L’altro Risorgimento dei cattolici

Il giorno 15 maggio è stato presentato, presso l’Università Cattolica di Brescia, il nuovo libro di Giovanni Preziosi, intitolato “Un altro Risorgimento – Alle origini dell’Azione Cattolica”. Alla conferenza di presentazione hanno partecipato anche Mario Taccolini, Giuliana Sberna e Pierangelo Milesi, riflettendo sulle origini dell’Azione Cattolica, sul suo presente e sul suo futuro

Nel 1867, il Regno d’Italia, nato da pochi anni, è uno stato fragile, eterogeneo, con una nazione ancora in via di formazione, che tende all’unità, ma ancora è lacerata da tensioni dualistiche, dialettiche, non sempre fertili, tra l’entusiasmo di una sofferta unificazione recente e la presenza di gravi problemi, che tormentano il Paese.

In questo clima difficile, ricco di contraddizioni, Mario Fani e Giovanni Acquaderni hanno l’idea, a Bologna, di far nascere la “Società della gioventù cattolica italiana”, che in seguito diventerà “Azione Cattolica”. Il testo di Enrico Preziosi “Un altro Risorgimento – Alle origini dell’Azione Cattolica”, Edizioni San Paolo, vuole approfondire tale contesto storico, studiando in particolare le figure dei due giovani fondatori del primo nucleo dell’associazione.  Il libro è stato presentato in una conferenza, coordinata da Luciano Zanardini, con gli interventi di Mario Taccolini, Giuliana Sberna, Pierangelo Milesi, Michele Busi e dello stesso autore. L’opera, per Taccolini, è preziosa, poiché si inserisce nella nobile tradizione della storiografia cattolica italiana, che annovera grandi studiosi come Pietro Scoppola, anche se, nell’ultimo periodo, ha conosciuto un certo declino. Secondo Preziosi, la storia dei cattolici in Italia non è da ripetere o da rimpiangere, ma è da rendere attuale, cercando di cogliere l’essenza della loro presenza nel panorama sociale, politico e culturale del nostro Paese. Infatti non dobbiamo dimenticarci che l’azione e il pensiero del cattolicesimo sono una delle radici più profonde sia dello stato sia della nazione dell’Italia. Esse si muovono nel mare agitato del Risorgimento, subiscono le ferite dell’annessione dello Stato Pontificio, della spaccatura tra laici e cattolici, del “non expedit” di Pio IX, ma sanno superare questi momenti problematici, fino a diventare partito di massa, con don Luigi Sturzo e il Partito Popolare del 1919, ed essere tra i protagonisti della fase costituente, che fa nascere la Repubblica italiana.

Tale radice va rivitalizzata, nella temperie che stiamo attraversando, caratterizzata da complessi processi di globalizzazione e spinte localistiche. Secondo Sberna, seguendo l’insegnamento di Vittorio Bachlet, i cattolici devono dare il loro contributo alla politica, senza, però, avere dei “nemici”: essi devono essere capaci di far nascere un progetto di società, fondato dai valori cristiani, in un’ottica di amore, non di odio. Solo in questo modo, si rispetta il pensiero di Fani e Acquaderni, che, con le stelle polari di “preghiera, azione e sacrificio”, vogliono far entrare nella società, nella cultura e nella politica una nuova linfa vitale. Anche per Milesi, la presenza dei cattolici nella “polis” è importante: proprio nella nostra epoca, dove assistiamo a forti lacerazioni del tessuto sociale e a ripiegamenti identitari spesso non connotati da uno spirito costruttivo, ma da una dialettica sterile di mera contrapposizione, i laici cattolici possono agire in modo fertile, mettendosi in gioco e impegnandosi per il bene comune. Inoltre, sul piano etico e culturale, in un tempo, come quello attuale, in cui tutto sembra effimero, frammentario, privo di un senso profondo, il “carisma” dell’Azione Cattolica, come ricorda Busi, può aiutare a recuperare una visione del mondo legata a valori essenziali: essa, nella “prassi”, nel tempo, fa vivere qualcosa di eterno, l’idea del bene, l’orizzonte della verità.  Di conseguenza, l’esperienza che Preziosi definisce l’”altro Risorgimento”, può diventare un modo di essere perenne dei credenti, che, vivendo nel mondo, muovendosi nella storia e nelle dialettiche sociali e politiche, hanno, come fine, una dimensione verticale, la trascendenza, ciò che va oltre l’hic et nunc. Essi, con la fede e l’intelligenza, possono vedere l’esistenza come un inizio continuo, una “rinascita”, un vivere che, stando nell’immanenza, trova il suo senso nella spiritualità, quindi nell’eternità.

