Distruggete questo tempio e lo farò risorgere

Il vescovo Pierantonio commenta il vangelo di questa domenica, Gv 2, 13-25.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.

Luce per tutte le genti

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa della Giornata della Vita Consacrata – Venerdì 2 febbraio 2018

Nella festa della Presentazione al tempio del Signore celebriamo – come è tradizione – la Giornata della vita Consacrata. L’episodio che viene raccontato nel Vangelo di Luca e che ricordiamo come quarto mistero gaudioso nella recita del Rosario, fa dunque da sfondo alla meditazione che ogni anno la Chiesa ci invita a fare sul valore, la bellezza, la preziosità e la necessità della vita consacrata. L’episodio della Presentazione al tempio di Gesù, nella sua semplicità, ci appare molto suggestivo. Protagonista della vicenda è, insieme al bambino Gesù e ai suoi genitori, un uomo di nome Simeone, figura ormai divenuta molto cara a tutta la tradizione cristiana.

Simeone ci sorprende, perché è capace di riconoscere il Messia di Dio nel bambino che Maria e Giuseppe portano da Nazareth al tempio per la purificazione richiesta dalla legge. Lo fa identificandolo in mezzo alla grande folla, migliaia di persone, che quotidianamente riempiva i cortili e i portici dell’immenso tempio di Gerusalemme. L’evangelista, che ci spiega in quale modo un simile riconoscimento abbia potuto accadere, ci offre così anche alcune preziose indicazioni riguardanti quest’uomo, rappresentante esemplare dei pii credenti di Israele in attesa del Messia di Dio.

Simeone è un uomo molto anziano, ormai prossimo alla morte. È un uomo “giusto e pio”, uomo di preghiera, retto e buono, amante del tempio e della legge, che riconosce come doni preziosi del Signore Dio di Israele. È uno che aspetta la consolazione di Israele: dunque un credente, che coltiva la convinzione della fedeltà di Dio alle sue promesse di bene a favore del suo popolo ma anche dell’intera umanità, promesse di cui parlano le sante Scritture. È, infine, un uomo che si lascia totalmente ispirare e guidare dallo Spirito santo. Si legge nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato:

Lo Spirito santo gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dallo Spirito santo si recò al tempio e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù… lo accolse tra le sue braccia e benedisse Dio: Ora puoi lasciare o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele.

Il riconoscimento del Messia bel bambino Gesù deriva dunque totalmente da questo ascolto interiore dello Spirito, dall’obbedienza alle sue sollecitazioni, dalla capacità ricevuta di intuire e identificare la presenza del Signore. Ad essa si aggiunge la capacità di esprimere con parole adeguate la verità della rivelazione: salvezza, luce per tutte le genti, gloria di Israele.

Infine, il frutto che deriva da un simile riconoscimento: la serenità e la pace di fronte alla morte, la fine della vita, che tanta paura crea un po’ a tutti noi.

Simeone è un uomo di speranza, che alla fine della vita ha conservato una meravigliosa giovinezza interiore. Grazie a questa, egli è capace di guardare al futuro con serena fiducia e con riconoscenza, convinto che il Signore è fedele e che si è fatto presente tra noi. È commosso quando tiene fra le sue braccio questo bambino che lo Spirito santo gli ha rivelato essere la consolazione di Israele.

Lo stesso dobbiamo dire di Anna, la seconda figura che compare in scena nell’episodio della Presentazione di Gesù al tempio. Anche Anna è una donna “molto avanzata in età”, che “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e girono con digiuni e preghiere”. “Sopraggiunta nel momento in cui Simeone accoglie il bambino – dice il nostro testo – si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Israele”. Una donna dunque di grande fede, di intensa preghiera, amante del Signore e del suo tempio, in costante comunione spirituale con Dio, capace di riconoscerne i segni e la presenza, felice di annunciarla a quanti sono in attesa della sua manifestazione.

