Nutriti dalla bellezza – Pierangelo Milesi

Pierangelo Milesi, 42 anni di Corteno Golgi, sposato, padre due figli, insegnante di religione. Dal 2016 è presidente delle Acli provinciali di Brescia. Determinante nella scelta dell’impegno in campo associativo l’educazione ricevuta in famiglia, in parrocchia e negli anni di ricerca trascorsi in Seminario. Ha vissuto il cammino che l’ha portato alla presidenza delle Acli e l’esperienza in corso come una sorta di percorso vocazionale.

Nutriti dalla bellezza – Don Giovanni (Gino) Regonaschi

Don Giovanni (Gino) Regonaschi, 67 anni, originario di Isorella, è stato ordinato sacerdote nel 1976. Dal 2002 è parroco della comunità di Borgosatollo, alle porte di Brescia, dove nel 2008 ha dato avvio a un’esperienza di adorazione eucaristica perpetua.

Nutriti dalla bellezza – Edoardo Ferrari

Edoardo Ferrari, originario di Ponte di Legno, 53 anni scultore. Ha iniziato la carriera dopo gli studi al liceo artistico Foppa di Brescia e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Figlio e nipote d’arte, ha sviluppato una sensibilità artistica particolare nel campo dell’arte sacra a servizio della liturgia. Le sue opere sono presenti in chiese e cattedrali italiane e nel mondo

Acquila e Priscilla

La passione della testimonianza

“La vicenda di Aquila e Priscilla, una coppia di giudei appartenente alla primitiva comunità cristiana, induce un diverso modo d’intendere il rapporto tra coppia e chiesa. Aquila e la moglie Priscilla, giudei profughi giunti da Roma, risiedono a Corinto. Il loro primo contatto con la novità del cristianesimo avviene sul posto di lavoro. Gestendo una piccola attività economica per la costruzione di tende, offrono lavoro all’apostolo Paolo, perché possa mantenersi mentre annuncia il vangelo.  Quell’incontro segna la loro vita, che procede con un crescente coinvolgimento nella vita dell’Apostolo.” (da A. Fumagalli “E Dio disse loro…” ed. San Paolo pag.53). Lo ospitano nella loro casa (Atti 18,2-3), lo accompagnano nei suoi viaggi (Atti 18,18), condividono la sua opera fino a “rischiare la testa per lui” (Romani 16,4). A poco a poco i due coniugi acquistano ruoli sempre più importanti nell’evangelizzazione sia a Corinto che a Efeso fino a farsi promotori di una maggiore chiarezza nell’esporre i contenuti della fede in Cristo Gesù, a farsi catechisti nei confronti di Apollo.

Atti degli Apostoli 18, 1-18

Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare. E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio. Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge». Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò. Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto. Giunsero a Efeso, dove lasciò i due coniugi, ed entrato nella sinagoga si mise a discutere con i Giudei. Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. Tuttavia prese congedo dicendo: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio lo vorrà», quindi partì da Efeso. Giunto a Cesarèa, si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia. Trascorso colà un po’ di tempo, partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli. Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. 

Quante volte ci è capitato di sentire critiche sulla chiesa e sul suo operato. Il ruolo della chiesa nella storia e dei suoi membri è sempre più spesso travisato e incompreso. Ci fa soffrire soprattutto il fatto che a volte questa incapacità di leggere il compito che Gesù ha affidato alla chiesa avvenga all’interno di famiglie o comunità che si definiscono cristiane. In questo modo si verifica un profondo distacco dalla vera identità di cristiani: “essere” chiesa, riconoscersi chiesa è indispensabile per poter essere testimoni di Cristo. La chiesa è sempre in cammino, santa e peccatrice, ma arricchita del dono dello Spirito che permette questo riconoscimento. Aquila e Priscilla hanno tanto da dirci a questo proposito; ci insegnano soprattutto ad essere chiesa, comunità in cammino, testimoni del Cristo risorto. Prima di prendere in considerazione cosa fa la chiesa dobbiamo infatti tutti riconoscerci parte viva di essa.

