Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Natale di salvezza e speranza

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada nella notte di Natale

È notte di veglia per noi. Notte di fede e di gioia. Nel cuore di questa notte, la notte del Natale del Signore, noi ci riuniamo insieme e insieme celebriamo l’Eucaristia. Compiamo l’atto più alto del nostro ringraziamento a Dio. Lo benediciamo, lo glorifichiamo, gli rendiamo grazie.

Sempre ci mancheranno le parole per esprimere adeguatamente la nostra riconoscenza davanti a questo evento di grazia che è in verità il mistero dell’Incarnazione.

Vorrei allora lasciare che sia la stessa Parola di Dio proclamata in questa liturgia a dare voce alla nostra lode. Vorrei che la nostra meditazione e la nostra preghiera fossero l’eco dell’annuncio dei profeti e degli apostoli, degli stessi evangelisti.

Siamo grati al Signore nostro Dio per la sua visita, promessa e tanto attesa. Gli siamo riconoscenti per essere venuto in mezzo a noi come sole che sorge dall’alto.

Egli è il termine fisso di ogni umano desiderio, il compimento di ogni nostra speranza.

È la luce amabile che rifulge su un popolo spesso costretto ad attraversare valli tenebrose.

È il volto amico di Dio rivolto su di noi, che viene a moltiplicare la gioia e la letizia nei cuori dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà.

Egli conosce la via che conduce alla pace, perché lui stesso è il principe della pace.

È Dio potente in mezzo a noi.

È Consigliere ammirabile.

È testimone della amorevole paternità di Dio.

Ha sulle spalle un’autorità che viene dall’alto. Esercita una sovranità che il mondo non conosce.

Il suo potere, infatti, è misericordia e tenerezza, benevolenza e mansuetudine.

Con la sua amabilità egli trionferà sui suoi nemici, spezzerà il gioco che opprime le nazioni, la sbarra che pesa sulle spalle di tutti noi, il bastone dell’aguzzino che spesso usiamo gli uni contro gli altri.

Egli darà compimento alla benefica ansia di liberazione che è propria delle grandi anime: liberazione anzitutto dal male che ferisce il nostro cuore e che poi avvelena il mondo. Abbiamo tutti bisogno di una liberazione che è salvezza. Fatichiamo a sorridere. Sentiamo il peso di un mondo agitato e incerto, non di rado minaccioso. Siamo continuamente bersagliati da messaggi che non hanno profondità, semplicemente commerciali, per non dire mercantili. Non accade spesso che ci scambiamo la testimonianza preziosa di una vita soddisfatta e serena. Una malcelata nostalgia accompagna il nostro vivere quotidiano. Qualcosa in noi ci spinge prepotentemente a guardare in alto e a dare al nostro vivere orizzonti più ampi. Lasciamoci dunque ispirare. Non resistiamo a questo desiderio così autenticamente umano.

Ed ecco allora a che cosa dobbiamo guardare: a questa luce che dall’alto è brillata nella regione di Betlemme; a questo bambino avvolto in fasce e deposto umilmente in una mangiatoia. Anche noi in verità è rivolta la parola dell’angelo ai pastori: “Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore”. Salvezza e gioia qui si intrecciano e fanno scaturire, come acqua fresca da una sorgente, la speranza.

Chi sa leggere oltre l’umile apparenza del presepio, riconosce che qui è apparsa la grazia di Dio, una grazia che – come dice l’apostolo Paolo nella lettera a Tito – ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà. La salvezza di Cristo ha inaugurato nella storia un nuovo stile di vita, lo stile della santità, forma bella del vivere. La pace, infatti, viene dal profondo. Ha le sue radice nell’anima. È frutto della coraggiosa adesione a quanto la coscienza domanda. Là dove il cuore è limpido, là dove regnano sobrietà, giustizia e pietà, il cielo si specchia sulla terra, la pace che si diffonde tra gli uomini appare un riflesso della gloria celeste.

Sia dunque così per tutti noi, per ogni comunità cristiana, per la nostra Chiesa di Brescia e per la Chiesa universale. Sia così per ogni uomo di buona volontà, ma anche per ogni cuore ferito e per ogni animo incerto. Sia così per l’intera famiglia umana pellegrina nella storia. Il Natale del Signore porti a tutti salvezza e speranza.

Una comunione tra le chiese

Il vescovo Pierantonio ripercorre il viaggio missionario in Brasile dove ha incontrato i sacerdoti fidei donum presenti in America Latina

Eccellenza, che impressione le ha lasciato questo primo viaggio missionario in Brasile?

Si incontra un mondo che è davvero molto diverso dal nostro di cui non si ha idea. Abbiamo incontrato quella parte del Brasile che è l’Amazzonia. Mi hanno colpito per esempio, in particolare, i frutti che non conoscevo in maniera così diretta. Ci dà la chiara percezione della vastità del mondo e di come sia importante non rimanere chiusi nel nostro. La dimensione missionaria in questa maniera davvero si tocca con mano. E l’esperienza della natura e dell’ambiente in cui siamo però incrocia immediatamente le persone che abbiamo incontrato. C’è una disparità sociale visibile anche per chi incontra per la prima volta questa realtà. Si ha l’impressione del peso della storia. Le popolazioni che abbiamo incontrato portano il segno della storia dei secoli. Delle popolazioni che abbiamo incontrato mi ha colpito in particolare la semplicità della vita, il rapporto con la natura e il grande rispetto per l’ambiente in cui vivono, e di conseguenza mi ha anche ancor più preoccupato invece questo modo di procedere almeno da parte di alcuni che tende invece a sottovalutare o addirittura ad annullare questo rapporto. Mi preoccupa l’impatto con una società completamente diversa, troppo esposta alle regole del consumo, alle regole dell’utilizzo delle risorse e secondo fini che non sempre sono positivi. Tornando invece all’aspetto positivo mi ha molto colpito l’ospitalità, l’accoglienza che abbiamo incontrato nelle varie comunità lungo le rive del Rio delle Amazzoni.

Che cosa l’ha colpita di questa Chiesa giovane?

La diversità rispetto alla nostra situazione, rispetto anche alla nostra esperienza di Chiesa. Ci sono alcuni dati che risultano evidenti: una parrocchia è costituita da 30, 50 o 70 comunità. Queste comunità si trovano sparse su un territorio vastissimo, magari lungo le rive del fiume. Il parroco le deve raggiungere attraverso un percorso di giorni in barca. È chiaro che la sua visita avviene quando è possibile, ma poi le comunità continuano con la loro vita e allora c’è bisogno di qualcuno che lì porti avanti la vita della chiesa. Mi ha colpito molto la scelta fatta, soprattutto nella diocesi di Castanhal e di Macapà, sul primato della Parola di Dio: è un forte investimento sulla forza della Parola nel costituire la chiesa e nel creare una mentalità di fede. Mi sembra molto importante. Anche questo mi fa molto pensare e mi convince ancora di più del fatto che anche noi dobbiamo prendere questa strada.

Quali possono essere le ricadute pastorali di questa esperienza?