Simeone ed Anna sono profeti. Per loro si avvera la parola del Signore annunciata da Gioele:

Avverrà negli ultimi giorni – dice il Signore – su tutti effonderò il mio Spirito: i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni, i vostri anziani faranno sogni… in quei giorni io effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno (Gl 3,1-5)

Profezia è dare voce a Dio, riconoscere la sua rivelazione, testimoniare la sua fedeltà, lodarlo per il suo amore potente, svelare i suoi disegni di salvezza. Colpisce nelle parole di Gioele che la forma propria della profezia degli anziani sia quella di “avere sogni”: colpisce perché sembrerebbe illogica e impossibile, dal momento che essi ormai – si direbbe – non hanno futuro. Gli anziani che lo Spirito santo ha reso profeti sono dunque capaci di sognare. Lo sono perché hanno coltivato una comunione intima con Dio, hanno posto il loro cuore e la loro mente in piena sintonia con il suo amore, si sono lasciati conquistare alla sua causa di salvezza in favore degli uomini. Da qui la loro speranza tenace e serena. La profezia infatti non è mai stanca, spenta, rassegnata. Su di essa il tempo non ha l’effetto dell’usura ma piuttosto quello dell’irrobustimento. La profezia non teme di guardare al futuro; al contrario, essa desidera farlo proprio per dare contenuto e forma alla speranza che coltiva e annuncia. Così – come dice il profeta Gioele – gli anziani diventano capaci di sognare e lo fanno a beneficio delle diverse generazioni dell’umanità.

Mi piace qui riprendere un passaggio del discorso che papa Francesco tenne lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale della Vita Consacrata: “Ci fa bene – egli diceva – accogliere il sogno dei nostri padri per poter profetizzare oggi e ritrovare nuovamente ciò che un giorno ha infiammato il nostro cuore… Questo atteggiamento renderà fecondi noi consacrati, ma soprattutto ci preserverà da una tentazione che può rendere sterile la nostra vita consacrata: la tentazione della sopravvivenza… L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte”.

Vorrei domandare al Signore per tutti i consacrati e le consacrate, giovani e anziani, il dono di questa giovinezza profetica che Simeone ed Anna ci testimoniamo, caratterizzata dall’essere stretti a Gesù e dal coltivare per il futuro uno sguardo di speranza. Credo che la prima preoccupazione per tutti i consacrati debba essere quella di presentarsi al mondo nella letizia della fede, che nasce dalla convinzione che Gesù è “luce per illuminare tutte le genti”. La gioia di Simeone ed Anna per il compimento delle promesse – come abbiamo visto – era contagiosa e si trasformava in lode riconoscente. Così deve essere per ognuno che il Signore ha chiamato a vivere totalmente per lui.

Quelli dei consacrati e delle consacrate siano volti amabili, lieti, naturalmente sereni.

Dopo l’amore sincero per il Signore, il sentimento che portiamo nel cuore non sia la preoccupazione per il futuro del proprio Istituto o della propria Congregazione, ma la convinzione che la vita consacrata è gioia e bellezza ed un valore per la Chiesa. Se i modi attuali e futuri della vita consacrata sono nel cuore e nella mente di Dio, e lo Spirito certo ci aiuterà a riconoscerli, la sua essenza permane la stessa in ogni tempo. Essa sempre contribuirà a far cogliere quel nucleo essenziale del Vangelo a cui Evangelii Gauidium invita continuamente a ritornare. La testimonianza profetica e potente della vita consacrata rinvia all’amore di Cristo che salva, alla sua assoluta priorità, alla sua sicura verità, alla sua potente efficacia, alla sua raggiante bellezza. Che questa centralità dell’amore di Cristo sia il segreto della stessa vita cristiana è quanto tutta la Scrittura ci insegna: che la scelta di consacrazione sia il segno chiaro, evidente, forse oggi anche sconvolgente, di questa verità è quanto la consapevolezza della Chiesa ha sempre più maturato. È per questo che la Chiesa mai potrà fare a meno della vita consacrata, perché essa rientra nel disegno stesso di Gesù a beneficio di quella comunità di salvati che è scaturita dal mistero pasquale. Come dice bene Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Vita Consecrata, del 1996: ““In realtà, la vita consacrata si pone nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo per la sua missione… La vita consacrata non ha svolto soltanto nel passato un ruolo di aiuto e di sostegno per la Chiesa, ma è dono prezioso e necessario anche per il presente e per il futuro del Popolo di Dio, perché appartiene intimamente alla sua vita, alla sua santità, alla sua missione” (n. 3).