Questa coppia è chiesa in un modo talmente concreto da poter passare inosservato:

  1. La coppia Aquila e Priscilla è chiesa che accoglie. Aperta ad ascoltare, a “far entrare” nella propria casa, pronta a condividere un lavoro, un tetto e soprattutto il bagaglio di fede acquisito.
  2. Questa coppia è chiesa che “parte”, si fa missionaria. Questi coniugi infatti vivono la casa, ma è una casa che si può lasciare per un compito più grande, prioritario, come l’evangelizzazione: si fanno compagni di un maestro per il compito affidato da Gesù alla chiesa.
  3. Infine questa coppia è chiesa che “testimonia” la fede e che la trasmette attraverso un insegnamento permeato di cura, di dolcezza, di attenzione genitoriale. (L’educazione del cuore direbbe don Bosco). Nei confronti di Apollo: “Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio”. Per spiegare la via nuova di Dio lo accolgono, lo ascoltano, si prendono cura di lui e lo indirizzano al meglio. Sono maestri in umiltà: è in un modo familiare che si insegna la verità su Gesù.

L’evangelizzazione passa dunque attraverso questi tre aspetti, vissuti nella concretezza della vita familiare, nella casa, nel quotidiano, nell’incontro, nel contatto diretto, nella vicinanza. Tutto questo Aquila e Priscilla lo fanno perché vivono nello Spirito, sono testimoni efficaci dell’essere chiesa. Certo ci sembra di scorgere una urgenza, una priorità nell’essere chiesa, nell’uscire allo scoperto in questo mondo e mettere in evidenza che la famiglia, forse oggi più di allora, deve essere protagonista di un ruolo evangelizzatore. La famiglia deve appropriarsi del suo ruolo ed essere chiesa domestica. Utopia?

Forse per qualcuno, ma non per chi crede nel dono dello Spirito e per chi, come Aquila e Priscilla si lascia pervadere da questo stesso Spirito che illumina la mente e il cuore della chiesa.

Testimonianza vocazionale

Sono Luca, ho 25 anni e non volevo fare il prete.

Ero un ragazzo dell’oratorio e a 18 mi sono trovato a vivere un’esperienza insieme ai miei amici e ad altri due milioni e mezzo di giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid con il papa. Ho studiato lingue, per cui era una bellissima occasione per imparare lo spagnolo e conoscere gente straniera. Certamente non immaginavo che i piani di Dio sulla mia vita erano completamente differenti. Durante il viaggio in nave verso Barcellona conosco un ragazzo, della mia stessa età e dopo qualche ora scopro che era in seminario. A 18 anni uno è in seminario perché vuole diventare prete? Quello è fuori di testa! Però questa sua scelta esercitava su di me un’attrattiva non indifferente. Ci siamo conosciuti e tra le altre ho scoperto essere un ragazzo normalissimo, in cammino per capire un po’ di più il progetto di Dio sulla sua vita.

Ultimo giorno di GMG, durante il momento di ringraziamento dopo la comunione, il mondo mi è crollato addosso. Tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento si è concretizzato con una domanda: Signore, vuoi che diventi prete? E chiaramente la risposta era “Sì!”. La risposta di un diciottenne pieno di spirito ed entusiasmo qual ero. Per cui, dopo un momento di incomprensione della cosa e dopo averne parlato con il mio don, che era più carico di me, avevo pensato che la mossa migliore da fare era parlarne con la mia mamma. Beh… diciamo che non ha manifestato lo stesso entusiasmo che avevo io, anzi. Da lì è iniziata una serie di lotte, urla, pianti, litigi che mi hanno fatto dire: Ma chi me lo fa fare! Il prete, no grazie.

Così mi sono fidanzato con una ragazza che avevo conosciuto alla GMG, ho iniziato un corso di ballo che era un sogno che tenevo nel cassetto da anni, ho finito il liceo e sono entrato nel mondo dell’università, continuando a studiare le lingue tanto amate. E qui ho conosciuto una ragazza di un anno più vecchia di me che oltre a farmi capire un po’ come funzionava l’università, a giugno mi dice: Ma lo sai che mio fratello viene a far servizio nella tua parrocchia?

Tuo fratello? Ma non eri figlia unica? Ecco, aveva un fratello, della mia stessa età, in seminario, che sarebbe venuto a far servizio il sabato e domenica nella mia parrocchia. Da quel momento ho smesso di credere nel caso. Stavo tornando da uno spettacolo di ballo quando la domanda della vita mi è tornata: Luca, cosa stai facendo della tua vita?

