Uomini di preghiera e di comunione

Sono due le esperienze che hanno particolarmente colpito il Vescovo durante la pandemia: “La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé”. Leggi l’omelia

Abbiamo tanto desiderato celebrare questa Eucaristia della benedizione degli oli – la Messa Crismale – nella quale si ricordano anche gli anniversari di ordinazione. Non abbiamo potuto farlo la mattina del Giovedì santo – come sempre succedeva – perché ancora nel pieno dei questa tremenda esperienza dell’epidemia. Lo facciamo oggi, 29 maggio 2020, nell’antivigilia della Solennità di Pentecoste e nella memoria liturgica di san Paolo VI, che quest’anno coincide con il centesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale. Quest’ultima circostanza è per noi particolarmente significativa, avendo sentito molto vicino in questo tempo di prova il nostro santo papa bresciano, cui abbiamo rivolto quotidianamente la nostra supplica, invocando la sua intercessione.

Quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tre mesi ha segnato profondamente la nostra vita e – vorrei dire – la nostra storia. Ho voluto raccomandare a tutti di non aver premura nell’archiviare come acqua passata quanto ci è accaduto. Non si tratta semplicemente di una brutta pagina da dimenticare presto. In queste lunghe settimane, nelle quali siamo stati investite da un turbine inaspettato, si sono intrecciati paura e coraggio, disorientamento e determinazione, sofferenza e consolazione. Alla fine – mi sentirei di dire – è stato l’amore generoso e creativo a lasciare l’impronta più forte. Ciò che più ricorderemo di questi giorni, sullo sfondo mesto dei lutti e dei contagi, sarà il tanto bene che si è compiuto: la vicinanza, la cura, la perseveranza, la passione, il senso di umanità, il sacrifico. E tuttavia sarà importante prendersi il tempo per raccontare quanto ci è successo, ritornare sugli eventi facendo emergere pensieri e sentimenti. Appare doverosa una consegna, che guardi al futuro e faccia tesoro di un’esperienza fino a ieri inimmaginabile. Più volte si è detto in queste settimane: “La vita non sarà più la stessa!”. Ebbene, è il momento di mostrare che è proprio così, non solo nel senso delle ineluttabili conseguenze di una situazione drammatica ma soprattutto nel senso delle sue promettenti trasformazioni. Il futuro mostrerà se da questa prova saremo usciti più deboli o più forti.

 Come sempre, è la Parola di Dio che ci apre gli ampi orizzonti in cui collocare il vissuto e ci offre le chiavi di lettura. Abbiamo ascoltato la pagina del profeta Isaia, ripresa dal Vangelo di Luca, nella quale si presenta l’opera del Messia sotto il segno della sua consacrazione. Nella sinagoga di Nazareth, davanti a quei compaesani che lo hanno visto crescere, Gesù legge quanto custodito nelle Scritture e poi dichiara adempiuto il misterioso annuncio del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione”. In effetti, una consacrazione tramite lo Spirito era avvenuta. Gesù era stato appena battezzato nel Giordano da Giovanni e su di lui era disceso lo Spirito santo in aspetto corporeo come di colomba. Così, nell’interpretazione di Gesù stesso, la sua consacrazione avviene nella forma di una santificazione totale della sua umanità, mediante una misteriosa e intima comunione con lo Spirito. La consacrazione è immersione dell’umano nel divino, trasfigurazione di ciò che è terreno nella realtà celeste. E tutto questo, in vista di un compito da svolgere a beneficio dell’umanità, una missione che si riassume nell’annuncio della benevolenza di Dio, della sua misericordiosa opera di salvezza. “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a i ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. L’essenza dell’opera che scaturisce dalla consacrazione è l’annuncio dell’anno di grazia del Signore, il suo giubileo, il riscatto da ogni vincolo umiliante, da ogni debito soffocante.

Anche noi siamo stati consacrati con l’unzione in vista del ministero apostolico. Un’unzione spirituale, cioè nella potenza dello Spirito santo, che non ci ha elevati sopra un piedistallo e nemmeno ci ha rinchiuso in una torre d’avorio, ma ci ha spinto potentemente verso il popolo di Dio e verso il mondo intero, con l’unico intento di far conoscere a tutti l’annuncio palpitante della misericordia di Dio. La nostra è un’unzione che interviene a specificare quella precedente del Battesimo cristiano, con cui siamo divenuti fratelli del Signore e quindi destinatari del sacerdozio proprio di tutti i fedeli. Il ministero ordinato è infatti servizio ai fratelli e sorelle nella fede, a quanti appartengono alla Chiesa dei redenti, uomini e donne la cui intera vita è chiamata ad assumere, in forza del mistero pasquale, la forma di una perenne liturgia. Il nostro compito è tener viva con loro e per loro l’ansia del Vangelo, il desiderio di vedere il mondo salvato, la passione per la vita, la pace, la gioia dell’umanità. Tutto ciò attraverso la carità verso i poveri, il perdono per i nemici, il riscatto per gli oppressi, illuminazione delle coscienze.