Cattolica: l’umanesimo cristiano oggi

Il testo della riflessione che mons. Tremolada ha proposto in occasione del Dies Academicus dell’Università Cattolica. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi” il tema scelto

Questo il testo della lectio magistralis che il vescovo Tremolada ha proposto ieri, al Dies Academicus dell’Università Cattolica di Brescia. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi”, il tema scelto per il suo intervento.

“Magnifico Rettore, Illustre Pro Rettore, Eccellenza Reverendissima Signor Assistente Spirituale, Autorità civili, militari e religiose, Stimatissimi docenti, Personale tecnico e amministrativo, Carissimi studenti e studentesse, Voi tutti qui presenti in questa solenne circostanza, è per me un onore, oltre che un piacere, prendere la parola in occasione del Dies Academicus che inaugura l’anno degli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono, infatti, pienamente consapevole del ruolo che questa Istituzione riveste in ordine all’educazione dei giovani e alla promozione della cultura, nella nostra città in particolare e nel più vasto raggio del territorio circostante. Si tratta di un’Opera che tende ad offrire, con costante sforzo di discernimento, un’esperienza di studio e di ricerca nella quale l’istanza del sapere, coltivata con la rigorosa serietà che le è si addice, mira a coniugarsi sapientemente con la fede, sul presupposto che tra queste non via sia opposizione ma, al contrario, reale e profonda sintonia.

Mi è stato chiesto di condividere qui una riflessione che prendesse le mosse dalla lettera pastorale da me proposta alla diocesi di Brescia per il corrente anno pastorale. In essa ho voluto parlare della santità, considerandola nell’ottica della bellezza e indicandola come la prospettiva in cui porsi per il nostro cammino di Chiesa dei prossimi anni. Che la santità rettamente intesa possa di fatto dar vita ad umanesimo cristiano, da intendere in totale corrispondenza con l’umanesimo tout court, e che quest’ultimo sia chiamato oggi ad assumere una sua singolare configurazione, è quanto costituisce l’argomento di questa mia relazione. Lasciandomi guidare dal titolo stesso, e cioè: Il bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi, intenderei svilupparla in tre momenti. Nel primo vorrei mettere a fuoco il significato del termine santità; nel secondo mostrarne il nesso con l’umanesimo cristiano; nel terzo indicare alcuni elementi a mio giudizio rilevanti che ne possano dimostrare l’attualità.

La santità e il bello del vivere

Ci sono parole che provengono dal mondo della religione e suonano inevitabilmente lontane a chi non lo frequenta. La santità è una di queste. La realtà cui si allude con questo termine suscita normalmente rispetto, ma potrebbe anche creare un certo disagio. Potrebbe cioè evocare una perfezione inarrivabile che poi finisce per giudicarti, o una eroicità al limite delle forze umane davanti alla quale ci si impaurisce, o un’osservanza esemplare propria di un modo a cui ci si sente estranei. Credo sia importante cogliere l’essenza della santità ponendosi nella giusta prospettiva e cioè riconoscendola come il pieno compimento di ciò che tutti noi siamo in quanto appartenenti al genere umano. In altre parole, credo che la santità abbia a che fare con la nostra stessa umanità, presa dal suo lato migliore.

Sono convinto che “Il bello del vivere” possa essere una buona definizione della santità. Mi piace pensare che santità sia il nome religioso della bellezza, quando questa si coniuga con la vita stessa nell’orizzonte della fede. Potremmo anche dire, in prospettiva cristiana, che la santità è l’altro nome della vita considerata nell’ottica di Dio. È, cioè, il lato buono dell’umanità, originario e indistruttibile. È l’umanità così come il Creatore l’ha pensata da sempre; è l’umanità che, ferita dal male, in Cristo è stata redenta, liberata da ciò che la offende, la mortifica e la intristisce; da ciò che la rende crudele, volgare e violenta. È l’umanità che vorremmo sempre incontrare, che non ci farà mai paura, che, al contrario, ci attira, ci stupisce e ci commuove. È l’umanità avvolta nella luce del bene.