OK. Avevo tutto quello che desideravo: ero fidanzato, andavo bene all’università, la mia attività di educatore in oratorio aveva un certo successo, avevo una proposta di lavoro, mi avevano chiesto di prender parte in un cast per il musical che tanto amavo…. Ma quando tornavo a casa la sera, anche dopo delle super giornate, non ero felice. Mi mancava qualcosa per far sì che la mia vita fosse piena. Così ho iniziato un cammino di discernimento con il mio don che mi ha portato a chiedere di poter essere ammesso al seminario diocesano di Brescia.

Non perché avere una famiglia mi faccia schifo. Non perché guadagno economicamente di più. Non perché le lingue che ho studiato non mi diano soddisfazione. No. La scelta sta proprio qui: capire di essere fatto anche per altro. Ma il Signore per me ha pensato ad un’altra cosa.

Ed è un cammino continuo alla scoperta di quei segni che ogni giorno Dio mi manda: persone, eventi che mi han fatto comprendere di essere stato amato, cercato anche quando ero lontano, anche quando ho dubitato che Dio ci fosse, e infine chiamato a diventare sacerdote, scombussolando i miei piani e i piani di chi mi vive accanto.

Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene.

Insomma, il Signore mi chiama e ci chiama a diventare dei parolieri. Lui è l’inizio… l’Alfa; e la fine… l’Omèga. Il resto delle lettere è in mano nostra e il compito è quello di metterle al posto giusto. L’Alfa ci ha creato, l’Omèga ci dice che un giorno la nostra vita terrena finirà per aprirsi alla vita eterna. E in mezzo? Che fare? Una serie di lettere sconclusionate da cercare di ordinare per far sì che si capisca il senso della parola che si vuole comporre. E se sbagliamo a fare le combinazioni, guardando all’inizio e alla fine capiamo che siamo in errore. E il gioco ricomincia.

Chi è Gesù per me? Qual è la mia vocazione? E non vale soltanto per i preti, le suore, i seminaristi… no. Ciascuno è chiamato a rispondere alla propria secondo quanto Dio ha pensato per lui: chi mamma, chi papà, chi nonno, nonna, zia, figlio… solo occupando il posto che Dio ha pensato per noi possiamo essere pienamente felici.

In questa giornata di preghiera per il seminario, chiedo a ciascuno di voi di pregare per me, per i miei compagni, per gli educatori che ci seguono e accompagnano in questo cammino.

Solo nelle mani del paroliere possiamo diventare lettere piene, non sparse, ma composte in modo tale da creare una meravigliosa poesia.

I nostri santi protettori

La piccola comunità di Milzanello ha il privilegio di avere ben due santi intercessori presso il Padre Celeste.

San Michele Arcangelo, titolare della parrocchia e Sant’Urbano Martire, patrono della comunità. 

La festa di san Michele ricorre il 29 settembre e, come ogni anno, è stata festeggiata con la messa solenne all’interno della quale il coro ha dato prova di grande professionalità. La chiesa parrocchiale era allestita splendidamente con gli arredi ristrutturati, quindi lucenti, e con fiori bianchi. La funzione è stata seguita dalla comunità con fede e commozione. 

La festa di sant’Urbano ha avuto luogo il 4 novembre. La celebrazione è iniziata con una manifestazione pubblica, percorrendo la strada dalla piazzetta dei Caduti fino in chiesa. Le spoglie del Santo sono state portate, sulle spalle, alla parrocchiale, dove è stata celebrata la Santa Messa, in modo solenne con il canto del coro e allestimento rigorosamente di color rosso. In questa occasione si è svolta anche la festa del ringraziamento e, al termine della Messa, sono stati benedetti i mezzi agricoli e tutti i presenti.

Sant’Urbano, che da sempre è stato onorato a Milzanello, ultimamente era stato messo un po’ in ombra e le sue reliquie venivano portate in processione insieme alla Madonna del Rosario, senza avere un loro spazio. Già l’anno scorso è stata celebrata una festa riservata al Santo, ma quest’anno il patrono ha ricevuto un tributo più solenne. 

Inoltre, attraverso una ricerca effettuata da Chiara Ravagni (incaricata da don Ciro di fare questa ricerca) la comunità ha avuto modo di conoscere la possibile provenienza del corpo e le origini del Santo. 

