La fede, la speranza e la carità

…sono le ore 22.00 e ho finito il turno di lavoro. Non vedo l’ora di togliermi la mascherina! Ho prurito sulle guance e dolore lì, dove gli elastici hanno lasciato il solco. Devo ricordarmi l’esatta sequenza di svestizione, perché non è per me un rituale meccanico e spesso ancora sbaglio… primo paio di guanti, camice, calzari (quest’ultimo modello crea molta condensa e ho le calze bagnate). Ho bevuto una sola volta durante il turno, per cui mi sento la bocca arsa e gli occhi asciutti per i presidi utilizzati. Disinfetto la visiera, gli occhiali, il timbro e il fonendoscopio, così per domani saranno già pronti.

Prima di lavarmi, ripasso con il cloro la scrivania, le maniglie, il lavandino del nostro studio medico con la speranza di averlo reso il più sterile possibile.

Oggi e’ stata una giornata difficile: il Signor Francesco non ce l’ha fatta! Avevo proprio sperato, ero proprio convinta che la terapia avrebbe dato risultati. Non avrei mai voluto fare quella telefonata alla figlia con la quale, nelle ultime settimane, avevo condiviso sofferenza, speranza e anche confidenze. Ieri, invece, ero così felice di aver dimesso i primi due Pazienti guariti: il Signor Giovanni, seduto sulla seggiolina, con il sacco contenente gli effetti personali appoggiato sulle gambe, prima di lasciare il reparto con i volontari ha abbassato la mascherina e mi ha detto: ”Grazie” e con un sorriso mi ha assicurato che, finito tutto, sarebbe venuto a trovarmi; mentre con la Signora Paola, non sono riuscita a trattenere le lacrime. Con lei avevo condiviso la preoccupazione per i nostri figli: lei sperava con coraggio di superare la malattia anche per loro; io invece avevo paura di non garantire ai miei figli un’adeguata protezione una volta rientrata a casa.

Mentre i pensieri e i sentimenti si affastellano nella mente, come un equilibrista mi rivesto e reindosso guanti e mascherina. Mi rimane il viaggio di ritorno in automobile verso casa per riflettere, piangere e pensare. Questa malattia ci ha trovati tutti impreparati, era sconosciuta nel suo decorso, nei meccanismi di risposta, nelle manifestazioni cliniche. Ogni giorno le società scientifiche ci bombardavano di protocolli, studi, proposte terapeutiche e ipotesi eziopatogentiche. Purtroppo abbiamo fatto in fretta a conoscerne la prognosi. Come medici ci siamo sentiti impotenti di fronte alla carenza di terapie e di dispositivi. Nelle prime settimane ci siamo dovuti confrontare con scelte difficili: a chi assegnare l’ultimo ventilatore rimasto, a chi prescrivere l’unica dose disponibile del farmaco sperimentale, chi proporre per l’unico posto in terapia intensiva… (Siamo stati obbligati a compiere scelte che innescavano una serie di domande alle quali non abbiamo avuto tempo di dare delle risposte). In quei momenti ho faticato a reprimere la rabbia e il dolore per dover essere stata costretta a prendere tali decisioni, ma non c’era tempo per lamentele o per ritardi. Rimane il dispiacere e il senso di colpa con il quale noi medici dovremo convivere.

In quanto medico, Don Davide mi ha chiesto una testimonianza personale in qualità di cristiana. Ho pensato pertanto a come ho vissuto le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

La Carità, una virtù cristiana espressione dell’amore verso gli altri, ammetto che per me è stata la più “facile e spontanea” da esaudire. Chi sceglie di fare il medico, non può non avere come presupposto nel proprio lavoro, il dare (donarsi o donare) agli altri. Di fronte alle sofferenze dei nostri pazienti in questi mesi, la stanchezza, i riposi mancati, lo stress lavorativo quotidiano, non sono stati per me e per tutti gli operatori impegnati sul campo un problema. Anche la paura di contrarre l’infezione, in quei momenti, veniva dimenticata. Con tanta devozione i pazienti sono stati assistiti dagli infermieri e dagli operatori che rispondevano alle innumerevoli chiamate dei campanelli: chi voleva una garza per inumidire la bocca secca a causa degli alti flussi di ossigeno a cui erano sottoposti, chi voleva cambiare posizione a letto in quanto sofferente, qualcun altro voleva che gli fosse sistemata la maschera… Quando le forze lo permettevano poi sono state rasate barbe, tagliati capelli e persino “messo smalti”. Quante tenere carezze e parole di incoraggiamento abbiamo dispensato.