I nostri fidei donum stanno facendo e hanno fatto sinora una collaborazione molto preziosa e colgo l’occasione per ringraziarli. Quando si viene qui e si sta con loro, ci si accorge di che cosa significa il ministero presbiterale, il farsi carico del cammino delle proprie comunità cristiane, il voler bene alla propria gente ed essere amati dalla propria gente. Questo è veramente confortante. C’è una condivisione di vita che diventa poi parte integrante del proprio essere sacerdoti. Ho visto il desiderio di valorizzare ciò che appartiene alla vita di queste persone, la fatica anche di spogliarsi di qualcosa per poter comunicare il Vangelo in una realtà diversa e il desiderio di riconoscere ciò che il Vangelo sta già operando. Gli incontri sono stati di grande arricchimento. Abbiamo prima pregato insieme e ascoltato il racconto della loro esperienza. Qui abbiamo toccato con mano che la dimensione missionaria della Chiesa è un elemento costitutivo. Adesso si tratta di capire come potremmo continuare in questa direzione. I fidei donum (laici e sacerdoti) sono un elemento originale e molto prezioso della storia della Chiesa bresciana. Mi preme che tutto questo possa proseguire, però occorre capire bene in che modo e secondo quali criteri, certo nella prospettiva di una comunione tra Chiese che oggi è ancora più importante.

Il volto umano e solidale della città

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada nella Chiesa di San Francesco dei frati minori conventuali a Brescia dove ogni anno si rinnova lo scambio dei Ceri e delle Rose in occasione della Solennità dell’Immacolata

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio. Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”. Sono le parole con cui Dante introduce l’ultimo canto della Divina Commedia e con le quali si avvia a concludere il suo lungo viaggio verso la visione di Dio. San Bernardo, che Dante incontra nell’ultimo cerchio del Paradiso, si rivolge con queste parole alla Madre di Dio. Al poeta pellegrino e al suo santo protettore è concesso di incontrare la Vergine santa nella manifestazione raggiante della sua bellezza. È lei la stessa nobile signora che alla piccola Bernadette di Lourdes si presenterà come l’Immacolata Concezione, colei che l’angelo Gabriele saluta come la “piena di grazia”.

La grazia è la bellezza gentile, limpida, umile, serena. Una bellezza che tuttavia è potente, anzi vittoriosa e trionfante. Nel disegno di Dio, essa è destinata a custodire e difendere l’umanità dall’attacco mortale del maligno, preservandola dalla corruzione. L’abbiamo ascoltato nelle parole che il Creatore rivolge al serpente antico, seduttore dell’uomo e della donna, primo responsabile, insieme a loro, di quella tremenda catastrofe che fu la colpa originaria: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe. Tu le insidierai il calcagno, ma lei ti schiaccerà la testa”. La donna che porterà al suo esito positivo e definitivo questa lotta implacabile tra la vita e la morte, tra la santità e la corruzione è l’Immacolata Concezione, colei che in se stessa non ha conosciuto il male e che ha donato all’umanità il suo Salvatore.

Nella donna vestita di sole, splendente della gloria di Dio, noi contempliamo l’essenza della vera umanità. Guardando a lei comprendiamo cosa siamo chiamati ad essere anche noi “santi e immacolati nell’amore” – come dice san Paolo nel passaggio della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato. Tendere a realizzare questo disegno di grazia che mira a conferire alla vita del mondo la sua originaria bellezza significa dare compimento al cammino della civiltà e realizzare quello che potremmo chiamare un vero umanesimo.

Umanesimo! Una parola questa che fu molto cara a san Paolo VI, con la quale egli intendeva l’impegno dell’umanità ad essere se stessa, fedele alla sua magnifica vocazione. Il pericolo più grave per l’uomo è infatti quello di perdere la sua identità e la sua dignità, di non essere più umano.

Nella sua riflessione sempre acuta, Paolo VI si sofferma su questo punto a lui tanto caro in particolare nell’Enciclica Populorum Progressio, una delle perle del suo magistero. Qui egli concentra il suo pensiero intorno a due aggettivi e dice che l’umanesimo – visto con gli occhi del cristiano – deve essere integrale e solidale.

Con l’aggettivo integrale Paolo VI intendeva alludere all’uomo nella sua soggettività armonica e complessa; con l’aggettivo solidale si riferiva invece all’umanità nella sua dimensione sociale.

L’umanesimo integrale guarda all’uomo in tutte le sue dimensioni, compresa quella spirituale o trascendente. Non esiste infatti l’uomo a una dimensione, quella semplicemente orizzontale. L’uomo non guarda solo intorno a sé: sa guardare anche dentro di sé e sopra di sé. Scrive Paolo VI nella Populorum Progressio: “Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo … La ricerca esclusiva dell’avere diventa un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Umanesimo solidale significa, invece, impegno a vivere con verità la dimensione sociale dell’umano e a farlo secondo l’intenzione di Dio. Da qui la lotta contro la fame, la ricerca costante dell’equità delle relazioni commerciali, il superamento di ogni nazionalismo e la contestazione di ogni razzismo. Il fine ultimo è una convivenza sociale che acquisti i tratti suggestivi della carità universale, i cui elementi costitutivi sono l’accoglienza reciproca, il reciproco rispetto e sostegno, la condivisione di valori irrinunciabili, l’esercizio costante del dialogo costruttivo, ma anche il perdono e la riconciliazione.

Camminando s’impara

Il vescovo Tremolada è arrivato in Brasile per incontrare, nel suo secondo viaggio missionario dopo l’Albania, i fidei donum presenti in America Latina. Don Raffaele Donneschi è l’ultimo dono della Diocesi di Brescia alla Chiesa brasiliana

A 66 anni don Raffaele Donneschi si è rimesso nuovamente in gioco dall’altra parte del mondo. Nel mese di ottobre è ritornato ad annunciare il Vangelo in Brasile, là dove aveva già trascorso un lungo periodo (dal 1982 al 1994) come fidei donum. Nel suo ministero ha svolto diversi servizi: curato a Castenedolo e a Roncadelle, parroco di Zone, curato a Botticino e direttore, dal 2002 al 2012, dell’Ufficio per le missioni. Dal 2011 era parroco del Violino e dal 2012 anche della Badia.

Don Raffaele, com’è stato l’impatto con il Brasile? Quanto è cambiato rispetto alla sua precedente esperienza?

Mi sento ancora troppo nuovo di Brasile per poter esprimere delle opinioni che non siano eccessivamente di pelle e condizionate da una lettura parziale e superficiale… Sono passati 24 anni da quando ho lasciato la parrocchia brasiliana di S. Luzia, situata nella campagna e nella foresta, ora mi ritrovo a Macapà, in una città di 500mila abitanti, capitale dello stato di Amapà, e parroco da tre settimane della parrocchia della Cattedrale, in una realtà quindi che è sempre un po’ anomala rispetto alle altre parrocchie. L’impressione è di un forte ingresso nella modernità, da un lato nell’ipertecnologia (qui si vota da anni utilizzando il computer anche nel più sperduto villaggio amazzonico…) e dall’altro i problemi di sempre: la corruzione è diffusa, la società è molto divisa socialmente ed economicamente, la burocrazia è imperante e asfissiante.