È questa stessa consacrazione a esigere da noi una lettura attenta e coraggiosa del tempo in cui si vive. L’annuncio del Vangelo della grazia domanda di conoscere da vicino i suoi destinatari, quell’umanità che è cara al cuore di Cristo e dei suoi apostoli. E qui si innesta quella rilettura spirituale, quella narrazione sapienziale che mi sono permesso di raccomandare. Lo Spirito fa vivere e insieme fa comprendere. È principio di vita e conoscenza. È lui che trasforma in memoria feconda quanto il flusso inesorabile del tempo sembra cancellare senza scampo: “Nella tua luce, Signore, vediamo la luce” – recita il salmo. Provo dunque anch’io a fare nella fede memoria di quanto abbiamo vissuto in queste ultime drammatiche settimane e a chiedere a me stesso che cosa ritengo lo Spirito mi abbia consentito di capire meglio, nell’orizzonte di quell’annuncio misericordioso che sono chiamato a dare al mondo insieme a tutti voi.

Due sono le esperienze che mi hanno particolarmente colpito e che mi hanno portato a comprendere meglio la verità della vita nell’ottica della rivelazione di Dio. La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé.

Ci siamo anzitutto e improvvisamente scoperti più deboli di quanto immaginavamo. Ci siamo resi conto, in modo traumatico, che non siamo padroni della realtà, che non la governiamo e neppure realmente la conosciamo. La scienza e la tecnica, insieme all’economia, avevano fatto crescere in noi l’illusoria sensazione di avere in mano le redini di un mondo che in realtà ci è apparso molto più misterioso di quanto pensavamo. Qualcosa di immensamente piccolo ha smascherato la nostra illusione di considerarci immensamente grandi. E forse questo non ci ha fatto soltanto male. Il cuore umano è naturalmente portato a confidare in se stesso, nella sua forza, nelle sue capacità. E poi cerca alleanze, sempre nella logica del potere. La Parola di Dio benevolmente ma fermamente lo ammonisce: “Non confidate nei potenti in un uomo che non può salvare” (Sal 146,3). E poi lo esorta: “Confida nel Signore e fai il bene; abita la terra e vivi con fede; cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 37,3).  L’uomo non basta a se stesso e l’orgoglio è per lui la tentazione peggiore. Inginocchiarsi non è umiliarsi ma entrare nel mondo della grazia e della gloria di Dio con riconoscenza e fiducia. “Senza di me non potete far nulla” – dice Gesù ai suoi discepoli e all’apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (1Cor 12,9).

Il mondo ha bisogno ora più che mai di una testimonianza di fede umile e tenace. L’esperienza che abbiamo vissuto domanda uomini e donne capaci di sperimentare e di annunciare il primato della grazia Dio, un affidamento totale al mistero di bene che insieme ci abbraccia e ci trascende: sentire Dio, sentirsi in Dio, far sentire Dio. Noi, ministri di Cristo, dovremo essere i primi a offrire all’umanità di oggi questa limpida testimonianza di fede, presentandoci anzitutto come uomini di preghiera, in ascolto della Parola di Dio, grati per la celebrazione liturgica dei misteri di Cristo, esperti dell’azione dello Spirito nelle coscienze, abituati alla contemplazione del volto del Signore e al rispetto del volto dei fratelli. Siamo chiamati anzitutto ad affinare in noi, con amorevole docilità, il nostro senso di Dio per ritrovare in esso, senza angoscia ma con serenità, il senso del nostro limite. Ci aiuti dunque il Signore stesso ad essere vescovi, presbiteri e diaconi secondo il suo cuore, uomini di Dio, umili e poveri perché ricchi di lui.

Abbiamo poi capito in questi drammatici giorni che da soli non ce la si fa. Che quando la fragilità personale emerge in tutta la sua chiarezza, si fa vivo il bisogno di affidarsi a qualcuno che ci voglia bene, che si prenda cura di noi, che ci faccia sentire preziosi, che onori la nostra dignità. Solidarietà, affetto, cura, rispetto, consolazione: sono queste le parole che ci vengono consegnate dalla memoria di questi giorni dolorosi, parole il cui significato ci è ora molto più chiaro. Siamo stati creati per la comunione, per la reciproca accoglienza nell’amore ed ora ci rendiamo meglio conto di quanto sia illusoria la pretesa di puntare tutto se stessi, di fare dell’individualismo orgoglioso e avido il principio guida della società. Abbiamo bisogno di sguardi che si incontrano, di volti che si riconoscono, di gesti di affetto, di parole amorevoli. In una parola, abbiamo bisogno dell’amore sincero posto a fondamento dell’intera nostra vita sociale “Ecco quanto è buono e quanto è soave – recita il salmo – che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

La Chiesa, come sappiamo, sorge dall’amore del Cristo crocifisso e vive di questo amore che si fa carne nei veri credenti. “Amatevi come vi ho amato io” – dice Gesù ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,34). E aggiunge: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Per definizione, la Chiesa è la comunità di quanti vengono convocati da luoghi diversi per riunirsi in uno stesso luogo: non in uno spazio ma in un ambiente vitale, cioè il Cristo stesso risorto e glorioso, il suo corpo mistico, una sorta di abbraccio vitale e consolante.