La “Speranza” è stata invece la virtù più difficile da gestire. Riporre la fiducia nella promessa di Cristo di una vita eterna, si scontrava con il desiderio di felicità in questa vita terrena. Tuttavia in questi mesi penso di aver conosciuto una visione più “umana” della speranza. La moglie del Signor Renato è rimasta per una settimana seduta sulla seggiola nel corridoio all’esterno del reparto e, ogni volta che passavo, mi consegnava dei bigliettini che dovevo poi portare e leggere al marito. Anche la figlia del Signor Stefano mi portava i disegni delle nipotine da consegnare al nonno, per dimostrargli l’affetto e infondergli coraggio. Ho condiviso la “Speranza” durante le difficili telefonate con i parenti, ai quali sentivo di comunicare anche i pur minimi miglioramenti clinici. Come medico e come cristiana, ho comunque sempre sperato, di fronte alla morte di numerosi pazienti, che il Signore li accogliesse per una vita migliore, anche se sostenere questo dolore non è stato in quei momenti facile e tutt’oggi ha lasciato segni profondi (e tutt’oggi ne porto il triste ricordo).

“Speranza” erano le quotidiane chiamate delle mie sorelle e dei miei amici, che mi sostenevano giorno dopo giorno.

“Speranza” la trasmettevano i cartelloni dei bambini con la scritta “andrà tutto bene” appesa ai cancelli, fonte di conforto lungo il tragitto in quelle strade deserte.

La speranza era viva in tutti quei momenti di lavoro di squadra in reparto, dove ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze e attitudini personali per il bene del paziente.

Infine la Fede. Come dimenticare l’immagine di Papa Francesco davanti al Crocifisso, in una piazza San Pietro deserta. La fede in questo periodo è stata per me preghiera. Il Padre nostro è stato il “pane quotidiano”. Le preghiere sono state il supporto della mia famiglia e dei miei amici. Io stessa chiedevo ai miei figli di pregare per i miei pazienti. Ora sono arrivata a casa, e aprendo la porta d’ingresso ricordo le parole che mia nonna mi diceva sempre: “la Fede nel Signore è la nostra forza”.

Certamente questo periodo ha messo a dura prova il mio essere medico, tuttavia credo che ognuno di noi sia chiamato a vivere la propria vocazione con coraggio e forza.

Olivia Elesbani

Sorelle di Vangelo per abitare la storia

Un Capitolo è sempre un evento di grazia divina e di straordinaria vitalità umana per tutte, una boccata di ossigeno che spalanca al domani. La testimonianza delle Suore Operaie