Che tipo di Chiesa sta respirando? Quali differenze e quali analogie trova con le comunità cristiane italiane?

La Diocesi di Macapà risente della sua giovane costituzione: dei circa 50 sacerdoti, solo 14 sono i diocesani locali, le parrocchie sono molto vaste come territorio, quelle extra-urbane, oppure troppo numerose quelle ubicate in città. Essendo la maggioranza del clero di estrazione e formazione molto eterogenea (diocesani locali, diocesani fidei donum da altre Diocesi brasiliane, religiosi di varie Congregazioni e Ordini…) si percepisce la “tentazione” di una pastorale proposta secondo la propria visione di Chiesa e non “Diocesana”, condivisa e progettata insieme (tentazione del resto da cui non è immune nemmeno la nostra Diocesi bresciana… che pure gode di una storia molto antica). Ciò che più colpisce è ancora la forte dimensione della religiosità popolare che spinge molti cattolici a partecipare a devozioni, processioni, benedizioni… Non sempre, però, segue un forte coinvolgimento con le scelte di vita… Certamente bisogna sottolineare il buon coinvolgimento di laici impegnati e corresponsabili che assumono servizi e ministeri nella liturgia, nella pastorale, nella catechesi, nella gestione anche pratica della parrocchia e della comunità… Tra i cattolici impegnati è molto presente la dimensione “missionaria”; si sente parlare molto di “azioni e scelte pastorali evangelizzatrici”, bisognerà poi vedere in concreto quali proposte saranno attuate e, soprattutto, quali saranno i soggetti di questa azione. Un fenomeno per me assolutamente nuovo, mi sembra non ancora visibile in Italia, è costituito dalle “nuove comunità”, mentre continua la forte presenza dei Movimenti ecclesiali. Così definisce le “Nuove Comunità” un articolo della Civiltà Cattolica dell’11 marzo 2017: “Non è ancora chiara la relazione che esiste tra le nuove comunità e i Movimenti ecclesiali. Alcuni li indicano entrambi come realtà associative. Noi siamo dell’idea che i Movimenti ecclesiali abbiano una portata più ampia, e che le nuove comunità abbiano una natura più concreta. Esse sono nate in grande maggioranza dal Rinnovamento carismatico cattolico, che consideriamo un Movimento ecclesiale”. Oggi si calcola che in Brasile vi siano circa 800 nuove comunità: il numero è in continua crescita.

L’incontro con le altre culture è determinante in una società che tende a rinchiudersi… Vale per l’Italia ma vale anche per il Brasile dove la Conferenza episcopale ha espresso perplessità e preoccupazioni sull’elezione di Bolsonaro soprattutto per il tema degli indigeni e dei poveri…

Ho assistito da spettatore alla campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali… Certamente sono state elezioni molto divisive, nella società e anche nel mondo cattolico. La tentazione di escludere le minoranze, gli emarginati, gli immigrati (fenomeno che in Brasile si sta affacciando da poco alla ribalta, soprattutto a causa della situazione tragica del Venezuela) e il calcare la mano sulla questione sicurezza, senza tener conto che l’insicurezza non è causa ma effetto di una società diseguale ha portato l’elettorato a una scelta che desta non poche preoccupazioni, tra cui anche quella di una “svolta militare e autoritaria”. Sono molte le incognite che gravano sul futuro politico di questo Paese, soprattutto perché non è ben chiaro chi sta muovendo la “macchina Bolsonaro”, chi detterà le strategie economiche… di cui in campagna elettorale il neo presidente e il suo entourage non hanno dato con chiarezza le linee guida e prospettive. Quello che sembra certo è che prevarrà un neo-liberismo aggressivo (già si parla di privatizzare le grandi realtà dell’energia che adesso sono in forma partecipata), che le grandi lobbies economiche faranno sentire il loro peso, visto che godono di notevoli numeri di deputati e senatori eletti sotto le loro insegne… A questo proposito è da segnalare un fenomeno, penso tutto brasiliano, della cosiddetta “Bancada Evangelica”, cioè il folto gruppo di deputati (75) e senatori (3) che sono i rappresentanti delle chiese-gruppi chiamati “evangelici” (da non confondere con le Chiese Protestanti) e costituiscono la terza forza parlamentare: si pongono politicamente a destra, e quindi dalla parte del neo eletto presidente, pure lui “evangelico”.

Che servizio l’attende? Perché ha scelto di ripartire?

Il vescovo dom Pedro José Conti, bresciano doc e mio compagno di ordinazione, mi ha nominato parroco della parrocchia della Cattedrale di S. José, che è Patrono anche della Diocesi e dello Stato. Sono parroco da tre settimane e mi sto guardando intorno. Della Parrocchia fanno parte l’antica Cattedrale seicentesca (unico ricordo della colonizzazione portoghese insieme alla Fortezza che domina il Rio delle Amazzoni) dove si celebra la Messa da lunedì a venerdì, a mezzogiorno… e la chiesa di S. Antonio molto venerato da queste parti. La parrocchia è nel quartiere del centro e occupa la zona commerciale della città… ci sono più negozi che abitazioni residenziali e in parrocchia ci sono molti volontari e laici che per vari motivi confluiscono in Cattedrale… La sfida sarà quella di “scoprire” anzitutto i parrocchiani residenti e coinvolgerli nel cammino di comunità, in una parrocchia del resto già ben organizzata nelle varie pastorali e nei servizi. Perché ripartire? L’amico dom Pedro era rimasto senza parroco della Cattedrale e mi ha provocato con una richiesta di aiuto, io ricordavo ancora il portoghese e ho pensato che forse potevo ancora “tappare un buco” per qualche anno… Il vescovo Pierantonio ha condiviso la proposta e mi dato il “mandato”. Se Dio parla ancora attraverso i segni e le persone, vuol dire che doveva essere Macapà il luogo dove svolgere il mio ministero per quanto il Signore vorrà ancora concedermi.

Una santità che ci responsabilizza

Il commento del vescovo Tremolada a poche ore dall’annuncio di papa Francesco della data in cui sarà canonizzato papa Paolo VI: “Eravamo in attesa di quest’annuncio e lo abbiamo accolto con grande gioia e con grande soddisfazione. Siamo molto felici come Chiesa bresciana”

É un annuncio che “ci responsabilizza ancora di più”. “Come diocesi siamo chiamati a conoscere sempre meglio questa figura e ora a comprendere il senso profondo della sua santità. Cosa che cercheremo di fare”. Lo ha detto il vescovo Pierantonio Tremolada, a poche ore dall’annuncio di papa Francesco della data in cui sarà canonizzato Paolo VI, il 14 ottobre prossimo in piazza San Pietro, assieme ad altri 5 beati.

“Eravamo in attesa di quest’annuncio e lo abbiamo accolto con grande gioia e con grande soddisfazione. Siamo molto felici come Chiesa bresciana – ha aggiunto –. Il nostro don Battista, così lo si chiamava, uno dei ragazzi di questa terra che poi è diventato il grande Papa Paolo VI, viene ora riconosciuto dalla Chiesa universale come un esempio di santità. Questo è per noi motivo di fierezza oltre che di gioia”.