Quando la Bibbia parla di santità si riferisce prima di tutto a Dio. Con l’aggettivo qadósh – che in lingua italiana traduciamo con “santo”la lingua ebraica tenta di esprimere qualcosa che è per sua natura inesprimibile, cioè la dimensione trascendente propria di Dio. Se Dio esiste non può essere ricondotto a schemi umani di interpretazione. Diventerebbe un idolo di cui l’uomo può disporre a piacere e a cui non si potrebbe mai affidare. Il nostro intelletto non è il recinto entro cui rinchiudere il mistero del Dio vivente: saremmo noi più grandi di lui. La nostra intelligenza, che non è la dea ragione ma la magnifica facoltà di comprendere con gratitudine e umiltà ciò che ci è stato donato, ci può in realtà condurre fino ad una soglia che mai potrà oltrepassare. Da lì in avanti si deve procedere in altro modo. O meglio: è tutto il cammino, fino alla soglia e oltre quella, che va compiuto in un costante atteggiamento di riverente ricerca, consapevoli di muoversi entro un orizzonte che è insieme ignoto e luminoso.

Nel suo libro capolavoro dal titolo L’uomo non è solo, il grande pensatore ebraico Abraham Hescel così scrive: “La maggior parte – e spesso il meglio – di quel che accade in noi rimane un nostro segreto. Nessuna lingua è in grado di spiegare quel che si agita nel nostro cuore allorché guardiamo il cielo ingioiellato di stelle. Quel che ci colpisce con incessante stupore non è il comprensibile e il comunicabile, ma ciò che, pur trovandosi alla nostra portata, è al di là della nostra comprensione”. L’esperienza del sublime e dell’ineffabile è – secondo Hescel – la grande via della conoscenza.

È per questa via che si giunge a riconoscere anche la santità di Dio, maestà eccedente e insieme amorevole, trascendenza amica e misericordiosa. Il Dio vivente è un fuoco ardente, che tuttavia non distrugge. Come si racconta nel terzo capitolo del Libro dell’Esodo, Mosè assiste allo spettacolo di un roveto che brucia in una fiamma di fuoco e che tuttavia non si consuma. È il segno della presenza del Dio tre volte santo che si volge all’umanità in atteggiamento di amore. È lui che chiama Mosè all’opera di liberazione per i figli di Israele resi schiavi in Egitto e che gli promette il sostegno della sua invincibile potenza. Quest’ultima, infatti, è a totale disposizione dell’uomo, in particolare del povero e dell’oppresso. L’Altissimo è dunque diverso da noi ma non è separato, totalmente altro ma non inaccessibile. La sua santità non gli impedisce di abitare la storia. La narrazione biblica degli eventi di salvezza attesta che egli cammina con il suo popolo, al quale si è unilateralmente legato con un patto di alleanza. Lo ha fatto per rendere l’umanità partecipe di ciò che gli è proprio, cioè, appunto, la santità. Il vero Dio, infatti, non è geloso. Egli ama condividere. Si legge nel libro del Levitico: “Sarete santi perché io, il Signore vostro Dio sono santo” (Lv 19,1). Parole che suonano come un invito e un impegno, il cui presupposto è però l’opera di grazia di Dio stesso: è lui che crea le condizioni per una effettiva esperienza di santità da parte dell’uomo. Segno evidente di tale santità saranno le opere di bene che i credenti compiranno, in conformità ad una legge ugualmente offerta in dono da Dio. Ma il segreto di questa santità andrà cercato nella potenza stessa dell’amore divino, che opera nel cuore dei santi e li rigenera costantemente.

Con l’avvento del Cristo Salvatore, la solidarietà tra Dio e l’uomo in vista di una santità condivisa raggiunge il suo culmine. “Il Verbo si fece carne – si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni – e venne ad abitare in mezzo a noi. E noi vedemmo la sua gloria”. Splendore di bellezza e perfezione d’amore, la gloria di Dio viene a trasfigurare l’umano. La santità degli uomini sarà il frutto della resurrezione del Cristo crocifisso. In lui il divino salverà definitivamente l’umano, lo riscatterà da tutto ciò che lo deturpa e lo offende, per elevarlo alle sue altezze. La santità degli essere umani è dunque una santità di riflesso. È la testimonianza in terra della gloria di Dio nei cieli. La sua sorgente è il mistero dell’Incarnazione.