“Sorelle di Vangelo per abitare la storia”, questo è il titolo che definisce il tema del XIV Capitolo generale delle Suore Operaie, programmato per il marzo di quest’anno. Un Capitolo è sempre un evento di grazia divina e di straordinaria vitalità umana per tutte, una boccata di ossigeno che spalanca al domani, mentre si fa tesoro della storia di ogni sorella, di tutte le comunità, di ogni scelta, di ogni intuizione e di ogni fatica. Preparate da un lungo lavoro di mesi e consapevoli di rappresentare tutta la nostra famiglia religiosa, siamo arrivate a Fantecolo di Provaglio d’Iseo da varie parti del mondo. Trenta sorelle aperte alla voce dello Spirito e attente ai segni dei tempi. Così ci ha sorprese il covid 19, con il cuore aperto a Dio e alla storia. “Stare nella debolezza e abitare la casa comune”, con queste parole la Madre generale, suor Sabrina Pianta, da subito ci ha esortate a vivere questo tempo difficile. Il Capitolo è iniziato in un clima di forte insicurezza e di grande paura, tuttavia terreno fertile per una più radicale fiducia in Dio e insieme condizione favorevole per quella condivisione di vita con l’umanità, che è parte del nostro carisma. Così abbiamo vissuto questo periodo: sessioni di lavoro sospese e poi riaperte a singhiozzo, flessibilità di tempi e orari, servizi per la cura delle ammalate, i pasti, il bucato, la casa. Avevamo elaborato un ricco strumento di lavoro sulla sfida dell’interculturalità e ci siamo trovate a vivere fianco a fianco, italiane, burundesi, brasiliane e maliane, ognuna con il suo pezzo di mondo da mettere a disposizione dell’altra per il bene e la vita di tutte. Così abbiamo accolto la notizia della morte di tante nostre care sorelle, di alcuni nostri genitori, addirittura di suor Paola, una di noi, che era qui a Fantecolo fino a qualche giorno prima, la “madre” che ha “generato” tante di noi alla vita consacrata. Il seme è davvero morto questa volta, ma il frutto non si è fatto attendere: con il cuore ancora straziato per la perdita di suor Paola, in quegli stessi giorni, – lei “presente” ancora tra noi con la sua vulcanica forza di vita – abbiamo confermato Madre Sabrina come superiora generale ed eletto un consiglio davvero interculturale: suor Italina Parente (attuale vice direttore dell’Ufficio per l’impegno sociale), suor Isabel brasiliana, suor Elysée e suor Renilde burundesi. Lacrime e sorrisi si sono mescolati in un abbraccio di cuori tra cielo e terra, vere sorelle di Vangelo per abitare questa nostra storia.

Testimonianza di Maurizio

Giornata della vita. Testimonianza di Maurizio Calestani

In occasione della giornata della vita abbiamo voluto intervistare un testimone di una vita ferita e limitata: Calestani Maurizio. Ha 63 anni e abita a Leno in via XXVIII maggio, 3. La vita di Maurizio è stata segnata presto dalla sofferenza. A 7 anni ha perso un occhio giocando con un amico. Questo non gli ha impedito di diventare architetto. Nel novembre però del 2000, a 43 anni, una meningite non riconosciuta ha fatto scattare in lui una paralisi progressiva agli arti. La SLA ha fatto poi il resto. Dal 2008 è completamente paralizzato e del tutto immobile. Muove soltanto gli occhi, la bocca e parla con fatica.

Maurizio, come hai reagito di fronte a questa malattia?

All’inizio ho reagito con una buona dose di fatalismo. È successo a me. Non ci posso fare niente. Pazienza. Dicevo a me stesso: “Cerca di stare tranquillo!”.

Come valuti la vita?

Nonostante tutto, la vita è una cosa bella. Vale sempre la pena di essere vissuta. A volte però sono giù di morale e capisco quelli che nelle mie condizioni vogliono farla finita. In certi momenti la vita è proprio dura da sopportare.

Stupisce la tua serenità. Donde deriva?

La fede in Dio e nell’aiuto della Madonna mi sta aiutando molto. Sono molto cambiato da quando, già ammalato, sono stato in pellegrinaggio a Mejugorie. Lì ho ripreso a vivere. Ho provato una pace che non avevo mai provato prima. Così, nella malattia, la mia fede, paradossalmente, è diventata più intensa e gratuita. Ogni settimana faccio la Comunione e ringrazio Dio per il dono della serenità e della pace. A volte mi chiedo: se non avessi avuto questa disavventura, avrei riaperto ugualmente la porta della fede? La risposta non ce l’ho. Però si dà il caso che sia successo questo. Per me è già una risposta sufficiente.