Dal Vescovo un annuncio. “Il prossimo anno vorrei dedicare la stessa lettera pastorale alla santità proprio a partire dalla canonizzazione di Paolo VI”. “Mentre ci prepariamo a quell’evento – ha concluso mons. Tremolada – vorrei anche che cominciassimo a pensare al cammino che seguirà, perché lui ci accompagnerà sempre. Dobbiamo affidarci di più a lui e questo ci permetterà di conoscerlo meglio”.

Pane per una socialità sana e serena

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella solennità del Corpus Domini. Piazza Paolo VI, giovedì 31 maggio 2018

Il pane santo dell’Eucaristia, che abbiamo portato per le strade di questa nostra amata città, è la presenza misteriosa del Cristo vivente, germe di eternità nel tempo e nella storia. Questo pane che viene dal cielo è segno e fondamento di una comunione cui l’umanità ha da sempre dato il nome di pace. E la pace è la vittoria sulla violenza, tentazione costante del cuore umano ferito e vero cancro della socialità umana.

Quanto è prezioso il pane! Fragrante e profumato, è il nutrimento per eccellenza. È anzi il nome con il quale indichiamo il nutrimento in quanto tale, anche nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre che sei nei cieli… dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Dove il pane non c’è la vita è a rischio; dove il pane c’è, la vita può fiorire.

Ma da dove viene il pane e come si produce? Il processo che conduce alla sua costituzione dice molto del suo valore e svela un segreto. Il pane è frutto della terra: ci richiama i campi che biondeggiano per la mietitura al sole dell’estate. Prima del pane vi è il frumento, con le sue spighe attese per lunghi mesi. E nelle spighe i grani. Tanti chicchi da tante spighe, macinati e impastati: così si arriva al pane. Tramite un processo che ha ultimamente la forma della comunione. I molti grani di frumento divenuti polvere di farina si fondono in unità tramite un impasto che l’acqua rende possibile e che il fuoco, con il contributo del lievito, rende fragrante.

Non ha forse tutto questo una senso anche simbolico? Non vi è in questo singolare processo una sorta di segreto che domanda di essere riconosciuto? Il pane che ci nutre è segno della comunione che siamo chiamati a realizzare. Colui che ci ha chiamato all’esistenza vuole che ci sentiamo e siamo una cosa sola. Nella molteplicità dei soggetti, l’umanità è in realtà un unico corpo misteriosamente unificato: è il genere umano, la grande famiglia dei figli di Dio. L’Eucaristia è il pane che anticipa nella liturgia la piena comunione dell’umanità trasfigurata in Dio, resa perfetta nel suo amore.

Siamo dunque chiamati da sempre a costituire una socialità sana e serena, che dia conferma ed evidenza al disegno originario di Dio. Purtroppo questo non va da sé. Come la parola di Dio ci insegna, un frutto avvelenato si è imposto al mondo con il peccato delle origini e il suo effetto sulla socialità umana è tristemente devastante: questo frutto si chiama violenza. Dalle scambievoli accuse di Adamo e di Eva, al tragico gesto di Caino, al disegno despotico della torre di Babele, la sacra Scrittura rivela i segni tangibili di una violenza ormai dilagante nel mondo creato. Ciò che il pane ci ricorda e ci raccomanda con la sua dimensione simbolica, ciò che l’Eucaristia ci annuncia nel suo amabile mistero domanda una consapevole e ferma assunzione di responsabilità. La violenza è per la società un tarlo mortale. La pace, che è la socialità umana redenta, va salvaguardata e promossa attraverso una disciplina personale della coscienza ma anche attraverso la promozione di una cultura condivisa. La violenza infatti è sempre accovacciata alla porta del cuore, come una belva pronta a colpire. La guardia deve sempre essere alta. Siamo infatti chiamati ad essere, nella città degli uomini, costruttori di pace; siamo chiamati ad assumere lo stile di una mitezza ferma e sapiente.

Vorrei in particolare richiamare l’attenzione sulla violenza verbale. Di questi tempi rischiamo di perdere il senso del peso che hanno le parole, del male che si può fare con ciò che si dice e si scrive. Chi abita la città degli uomini è chiamato a misurarsi costantemente con idee, opinioni, pensieri, convinzioni che non sempre e non necessariamente coincidono con le proprie. Dialogo e confronto, in un clima di reciproco rispetto, sono le regole fondamentali di un vivere civile. Parlarsi e quindi ascoltarsi è indispensabile per vivere bene insieme. Quando la violenza entra nei discorsi e le parole diventano pietre scagliate, quando invece di parlare si urla, quando l’altro non è un legittimo concorrente – ciò una persona che concorre con me alla ricerca della verità e del bene comune – ma è un nemico da abbattere, quando il confronto ha come unico obiettivo quello di dimostrare che io ho ragione e l’altro ha torto, quando l’insulto trova diritto di cittadinanza in mezzo all’ilarità generale, si stanno creando i presupposti per la disintegrazione della società.

Chi ha un parere differente o vede le cose in modo di verso da me è una risorsa in vista di una maggiore chiarificazione della verità. Nessuno è perfetto sia nel pensare che nell’agire e la verità non è un possesso conquistato ma un orizzonte nel quale si cammina insieme: è la manifestazione che Dio fa di sé dentro lo scenario del mondo. Grazie alla verità che si rivela alla nostra coscienza in ascolto, noi possiamo maturare una progressiva conoscenza della realtà. Comprendiamo così sempre meglio ciò che è giusto e ciò che è bene.

Fa parte della gioia di vivere anche la soddisfazione di riuscire a pensare insieme, di ragionare in vista di obiettivi rilevanti, di valutare alternative e scelte differenti. La dialettica democratica è uno dei modi privilegiati di edificazione della società civile. Fu così che si venne a formare la nostra Carta Costituzionale. Il confronto tra persone responsabili e autorevoli potrà essere schietto ed anche ruvido, ma sarà sempre rispettoso e costruttivo. La stretta di mano alla fine di ogni vivace discussione dovrà essere sincera e anche grata. Si è infatti onesti ricercatori del vero e del bene e non esponenti belligeranti di fazioni contrapposte. Così la società vince la tentazione della violenza delle parole e delle opinioni, si edifica nella verità e diviene civiltà.