In questi tre mesi non abbiamo potuto frequentare le nostre chiese, che pure abbiamo lasciato sempre aperte. Abbiamo celebrato l’Eucaristia senza la presenza dell’assemblea che dà corpo al popolo di Dio. Ci è mancata questa presenza e questa partecipazione. Eppure non abbiamo smesso di sentirci Chiesa. Abbiamo percepito che l’abbraccio del Signore ci stringeva oltre i limiti dello spazio. Abbiamo pregato insieme, ci siamo sentiti spiritualmente uniti, ci siamo ascoltati, ci siamo a vicenda sostenuti. E qui io colgo l’occasione per ringraziare in particolare voi, cari presbiteri, per la vostra generosa sollecitudine di pastori. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri sentimenti hanno permesso a molti di sentirsi comunità, di non rimanere soli di fronte al dolore e alla paura. Quella comunione di cui il cuore umano ha bisogno non è mancata in questi drammatici giorni, soprattutto grazia ad un ministero che ha reso onore a se stesso.

Occorre proseguire in questa direzione e fare dell’esperienza di Chiesa il fulcro della nostra futura pastorale: una Chiesa che è comunità di fratelli e sorelle redenti nel sangue di Cristo, capace di contrastare ogni forma di divisione e protesa con affetto verso un mondo che troppo spesso ha considerato illusione la possibilità di vivere insieme in pace.

Il dolore condiviso in questo tempo di epidemia ha reso ancora più forte il bisogno di reciproca consolazione ma anche la consapevolezza de valore che ha per ciascuno la socialità trasfigurata dalla grazia di Dio. Se siamo ministri di Cristo siamo anche servitori della Chiesa e del mondo nella linea di quella comunione che si fa solidarietà, accoglienza, collaborazione, condivisione, corresponsabilità, dialogo, amicizia.

Fa’ di noi, o Signore, dei veri uomini di comunione, strumenti della tua pace per il bene della tua Chiesa e del mondo, costruttori di una nuova civiltà insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che il tuo Spirito non lascia mai mancare all’umanità di ogni tempo, testimoni consolanti della tua Provvidenza, grazie ai quali la storia mantiene viva la sua luce e la memoria la sua fecondità.

A san Paolo VI, nostro amato intercessore, affidiamo il nostro desiderio di percorrere la via che lui stesso ha percorso, facendo del suo ministero una luminosa e perenne testimonianza di bene.

“Credo nell’unigenito Figlio di Dio che si è fatto uomo”. Perché Dio si è fatto uomo?

Incontro di formazione teologica per catechisti tenuto da Monsignor Renato Tononi, teologo. 4 dicembre 2019.

Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo

Caro Monsignor Giovanni,

cosa dire? Questo suo trasferimento ha preso tutti di sorpresa… noi pure. Tanti e vari sentimenti il cuore dona: dall’ombra fugace che vorrebbe offuscare la serenità  del nostro quotidiano, alla luce che la Speranza sa creare.

La prima espressione più vera, oltre l’affetto sincero perché le vogliamo bene, è la gratitudine. Lei già prima del suo arrivo ha mostrato la sua simpatia e il suo apprezzamento per la nostra presenza e l’ha confermato in mille occasioni durante questi anni ed è stato per noi motivo di grande Gioia. 

Grazie, Monsignore! Ci ha donato tanto, ha dato se stesso nei modi migliori e impensati. Abbiamo sperimentato la sua presenza sempre buona e paterna.  Alla gratitudine segue l’augurio più fervido di Grazia e Benedizione dal Signore per il futuro che l’attende, per la novità che le si presenta.

La Provvidenza l’ha condotta qui a Leno, l’ha guidata e sorretta nel suo operare.

La somiglianza del percorso che nel cielo traccia la Stella Cadente, rende meraviglioso il suo cammino qui, è la Scìa da Lei tracciata con la preghiera, la testimonianza fedele nel suo Ministero, la celebrazione dell’Eucaristia, il dono della sua saggia parola, la visita e il conforto ai malati, la cordialità verso chiunque, tutto  è  vivo nella mente e nel cuore; la Scìa tracciata, fiorirà e brillerà nel ricordo di lei e darà  frutti nella crescita della Comunità per la Chiesa locale piena di speranze e nella fioritura di Vocazioni che continueranno l’opera da lei avviata. É il nostro augurio più sincero che le darà consolazione e slancio nell’operare. 

Questo è quel poco che possiamo dirle perché la parola è inadeguata ad esprimere quanto Dio sa donare al cuore che sa ascoltarlo.