Accanto alla fede, mi stanno aiutando molto le persone che mi circondano. Sono belle persone; mi stanno accanto senza farmi pesare la fatica e il dolore che provoco in loro. Mi amano come sono, anche quando, talvolta, mi arrabbio con loro.

Hai qualcosa da dire ai giovani?

La vedo dura per i giovani, perché vivono in una società che è notevolmente in declino. Quello che mi preoccupa di più dei giovani d’oggi è la mancanza di passione. Tanti non hanno passione per niente. Anche alla Messa domenicale vedo pochi giovani, soprattutto maschi. È una sofferenza, perché la fede aiuta a vivere nonostante tutto. Alcuni di loro vengono a trovarmi: sono buoni. “Forza, ragazzi: il futuro vi appartiene, non buttatelo al vento con una vita insignificante. Se per caso vi capitasse di allontanarvi dal seminato, ricordatevi di lasciare sempre un po’ aperta una porticina, quella della fede”.

Nutriti dalla bellezza – Pierangelo Milesi

Pierangelo Milesi, 42 anni di Corteno Golgi, sposato, padre due figli, insegnante di religione. Dal 2016 è presidente delle Acli provinciali di Brescia. Determinante nella scelta dell’impegno in campo associativo l’educazione ricevuta in famiglia, in parrocchia e negli anni di ricerca trascorsi in Seminario. Ha vissuto il cammino che l’ha portato alla presidenza delle Acli e l’esperienza in corso come una sorta di percorso vocazionale.

Nutriti dalla bellezza – Don Giovanni (Gino) Regonaschi

Don Giovanni (Gino) Regonaschi, 67 anni, originario di Isorella, è stato ordinato sacerdote nel 1976. Dal 2002 è parroco della comunità di Borgosatollo, alle porte di Brescia, dove nel 2008 ha dato avvio a un’esperienza di adorazione eucaristica perpetua.

Nutriti dalla bellezza – Edoardo Ferrari

Edoardo Ferrari, originario di Ponte di Legno, 53 anni scultore. Ha iniziato la carriera dopo gli studi al liceo artistico Foppa di Brescia e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Figlio e nipote d’arte, ha sviluppato una sensibilità artistica particolare nel campo dell’arte sacra a servizio della liturgia. Le sue opere sono presenti in chiese e cattedrali italiane e nel mondo

Acquila e Priscilla

La passione della testimonianza

“La vicenda di Aquila e Priscilla, una coppia di giudei appartenente alla primitiva comunità cristiana, induce un diverso modo d’intendere il rapporto tra coppia e chiesa. Aquila e la moglie Priscilla, giudei profughi giunti da Roma, risiedono a Corinto. Il loro primo contatto con la novità del cristianesimo avviene sul posto di lavoro. Gestendo una piccola attività economica per la costruzione di tende, offrono lavoro all’apostolo Paolo, perché possa mantenersi mentre annuncia il vangelo.  Quell’incontro segna la loro vita, che procede con un crescente coinvolgimento nella vita dell’Apostolo.” (da A. Fumagalli “E Dio disse loro…” ed. San Paolo pag.53). Lo ospitano nella loro casa (Atti 18,2-3), lo accompagnano nei suoi viaggi (Atti 18,18), condividono la sua opera fino a “rischiare la testa per lui” (Romani 16,4). A poco a poco i due coniugi acquistano ruoli sempre più importanti nell’evangelizzazione sia a Corinto che a Efeso fino a farsi promotori di una maggiore chiarezza nell’esporre i contenuti della fede in Cristo Gesù, a farsi catechisti nei confronti di Apollo.

Atti degli Apostoli 18, 1-18

Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare. E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio. Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge». Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò. Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto. Giunsero a Efeso, dove lasciò i due coniugi, ed entrato nella sinagoga si mise a discutere con i Giudei. Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. Tuttavia prese congedo dicendo: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio lo vorrà», quindi partì da Efeso. Giunto a Cesarèa, si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia. Trascorso colà un po’ di tempo, partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli. Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. 