Né va dimenticato che a tutto questo corrisponde anche un compito educativo. Le giovani generazioni guardano naturalmente agli adulti e ne raccolgono – nel bene e nel male – l’esempio. Lo si voglia o no, i più piccoli tra noi respirano l’aria dell’ambiente che noi creiamo. Siamo certo tutti molto colpiti del fenomeno del bullismo che in modo preoccupante si sta diffondendo tra i nostri ragazzi e adolescenti. Non è forse anche questa una forma di violenza verbale, ingigantita dai nuovi potenti mezzi della comunicazione sociale? Ci addolora moltissimo il constatare quanta devastazione sia in grado di provocare la violenza che si scatena attraverso messaggi digitali di vario genere. Assistiamo con rammarico al gusto perverso di vedere l’altro soffrire, allo sdoganamento dell’infamia, alla cinica soddisfazione del mettere in risalto la fragilità e la debolezza altrui. “Infierire” sembra diventata, per alcuni, la parola d’ordine. Dove siamo dunque precipitati? Lo scopo della vera socialità non era forse esattamente il contrario? Non era la difesa e la cura amorevole del debole? Le fragilità fisiche, psichiche, economiche non erano motivo di maggiore tenerezza? Non richiedevano grande attenzione nel parlare per non offendere o scoraggiare? Non esigevano grande intelligenza e sensibilità nel porre i gesti di affetto e di consolazione in questi casi così necessari? Occorre decisamente contrastare questa pericolosa linea di tendenza. Occorre educare, offrendo però anzitutto come adulti un esempio chiaro, quello della rinuncia ferma ad ogni forma di violenza verbale e l’assunzione di uno stile di vero dialogo e confronto.

La fragranza del pane che diventa Eucaristia torna a questo punto con la tutta la sua bellezza e la sua forza simbolica. Siamo destinati ad essere in Dio e con Dio una cosa; siamo la famiglia umana e non una moltitudine di individui dispersi ed agitati; siamo un campo di frumento e non un campo di battaglia; siamo un popolo di popoli e una città di città.

Ci aiuti il Signore nostro Dio a dare compimento al suo disegno di salvezza. Ci sostenga nella quotidiana lotta contro la tentazione di una violenza cieca. Sostenga il Signore gli sforzi onesti e sinceri di ogni uomo e donna di buona volontà, particolarmente di coloro che nella nostra città hanno importanti responsabilità civili e sociali. Infonda nei cuori dei nostri ragazzi e dei nostri giovani il gusto del bene, la gioia dell’affetto solidale, la soddisfazione di vedere felice chi è meno fortunato.

Perché in tutto sia glorificato il suo santo nome.

Amen

La squadra di Tremolada

Il 16 maggio il vescovo Pierantonio Tremolada, al termine del periodo di consultazione avviato nei mesi scorsi, ha annunciato a tutta la Curia riunita nel salone dei vescovi del palazzo Vescovile la nomina dei nuovi vicari episcopali. Il nuovo vicario generale è mons. Gaetano Fontana, attuale abate di Montichiari.

Il 16 maggio il vescovo Pierantonio Tremolada, al termine del periodo di consultazione avviato nei mesi scorsi, ha annunciato a tutta la Curia riunita nel salone dei vescovi del palazzo Vescovile la nomina dei nuovi vicari episcopali.

Presentando nomi e biografie del nuovo vicario generale, del vicario per il clero, del vicario per la vita consacrata, del vicario per l’amministrazione, e dei quattro vicari territoriali, il Vescovo ha anche ricordato che gli stessi entrano in carica a partire dalla data odierna. Tutti i nuovi vicari, ad eccezione di quello per la vita consacrata, lasceranno la guida delle parrocchie che hanno curato sino al momento della nomina.

Con le nomine annunciate va definendosi la composizione del nuovo consiglio episcopale, così come l’ha indicata il Vescovo, e che prevede anche la presenza del vicario per la pastorale dei laici, ancora in fase di individuazione, del Cancelliere don Marco Alba e del Rettore del Seminario, mons. Gabriele Filippini.

Ecco i nuovi vicari episcopali

Vicario generale

Mons. Gaetano Fontana. Nato l’1 marzo del 1957 e ordinato nel 1988, è originario della parrocchia di Verolanuova. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Pisogne (1988-1997); curato a Chiari (1997-2002); parroco di Cologne (2002-2010); dal 2010 è parroco di Montichiari, dal 2012 anche di Vighizzolo, dal 2017 parroco anche di Novagli. Dal 2017 è assistente ecclesiastico dell’Associazione Laicale Piccole Apostole.

Vicario per il clero

Don Angelo Gelmini. Nato nel 1971 e ordinato nel 1997, è originario della parrocchia di Manerbio. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Castrezzato (1997-2003); curato a Salò (2003-2012); amministratore parrocchiale di Rezzato San Carlo (2012-2015); parroco Rezzato San Carlo e Rezzato San Giovanni Battista dal 2015; parroco di Molinetto dal 2017.

Vicario per la vita consacrata

Mons. Italo Gorni. Classe 1957 e ordinato a Brescia nel 1985, è originario della parrocchia di Botticino Mattina. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Lumezzane San Sebastiano (1985-1997); parroco di Serle e Castello di Serle (1997-2014); vicario episcopale per il clero dal 2009; parroco di Gavardo dal 2014; parroco di Soprazocco dal 2016; parroco di Vallio Terme dal 2017.

Vicario per l’amministrazione

Don Giuseppe Mensi. Classe 1964 e ordinato nel 1990, è originario della parrocchia di Villachiara. Ha svolto i seguenti servizi: curato a San Luigi Gonzaga in città (1990-1997); collaboratore al settimanale diocesano La Voce del Popolo (1997-2005); curato a Caionvico (1997-2008); collaboratore del Centro diocesano per le comunicazioni sociali (2005-2008); parroco di Folzano in città dal 2008.

Vicario territoriale zona I (Valle Camonica, Sebino, Franciacorta e Fiume Oglio)

Don Mario Bonomi. Classe 1968 e ordinato nel 1993, è originario della parrocchia di Sale di Gussago. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Palazzolo Sacro Cuore (1993-2000); curato a Iseo (2000-2009); parroco di Sellero (2009-2017); assistente ecclesiastico del Consultorio familiare Tovini di Breno dal 2009; referente della pastorale familiare della Valle Camonica dal 2009; parroco di Breno, Pescarzo di Breno e Astrio di Breno dal 2017.

Vicario territoriale zona II (Pianura)

Don Alfredo Savoldi. Classe 1960 e ordinato nel 1992, è originario della parrocchia di Bagnolo Mella. Ha svolto i seguenti servizi: curato al Villaggio Sereno I (1992-1997); curato a Castel Mella (1997-2004); parroco di San Paolo e Scarpizzolo (2004-2013); parroco di Cremezzano (2011-2013); parroco di Castelcovati dal 2013.

Vicario territoriale zona III (Val Trompia, Val Sabbia e Benaco)

Don Leonardo Farina. Classe 1961 e ordinato nel 1986, è originario della parrocchia di Orzinuovi. Ha svolto i seguenti incarichi: curato a Rudiano (1986-1995); curato a Bedizzole (1995-2003); parroco di Maderno e Monte Maderno dal 2003; parroco di Cecina e Gaino dal 2006; parroco di Fasano dal 2014; presbitero e coordinatore dell’unità pastorale delle parrocchie del Comune di Toscolano Maderno dal 2014; parroco a Toscolano dal 2017.

Vicario territoriale zona IV (Brescia città e hinterland)

Don Daniele Faita. Classe 1960 e ordinato nel 1985, è originario della parrocchia di Gussago. Ha svolto i seguenti servizi: curato a Marcheno (1985-1992); curato a Castegnato (1992-1998); curato festivo a Castegnato (1982-2002); direttore spirituale del Seminario Minore (1998-2011); parroco di Cellatica dal 2010.