Gli uomini e le donne che si consegnano a Cristo Gesù, il loro amato Signore, con tutto il loro cuore, con tutta la loro mente e con tutte le loro forze e danno a questo amore totale la forma della consacrazione verginale, si presentano al mondo come il segno eloquente di una realtà che non si chiude nei confini del mondo che conosciamo, ma apre ad una realtà più grande e misteriosa, ad una forma di vita che evoca un mondo ultimo che ci stupirà e ci commuoverà per la sua perfezione e bellezza. E sempre in questa linea, la vita consacrata rivela la possibilità reale di una fecondità che oltrepassa i limiti della carne e del sangue e diventa spirituale, come spirituali diventano l’esperienza della maternità e della paternità.

Siamo chiamati, come consacrati ad elevare a Dio un canto di speranza mentre camminiamo con i nostri fratelli e le nostre sorelle lungo le strade a volte tortuose della storia. Siamo esortati da colui che ci ha scelti per grazia ad una singolare ma non privilegiata comunione con sé, a metterci con lui in mezzo al suo popolo per scoprire e trasmettere – come dice ancora papa Francesco in Evangelii Gaudium – la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che con il Signore può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio.

Sia dunque questo il nostro primo desiderio: testimoniare il valore e la bellezza della vita consacrata nel disegno di Dio. Lanciamo dall’interno delle Congregazioni o degli Istituti di cui facciamo parte, ma anche dal ministero apostolico episcopale e presbiterale, il messaggio forte e chiaro che la vita spesa a santificazione della Chiesa e del mondo nella verginità per il regno di Dio è fonte di gioia. Le attuali nuove generazioni, ragazzi e ragazze, siano raggiunti da questo annuncio limpido, sincero e appassionato, che sorge da un cuore innamorato di Cristo e del Vangelo. Solo così potranno comprendere la reale carica di vita che essa possiede.

È chiesta forse oggi a tutti noi una maggiore libertà di cuore, a favore di ciò che è essenziale. Al di là delle specifiche modalità della vita consacrata e prima di esse, occorre oggi puntare alla sostanza di questa chiamata, lasciando poi allo Spirito di confermarne o ridefinirne i contorni. Oggi è indispensabile che, guardando le vesti differenti dei consacrati e delle consacrate, cioè i diversi Ordini e Istituti e le molteplici Congregazioni, si colga anzitutto la carica attraente del dono unificante di cui la Chiesa non potrà mai fare a meno, cioè la vita consacrata in quanto tale, nella sua forma maschile e femminile.

Alla Beata Vergine Maria affidiamo il cammino di ognuno di noi, delle diverse forme di consacrazione della Chiesa e della Chiesa stessa. A lei, che in ascolto dello Spirito e nella piena disponibilità alla sua azione misteriosa, ha consentito al Signore Gesù di entrare nella nostra storia come Salvatore e Redentore, chiediamo la grazia di riconoscere e di attuare sempre ciò che Dio si attende da noi, in obbedienza alla sua volontà.

Perché Gesù scaccia i venditori del tempio?

Commento a GV 2, 13-25

Gli esseri umani sono capaci di desideri, sogni, aspirazioni. Se desideriamo qualcosa in particolare, noi ci concentriamo su quella cosa e arriviamo a farla diventare per noi un obbiettivo da raggiungere, una meta. La meta può essere anche distante perché magari è lontana nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla meta di una laurea o di un diploma che richiedono anni di studio, alla meta del matrimonio che richiede anni o mesi di fidanzamento, oppure alla meta di un lavoro che richiede anni di formazione.

La distanza della meta può essere data anche dal fatto che vi sia molto spazio che separa il punto di arrivo e quello dove ci troviamo. Prendiamo per esempio un pellegrinaggio che si trovi a migliaia di chilometri da casa, sappiamo che per raggiungerlo bisogna mettersi in viaggio e percorrere molta strada. Se anche la meta fosse lontana ma io la desidero, sono disposto ad affrontare la distanza. Devo, comunque, essere consapevole che più la meta é distante, più sarà l’impegno che mi verrà richiesto e più impegno vuol dire maggior fatica e maggior fatica porta stanchezza.