Quante volte ci è capitato di sentire critiche sulla chiesa e sul suo operato. Il ruolo della chiesa nella storia e dei suoi membri è sempre più spesso travisato e incompreso. Ci fa soffrire soprattutto il fatto che a volte questa incapacità di leggere il compito che Gesù ha affidato alla chiesa avvenga all’interno di famiglie o comunità che si definiscono cristiane. In questo modo si verifica un profondo distacco dalla vera identità di cristiani: “essere” chiesa, riconoscersi chiesa è indispensabile per poter essere testimoni di Cristo. La chiesa è sempre in cammino, santa e peccatrice, ma arricchita del dono dello Spirito che permette questo riconoscimento. Aquila e Priscilla hanno tanto da dirci a questo proposito; ci insegnano soprattutto ad essere chiesa, comunità in cammino, testimoni del Cristo risorto. Prima di prendere in considerazione cosa fa la chiesa dobbiamo infatti tutti riconoscerci parte viva di essa.

Questa coppia è chiesa in un modo talmente concreto da poter passare inosservato:

  1. La coppia Aquila e Priscilla è chiesa che accoglie. Aperta ad ascoltare, a “far entrare” nella propria casa, pronta a condividere un lavoro, un tetto e soprattutto il bagaglio di fede acquisito.
  2. Questa coppia è chiesa che “parte”, si fa missionaria. Questi coniugi infatti vivono la casa, ma è una casa che si può lasciare per un compito più grande, prioritario, come l’evangelizzazione: si fanno compagni di un maestro per il compito affidato da Gesù alla chiesa.
  3. Infine questa coppia è chiesa che “testimonia” la fede e che la trasmette attraverso un insegnamento permeato di cura, di dolcezza, di attenzione genitoriale. (L’educazione del cuore direbbe don Bosco). Nei confronti di Apollo: “Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio”. Per spiegare la via nuova di Dio lo accolgono, lo ascoltano, si prendono cura di lui e lo indirizzano al meglio. Sono maestri in umiltà: è in un modo familiare che si insegna la verità su Gesù.

L’evangelizzazione passa dunque attraverso questi tre aspetti, vissuti nella concretezza della vita familiare, nella casa, nel quotidiano, nell’incontro, nel contatto diretto, nella vicinanza. Tutto questo Aquila e Priscilla lo fanno perché vivono nello Spirito, sono testimoni efficaci dell’essere chiesa. Certo ci sembra di scorgere una urgenza, una priorità nell’essere chiesa, nell’uscire allo scoperto in questo mondo e mettere in evidenza che la famiglia, forse oggi più di allora, deve essere protagonista di un ruolo evangelizzatore. La famiglia deve appropriarsi del suo ruolo ed essere chiesa domestica. Utopia?

Forse per qualcuno, ma non per chi crede nel dono dello Spirito e per chi, come Aquila e Priscilla si lascia pervadere da questo stesso Spirito che illumina la mente e il cuore della chiesa.

Testimonianza vocazionale

Sono Luca, ho 25 anni e non volevo fare il prete.

Ero un ragazzo dell’oratorio e a 18 mi sono trovato a vivere un’esperienza insieme ai miei amici e ad altri due milioni e mezzo di giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid con il papa. Ho studiato lingue, per cui era una bellissima occasione per imparare lo spagnolo e conoscere gente straniera. Certamente non immaginavo che i piani di Dio sulla mia vita erano completamente differenti. Durante il viaggio in nave verso Barcellona conosco un ragazzo, della mia stessa età e dopo qualche ora scopro che era in seminario. A 18 anni uno è in seminario perché vuole diventare prete? Quello è fuori di testa! Però questa sua scelta esercitava su di me un’attrattiva non indifferente. Ci siamo conosciuti e tra le altre ho scoperto essere un ragazzo normalissimo, in cammino per capire un po’ di più il progetto di Dio sulla sua vita.