Questa santità – vero tesoro della storia umana – fonde costantemente in armonia il bello e il bene, nell’orizzonte dell’ineffabile; ha una dimensione necessariamente morale ed estetica, in un’ottica ultimamente spirituale; chiama in causa la totalità dell’uomo, la sua interiorità segreta e la sua corporeità visibile. È la santità dei volti, degli sguardi, dei gesti, che rinviano ai sentimenti sinceri, ai desideri puri, alle intenzioni di bene, alle decisioni illuminate, in una parola al cuore dell’uomo raggiunto e conquistato dal fuoco ardente del mistero di Dio. Apparsa nel volto del Cristo una volta per sempre, questa santità si irradia nei volti umani di tutti i tempi.

Santità e umanesimo cristiano

Ritengo si possa affermare che la santità così intesa crei le condizioni per un autentico umanesimo e che quest’ultimo, pur qualificandosi come cristiano, conservi intatta tutta la sua valenza universale. Per definizione, infatti, l’umanesimo fa riferimento all’umano in quanto tale, al di là di ogni credo religioso. Si impone tuttavia, prima di ogni altra considerazione, un chiarimento. Occorre precisare il senso della stessa parola “umanesimo”, poiché diverse sono le risonanze che in esso si trovano.

Vi è anzitutto la risonanza storica: con questo termine si designa, infatti, un movimento culturale nato a Firenze intorno alla metà del secolo XIV e poi fiorito in Europa. “Esso è caratterizzato – come spiega l’Enciclopedia Treccani – da un più ricco e più consapevole sviluppo degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis”. Vi è poi una seconda risonanza, di carattere più generale. “Con riferimento all’Umanesimo quale periodo storico – si legge ancora nell’Enciclopedia Treccani – il termine è anche usato per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica”. È questo secondo significato che a noi interessa in modo particolare. Esso mette a tema la rilevanza dell’uomo, la sua dignità e grandezza. Credo si possa dire che l’Umanesimo ha posto storicamente e pone in generale l’uomo al centro, esaltandone le facoltà, celebrando le scienze e le arti, il pensiero e la tecnica. L’affermazione ha tutta la sua verità: l’uomo deve essere posto al centro. Dal nostro punto di vista, cioè in prospettiva cristiana, sarà importante aggiungere semplicemente quanto segue: l’orizzonte luminoso dell’uomo posto al centro è il mistero santo di Dio. Lo splendore della bellezza di Dio e la perfezione del suo amore misericordioso sono l’ambiente vitale in cui l’uomo si colloca e da cui attinge quella dignità e nobiltà. E un’altra verità va aggiunta in prospettiva cristiana: la chiave di volta dell’umanesimo cristiano è Gesù, il Dio con noi. In un passaggio del discorso tenuto a Firenze il 10 novembre 2015, in occasione del quinto Convegno Nazionale della Chiesa italiana, papa Francesco così si esprime: “Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo”.

Vorrei provare a delineare in modo sintetico alcuni tratti essenziali di questo umanesimo in chiave cristiana, aperto ad una visione universale e quindi capace di offrirsi come ideale credibile ad ogni uomo e donna di buona volontà. Credo dunque si possa dire così:

  • Umanesimo è anzitutto dare piena espressione al senso di umanità che è in noi. Ciò significa coltivare simpatia e empatia verso tutto ciò che è umano, secondo il celebre adagio di Publio Terenzio Afro: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” («Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo”). Significa poi rifiutare e contrastare con fermezza tutto ciò che disumano: l’odio, la crudeltà, la violenza cieca, il cinismo, la volgarità, lo sfruttamento del debole, il disprezzo del povero, la corruzione. Significa soprattutto custodire e mantenere viva una consapevolezza profonda della realtà umana nella sua duplice dimensione: quella della grandezza e dignità da una parte e quella della fragilità e debolezza dall’altra. Lo splendore dell’umano, cioè la sua gloria, attinge al mistero di Dio che è sublime misericordia: non ne rinnega la debolezza mentre ne celebra la grandezza. Nobiltà e povertà dell’uomo non si escludono. L’umanesimo autentico, radicato nell’amore di Dio, non è mai orgoglioso. Vi è, infatti, un pericolo particolarmente insidioso, di cui purtroppo la storia ha dato evidente attestazione: quello – paradossale – di negare l’umanesimo in nome dello stesso umanesimo. Ciò avviene quando l’uomo esalta se stesso nella prospettiva di una volontà di potenza che lo rinchiude in se stesso. La bramosia del denaro, la smania del successo e l’ebbrezza del potere – le tre tentazioni cui i Cristo stesso fu sottoposto nel deserto – danno corpo a questa tragica e tracciano la via della rovina sulla quale si può tristemente incamminare un’umanità che ha smarrito l’orizzonte luminoso del mistero di Dio.
  • Umanesimo è, in secondo luogo, riconoscere che l’uomo non è solo ragione ma è anima e coscienza. L’uomo è molto di più di quel che si vede di lui e di quel che la sua mente gli offre. Lo si comprende quando, nel coraggio del raccoglimento interiore, si dà voce a quel sentire misterioso che metta a tema la nostra unicità, che ci fa intravedere il segreto legato al nostro nome, che con tenace dolcezza propone la domanda di sempre: “Chi sono io veramente?”. È l’esperienza dei grandi cercatori della verità, da Platone ad Agostino, da Dante a Pascal. Nel quadro dell’umanesimo cristiano, l’uomo è mistero a se stesso perché attinge al mistero santo di Dio. “Non dovremo aspettarci dai pensieri più di quanto essi contengono – scrive Abraham Hescel – L’anima non è uguale alla ragione”. L’uomo a una dimensione esiste nelle teorie che hanno alimentato le ideologie, ma non nella realtà. La direzione in cui l’uomo si muove non è semplicemente quella orizzontale, del sensibile e del concettuale. Vi è anche la dimensione verticale, della trascendenza e dell’interiorità, del guardare in alto e del guardarsi dentro. L’uomo è capace di farlo perché è anima e coscienza, apertura all’ineffabile e consapevolezza del bene, occhio interiore sensibile alla bellezza dell’amore. “Il bene – scrive Romano Guardini – è in relazione con me, mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene come l’occhio alla luce: la coscienza”. L’umanesimo della santità cristiana è l’umanesimo di una coscienza vigile e serena, grazie alla quale si sperimenta l’unione armonica del buono e del bello, nello slancio verso il sublime.
  • Umanesimo, in terzo luogo, è tendere non alla sola conoscenza ma alla sapienza e alla responsabilità. L’autentica forma del sapere non è la pura recezione di informazioni o l’incremento delle competenze. Vi è certo un sapere teorico che si alimenta attraverso la sperimentazione pratica e va ad accrescere il patrimonio cognitivo dell’intera umanità. È il sapere scientifico e tecnico, cui si devono le grandi invenzioni che hanno segnato le epoche storiche dal punto di vista delle condizioni di vita del genere umano. Ma vi è poi il saper essere, cioè il saper vivere, il sapere che riguarda non più le condizioni ma il senso stesso della vita. È il sapere che diviene sapienza e senza il quale non si può parlare di autentico progresso dell’umanità. La sapienza è un vero e proprio tesoro. Essa suppone tutta la ricchezza nascosta nel termine “esperienza”, intesa come complessiva percezione del vissuto quotidiano e caratterizzata da un discernimento costante e profondo. È infatti l’esperienza della vita a rendere l’uomo saggio. La sapienza porta poi con sé il senso di responsabilità, tramite il quale la conoscenza viene coniugata con la libertà, in vista della decisione. Il bene personale e comune, percepito dalla coscienza vigile e onesta, rappresenta il fine di ogni decisione consapevole. Ogni sapere va considerato nell’ottica del bene e deve mantenersi sottoposto al suo giudizio rigoroso e liberante. È sapienza anche accettare il proprio limite a fronte del mistero che ci avvolge, non sentirsi padroni del mondo che ci è stato donato e riconoscere un pericolo sempre incombente: che il nostro cuore ferito trasformi le nostre conoscenze in strumenti di morte.
  • Umanesimo, infine, è considerarsi non solo individuo ma comunità e civiltà. “Non è bene che l’uomo sia solo”: è la frase che troviamo nel libro della Genesi attribuita al Creatore, con la quale viene esplicitata la dimensione intrinsecamente relazionale dell’uomo. Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’uomo, maschio e femmina, è chiamato a vivere l’esperienza dell’incontro come esperienza qualificante la sua identità. Qui si scopre il senso più vero della società, intesa come configurazione ordinata del vivere propria del genere umano considerato nel suo insieme. Il vero umanesimo non si limita a considerare il singolo individuo. Guarda alla società e la intende nell’ottica della comunità. La società, infatti, è più della somma dei singoli individui che la compongono. È una sorta di grande famiglia dove ciascuno è se stesso nella misura in cui sente propria la felicità altrui. È la regola della solidarietà e della condivisione, che in prospettiva cristiana prende la forma della carità. Quest’ultima, in verità, attinge – secondo la rivelazione di Cristo – al mistero stesso di Dio, che è splendore di grazia, misericordia inesauribile nella quale si manifesta a favore dell’umanità l’essenza stessa di Dio, cioè il suo amore trinitario. Nella misura in cui la società edifica se stessa nella verità, calandosi nella concretezza delle singole epoche storiche, darà vita alle civiltà, esse stesse commisurate, in modo diverso, a quell’ideale di socialità prospera e solidale che è proprio di un autentico umanesimo.