Con intensa commozione, riconoscenza e affetto le Suore Maestre Pie Venerini
Sr. Graziella, Sr. Maria Pia, Sr. Florence

Paolo VI è l’uomo della gioia

Il parroco di Concesio rilegge la Gaudete in Domino. Una gioia che diventa viva nel cuore dei giovani. E proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per il mese di settembre

Voci più o meno conosciute si sono succedute nella testimonianza della santità di Papa Montini e continueremo a farlo con più forza e convinzione, anche sollecitati dalle parole del nostro Vescovo, mons. Pierantonio Tremolada.

Quando la Chiesa proclama la santità dei suoi figli, li propone a tutti gli uomini come modelli di vita cristiana per la fedeltà con cui hanno vissuto il messaggio evangelico, per l’esemplarità con cui hanno risposto alla loro chiamata e per la disponibilità a lasciarsi trasformare dall’azione dello Spirito così da diventare uomini trasfigurati dalla grazia. Chiunque voglia cercare il percorso che ha portato Paolo VI all’onore degli altari, non può fare a meno di ricordare che il servizio alla Chiesa e agli ultimi, ai poveri, a coloro che vivono nelle periferie della vita, ne rappresenta la dimensione fondamentale. L’amore per la Chiesa e il suo popolo è stata infatti la ragione della sua scelta di vita.

Così egli sottolineava, alla chiusura dell’Anno Santo del 1975: «Facciamo immediatamente una domanda a noi stessi: se questo fosse il nostro destino di professarci « medici » di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore? Il nostro primo dovere è appunto questo: di dedicarci alla cura, al conforto, all’assistenza, anche con sacrificio nostro, se occorre, per il bene di quell’umanità, che vorremmo vedere civile e felice; e se così, non sarebbe bene orientato il nostro programma?

Sì, fratelli! Bisogna avere sensibilità ed amore per l’umanità che soffre, fisicamente, socialmente, moralmente… Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Pensiamoci con coraggio».

Un servizio alla Chiesa e agli uomini compiuti nel segno della gioia, Paolo VI è l’uomo della gioia. Colpisce quanto dichiarato da S. Giovanni Paolo II su Paolo VI: “Recava nel suo cuore la luce del Tabor, e con quella luce camminò sino alla fine, portando con gaudio evangelico la sua croce”. Pensandoci un poco, appare tutta la verità di questa affermazione: Paolo VI viveva la gioia, la coniugava con l’alfabeto del dolore, dell’interrogazione pensosa, dello stupore che evita il chiasso e lo sguardo distratto. Quanto incredibile fu la pubblicazione dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, del maggio dell’anno 1975; è stato un meditato e potente “inno alla gioia. La gioia c’è quando nel cristiano vive e fruttifica l’esperienza di Cristo, l’appartenenza alla Chiesa, la vita sacramentale, l’impegno di testimonianza e infine l’impegno di preghiera. Quando tutto questo c’è, allora, la gioia diventa piena e la realizzazione della persona umana completa.

E questa gioia deve essere ancor più viva nel cuore dei giovani: “Senza nulla togliere al calore con cui il nostro messaggio si indirizza a tutto il popolo di Dio, vogliamo rivolgerci più ampiamente, e con una particolare speranza, al mondo dei giovani. Se infatti la Chiesa, rigenerata dallo Spirito Santo, è in un certo senso la vera giovinezza del mondo potrebbe forse non riconoscersi spontaneamente, di preferenza, in quanti si sentono portatori di vita e di speranza, e impegnati ad assicurare il domani della storia presente? … Perciò, in questa esortazione sulla gioia cristiana, la ragione e il cuore ci invitano a rivolgerci decisamente ai giovani del nostro tempo. Lo facciamo nel nome di Cristo e della sua chiesa, che egli stesso vuole, malgrado le umane debolezze, ” tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”, sono sempre parole di Paolo VI. Proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per  il mese di settembre, prima degli appuntamenti della Settimana Montiniana.

Con queste sollecitudini le Comunità parrocchiali di Concesio, in stretta unione con  la Diocesi, si preparano al giorno tanto atteso e desiderato.

L’incontro tra Dio e l’uomo

La ripresa dell’incontro zonale di formazione per catechisti ed educatori, tenuta da don Raffaele Maiolini il 7 febbraio 2018.

La relazione tra rivelazione e fede

Prof. Don Raffaele Maiolini

Rivelazione

Il movimento di Dio verso l’uomo

0. Intro. Rivelazione… un sostantivo troppo ambiguo

Nel linguaggio comune, infatti, si parla di “rivelazione” per indicare:

  • una scoperta sensazionale
  • una persona si manifesta in modo inaspettato e inedito
  • ciò che appare all’improvviso e quasi inspiegabilmente come “nuovo” – la divulgazione di un segreto
  • l’esperienza di fronte ad un’opera d’arte
  • l’indizio, il segno, il sintomo
  • la scoperta, l’intuizione del senso dell’esistenza

