Il Signore è la nostra parte di eredità

Dall’udienza nella primavera del 1978 alla conoscenza di Montini attraverso le carte dell’Istituto. Leggi la testimonianza del Presidente dell’Istituto Paolo VI

Nella primavera del 1978, insieme a un gruppo di studenti liceali del Seminario di Brescia, ho avuto la possibilità di fare un viaggio a Roma. Durante i giorni del soggiorno romano abbiamo partecipato all’udienza generale del mercoledì. È stata per me quella l’unica occasione di un incontro diretto con Paolo VI, seppure a una certa distanza e condividendo l’incontro con le migliaia di pellegrini che affollavano l’Aula oggi intitolata al papa bresciano. Di quel momento conservo un ricordo vivo. È rimasta impressa nella mia memoria anzitutto l’immagine dell’ingresso del papa nell’aula delle udienze sulla sedia gestatoria, a causa della difficoltà a camminare che si era aggravata negli ultimi mesi di vita di Paolo VI.

Ricordo anche l’emozione di trovarsi di fronte al pastore della chiesa che da giovani seminaristi avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare per la limpidezza dell’insegnamento e la generosità del servizio alla Chiesa in un’epoca storica complessa e tormentata come quella degli anni successivi al Vaticano II. Ricordo infine il saluto che al termine dell’udienza Paolo VI aveva rivolto al Seminario della sua diocesi d’origine, esortandoci a camminare con perseveranza sulla via intrapresa e a non dimenticare che “il Signore è la nostra parte di eredità”.

Quei giorni trascorsi a Roma alla fine di aprile del 1978 furono segnati da un clima pesante che gravava su una città in stato di assedio, nella quale di lì a poco si sarebbe compiuto l’epilogo del sequestro Moro. Della partecipazione di Paolo VI al dramma di Aldo Moro e dell’Italia avevamo notizia dai giornali che riferivano delle iniziative tentate per ottenerne la liberazione.

L’intensità con cui il Papa era coinvolto nella vicenda si avvertiva chiaramente dai riferimenti alla sorte di Moro che ritornavano nei discorsi domenicali all’Angelus e che noi stessi avevamo potuto ascoltare in Piazza san Pietro. Ma è stata soprattutto la preghiera di Paolo VI nella basilica di san Giovanni in Laterano in occasione delle esequie di Aldo Moro che ha destato una profonda impressione, un’impressione che si rinnova ogni volta che si riascoltano queste parole. Paolo VI infatti attingeva alle antiche parole della Scrittura per chiedere a Dio ragione di una preghiera che non era stata esaudita e, al tempo stesso, si faceva voce di un popolo ammutolito e senza parole per la tragedia che si era consumata.

Le parole del credente e del pastore che chiedevano con insistenza a Dio di ascoltare la preghiera assumevano così al tempo stesso un grande valore civile perché si facevano interpreti dell’invocazione di un popolo e, insieme, indicavano nel rispetto per la vita e nel ripudio della violenza le condizioni irrinunciabili per ogni convivenza umana. Se l’incontro con Paolo VI nella primavera del 1978 è avvenuto negli ultimi mesi di vita del papa bresciano, la collaborazione con l’Istituto Paolo VI iniziata alcuni anni dopo mi ha messo a contatto con i documenti della fase iniziale della vita di Giovanni Battista Montini e con il periodo della sua formazione bresciana. L’incontro con il giovane Montini è stato naturalmente mediato dagli scritti e dai documenti relativi al tempo della sua formazione e ai primi anni del suo ministero. Questi scritti restituiscono però con grande freschezza le sue riflessioni, le esperienze fatte e i progetti per il futuro da lui coltivati.

Le lettere e gli scritti giovanili sono particolarmente importanti per conoscere l’animo del futuro papa perché in essi egli si esprime con grande libertà, ancora privo dei condizionamenti istituzionali che nelle stagioni successive gli incarichi via via assunti porteranno con sé.

