti per fare scelte vocazionali: ero ancora troppo arrabbiato con Dio!

L’ultimo aspetto che voglio ricordare di don Giovanni, è legato alla sua lunga presenza in una piccola parrocchia, qualcuno direbbe che gran parte della sua missione l’ha vissuta alla periferia della Chiesa. Una situazione in cui ha trovato sicuramente persone che gli hanno voluto bene ma che credo, dal punto di vista umano, poco “stimolante” anche dal punto di vista pastorale (si pensi al fatto che le tre vocazioni al sacerdozio: don Giovanni Zilioli, don Abramo Camisani e la mia, sono sbocciate verso la fine della sua vita). In questo contesto, don Giovanni è stato un prete che è rimasto! Questo fatto fa emergere la capacità di un uomo di donarsi al Signore anche quando a questo donarsi non corrisponde qualche sorta di gratificazione. E qui si percepisce la statura e la forza di una persona che vive la sua fede nella semplicità e nella quotidianità.

Tre elementi per sottolineare la semplicità di un prete di campagna che nella quotidianità ha saputo essere un “pastore” che porta l’odore delle sue pecore; un prete che come un apicultore e bravo ortolano sa cogliere i tempi opportuni per intervenire nella semina e che per la raccolta sa affidarsi a quella Provvidenza che mai delude chi a Lei si a da.

don Ettore

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Anniversario di morte di don Giovanni Valentini

I primi giorni di gennaio hanno visto la comunità  parrocchiale di Milzanello impegnata in due attività.

L’arrivo dei Magi e la ricorrenza del ventesimo anniversario di morte di don Giovanni Maria Valentini.

6 Gennaio

Il giorno dell’Epifania tre bimbe hanno ricordato la manifestazione di Gesù a tutto il mondo, interpretando la venuta dei tre personaggi misteriosi, ma anche coraggiosi, e portando all’altare i doni: oro per ricordare la regalità di Gesù, incenso per proclamare la sua divinità e la mirra per annunziare la sua umanità e quindi la sua morte, sepoltura e risurrezione.

7 gennaio

Don Giovanni è tornato al padre il giorno 8 gennaio 1997.

I suoi parrocchiani lo hanno voluto ricordare il 7 gennaio  con alcuni momenti:

Solenne Concelebrazione presieduta da Monsignor Gianbattista Targhetti che aveva creato un buon rapporto di amicizia.

Ascolto di alcune testimonianze:

– i sacerdoti padre Giovanni, don Abramo, don Ettore la cui vocazione è sbocciata nel corso degli anni della permanenza di don Giovanni Maria prima come parroco e poi come aiuto nel periodo della pensione.

– alcuni fedeli che lo hanno conosciuto e che hanno collaborato con lui.

Presso l’oratorio, apertura della mostra fotografica e dei ricordi di don Giovanni.

TESTIMONIANZE

Laura  Ziglioli

Io ho un caro ricordo di don Valentini. Un ricordo bello e particolare. Tutta la mia famiglia è stata legata a lui.

A quei tempi il mio papà Guerino faceva il sacrista e per 65 anni ha servito con devozione questa piccola, ma grande chiesa.

Il mio papà gli è stato accanto sin dall’inizio del suo mandato di sacerdozio in questa parrocchia di Milzanello. Ricordo quanto don Giovanni abbia sofferto alla notizia della malattia di papà. Diceva che stava perdendo una persona cara, una grande spalla di cui si fidava e che stimava moltissimo. Non avrei pensato che di lì a poco don Giovanni ci avrebbe lasciato, con la sua saggezza e i suoi grandi valori.

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Commemorazione di don Giovanni Valentini

Nel 20° anniversario della morte (8 gennaio 1997)

Programma

Ore 18.00: Solenne Concelebrazione presieduta da mons. Gianbattista Targhetti.
A seguire ascolteremo le testimonianze di padre Giovanni, don Abramo, don Ettore e dai fedeli che hanno conosciuto don Giovanni.
Apertura della mostra fotografica e dei ricordi di don Giovanni.

don Giovanni Valentini

Rinfresco per tutti in oratorio.
La mostra sarà allestita e visibile in Oratorio nelle domeniche: 8, 14, e 15 gennaio.