1. Come parla la Bibbia del movimento di Dio verso l’uomo

1.1. La “rivelazione” nel Primo Testamento…

  • «rivelazione» in greco apokalupto = rendere manifesto, togliere il velo
  • la questione delle tecniche per cercare di conoscere i segreti degli dèi: divinazione, sogni, consultazione del destino, presagi, ecc. (cfr. Lv 19,26; Dt 18,10ss; 1 Sam 15,23.28)
  • L’AT non ha un termine tecnico per designare ciò che chiamiamo «rivelazione»; l’espressione «parola di Jahvè», dabar JHWH resta l’espressione privilegiata per dire l’entrata in relazione di Dio con l’uomo

1.2. La “rivelazione” nel Nuovo Testamento…

  • Il corpus paolino: il mistero un tempo nascosto, si è fatto ora presente
    – il termine fondamentale per dire la “rivelazione” è “mistero”: 1Cor 2,6-10; Rm 16,25-26; Col 1,25-27; Ef 3,2-12.
  • La tradizione sinottica: Gesù manifesta il Padre
    – Gesù è l’unico rivelatore di Dio: cfr. in particolare: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale lo voglia rivelare» (Mt 11,27; cf. Lc 10,22).
  • La tradizione giovannea: il Logos fatto carne
    – il filo conduttore del prologo (1,1-18) è la rivelazione: logos (parola), luce, gloria, verità, manifestare, vedere, comprendere, credere, testimoniare.
  • La lettera agli Ebrei: Dio parla nel Figlio
    In Eb 1,1-4 il termine che prevale nel designare la rivelazione è quello di parola.

2. Le preziose indicazioni conciliari…

DV 2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione (2).

DV 4. Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini », « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

GS 22. Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione.

Il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo

Omelia del vescovo Luciano nell’ordinazione episcopale di mons. Ovidio Vezzoli – Cattedrale di Brescia, 02 luglio 2017

Amare Gesù più che il padre, la madre, il figlio, la figlia; prendere sulle spalle la propria croce e mettersi in cammino al seguito di Gesù; perdere la propria vita… non si può certo dire che questo vangelo sia accomodante. È soprattutto il confronto con i genitori e con i figli che ci colpisce. Se Gesù avesse parlato dei soldi, della carriera, del successo, e avesse detto che dobbiamo amare Lui più di tutte queste cose avremmo capito. Ma i genitori… come si fa a fare un confronto? Verso di loro abbiamo un debito che non riusciremo mai a estinguere; e i figli… come porre limiti all’amore per loro? Eppure il vangelo va preso così, proprio come suona, senza addolcirlo o sfibrarlo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” Possiamo spiegare che non si tratta di avere più o meno affetto, ma di collocare l’obbedienza a Gesù prima del desiderio di compiacere agli altri, fossero pure le persone a noi più vicine e più care. Ma come si giustifica un’esigenza così radicale?

La religione come conforto in mezzo alle molte tribolazioni della vita è facilmente compresa e apprezzata da molti; così pure la religione come modo di dare significato agli eventi più intensi della vita – la nascita, il passaggio all’età adulta, il matrimonio, la malattia, la morte: l’uomo ha bisogno che la sua vita non appaia insignificante e i riti religiosi sono lo strumento più efficace a questo scopo. Ancora è apprezzata la religione quando si esprime in volontariato, servizio sociale, istituzioni di beneficenza. Ma il cristianesimo non è solo questo; il cristianesimo ha la pretesa di offrire all’uomo un orizzonte ultimo e vero di significato che motivi tutte le sue attività, misuri il loro valore, orienti il loro svolgimento. Mentre penso queste cose mi rendo immediatamente conto di quanto esse debbano apparire inattuali all’uomo di oggi. La società contemporanea non è più la società medievale che poteva organizzarsi attorno ai monasteri e alle chiese. È una società che ha sviluppato innumerevoli linee di interesse e di azione secolare: scienza e tecnologia, politica ed economia, arte e musica, educazione e diritto… ciascuno di questi ambiti con le sue leggi proprie, con una serie infinita di specializzazioni che richiedono studio, applicazione, esperienza. Come pensare che un uomo singolo, vissuto in un piccolo angolo della terra, quando ancora di tutto questo mondo moderno non c’era sentore alcuno, possieda il segreto per dare il giusto senso al mondo dell’uomo e al cosmo stesso? Come pensare che il rapporto con lui sia decisivo per il senso di ogni esistenza umana? Eppure solo questo darebbe un fondamento ragionevole alla pretesa di Gesù: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”