Ultimo giorno di GMG, durante il momento di ringraziamento dopo la comunione, il mondo mi è crollato addosso. Tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento si è concretizzato con una domanda: Signore, vuoi che diventi prete? E chiaramente la risposta era “Sì!”. La risposta di un diciottenne pieno di spirito ed entusiasmo qual ero. Per cui, dopo un momento di incomprensione della cosa e dopo averne parlato con il mio don, che era più carico di me, avevo pensato che la mossa migliore da fare era parlarne con la mia mamma. Beh… diciamo che non ha manifestato lo stesso entusiasmo che avevo io, anzi. Da lì è iniziata una serie di lotte, urla, pianti, litigi che mi hanno fatto dire: Ma chi me lo fa fare! Il prete, no grazie.

Così mi sono fidanzato con una ragazza che avevo conosciuto alla GMG, ho iniziato un corso di ballo che era un sogno che tenevo nel cassetto da anni, ho finito il liceo e sono entrato nel mondo dell’università, continuando a studiare le lingue tanto amate. E qui ho conosciuto una ragazza di un anno più vecchia di me che oltre a farmi capire un po’ come funzionava l’università, a giugno mi dice: Ma lo sai che mio fratello viene a far servizio nella tua parrocchia?

Tuo fratello? Ma non eri figlia unica? Ecco, aveva un fratello, della mia stessa età, in seminario, che sarebbe venuto a far servizio il sabato e domenica nella mia parrocchia. Da quel momento ho smesso di credere nel caso. Stavo tornando da uno spettacolo di ballo quando la domanda della vita mi è tornata: Luca, cosa stai facendo della tua vita?

OK. Avevo tutto quello che desideravo: ero fidanzato, andavo bene all’università, la mia attività di educatore in oratorio aveva un certo successo, avevo una proposta di lavoro, mi avevano chiesto di prender parte in un cast per il musical che tanto amavo…. Ma quando tornavo a casa la sera, anche dopo delle super giornate, non ero felice. Mi mancava qualcosa per far sì che la mia vita fosse piena. Così ho iniziato un cammino di discernimento con il mio don che mi ha portato a chiedere di poter essere ammesso al seminario diocesano di Brescia.

Non perché avere una famiglia mi faccia schifo. Non perché guadagno economicamente di più. Non perché le lingue che ho studiato non mi diano soddisfazione. No. La scelta sta proprio qui: capire di essere fatto anche per altro. Ma il Signore per me ha pensato ad un’altra cosa.

Ed è un cammino continuo alla scoperta di quei segni che ogni giorno Dio mi manda: persone, eventi che mi han fatto comprendere di essere stato amato, cercato anche quando ero lontano, anche quando ho dubitato che Dio ci fosse, e infine chiamato a diventare sacerdote, scombussolando i miei piani e i piani di chi mi vive accanto.

Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene.

Insomma, il Signore mi chiama e ci chiama a diventare dei parolieri. Lui è l’inizio… l’Alfa; e la fine… l’Omèga. Il resto delle lettere è in mano nostra e il compito è quello di metterle al posto giusto. L’Alfa ci ha creato, l’Omèga ci dice che un giorno la nostra vita terrena finirà per aprirsi alla vita eterna. E in mezzo? Che fare? Una serie di lettere sconclusionate da cercare di ordinare per far sì che si capisca il senso della parola che si vuole comporre. E se sbagliamo a fare le combinazioni, guardando all’inizio e alla fine capiamo che siamo in errore. E il gioco ricomincia.

Chi è Gesù per me? Qual è la mia vocazione? E non vale soltanto per i preti, le suore, i seminaristi… no. Ciascuno è chiamato a rispondere alla propria secondo quanto Dio ha pensato per lui: chi mamma, chi papà, chi nonno, nonna, zia, figlio… solo occupando il posto che Dio ha pensato per noi possiamo essere pienamente felici.

In questa giornata di preghiera per il seminario, chiedo a ciascuno di voi di pregare per me, per i miei compagni, per gli educatori che ci seguono e accompagnano in questo cammino.

Solo nelle mani del paroliere possiamo diventare lettere piene, non sparse, ma composte in modo tale da creare una meravigliosa poesia.