Santità e umanesimo cristiano oggi

Di questo terzo punto della mia riflessione mi limiterò ad offrire una semplice traccia. L’argomento è tuttavia importante, poiché costituisce una sorta di approdo. Si tratta di provare a capire quali caratteristiche dovrebbe assumere oggi un umanesimo cristiano che dia concretezza ai tratti sopra indicati: un umanesimo della santità per il mondo di oggi. Occorre – credo – anzitutto – porsi in attento ascolto della situazione attuale, coglierne tutte le potenzialità e lasciarsi interpellare dalle sfide. Soffermandoci su queste ultime, penso ci si possa arrischiare a identificarne alcune cruciali, lasciandosi istruire da un acuto interprete del tempo attuale, universalmente riconosciuto tale, cioè Zygmunt Bauman. Potremmo polarizzare queste sfide intorno a un duplice binomio: globalità e liquidità; individualismo e consumismo. Il paradigma della società attuale così fotografato è complesso: ci aiutano alcuni termini efficaci e suggestivi, che Bauman usa per definire tutti che apparteniamo al mondo di oggi: turisti e vagabondi, estetica del consumo, primato della sensazione, perenne eccitazione, sospetto e disaffezione, solitudine e malinconia.

A fronte di questa sfida epocale, mi permetto di indicare quattro caratteristiche di un umanesimo della santità che scaturisce dal Vangelo e delinea un orizzonte di universale possibile azione:

L’ospitalità: occorre offrire dei porti a chi è in costante navigazione, per poter vincere l’incertezza e il senso di smarrimento. A chi può sentirsi perso in un mare sconfinato, in un immenso mondo globalizzato, in una enorme rete di relazioni, in un vortice travolgente, occorre far dono di oasi di pace, contesti di reciproca accoglienza, luoghi di dialogo onesto e non violento, di buone relazione e di pensiero;

La gratuità: sarà decisivo dimostrare per le persone un “interesse disinteressato”, contro la corruzione, la logica del profitto a tutti i costi, l’abitudine al consumo. Dimostrare che il bene può essere fatto semplicemente perché è bene, senza secondi fini. Suscitare lo stupore del non guadagnarci nulla. Promuovere una solidarietà amichevole e costruttiva: la mano tesa, il sorriso sincero, il tratto gentile, la delicatezza e il rispetto. La gratuità ha il suo stile, che ultimamente è quello dell’amore.

L’umiltà. Alla volontà di potenza va contrapposta l’accettazione del limite e della fragilità. L’impegno serio nell’operare il bene va coltivato in un atteggiamento di semplicità e mitezza, senza presunzione e arroganza. La forza disarmante dell’umiltà, che è propria delle grandi anime, è straordinariamente efficace ma sempre sulla distanza e lascia dietro di sé una scia di luce.

La speranza. Al consumo che inchioda al presente e tutto brucia nell’istante vanno contrapposti i grandi desideri, che chiedono tempo e aprono al futuro. Occorre tornare a coltivare il senso dell’attesa e a proporre l’azione lungimirante. Occorre imparare la sapienza che viene dall’esperienza e dallo stupore riconoscente. Si sperimenterà così una sostanziale serenità, che sempre accompagnerà quel senso di responsabilità che conduce alle decisioni illuminate, cariche di futuro.

Conclusione

Concludo facendo mie le parole di un documento recentissimo e a mio giudizio già storico: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019 dal grande Imam di Al-Azhar e da papa Francesco. Vi si legge: “In nome di Dio e di tutto questo [sopra esposto], Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio […]. Noi ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque”. Credo si possano qui riconoscere le caratteristiche di un umanesimo nel quale la Chiesa Cattolica si riconosce e che manifesta chiaramente la sua dimensione universale, riconosciuta anche da eminenti esponenti della religione islamica. Un umanesimo – potremmo dire – della fede e della santità, che nella sua essenza può legittimamente proporsi a tutti gli uomini di buona volontà. L’auspicio è che questo germe di speranza possa efficacemente contribuire, nel presente e in vista del futuro, all’edificazione comune di una vera civiltà”.