Caro Ovidio, sono felicissimo di poterti imporre le mani, insieme ai vescovi conconsacranti e a tutti i vescovi presenti perché tu possa, per il dono dello Spirito Santo, servire la chiesa di Fidenza come vescovo. È una vocazione bella, quella dell’episcopato, e prego il Signore che tu possa viverla nella gioia per tutti i singoli giorni del tuo servizio. Con l’elezione del Papa e l’ordinazione di oggi entri nel collegio dei vescovi e a Fidenza sarai il segno della comunione cattolica che si costituisce attorno al vescovo di Roma; nello stesso tempo, vieni messo a capo del presbiterio fidentino per essere origine e strumento dell’unità di tutti i presbiteri. Sarai dunque uomo di comunione; ti verrà chiesto non di essere genialmente originale, ma di essere creativamente fedele perché l’unica Chiesa possa manifestarsi a Fidenza attraverso la tua parola, il tuo servizio liturgico, il tuo governo, la tua persona. L’ordinazione è il segno che non ti assumi questo incarico da te stesso, ma che sei mandato da Gesù stesso attraverso la chiamata concreta della Chiesa. Consapevole di questo, potrai e dovrai rimanere umile sapendo di portare un tesoro prezioso in un vaso d’argilla; ma soprattutto dovrai amare Gesù sopra ogni altra cosa, dovrai servire il Regno di Dio mettendolo al primo posto nei tuoi interessi.

Siamo allora rimandati all’interrogativo iniziale: che senso ha oggi sottomettersi a Cristo e avere Cristo come orizzonte di riferimento della propria vita? Di Gesù è scritto che è passato in mezzo a noi facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del male perché Dio era con lui. Ebbene, la relazione con Gesù serve a costruire questo tipo di uomo: che passi facendo del bene, che si confronti vittoriosamente col male perché ha in sé la forza di amore che viene da Dio solo. Ora, è proprio su questo campo che si gioca la partita decisiva del futuro del mondo. Se l’uomo è saggio e buono anche i suoi progetti e le sue azioni diventeranno saggi e buoni; ma se l’uomo è sciocco perché valuta più l’apparenza che la realtà, se è malvagio perché pone il suo vantaggio particolare prima della giustizia, se è avido e si serve della conoscenza come di uno strumento per prevalere sugli altri, il risultato non potrà che essere il declino della società. Fare l’uomo saggio e buono, giusto e generoso. Questo è l’obiettivo del vangelo e questo è il servizio che viene affidato a te, caro Ovidio, e al presbiterio di Borgo san Donnino insieme con te. Sappiamo di essere deboli, ma sappiamo anche che il vangelo è forza di Dio; siamo un piccolo gregge, ma il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo, nessuno escluso.

La parola di Dio rivolta all’uomo gli dà un’identità forte, lo rende responsabile, muove il suo cuore a desideri grandi, colloca la sua vita entro un disegno universale di amore e di fraternità. Il battesimo, abbiamo udito da Paolo, innesta l’uomo nel mistero pasquale di Cristo perché possa vivere per Dio, come creatura nuova. La fraternità ecclesiale fa del presbiterio e di tutta la Chiesa locale un cuore solo e un’anima sola perché la civiltà dell’amore non appaia un’utopia irrealizzabile, ma un progetto di vita da perseguire con lucidità e perseveranza. Questa è la missione magnifica del vescovo e dei suoi preti. Per questa missione vale la pena giocare tutto.

Ma il vangelo ci ricorda anche: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. La croce del vescovo; che non è più pesante di quella di un prete e nemmeno di quella di un padre di famiglia, ma che ha le sue caratteristiche proprie. La prima, paradossalmente, è l’obbedienza: se qualcuno pensa che il vescovo possa fare quello che vuole e che il suo compito consista nel comandare, si sbaglia, e di grosso. Il vescovo è al servizio della diocesi, dei preti, di chiunque abbia un qualche sofferenza da esprimere o qualche speranza da nutrire; il suo tempo non è più privato, ma si riempie a partire dalle esigenze, dai bisogni, dai desideri di altri. Ma questa obbedienza è preziosa: nasce dall’amore e diventa poco alla volta la via della libertà da se stessi, dai propri programmi, dalle proprie preferenze. Pesante sì, la croce dell’obbedienza, ma sana, liberante.

La seconda croce è la responsabilità. Grazie a Dio, un vescovo ha numerosi collaboratori senza i quali potrebbe fare ben poco. Ma la responsabilità, alla fine dei conti, ritorna su di lui; e ci vuole forza per portarla. Bisogna non sottrarsi furbescamente, non scaricare le responsabilità sugli altri, non cercare giustificazioni. La saggezza popolare dice che la colpa è una brutta donna che nessuno vuole sposare; beh, un vescovo è chiamato a sposarla e a esserle fedele per tutta la vita. Ma anche qui c’è un frutto prezioso, quello dell’umiltà – così necessaria per chi ha un’autorità grande, ma così difficile da imparare. Forse il peso della responsabilità procurerà qualche notte insonne, ma nello stesso tempo cancellerà ogni tentazione di autosufficienza.