Tremolada ridisegna la diocesi

Gli strumenti e il metodo di lavoro a cui sta pensando il vescovo Tremolada per una Chiesa che voglia essere veramente espressione del popolo di Dio. Leggi l’intervista.

Con una semplificazione giornalistica si potrebbe dire che quella intrapresa dal vescovo Tremolada è una vera e propria “riforma istituzionale” nella riorganizzazione di quegli organi su cui può contare nella guida della diocesi. Sin dal suo arrivo non ha perso occasione per indicare nella sinodalità la strada per assolvere al compito episcopale che papa Francesco gli ha assegnato, indicandolo il 13 luglio dello scorso anno quale 122° Vescovo di Brescia. E alla sinodalità ha voluto informare questo importante percorso di cambiamento, condividendo e confrontandosi su una ridefinizione della composizione e dei compiti del consiglio episcopale (il governo del Vescovo). Una riflessione analoga mons. Tremolada l’ha avviata anche sul consiglio presbiterale e su quello pastorale diocesano (i due rami del parlamento, sempre per restare nel campo della metafora politico-istituzionale). Quello intrapreso dal Vescovo è un cammino ancora in corso, segnato da alcuni momenti forti di condivisione e del confronto, come ha sottolineato lo stesso mons. Tremolada in questa intervista che si è aperta con una riflessione sulla sinodalità, la stella polare del percorso avviato.

Una della parole chiave di questa prima parte del suo episcopato a Brescia è “sinodalità”. Cos’è e come può essere vissuta all’interno della nostra Chiesa?

Sinodalità è il camminare insieme del popolo di Dio. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questa espressione, intuiamo che esistono condizioni necessarie a questo camminare insieme. La prima è quella di sentirsi popolo di Dio, come messo in evidenza dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo sentirci un gruppo di persone che si riconoscono unite in ragione della fede. La seconda è quella del procedere in una stessa direzione, verso la stessa meta, compiendo un percorso ordinato, condiviso. Senza il recupero di queste dimensioni è difficile comprendere cosa sia la sinodalità.

La sinodalità non è solo un modo di camminare insieme che necessità, però, anche di strumenti che la recepiscano. Al proposito nelle scorse settimane lei sta lavorando a un progetto molto dettagliato. Quali sono le sue linee e il metodo di lavoro con cui intende realizzarlo?

La sinodalità, oltre che un modo di essere, rimanda anche a un’azione che richiede strumenti: gli organi di sinodalità. Mi preme, però, ricordare che per definizione il Vescovo all’interno della Chiesa non è colui che comanda. È, invece, colui che serve: il suo compito nei confronti di quella porzione di popolo di Dio di cui è pastore è quello di mettersi al suo servizio perché possa sentirsi tale e camminare nella direzione che Dio desidera. Il servizio di un Vescovo consiste nel prendere quelle decisioni che consentano di realizzare questo cammino. Si tratta di decisioni che domandano un pensiero, una valutazione. Nella Chiesa, insieme al Vescovo, esistono persone che si assumono questo compito in maniera più precisa. Si tratta dei membri dei consigli episcopale, presbiterale e pastorale diocesano. Gli ultimi due hanno una funzione consultiva perché, insieme al Vescovo, sono chiamati ad affrontare i temi, gli argomenti e le domande con un respiro più ampio. Il consiglio episcopale, poi, assume con il Vescovo il lavoro svolto dai primi due organismi per aiutarlo a giungere a quella parola ultima e definitiva che ha appunto la forma della decisione per il bene del popolo stesso.

La delicatezza del compito a cui è chiamato il consiglio episcopale ha richiesto un di più di confronto e di condivisione?

Sì, mi sono fatto molto aiutare e ho cercato, in coscienza, di mettermi in ascolto di ciò che il Signore mi chiedeva. Il consiglio episcopale deve essere composto da figure che svolgono un ruolo importante proprio in vista di quell’azione di orientamento e di governo del popolo di Dio che, nel nome del Signore, sono chiamato a svolgere. Ha individuato alcune figure che anche lo stesso codice di diritto canonico prevede, dando però loro una connotazione abbastanza precisa. Ho pensato alla figura del vicario generale e a quelle dei vicari per il clero, per la vita consacrata, per la pastorale e per i laici (anche se su questa figura è necessario ancora un momento di riflessione), per l’amministrazione a cui affidare tutta la parte riguardante la gestione dei beni che la Chiesa possiede per la sua missione, e a quattro vicari territoriali, per un rapporto più diretto con le parrocchie e le unità pastorali.

Quali saranno le competenze di questi vicari territoriali?

I vicari territoriali saranno presbiteri scelti appositamente per una missione ben precisa e un incarico particolarmente rilevante. Saranno vicari episcopali a tutti gli effetti e non semplici vicari per il clero; figure il cui compito è stato individuato anche sulla scorta dei momenti di confronto avuti con il consiglio presbiterale e quello pastorale diocesano. Saranno in raccordo costante con il Vescovo, rappresentandolo a tutti gli effetti nel territorio in cui operano. Avranno a loro volta compiti di coordinamento e di guida dei vicari zonali: li riuniranno periodicamente per verificare il cammino di Chiesa in quella parte di diocesi loro affidata; saranno poi loro ad aiutare il Vescovo e il vicario generale nella destinazione dei sacerdoti e dei diaconi e ad accompagnare il cammino delle unità pastorali che ancora non sono state costituite e a verificare il loro cammino laddove esistono. Avranno poi il compito di operare un raccordo costante con le autorità civili. (Saranno quattro, secondo lo schema territoriale presentato in queste pagine, ndr) .

Nel suo progetto, infine, c’è anche un pensiero per il consiglio presbiterale e per quello pastorale diocesano…

La sinodalità trova in queste realtà due organi particolarmente importanti. A me preme che si affini sempre più al loro interno un metodo di lavoro condiviso ai fini dell’efficacia della loro azione. Credo molto nella necessità di identificare insieme gli argomenti e i temi sui cui avviare il confronto, così come in un’accurata preparazione delle sessioni di lavoro attraverso una riflessione elaborata da commissioni che andranno costituite, così che tutti i membri possano farsi una propria, chiara e precisa idea di ciò che si andrà poi a discutere insieme, in vista delle decisioni che il Vescovo dovrà assumere.

Giovani testimoni del mondo

Interiorità, responsabilità, unità e amabilità: sono le parole chiave che il vescovo Tremolada ha consegnato alle migliaia di giovani giunti in Cattedrale in occasione della Veglia delle Palme.

Cari giovani, benvenuti!

Ci vediamo per la tradizionale Veglia della Domenica delle Palme. Per me è la prima volta ed è un momento importante e atteso. Sono felice di incontrarvi e di condividere con voi i pensieri che in questi primi mesi del mio episcopato a Brescia mi sono sorti nel cuore a vostro riguardo.