I nostri santi protettori

La piccola comunità di Milzanello ha il privilegio di avere ben due santi intercessori presso il Padre Celeste.

San Michele Arcangelo, titolare della parrocchia e Sant’Urbano Martire, patrono della comunità. 

La festa di san Michele ricorre il 29 settembre e, come ogni anno, è stata festeggiata con la messa solenne all’interno della quale il coro ha dato prova di grande professionalità. La chiesa parrocchiale era allestita splendidamente con gli arredi ristrutturati, quindi lucenti, e con fiori bianchi. La funzione è stata seguita dalla comunità con fede e commozione. 

La festa di sant’Urbano ha avuto luogo il 4 novembre. La celebrazione è iniziata con una manifestazione pubblica, percorrendo la strada dalla piazzetta dei Caduti fino in chiesa. Le spoglie del Santo sono state portate, sulle spalle, alla parrocchiale, dove è stata celebrata la Santa Messa, in modo solenne con il canto del coro e allestimento rigorosamente di color rosso. In questa occasione si è svolta anche la festa del ringraziamento e, al termine della Messa, sono stati benedetti i mezzi agricoli e tutti i presenti.

Sant’Urbano, che da sempre è stato onorato a Milzanello, ultimamente era stato messo un po’ in ombra e le sue reliquie venivano portate in processione insieme alla Madonna del Rosario, senza avere un loro spazio. Già l’anno scorso è stata celebrata una festa riservata al Santo, ma quest’anno il patrono ha ricevuto un tributo più solenne. 

Inoltre, attraverso una ricerca effettuata da Chiara Ravagni (incaricata da don Ciro di fare questa ricerca) la comunità ha avuto modo di conoscere la possibile provenienza del corpo e le origini del Santo. 

Il piccolo libro “S. Urbano Martire. Storia delle S. Reliquie del patrono di Milzanello” è stato distribuito in omaggio a tutti i presenti.

Entrambe le feste, San Michele e S. Urbano, sono state precedute o seguite da un momento di convivialità alla quale molti hanno partecipato. Per i bambini giochi e castagnata in oratorio.

La comunità ringrazia: i sacerdoti che hanno dato la possibilità a tutti di vivere un momento di raccoglimento intorno a questi Santi che la proteggono; i volontari, Chiara Ravagni, il coro e tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita delle feste. 

Testimonianza

Ho partecipato al pellegrinaggio per la canonizzazione di Papa Paolo VI e per il 50° anniversario della morte di Padre Pio. In questa occasione, abbiamo visitato il monte S. Angelo dove si trova il Santuario – Grotta di S. Michele. Qui ho pensato che la parrocchia di Milzanello  è intitolata a S. Michele ed è stato molto suggestivo essere lì nel luogo dove l’Arcangelo apparve lasciando la sua impronta nella roccia. Le grazie di questo  Principe glorioso, valoroso guerriero ”dell’Altissimo”, sono infinite per i suoi molti devoti che desiderano la sua protezione dalle insidie del male. 

Michele vuol dire “chi come Dio”.

Fu questo il grido di battaglia con cui debellò Lucifero e gli angeli ribelli suoi seguaci e riunì sotto la sua bandiera tutti gli angeli fedeli. Il suo stesso nome è perciò un programma di fedeltà, un grido d’amore, una proposta di vita.

“Chi come Dio”? sia anche per noi la divisa di fedele servitore di Cristo.

San Michele era il grande protettore della sinagoga ed ora è il protettore della Chiesa.

Patrizia

Paolo VI? Una figura di famiglia

Don Pierantonio Lanzoni, vice postulatore della causa di canonizzazione racconta il suo rapporto “speciale” con il Papa bresciano

Ha seguito sin dalle sue prime battute, come vice postulatore, la causa di canonizzazione di Paolo VI, un’esperienza che ha dato modo a don Pierantonio Lanzoni, di avere un suo Paolo VI tutto particolare, anche se, come ricorda, il legame con il Papa bresciano ha radici più profonde.