La spiritualità e la psichiatria

La dimensione spirituale nell’accompagnamento alla malattia. Una ricerca condotta dal Fatebenefratelli. Fra Dario Vermi: “Questo farmaco endogeno diventa importantissimo, va solamente fatto emergere”

Quanto la dimensione spirituale può avere un valore per la terapia psichiatrica e psicologica? Questo è l’oggetto di una ricerca condotta dal Fatebenefratelli, da sempre al servizio del malato non solo attraverso la struttura bresciana dei Pilastroni, ma con la vicinanza umana e spirituale che contraddistingue il carisma dell’ordine.

Fra Dario Vermi, priore del Fatebenefratelli, non ha dubbi: “Si parla spesso di cura olistica della persona, è arrivato il momento di dimostrare quanto la spiritualità diventi un punto di forza, qualcosa di necessario perché la persona possa, attraverso questa risorsa interiore che già ha, ritrovare sé stessa e un esperienza di benessere”. “Noi cristiani affermiamo continuamente quanto la spiritualità sia importante, doni gioia e benessere – continua fra Dario – però di fatto continuiamo a curare attraverso la farmacologia e psicoterapia, che sono importanti ovviamente, ma questo farmaco endogeno che è la nostra spiritualità diventa importantissimo, perché è gratis e va solamente fatto emergere”. Il progetto di ricerca è stato condotto attraverso la somministrazione di un questionario che ha coinvolto ospiti del Fatebenefratelli nel corso degli ultimi 3 anni e che analizzava l’utilizzo della spiritualità come strumento di risposta durante la malattia. “L’idea nasce da una necessità importante: parlare della spiritualità da un punto di vista quantitativo – spiega Magda V. Yepes Martinez, psicologa ricercatrice del Centro – il periodo di raccolta dei dati è stato lungo e ha coinvolto 4 strutture del Fatebenefratelli. Non è un aspetto abituale parlare di spiritualità in psichiatria”.

La letteratura del settore evidenzia alcuni ruoli della religiosità nell’ambito della salute mentale, sia positivi che negativi, in particolare per quanto riguarda il supporto sociale della religione. Un ruolo importante della spiritualità è stato individuato anche nell’ambito della resilienza, cioè nella capacità di reagire a situazioni di grande sofferenza. La tesi è quella che le persone che hanno una più alta frequenza di atteggiamenti religiosi positivi hanno una maggiore facilità di affrontare i sintomi negativi delle malattie, come la depressione, ma fino ad oggi mancavano dei dati italiani. Arianna Alquati è un tecnico della riabilitazione psichiatrica al Fatebenefratelli, impegnata in prima linea nel progetto: “Mi sono occupata della dimensione del coping (strumento per gestire le situazioni stressanti e allontanare gli esiti di queste situazioni dalle persone). Il coping religioso, positivo o negativo, si rifà a delle azioni sacre proprie di ogni religione. Il feedback bresciano è sostanzialmente quello di un coping positivo, ossia attraverso pensieri e azioni come la preghiera o l’ascolto di musica sacra i malati possono avere un beneficio”. La ricerca non indaga la ricaduta positiva sulla salute del paziente, ma mira a fornire la psichiatria di uno strumento validato per condurre future ricerche. Il questionario è servito a comprendere meglio cosa siano le dimensioni spirituali, come valutarle e come si potrebbero applicare nella pratica clinica. Il futuro è avere una visione del paziente ancor più globale con dati che possano aiutare i clinici ad avere un approccio ancor più personale e personalizzato con il paziente.

Pensiero Stu-pefacente

Pensiero stu-pefacente

Incontri di sensibilizzazione alle dipendenze

11/05/2017: L’adolescenza e le sostanze
La serata sarà tenuta dalla dr.ssa Roberta Orsini psicologa psicoterapeuta affiancata dalla testimonianza di vita portata dal gruppo dei Narcotici Anonimi.

18/05/2017: L’adolescenza e le sostanze
Incontro tenuto dal dott. Davide Gorlani.

Gli incontri si terranno presso l’Oratorio San Luigi di Leno alle ore 20.30.