Siete giunti in questa piazza percorrendo strade diverse della città. Lungo il tragitto avete avuto modo di meditare sulla figura di Maria, la Madre del Signore. Vi è stata presentata la sua piena disponibilità all’ascolto, la sua ammirevole fiducia in Dio, di cui sono prova le parole rivolte all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. Il segreto della sua grandezza è tutto in questa frase: “Si compia in me la Parola del Signore”. Mi piace sottolineare che al momento del suo “sì”, destinato a cambiare le sorti del mondo, Maria è una giovane donna. Giovane come lo siete voi.

Ascoltare: è questo un verbo fondamentale, che vorrei ci diventasse sempre più caro. Esso indica un impegno impegno inderogabile ma ancor prima il moto istintivo di un animo nobile. Ascoltare Dio e ascoltarci in Dio: ecco il nostro compito. Chi ascolta si apre ad accogliere il dono della verità, di cui non si ritiene padrone ma servitore. E la verità giunge a noi anzitutto dall’alto, ma si fa conoscere anche attraverso ogni volto che incontriamo, ogni ambiente che frequentiamo, ogni evento che viviamo.

Anche noi ci siamo messi in ascolto. Lo abbiamo fatto in preparazione al Sinodo sui giovani, indetto da papa Francesco per il prossimo mese di ottobre. In verità siete stati soprattutto voi – cari giovani – a realizzare questo ascolto. Voi che questa sera siete qui e per grazia siete più vicini alla realtà della Chiesa, avete accettato la sfida. Forse non tutti, ma certo alcuni. E non pochi. Vi siete messi a dialogare con chi è forse lontano dai nostri ambienti ma non dalle domande sulla vita. Nello spazio aperto da una confidenza discreta, spesso a tu per tu, è così sorto un dialogo che ha dato molto frutto. Grazie a voi ha cominciato ad avverarsi quanto manifestato con sorpresa da qualcuno dei giovani che voi stessi avete ascoltato: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: “Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni”.

Provo allora anch’io a raccogliere qualche frase di questo dialogo in corso e a lasciarmi interpellare. Vorrei farlo però con voi, rivolgendomi a voi che siete qui stasera, pensando al vostro e nostro compito, cioè alla nostra missione di annuncio per il bene del mondo. Cosa cominciare a fare per raccogliere i primi frutti di questo ascolto? Ritengo infatti che ciò che stiamo ascoltando vada considerato un appello, un messaggio lanciato a cui occorre cominciare rispondere. Ho pensato così di consegnarvi questa sera quattro parole, con le quali vorrei provare a descrivere il vostro compito di testimoni a favore di altri giovani ma anche dell’intero mondo attuale. Cominciamo così insieme a delineare la strada da percorrere per consentire al Vangelo di offrire a tutti la sua forza di salvezza.

La prima parola che vorrei consegnarvi è “interiorità”. Mi hanno colpito alcune vostre frasi raccolte nell’ascolto: “La mia grande paura è quella di vivere come un criceto: una vita ingabbiata e banale. Ho sete di vita e di vita vera. Ma non ho ancora trovato la bevanda che mi sazia. Faccio un po’ di zapping per trovare il canale giusto”. Ancora: “Sento il bisogno di fermarmi e di respirare in mezzo a tutte le corse della mia vita. Vivo una accelerazione pazzesca … Vorrei potermi fermare, senza il rischio di rimanere fuori o indietro”. Infine: “Vorrei poter essere me stesso, non dover continuamente fingere o simulare per essere accettata o all’altezza della situazione. Non voglio rinunciare a quello che sono, ma devo continuamente adattarmi a ciò che dovrei essere, scendere a compromessi e sorridere anche quando vorrei urlare”.

Credo che a questa passione per la vita cui si mescola un senso di insicurezza per le sue concrete condizioni si risponde anzitutto con la riscoperta convinta dell’interiorità. Interiorità non è intimismo, non è fuga dalla realtà, non è perdersi nell’indistinto cosmico. Interiorità è riscoperta della bellezza e della profondità della parte invisibile della nostra persona, cioè della nostra anima e della nostra coscienza, del luogo segreto dove maturano le nostre convinzioni e decisioni. L’interiorità conferisce alla libertà la sua forma non teorica, il suo reale dinamismo, fatto di sentimento, desiderio, intenzione, cioè di tutto ciò che precede l’azione. Molto di ciò che noi siamo, anzi l’essenziale, non è visibile agli occhi degli altri e nemmeno ai nostri.

Interiorità è scoperta della dimensione infinita del cuore, un abisso di noi che solo Dio conosce e a cui guarda con la misericordia che lui solo possiede. È nell’interiorità dell’uomo che sorge a matura la fede, perché nel segreto della nostra interiorità abita e opera lo Spirito santo, “ospite dolce dell’anima, luce beata del cuore, consolatore perfetto” – come recita una bella preghiera della tradizione cristiana. È lì che si comprende che cosa significa credere e che cosa si deve credere. Trova così risposta la richiesta seria che sorge da questa considerazione venuta da uno di voi: “I giovani desiderano credere, ma non sanno in che cosa”.

Cari giovani, siate dunque esperti di vita interiore. Siate persone che conoscono, apprezzano e amano il mondo segreto del proprio io. Non siate superficiali, siate profondi, abituati a gustare e non soltanto ad assaggiare. Siate cercatori appassionati della verità, amici del silenzio e della riflessione. Non sarete allora ostaggio di un’opinione pubblica fluida e agitata, troppo condizionata da luoghi comuni e da pregiudizi, spesso in balia di sensazioni e istinti, solo illusoriamente libera. Abbiate il coraggio delle vostre idee, ma maturatele con serietà, nel segreto della vostra coscienza e in ascolto della Parola di Dio. Se questo sarà il vostro desiderio, potremo anche cercare di realizzarlo insieme. “Ci serve che la Chiesa ci aiuti a sognare” – ha detto uno di voi. Avrei proprio piacere che questo avvenisse.

La seconda parola che vi affido è “responsabilità”. Me la suggeriscono anche in questo caso alcune delle vostre frasi. Qualcuno ha detto: “Non mi va bene niente. Rischio di criticare tanto e di impegnarmi poco per cambiare il mondo”. Più in generale, un altro ha aggiunto: “Noi giovani manchiamo di responsabilità rispetto alle scelte e azioni. Ci è più facile vivere senza pensare alle conseguenze, agli effetti, alle connessioni possibili”. E un terzo: “Mi ricordo che il papa ha detto di non guardare la vita dal balcone. Io ci sto provando a scendere in campo, ma mi sento un po’ solo e non so come fare per stare nella vita”.

È indispensabile prendere sul serio ciò che siamo e ciò che facciamo. Questa è la responsabilità. Siamo chiamati a farci carico del nostro personale destino ma anche di quello del mondo. Ognuno di noi è un dono per gli altri e non solo un soggetto proteso alla propria realizzazione. Il bene mio e il bene del mio prossimo, nell’ottica della fede, non sono separabili. Responsabilità è perciò lotta contro la pseudo-cultura dello sfascio e dello sballo, ma anche della noia e dell’indifferenza, di uno stile di vita distruttivo e inconcludente. È anche assunzione di una posizione critica nei confronti di una libertà intesa come arbitrio e eccesso, libertà che rivendica il proprio diritto e non considera quello dell’altro, che non mette in conto nessun dovere e nessun limite, che diventa facilmente presuntuosa e prepotente. Responsabilità è governo di se stessi e grande rispetto per gli altri. È obbedienza a ciò che la coscienza domanda, quando la si ascolta con onestà. È fare non semplicemente quel che mi piace ma quello che è giusto. È guardare la vita con coraggio, immaginazione, creatività, nello slancio di un cuore giovane, puntando in alto senza paura, sentendosi protagonisti del futuro e cominciando a costruirlo adesso.