L’impegno dedicato alla causa di canonizzazione, ha contribuito a dare connotazioni nuove al “suo” Paolo VI?

No, per la verità, non più di tanto. Sono nato a Verolavecchia, il paese di origine di Giuditta Alghisi, mamma del papa che tra poche ore sarà proclamato santo. Paolo VI è sempre stata dunque una figura familiare. Quando da bambino vedevo in televisione le prime immagini del papa bresciano per me non era la guida della Chiesa universale, ma una figura che apparteneva al racconto della mia infanzia. A rendere ancora più vicina la figura di Paolo VI e della sua famiglia c’era anche un ricordo molto privato. Sono nato nella casa che mio nonno acquistò a Verolavecchia anche grazie all’aiuto avuto da Giorgio Montini, papà del futuro Papa. Per me e per la comunità di Verolavecchia Montini è stata una figura molto vicina, per tanti continuava, anche in presenza di una carriera ecclesiastica in costante ascesa, a essere don Battista, il figlio di Giuditta Alghisi e di Giorgio Montini, legato alla casa del Dosso, la casa di mamma Giuditta. Il mio è un Paolo VI di famiglia, di comunità visto che i Montini hanno fatto molto per Verolavecchia. Ricordo anche che mons. Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, utilizzò i proventi della vendita degli ultimi terreni di famiglia a Verolavecchia per la costruzione di nuove chiese a Milano. Fu quello un gesto che suscitò un grande rispetto nella nostra piccola comunità.

Nel “suo” Paolo VI c’è dunque anche una piccola e sana dose di orgoglio campanilistico per le comuni radici a Verolavecchia?

Sì. In un documento relativo a ritiro spirituale del 1974 Paolo VI ricostruisce le figure dei Papi della sua vita e parlando di Leone XIII scrive di avere appreso la notizia della sua morte nel 1903 durante un soggiorno nella casa materna di Verolavecchia. Leone XIII era stato il papa della Rerum Novarum e della devozione allo Spirito Santo per il quale aveva anche composto una preghiera che la mamma di Giovanni Battista Montini recitava spesso. Conosco il Paolo VI familiare, di mamma Giuditta Alghisi che ha trasmesso al figlio anche la sua grande religiosità.

Paolo VI, il papa dell’Humanae Vitae, diventa santo grazie a un miracolo sulla vita nascente. Il vice postulatore della causa è di Verolavecchia, comunità tanto importante nella vita del Papa…Segni non indifferenti di un disegno preciso?

Sì, c’è un disegno ed è grande anche anche se lo limiterei al rapporto tra il Papa e la vita, anche perché pochi sanno che la stessa gravidanza di mamma fu a rischio e il parto di Giovanni Battista problematico. Appena nato venne affidato addirittura a una balia perché il piccolo aveva problemi di salute. C’è poi un’altra parte di quello che è un disegno nitido. Nello stesso giorno in cui Giovanni Battista Montini veniva battezzato nella Pieve di Concesio, moriva a Lisieux Santa Teresina che pochi giorni prima aveva detto a una consorella che da morta sarebbe andata a vegliare sulle culle dei bambini nati o battezzati nel giorno del suo trapasso…Tutto questo legato ai due miracoli legati al tema della vita completano un quadro interessante.

Un’ultima domanda. È opinione diffusa che Brescia abbia un debito nei confronti di Paolo VI. Da vicepostulatore della causa di canonizzazione la condivide?

Si. C’è un debito che deve essere ancora colmato. Non abbiamo mai saputo corrispondere alle attenzioni che con garbo, per non essere tacciato di invadenza, Montini ha sempre avuto per la Chiesa e la ssocietà bresciana. E anche dopo la sua morte forse non ci siamo soffermati a sufficienza sulla sua grandezza. Senza entrare nel tema dell’importanza del suo papato, Montini è l’unico bresciano ad avere preso la parola davanti all’assemblea dell’Onu. Quante volte è stato ricordato questo aspetto?