Colpisce in particolare negli scritti del giovane Montini la passione per l’annuncio del vangelo che traspare, ad esempio, dalla critica severa rivolta ai metodi e ai linguaggi seguiti dall’apologetica del tempo: le parole sono incomprensibili, gli argomenti non convincono e l’insegnamento cristiano, pur formulato in modo concettualmente rigoroso e ineccepibile, non riesce a fare breccia nella coscienza contemporanea, in particolare in quella dei giovani. A questa incomunicabilità non ci si può rassegnare, ma bisogna porre rimedio cercando anzitutto di comprendere i linguaggi e il pensiero della modernità, così come esso trova espressione nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. Affonda le radici in questa sensibilità maturata negli anni giovanili l’importanza attribuita al dialogo che molti, con buoni motivi, indicano come caratteristica dello stile pastorale di Montini.

Non è un caso che il dialogo sia proposto come uno dei cardini dell’azione della Chiesa nell’enciclica Ecclesiam suam nella quale Paolo VI delinea il programma del suo pontificato.

Santa Rosa Venerini: pienezza di umanità

Abbiamo celebrato anche quest anno la festa in onore di S. Rosa Venerini, fondatrice delle “Maestre Pie Venerini”, anticipando con la novena e la preghiera del S. Rosario. 

La Chiesa ci ha fatto dono di questa memoria e noi ringraziamo il Signore, autore della Santità: la celebrazione dell’Eucaristia è il grande rendimento di grazie. Domenica sei maggio la S. Messa della sera, pur mantenendo le letture della sesta domenica di Pasqua, ha dato spazio al ricordo di S. Rosa,  che aveva ben compreso la parola di Gesù “rimanete nel mio amore” e “voi siete miei amici” e vi ha risposto cercando di amare come Cristo, che l’ha scelta per amore.

Nell’omelia, il parroco ha illustrato la figura di S. Rosa nel suo cammino di santità. Ha fatto notare come con il Battesimo ciascuno di noi è chiamato a realizzare la santità.

Non ci vengono richieste cose straordinarie, ma la costruzione dell’ “uomo nuovo”, con il raggiungimento della piena maturità a somiglianza di Gesù. 

É quello che ci propone S. Rosa Venerini nell’oggi che stiamo vivendo: portare frutti di amore ed essere nella gioia per realizzare in pienezza la nostra umanità. In questo consiste il cammino quotidiano verso la santità.

Le suore Maestre Pie Venerini di Leno

Il Papa esperto di umanità

Il diacono di Concesio, Claudio Fiorini, rilegge alcuni passaggi significativi del Pontificato di Paolo VI

Presentandosi all’Assemblea Generale dell’Onu il 4 ottobre 1965, Paolo VI si definì “Esperto in umanità”. Oggi, a 40 anni dalla morte di Montini, scopriamo quanto quelle parole siano state vere e lo si può constatare sia dagli scritti che ci ha lasciato che dai gesti compiuti. È davanti agli occhi di tutti come egli conoscesse veramente l’uomo, ogni uomo, perché fino in fondo e senza paura egli ha saputo amare e servire l’umanità quale riflesso del Volto di Cristo, nello special modo i più poveri ed emarginati. Ha colto, dell’uomo, il lamento, il grido, il silenzio. Alcuni momenti poi, nei suoi 15 anni di Pontificato, sono stati intensi; ha saputo esprimere visivamente la vicinanza all’uomo della strada, all’uomo posto ai bordi dell’umanità. Il momento più importante e innovatore del suo essere Pastore, lo si può definire “di contatto” tra gli uomini e il Vicario di Cristo; incalcolabili e tutti importanti sono stati gli incontri che ha avuto nella sua vita, ma quello più significativo, impensabile e sconvolgente è avvenuto lontano da Roma, in una terra martoriata dalla guerra dove, pur essendo la terra di Gesù, nessun Papa aveva fatto più ritorno.