La terza parola è “unità”. È la parola con la quale vorrei esprimere l’esigenza vitale di non essere soli, di vivere uniti, di camminare insieme. “I giovani cercano relazioni” – ci avete detto. Di contro, qualcuno di voi ha osservato: “Non so, a me la Chiesa sembra tutto tranne che una comunità”. Vi confesso che queste parole, che reputo del tutto sincere, mi addolorano molto e mi fanno pensare. Stiamo rischiando di non trasmettere a voi giovani l’essenza del Vangelo, cioè la carità, l’amore vicendevole, la comunione che nasce dalla fede. Della prima comunità cristiana, a Gerusalemme, si diceva che avevano un cuore solo ed un’anima sola e che nessuno tra loro era bisognoso. Molti di fronte a questo rimavamo affascinati. Profondamente uniti interiormente, i primi cristiani erano capaci di accogliersi, aiutarsi, sostenersi, perdonarsi: tutto nel nome del Signore. Il Vangelo è certo capace di creare unità tra le persone, perché esalta e rafforza le relazioni, senza le quali la vita si spegne. Non si può vivere da soli. Bastare a se stessi è un’illusione ed è anche un enorme impoverimento. Avete ragione quando dite che le relazioni sono essenziali, che l’amicizia è un grande valore, che la famiglia non può mancare nel vostro futuro. Ci avete anche stupito in questo. Non può che essere così. Papa Francesco ci ricorda che l’individualismo è la malattia del nostro tempo e che ha come conseguenza la tristezza: “Il grande rischio del mondo attuale – scrive in Evangelii Gaudium – con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro” (EG, 2). E ancora più avanti: “La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio … La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (EG 10). Il comandamento che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli è molto semplice e preciso: “Da questo tutti sapranno che siete mie discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La grazia che viene dalla croce del Signore e dalla sua risurrezione, quella grazia che opera nel segreto del cuore, è certo capace di unire le persone, di creare legami di amicizia e di fraternità. Lo fa oltre i confini della parentela ma anche della lingua e della cultura. Chi crede nel Signore apre con decisione strade di fratellanza. Il Vangelo infatti sprona nella direzione di una vera comunione, propone valori e ideali che possono essere condivisi da ogni uomo di buona volontà, infonde il coraggio di scelte anche audaci. Voi – cari giovani – siete più capaci di noi di valorizzare le diversità e di allargare le prospettive. Non chiudetevi nel recinto dei vostri interessi immediati e non siate freddi calcolatori. Non permettete alla società dei consumi di inaridire il vostro cuore, creato per amare. Coltivate le relazioni, l’unità tra voi che credete e la comunione con tutti. Guardate all’umanità come alla vostra grande famiglia e aiutate tutti a camminare insieme, senza discriminazioni. Siate sinceramente addolorati di fronte ad ogni forma di conflitto e ad ogni ingiustizia. Non rendetevi mai complici della sofferenza altrui. Siate uomini e donne di riconciliazione, costruttori di pace.

L’ultima parola che vi affido è “amabilità”. È una parola che mi è sempre piaciuta e che ho scoperto in particolare leggendo la lettera di san Paolo ai Filippesi. Verso la fine, vi si legge: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angosciatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste” (Fil 4,4-5). L’amabilità è la forma quotidiana della gioia, una sorta di serena bontà che rende bella la persona e gradevole il suo modo di presentarsi, che conferisce alla vita un certo stile e un certo tratto. Qualcun di voi ci ha detto: “Il Cristianesimo non è percepito come qualcosa di bello e di entusiasmante” e ha aggiunto: “Questo è tristissimo. È come se fosse stato svenduto, svilito, anestetizzato”. Proprio così: un Vangelo che non dà gioia è un Vangelo tradito. Questo vale anche per la Chiesa. Un altro di voi ha scritto, con dolorosa schiettezza: “Nella Chiesa ci sono belle facce ma brutte vite!”. Questo proprio non va. Non deve essere così. Cominciate dunque voi, cari giovani, a rendere vero il motto: “Facce belle e vite belle!”.

Sappiate però che la cosa non va da sé. La gioia costa cara. È frutto di un duro lavoro su se stessi. Qualcuno di voi lo ha intuito quando ci scrive: “Non posso dire che la mia vita sia felice. Non so perché, ma sento che è così. Ho tutto ma manca sempre qualcosa alla felicità. Questo mi fa soffrire un sacco!”. Il segreto della gioia che rende amabili è la pace del cuore, il sapersi amati e custoditi, il potersi abbandonare fiduciosi alla bontà di Dio. Chi sa di aver ricevuto l’essenziale per vivere non entra in agitazione, non si lascia abbattere: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore – recita il salmo – Non vado in cerca di cose gradi superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131).

Avrei tanto piacere che tutti potessero incontrare in voi – cari giovani – uno sguardo profondo e buono, segno di un animo grande. Contro la supponenza e l’arroganza, contro il cinismo e la crudeltà, contro tutto ciò che arriva a rendere gli uomini spietati occorre mettere in campo l’arma potente dell’amabilità. C’è bisogno di persone che sappiano versare sulle ferite olio e vino, che cioè diffondano il balsamo della benevolenza. Voi cari giovani – che fortunatamente siete meno realisti di noi – potete più di noi arricchire il mondo di questa misericordia rigenerante.

Concludo volgendo con voi lo sguardo al volto del Cristo crocifisso. Entriamo con questa celebrazione nella settimana santa. Il nostro amato Signore si avvia verso il Calvario e si prepara a compiere l’offerta della sua per amore nostro. Ai piedi di quella croce c’è anche la Madre, colei che lo ha accolto la Parola e lo ha donato al mondo. Insieme a lei volgiamo il nostro sguardo a colui che è stato trafitto per le nostre colpe. Il suo volto è mite. Davvero amabile. Alle ingiustizie e crudeltà patite egli ha risposto con una bontà inimmaginabile, quella che solo il Figlio amato di Dio tra noi poteva avere. Su questa bontà poggia ora la storia del mondo e questa bontà rappresenta il centro e la sorgente della nostra fede.

Noi crediamo in te Signore, a te che per noi accetti la morte e per noi la vinci, a te che accetti la nostra ingiustizia e per noi la vinci. A te affidiamo la nostra vita, il nostro cuore, la tua Chiesa, l’intera umanità, il nostro presente e il nostro futuro. Da te ci lasciamo attirare, dal tuo amore misericordioso. La tua croce è sorgente di vita, è abbraccio che ci unisce e ci sorregge, è irruzione nel mondo dello splendore eterno di Dio. “Noi ti lodiamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.