Il piccolo libro “S. Urbano Martire. Storia delle S. Reliquie del patrono di Milzanello” è stato distribuito in omaggio a tutti i presenti.

Entrambe le feste, San Michele e S. Urbano, sono state precedute o seguite da un momento di convivialità alla quale molti hanno partecipato. Per i bambini giochi e castagnata in oratorio.

La comunità ringrazia: i sacerdoti che hanno dato la possibilità a tutti di vivere un momento di raccoglimento intorno a questi Santi che la proteggono; i volontari, Chiara Ravagni, il coro e tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita delle feste. 

Testimonianza

Ho partecipato al pellegrinaggio per la canonizzazione di Papa Paolo VI e per il 50° anniversario della morte di Padre Pio. In questa occasione, abbiamo visitato il monte S. Angelo dove si trova il Santuario – Grotta di S. Michele. Qui ho pensato che la parrocchia di Milzanello  è intitolata a S. Michele ed è stato molto suggestivo essere lì nel luogo dove l’Arcangelo apparve lasciando la sua impronta nella roccia. Le grazie di questo  Principe glorioso, valoroso guerriero ”dell’Altissimo”, sono infinite per i suoi molti devoti che desiderano la sua protezione dalle insidie del male. 

Michele vuol dire “chi come Dio”.

Fu questo il grido di battaglia con cui debellò Lucifero e gli angeli ribelli suoi seguaci e riunì sotto la sua bandiera tutti gli angeli fedeli. Il suo stesso nome è perciò un programma di fedeltà, un grido d’amore, una proposta di vita.

“Chi come Dio”? sia anche per noi la divisa di fedele servitore di Cristo.

San Michele era il grande protettore della sinagoga ed ora è il protettore della Chiesa.

Patrizia

Paolo VI? Una figura di famiglia

Don Pierantonio Lanzoni, vice postulatore della causa di canonizzazione racconta il suo rapporto “speciale” con il Papa bresciano

Ha seguito sin dalle sue prime battute, come vice postulatore, la causa di canonizzazione di Paolo VI, un’esperienza che ha dato modo a don Pierantonio Lanzoni, di avere un suo Paolo VI tutto particolare, anche se, come ricorda, il legame con il Papa bresciano ha radici più profonde.

L’impegno dedicato alla causa di canonizzazione, ha contribuito a dare connotazioni nuove al “suo” Paolo VI?

No, per la verità, non più di tanto. Sono nato a Verolavecchia, il paese di origine di Giuditta Alghisi, mamma del papa che tra poche ore sarà proclamato santo. Paolo VI è sempre stata dunque una figura familiare. Quando da bambino vedevo in televisione le prime immagini del papa bresciano per me non era la guida della Chiesa universale, ma una figura che apparteneva al racconto della mia infanzia. A rendere ancora più vicina la figura di Paolo VI e della sua famiglia c’era anche un ricordo molto privato. Sono nato nella casa che mio nonno acquistò a Verolavecchia anche grazie all’aiuto avuto da Giorgio Montini, papà del futuro Papa. Per me e per la comunità di Verolavecchia Montini è stata una figura molto vicina, per tanti continuava, anche in presenza di una carriera ecclesiastica in costante ascesa, a essere don Battista, il figlio di Giuditta Alghisi e di Giorgio Montini, legato alla casa del Dosso, la casa di mamma Giuditta. Il mio è un Paolo VI di famiglia, di comunità visto che i Montini hanno fatto molto per Verolavecchia. Ricordo anche che mons. Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, utilizzò i proventi della vendita degli ultimi terreni di famiglia a Verolavecchia per la costruzione di nuove chiese a Milano. Fu quello un gesto che suscitò un grande rispetto nella nostra piccola comunità.

Nel “suo” Paolo VI c’è dunque anche una piccola e sana dose di orgoglio campanilistico per le comuni radici a Verolavecchia?

Sì. In un documento relativo a ritiro spirituale del 1974 Paolo VI ricostruisce le figure dei Papi della sua vita e parlando di Leone XIII scrive di avere appreso la notizia della sua morte nel 1903 durante un soggiorno nella casa materna di Verolavecchia. Leone XIII era stato il papa della Rerum Novarum e della devozione allo Spirito Santo per il quale aveva anche composto una preghiera che la mamma di Giovanni Battista Montini recitava spesso. Conosco il Paolo VI familiare, di mamma Giuditta Alghisi che ha trasmesso al figlio anche la sua grande religiosità.