Per la prima volta un aereo si era alzato in volo portando fuori dai confini europei un Papa. Paolo VI sentiva imperativo il messaggio di Cristo: “Andate in tutto il mondo e annunciate…”. Fino ad allora le genti giungevano a Roma, sede universale della Chiesa, per udire e vedere il Vicario di Cristo, d’ora in poi sarà lui stesso a recarsi nelle loro case, lungo le loro strade. Il Vaticano risultava troppo stretto per il suo grande cuore. Sentendo forte il bisogno di un “cambiamento radicale”, di un nuovo modo di essere “Vicario di Cristo”, ecco la decisione imprevista: “Noi abbiamo deciso di recarci…” e la pronunciò davanti a tutta l’Assemblea Conciliare. Non può certo mancare un momento particolare, nel pontificato Montiniano, come quello della gioia e della sofferenza in alcuni incontri inattesi: “Se mi domandate qual è il suo più bel sorriso che io ricordo – così testimoniava il suo segretario particolare, mons. Macchi – debbo rispondere rifacendomi all’attentato di Manila. Quando io respinsi in forma piuttosto violenta l’attentatore che aveva ferito al petto Paolo VI,… mi rivolsi a guardare il Papa. Non dimenticherò mai quel suo sorriso dolcissimo. Quando incontrò i miei occhi mi fece un piccolo cenno di rimprovero per la violenza con cui avevo allontanato l’attentatore, ma il suo sorriso mi parve come di chi godesse di una felicità insperata”. La gioia, e quella cristiana in particolare, è stata la dominante della vita di quest’uomo semplice e grande. Una gioia da trasmettere come certezza d’una bellezza acquistata con la figliolanza divina. Non da altra luce l’uomo viene abbagliato se non dalla luce esplosa con la risurrezione. Da questa certezza nasce per ciascuno la consapevolezza che niente è destinato a finire, ma tutto sarà trasformato nella pienezza anche se ora non possiamo comprenderne, nella sua grandezza, tutti i confini. La vita, quella stessa vita fatta di tormenti e di sofferenze non è più segno della decadenza umana, della miseria che circonda l’uomo, ma attimo fuggente che non può adombrare la pienezza della vita futura. Gli incontri che il Beato Paolo VI ha cercato in modo speciale con tutte le categorie colpite dalla sofferenza stanno poi a dimostrare come il suo cuore fosse desideroso di poter condividere e consolare queste stesse sofferenze.

“Il muro”: in scena storie di umanità e libertà

Dopo il successo di “Rwanda” e “La scelta”, tornano a Leno gli attori Marco Cortesi e Mara Moschini, in scena venerdì 20 aprile 2018 alle ore 20.45 presso il Teatro dell’Oratorio con il loro nuovissimo spettacolo teatrale “Il Muro. Die Mauer”. Un tema più che mai attuale: oggi nel mondo ci sono più di 70 muri di confine. Mai così tanti. La crescita del numero dei muri è un fenomeno recente: negli ultimi trent’anni il numero è quadruplicato e negli ultimi cinque è cresciuto esponenzialmente. Il più famoso di tutti, che è diventato nella storia uno dei simboli di divisione più famosi al mondo: il muro di Berlino.

Era il 13 agosto del 1961 quando le autorità della Germania dell’Est costruirono una delle più grandi, invalicabili e letali barriere che l’essere umano abbia mai conosciuto: 155 km di muro, in grado di tenere divisa una città per 28 anni.

“Con questo spettacolo –spiega Marco Cortesi- racconteremo le storie di speranza, lotta e libertà di decine di persone che hanno voluto mettersi in gioco raccontandoci la loro testimonianza. Si tratta di persone che avevano vite e affetti; che amavano, ridevano, piangevano e sognavano. Racconteremo le storie di chi ha deciso di sfidare il Muro e di chi è riuscito a sconfiggerlo”.