Terza croce: l’inadeguatezza. Non mi riferisco alla carenza di autostima, ma a qualcosa di più profondo. Un vescovo è chiamato a condividere la compassione di Gesù, come è scritto: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” È questo spettacolo, che un vescovo ha sempre davanti agli occhi, che non lo lascia tranquillo e che lo fa sentire inadeguato. Come un pastore che vede il suo gregge assediato da pericoli mortali e ha l’impressione di non riuscire ad approntare una difesa adeguata. Non per nulla nel vangelo l’osservazione di Gesù è seguita dal comando: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.” Il senso di inadeguatezza ci fa soffrire, ma non ci avvilisce; piuttosto ci obbliga a pregare, ricordando che salvatore del mondo è Dio, non noi; che a noi viene chiesto di fare con intelligenza e amore il possibile, poi di lasciare a Dio di compiere l’opera. La preghiera diventa allora lo strumento supremo e insostituibile del ministero: “Rafforza, Signore, l’opera delle nostre mani!”

Ora tocca a te, Ovidio carissimo: metti in memoria il vangelo che oggi è stato proclamato per tutti ma in modo particolare per te. Meditalo e amalo e desideralo e cerca di viverlo. Il resto lo farà il Signore.

S.E. Luciano Monari

Tu credi nel Figlio dell’Uomo?

26 marzo 2017
IV di Quaresima

Il tema della cecità è l’argomento attorno al quale ruota la riflessione del Vangelo che questa sera ci ha proposto la liturgia attraverso San Giovanni. Esiste la cecità fisica, perché, a volte vi sono delle patologie legate alla vista e gli occhi non vedono, ma è altrettanto vero che in non pochi casi esiste la cecità dell’animo e del cuore. Questo, perché vi sono alcuni aspetti del vivere che offuscano la nostra capacità di riconoscere le cose. Per cui bisogna anche ammettere che non sempre siam capaci di leggere la realtà secondo la completa verità. Anzi, sono molte più le cose che non vediamo rispetto a quelle che vediamo.

Noi cogliamo solo alcuni particolari, soprattutto quelli che ci interessano o quelli che ci spaventano. L’occhio vede ciò che ama, l’occhio vede ciò che lo spaventa. Occorre quindi ammettere che siamo tutti un po’ ciechi di qualche cosa, non c’è solo la malattia degli occhi che non ci fa vedere ma ci sono anche quelle dell’anima e della mente. Se noi partiamo col riconoscere che abbiamo un po’ tutti bisogno che ci vengano aperti gli occhi, allora questo racconto diventa per noi un farmaco, diventa un toccasana per la nostra vita.

É interessante perché il testo parte descrivendo un uomo cieco e si conclude con un palcoscenico affollato di numerosi cechi, i quali pensano di vedere ma sono più ciechi degli altri. Questo racconto, come avete ascoltato è carico di tantissimi spunti di riflessione, ha un fortissimo valore esistenziale. Io ne prenderò solo uno, mi soffermerò sul fatto che proprio in conseguenza di quel limite dell’uomo cieco, Gesù può incontrare l’uomo e l’uomo può incontrare Gesù. É chiaro che nessuno vorrebbe o giustificherebbe che si debba star male per incontrare Dio. Del male se ne fa volentieri a meno. Nessuno lo vuole e ci mancherebbe altro che andiamo a cercarlo! Ma c’è! e dicevo in conseguenza di quel male, di quel limite, di quella cecità, i due han potuto incontrarsi. Ma perché si sono incontrati? Il tutto è reso possibile da una serie di elementi, e ci fa bene metterli in luce.

Cominciamo col dire che Gesù passa e vede quell’uomo. Chissà quanta gente è passata e ha intravisto quella persona magari non prestando particolare attenzione. Gesù si ferma e comincia a dedicare il suo sguardo a quell’uomo. Non diventa né un numero né una realtà insignificante: diventa qualcuno di cui farsi carico. La cosa strana è che invece sia i suoi discepoli che i farisei si soffermano con un atteggiamento molto distante dallo stile di Gesù; tant’è vero che i discepoli, vedendo quell’uomo, si fermano a domandarsi di chi sia la colpa della sua malattia: se non ci vede avrà commesso qualcosa, o sarà colpa dei genitori. Gesù dice che non ci interessa quella riflessione e riporta la discussione su altri binari. Anche i farisei, più avanti, nonostante quell’uomo sia stato guarito, si domandano il perché Gesù abbia potuto far questo nel giorno del sabato. Gesù, anche in questo caso dice, con altre parola, che non centra niente e un’altra volta riporta il discorso su altri binari. Occorre che ora ci concentriamo su una cosa sola: su quest’uomo.

L’altra cosa estremamente interessante è che i due possono incontrarsi perché è come se si chiamassero per nome. Non hanno paura a riconoscere quello che sono, e così facendo si incontrano e non si scontrano. Perché quando abbiamo qualche cecità noi ci scontriamo. Quando non vedo la persona che ho davanti, normalmente pretendo, non la capisco, quando non riconosco alcune cose in chi ho accanto, normalmente sono portato a scontrarmi con quella persona. I due si incontrano e non si scontrano. Perché? Capiamolo: l’elemento che li ha fatti incontrare è proprio quel limite, l’uomo non ci vede. E cos’è il limite se non qualcosa al di là del quale non vuoi, non puoi o non riesci ad andare? Quando è così si creano i muri, le divisioni. E noi, i muri non li superiamo. I due, dicevo, si chiamano per nome, non han paura a dire quello che sono. L’uomo cieco non pretende nulla, sa di essere disabile. Non grida e Gesù: “tu che sei Dio mi devi guarire perché sto male!”. No, non fa questo. Cosa che facciamo invece spesso noi, quando stiamo male e tendiamo ad alzare la voce. Si può alzare la voce sia perché si grida sia perché si fa silenzio, il gridare è un’immagine per dire che si sta male.