Paolo VI, il papa dell’Humanae Vitae, diventa santo grazie a un miracolo sulla vita nascente. Il vice postulatore della causa è di Verolavecchia, comunità tanto importante nella vita del Papa…Segni non indifferenti di un disegno preciso?

Sì, c’è un disegno ed è grande anche anche se lo limiterei al rapporto tra il Papa e la vita, anche perché pochi sanno che la stessa gravidanza di mamma fu a rischio e il parto di Giovanni Battista problematico. Appena nato venne affidato addirittura a una balia perché il piccolo aveva problemi di salute. C’è poi un’altra parte di quello che è un disegno nitido. Nello stesso giorno in cui Giovanni Battista Montini veniva battezzato nella Pieve di Concesio, moriva a Lisieux Santa Teresina che pochi giorni prima aveva detto a una consorella che da morta sarebbe andata a vegliare sulle culle dei bambini nati o battezzati nel giorno del suo trapasso…Tutto questo legato ai due miracoli legati al tema della vita completano un quadro interessante.

Un’ultima domanda. È opinione diffusa che Brescia abbia un debito nei confronti di Paolo VI. Da vicepostulatore della causa di canonizzazione la condivide?

Si. C’è un debito che deve essere ancora colmato. Non abbiamo mai saputo corrispondere alle attenzioni che con garbo, per non essere tacciato di invadenza, Montini ha sempre avuto per la Chiesa e la ssocietà bresciana. E anche dopo la sua morte forse non ci siamo soffermati a sufficienza sulla sua grandezza. Senza entrare nel tema dell’importanza del suo papato, Montini è l’unico bresciano ad avere preso la parola davanti all’assemblea dell’Onu. Quante volte è stato ricordato questo aspetto?

Il Signore è la nostra parte di eredità

Dall’udienza nella primavera del 1978 alla conoscenza di Montini attraverso le carte dell’Istituto. Leggi la testimonianza del Presidente dell’Istituto Paolo VI

Nella primavera del 1978, insieme a un gruppo di studenti liceali del Seminario di Brescia, ho avuto la possibilità di fare un viaggio a Roma. Durante i giorni del soggiorno romano abbiamo partecipato all’udienza generale del mercoledì. È stata per me quella l’unica occasione di un incontro diretto con Paolo VI, seppure a una certa distanza e condividendo l’incontro con le migliaia di pellegrini che affollavano l’Aula oggi intitolata al papa bresciano. Di quel momento conservo un ricordo vivo. È rimasta impressa nella mia memoria anzitutto l’immagine dell’ingresso del papa nell’aula delle udienze sulla sedia gestatoria, a causa della difficoltà a camminare che si era aggravata negli ultimi mesi di vita di Paolo VI.

Ricordo anche l’emozione di trovarsi di fronte al pastore della chiesa che da giovani seminaristi avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare per la limpidezza dell’insegnamento e la generosità del servizio alla Chiesa in un’epoca storica complessa e tormentata come quella degli anni successivi al Vaticano II. Ricordo infine il saluto che al termine dell’udienza Paolo VI aveva rivolto al Seminario della sua diocesi d’origine, esortandoci a camminare con perseveranza sulla via intrapresa e a non dimenticare che “il Signore è la nostra parte di eredità”.

Quei giorni trascorsi a Roma alla fine di aprile del 1978 furono segnati da un clima pesante che gravava su una città in stato di assedio, nella quale di lì a poco si sarebbe compiuto l’epilogo del sequestro Moro. Della partecipazione di Paolo VI al dramma di Aldo Moro e dell’Italia avevamo notizia dai giornali che riferivano delle iniziative tentate per ottenerne la liberazione.

L’intensità con cui il Papa era coinvolto nella vicenda si avvertiva chiaramente dai riferimenti alla sorte di Moro che ritornavano nei discorsi domenicali all’Angelus e che noi stessi avevamo potuto ascoltare in Piazza san Pietro. Ma è stata soprattutto la preghiera di Paolo VI nella basilica di san Giovanni in Laterano in occasione delle esequie di Aldo Moro che ha destato una profonda impressione, un’impressione che si rinnova ogni volta che si riascoltano queste parole. Paolo VI infatti attingeva alle antiche parole della Scrittura per chiedere a Dio ragione di una preghiera che non era stata esaudita e, al tempo stesso, si faceva voce di un popolo ammutolito e senza parole per la tragedia che si era consumata.