Attraverso reali testimonianze, frutto di un’inchiesta giornalistica sul campo, gli attori porteranno in scena indimenticabili storie vere di determinazione, coraggio e fede nel nome della libertà e del rispetto dei diritti umani.

Lo spettacolo teatrale “Il Muro. Die Mauer”, che ha debuttato in Italia lo scorso gennaio con repliche da tutto esaurito, è patrocinato dal prestigioso Progetto Europeo ATRIUM (Architecture of Totalitarian Regimes in Urban Managements) che si propone di valorizzare il “patrimonio scomodo” del continente Europa con particolare attenzione alla memoria delle vicende più importanti della Storia Moderna e Contemporanea.

Una storia, quella del Muro di Berlino, che parla di barriere, di diritti umani violati e dittature, ma allo stesso tempo anche del destino di migliaia di persone che decisero di scavalcare una barriera ingiusta e ignobile per conquistare il diritto di essere semplicemente “liberi”.

Lo spettacolo, che rientra nell’ambito della rassegna “Scelte sostenibili. Costruire la pace”, sarà portato in scena dagli attori emiliani Marco Cortesi e Mara Moschini: specializzati da anni in teatro civile, i due artisti sono tra i più apprezzati autori e interpreti della nuova generazione. Tra i loro lavori, l’ideazione e la produzione del programma tv “Testimoni” in onda su Rai Storia.

L’ingresso unico è di 8 euro. Per informazioni e prenotazioni: 331-6415475 o inviare mail a info@fondazionedominatoleonense.it.

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Campione di umanità

Da un breve articolo apparso giorni fa sul quotidiano Avvenire colgo un’immagine che mi é sempre stata molto cara. Vuoi per l’entusiasmo vibrante che suscitava l’antagonismo tra i campioni di ciclismo di allora, si tifava per Coppi o Bartali, o almeno, a quei tempi, c’era motivo di parteggiare distintamente per l’uno o per l’altro.

Si seguivano, in ascolto all’unica radio del paese, le fasi salienti dell’arrivo di tappa dalla voce gracchiante del cronista al seguito del “Giro d’Italia” o del “Tour de France”.

Bel tempi, niente TV e niente soldi in tasca, però si sognavano grandi imprese. lo parteggiavo per Bartali e… sublime occasione di poterlo vedere dal vivo, ebbi la meravigliosa opportunità di realizzare il sogno quando all’ippodromo di Leno ci fu una spettacolare Kermesse con i migliori corridori reduci del Tour e mio padre inforcando la sua bici Williers verde pisello mi caricò ben avvinghiato al manubrio e via di corsa in direzione di Leno.

Ai bordi della pista una folla traboccante, a malapena sono sbucato tra le gambe degli spettatori ed eccomi privilegiato, con la visualità panoramica, a godermi la spettacolare scena idilliaca dei campioni in gara a rincorrersi e a superarsi tra il gran polverone sollevato dalle sottili ruote che disegnavano solchi profondi nell’arida arena.

Bartali, Coppi, Magni, Bevilaccua, Carrea e tutti gli altri gregari e inseguitori, grondanti di sudore annerito dalla nube polverosa, davano spettacolo agli occhi sgranati e bramosi delle migliaia di spettatori

Erano dei veri campioni, grintosi pigiando con forza muscolare poderosa sui pedali ma rispettosi nel loro uolo. Uno di questi, il grande Gino, e detta del giornale Avvenire, ebbe un ruolo ben più importante nella sua vita di ciclista. Il campione fiorentino, nel periodo della persecuzione degli ebrei, si allenava sulle colline della regione spingendosi fino ad Assisi per portare agli ebrei nascosti i documenti falsi, grazie ai quali poi venivano fatti espatriare in Svizzera.

Più volte fece iI percorso alla certosa di Farneta dal padre Gabriele Maria Costa producendo la silenziosa e meno eclatante opera umanitaria.