Quando uno sta male normalmente tira fuori quello che ha dentro in modo sbagliato. E Gesù, dal canto suo, non pretende di guarirlo. Dice “guarda, io ti ho fatto il fango, ma se vuoi là c’è la piscina. Vuoi andare, vai, non vuoi, fai a meno; ma se vuoi guarire vai”. E lui va, si fida senza essere obbligato. Interessantissimo anche questo dal punto di vista educativo: a me capita di non dir mai agli altri quello che devono fare, al massimo dico quello che farei al loro posto o quello che penso, ma non si dice mai agli altri quello che devono fare. Dal punto di vista educativo è molto liberante. Quell’uomo va, fa l’esperienza di lavarsi, torna e ci vede, e dice un’altra cosa interessante, che io non posso fare l’esperienza al posto di qualcun altro. Gesù è molto liberante in questo, non ti obbliga, ti rende libero. E la libertà è fare la cosa giusta. Quell’uomo fa la cosa giusta.

Un’altra cosa molto interessante sulla quale soffermarci è capire che nella misura in cui i due si son chiamati per nome, possono avviare il cammino di incontro. Provate a pensarci un attimo: quand’è che avete vissuto o vivete momenti di particolare intensità e unione? Quando vi sfidate? Quando volete aver ragione? Io penso quando scegliete di essere deboli e vi mettete nelle mani di chi avete accanto. Hai voglia di prenderti cura di me? Te la senti di dedicarmi del tempo? Ma se noi facciamo le prove di forza, noi non ci incontriamo, ci scontriamo. É sempre così. Questo brano ci insegna che il limite, che appartiene a tutti, può diventare invece che un muro un luogo di incontro, a patto che ci mettiamo nelle mani dell’altro.

A volte mi capita di fare questa riflessione: l’assurdo è che noi arriviamo spesso a litigare e a non incontrarci perché abbiamo già scelto cos’è la cosa giusta, e usiamo l’intelligenza per difendere ciò che abbiamo scelto sia corretto, ma così facendo ci scontriamo. Ci insegna un’altra cosa, il Signore: che il limite, che ci appartiene, perché tutti dicevo prima, occorre che riconosciamo di essere ciechi di qualche cosa, può diventare invece un luogo di incontro, a patto che ci siano alcune condizioni: Primo, che non facciamo prove di forza; secondo, scopriamo di essere deboli.

Gesù sconfigge le invidie degli altri andando in croce. Chi lo invidia là sopra? Nessuno. Sceglie di essere debole, e quando ti metti nelle mani dell’altro allora è perché ti fidi. Questa fiducia, Gesù la chiede, e dice a quell’uomo: “tu credi nel Figlio dell’Uomo?”. E la cosa consolante è che Dio prima o poi arriva a farti la domanda giusta nella vita e la domanda giusta presuppone in chi è davanti la risposta adeguata; quell’uomo dice: “e chi è perché io possa credere in lui?”. “Sono io”. “Allora sì, credo!”. Questa cosa dice come chi di Dio si fida vive una vita miracolosa. Cosa voglia dire miracolosa guardatelo nelle vostre vite, nei tanti miracoli delle vostre vite. Gesù guarisce: dalla cecità passa alla guarigione, dalle tenebre passa alla luce. É Lui che si propone come luce del mondo e chiede a noi di seguirlo perché chi cammina dietro di Lui non camminerà più nelle tenebre, camminerà nella luce. Per cui, cosa possiamo augurare di più a Tiziano e Oksana, se non di cercare sempre una vita luminosa? A maggior ragione, oggi, nel giorno del vostro matrimonio. Voi vi ricorderete che nel giorno del matrimonio, il Vangelo che vi ha accompagnato è quello del cieco nato, dove Gesù ha operato guarigioni. Ogni qualvolta che succederà che qualche tenebra verrà a minare la vostra intimità, la vostra famiglia, la vostra unione, la vostra vita, ditevi: “noi siam fatti per la Luce! E Dio vuole che noi siam persone luminose!”. Questo non vorrà dire, però, che le tenebre non ci saranno, ma la vostra luminosità, fosse anche piccola, se è quella di Dio, illuminerà tanto quanto basta perché voi possiate camminare, fare un passo alla volta. Se non c’è la luce, noi siam paralizzati.

Per cui, questo racconto diventa per noi un elemento su cui profondamente riflettere, se avete la pazienza di riprenderlo a casa, Giovanni 9, vi troverete una ricchezza impressionante. Gesù guarisce, Gesù è luce e vuole che noi camminiamo con Lui.