Le parole del credente e del pastore che chiedevano con insistenza a Dio di ascoltare la preghiera assumevano così al tempo stesso un grande valore civile perché si facevano interpreti dell’invocazione di un popolo e, insieme, indicavano nel rispetto per la vita e nel ripudio della violenza le condizioni irrinunciabili per ogni convivenza umana. Se l’incontro con Paolo VI nella primavera del 1978 è avvenuto negli ultimi mesi di vita del papa bresciano, la collaborazione con l’Istituto Paolo VI iniziata alcuni anni dopo mi ha messo a contatto con i documenti della fase iniziale della vita di Giovanni Battista Montini e con il periodo della sua formazione bresciana. L’incontro con il giovane Montini è stato naturalmente mediato dagli scritti e dai documenti relativi al tempo della sua formazione e ai primi anni del suo ministero. Questi scritti restituiscono però con grande freschezza le sue riflessioni, le esperienze fatte e i progetti per il futuro da lui coltivati.

Le lettere e gli scritti giovanili sono particolarmente importanti per conoscere l’animo del futuro papa perché in essi egli si esprime con grande libertà, ancora privo dei condizionamenti istituzionali che nelle stagioni successive gli incarichi via via assunti porteranno con sé.

Colpisce in particolare negli scritti del giovane Montini la passione per l’annuncio del vangelo che traspare, ad esempio, dalla critica severa rivolta ai metodi e ai linguaggi seguiti dall’apologetica del tempo: le parole sono incomprensibili, gli argomenti non convincono e l’insegnamento cristiano, pur formulato in modo concettualmente rigoroso e ineccepibile, non riesce a fare breccia nella coscienza contemporanea, in particolare in quella dei giovani. A questa incomunicabilità non ci si può rassegnare, ma bisogna porre rimedio cercando anzitutto di comprendere i linguaggi e il pensiero della modernità, così come esso trova espressione nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. Affonda le radici in questa sensibilità maturata negli anni giovanili l’importanza attribuita al dialogo che molti, con buoni motivi, indicano come caratteristica dello stile pastorale di Montini.

Non è un caso che il dialogo sia proposto come uno dei cardini dell’azione della Chiesa nell’enciclica Ecclesiam suam nella quale Paolo VI delinea il programma del suo pontificato.

Testimonianza di padre Alessandro Garbagnati

Sono un Missionario Comboniano rientrato dal Brasile nel 2012 per un servizio di animazione missionaria in questa chiesa di Brescia (in questi anni Padre Alessandro ci ha seguito negli incontri della Commissione Missionaria Zonale, su incarico del Centro Missionario Diocesano). Ora che mi accingo a ripartire per la missione, qualcuno mi ha detto: “C’ è tanto bisogno anche qui!”.

É vero, non si può negare che c’è bisogno anche qui, ma se mettiamo a confronto le necessità di qui e le carenze della missione, il confronto non regge. Sono decenni, quasi secoli , che in Brasile mancano sacerdoti, suore e consacrati a tempo pieno per il lavoro pastorale. I cristiani di la, se ne sono resi conto da un pezzo e sapendo che il prete o la suora arrivano solo qualche volta, essi stessi si rimboccano le mani: dalla costruzione materiale, all’ organizzazione della comunità, passando attraverso la liturgia, la catechesi, la carità, fino all’ amministrazione delle poche risorse, fanno quasi tutto loro. Sentono la chiesa o la cappella come “la loro comunità”, frutto del loro lavoro, sforzo, impegno, sudore, fatica.

Ho sempre portato nel cuore la vitalità di queste chiese giovani nel sud del mondo, la loro fede in mezzo a tante prove (ingiustizie, violenze, persecuzioni). Ora ripartendo per il Brasile porto con me la memoria dei laici e laiche che qui ho incontrato e con i quali ho collaborato.

Le numerose persone che ho conosciuto nelle parrocchie e non solo: animatori e animatrici, catechisti e catechiste, partecipanti a gruppi o a commissioni missionarie zonali. Ho incontrato persone piene di Spirito Santo e di fede, capaci di vedere il bello e il buono nell’ operato degli altri. Ho trovato in loro sensibilità, preoccupazione sincera e attiva per la missione, tradotti in azione concreta nella catechesi, nella liturgia: quante belle attività.

Come non pensare a Papa Francesco e a quello che ha scritto nell’ “Evangelii Gaudium”: dove arriva il Vangelo, arriva la gioia! In unione di preghiera, auguri missionari a tutti. 

Defensor fidei: un Papa Magno

La testimonianza di Massimo Gandolfini, il medico che ha seguito il miracolo della piccola Amanda

Un giorno di qualche anno fa, venni contattato da don Antonio Lanzoni (vicepostulatore della causa di canonizzazione di Paolo VI), che mi propose di studiare il caso di una guarigione particolarmente significativa: una donna, gravida in età abbastanza avanzata, che stava portando avanti una gravidanza “senza speranza” aveva chiesto l’intercessione di Paolo VI, allora già Beato, il “papa della vita”, con preghiere, suppliche, novene e un pellegrinaggio di fede al Santuario delle Grazie, a Brescia. La bimba e la mamma, mi raccontava ancora don Lanzoni, “incredibilmente” avevano superato tante difficoltà e la piccola era nata sana, senza malformazioni. Capii che si trattava di un caso davvero eccezionale e decidemmo di procedere lungo l’iter canonico necessario, che ha portato alla decisione ultima di papa Francesco. Dunque, Papa Paolo VI sarà dichiarato “santo” il prossimo 14 ottobre e la Chiesa universale potrà venerarlo veramente come il patrono della “vita nascente”.

Per questo miracolo e per quello che portò alla beatificazione, entrambi i miracoli rivolti a una vita prenatale, senza dimenticare il grande impegno apostolico che Papa Montini ebbe per la trasmissione della vita, il “mio” Paolo VI è un papa “Magno”, alla stregua dei grandi Leone o Gregorio, un vero “defensor fidei” – oserei dire contro tutto e contro tutti, o quasi: basti pensare al Concilio Vaticano II, alla Populorum Progressio (in epoca in cui il materialismo ateo e marxista stava invadendo il mondo), alla lettera agli “uomini delle Brigate Rosse” (modello di fede incrollabile di fronte ad un dolore umano straziante) e, soprattutto, alla Humanae Vitae, l’enciclica che gli costò lacrime e sangue. Non è certamente mio compito entrare in particolari valutazioni, teologiche o pastorali, su quest’enciclica tanto “discussa”, allora come ora.

Una vera “pietra d’inciampo” per chiunque si avventuri nel campo minato di un adeguamento della Chiesa alla mentalità del tempo, ai costumi che evolvono, alla presa di coscienza che “ormai così fan tutti” e che, quindi, “bisogna adeguarsi”. Soprattutto fuori, ma molto anche dentro alla Chiesa, egli ebbe il coraggio di opporsi e contrastare una mentalità materialista/edonista che pretendeva o chiedeva di dare una lettura nuova, al passo coi tempi, della morale sessuale. Dichiarando con autorità magisteriale, che il significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale sono inscindibili, Paolo VI fu davvero un “profeta”. Intuì in modo sapienziale – cioè ricco di quella sapienza che siede accanto a Dio in trono, che non ha nulla a che fare con la cosiddetta sapienza contingente e spesso utilitarista degli uomini – che da quella invocata scissione dei due aspetti poteva generarsi ogni abuso in tema di sessualità e affettività. Dietro e dentro il tema della contraccezione Paolo VI intuì che era in gioco l’essenza stessa del rapporto fra il Creatore ed il creato, fra Dio e l’uomo, fra il Maestro e il discepolo, fra la libertà e l’arbitrio, fra la ragione che discerne fra bene e male, e l’autodeterminazione che non tollera alcun limite. Ma è in gioco anche il futuro della Chiesa, custode privilegiata del mistero della vita. Paolo VI ne era profondamente consapevole e – come tutti i veri profeti – sopportò dolori spirituali enormi, al servizio di una Verità integrale sull’uomo che non poteva piegarsi alla moda del “mondo”.