La stanchezza deve essere gestita e controllata altrimenti rischia di diventare un problema perché può creare confusione e farti desistere dalla meta. Tutti, in seguito a momenti di particolare stanchezza, abbiamo sperimentato come quegli obbiettivi che ci eravamo posti, non sembravano più cosi appetibili e magari li abbiamo ridimensionati o addirittura abbandonati. Per rafforzare quanto ho appena detto, porte alcuni esempi: molte volte mi capita di incontrare coppie di sposi o fidanzati che vivono momenti anche lunghi di difficoltà relazionale. Con loro, cerco di andare a vedere (se possibile) cosa li ha messi assieme e cosa si erano proposti di costruire assieme, in altri termini che meta di vita si erano dati perché la stanchezza della relazione quando non viene gestita, molto spesso offusca la capacità di perseguire di obbiettivi e ci si trova distanti.

Faccio un secondo esempio: spesso ho portato ragazzi in montagna per le attività invernali o estive e quando si va in montagna con l’Oratorio una delle cose che caratterizza le esperienze della vita comunitaria, sono le escursioni, magari per raggiungere la vetta di un monte o un passaggio significativo. Ho sempre sperimentato che l’idea di trovarci alla meta desiderata, fosse una cima o un luogo particolarmente suggestivo, ha trovato gioia ed entusiasmo nei ragazzi a cui lo proponevo. Il problema si riscontrava quando ci si rendeva conto che si doveva camminare in salita. Ho provato in alcuni casi a proporre una duplice modalità di risalita: quella a piedi e quella in funivia. Ho molto spesso constatato che i ragazzi saliti a piedi erano più contenti, una volta arrivati alla destinazione, di quelli saliti in funivia. Questo perché se l’erano guadagnata, l’avevano conquistata. Ho, inoltre, visto che quelli saliti a piedi erano più disposti a rifare una seconda esperienza di quel genere mentre i secondi, quelli della funivia, non mostravano particolare interesse.

Attenzione a togliere la fatica!

Certo, il faticare per faticare, cioé fine a se stesso, non serve a nulla, ma sappiamo bene che tutto quello che devo raggiungere, ha sempre un prezzo da pagare. Non esiste nulla a costo zero. La fatica, in fin del conti, non è un peccato ed è condizione ben diversa dalla stanchezza che torno a dire va controllata e richiede anche l’Intelligenza di sapersi riposare. Porto un’ultima riflessione agli esempi sopra citati: la Chiesa, da sempre, considera la preghiera davanti all’Eucarestia come molto importante. Questa preghiera è sempre impegnativa, a volte consolante e anche piacevole ma sempre impegnativa perché devi entrare in relazione con Dio e vivere la relazione (di qualsiasi tipologia) é impegnativo. Devi guardarti negli occhi, magari usare poche parole ma l’importante é essere.

Ecco, questa forma di preghiera ha riscontrato in molti fedeli difficoltà per diversi motivi e questo ha portato una sorta di disaffezione, tanto che la presenza dei Cristiani nella preghiera come l’adorazione eucaristica é sempre molto risicata. La Chiesa nelle sua esperienza pastorale, fatta di tentativi (la pastorale é il luogo della sperimentazione) ha cercato dl trovare una “soluzione” alla assenza dei fedeli da questa forma di preghiera, provando ad abbellirla se così si può dire, con qualche canto, qualche profumo, un po’ di incenso. Esito di questa prova è che molte volte al posto di pregare può succedere che ti fia coccolare de canto, inebriare dal profumo o stordire dal fumo dell’incenso così “non ti guardi più negli occhi” e magari ti illudi di aver pregato.

Oppure ancora, si é pensato di favorire momenti di condivisione per facilitare la presenza, magari trovandosi al termine della preghiera a mangiare qualcosa assieme, a fare festa. Anche qui, l’esperienza ci dice che troppo spesso questi tentativi hanno portato ad avere più gente negli oratori a mangiare le salamelle piuttosto che nella processione del Corpus Domini.

Ogni esempio vada preso come tale e quindi non esaustivo di tutte la realtà spirituale che ci caratterizza, me anche in questo caso, direi di fare attenzione a togliere le fatica per paura che sia quella che ostacola il raggiungimento degli obbiettivi.

Questo lungo riflettere per dire che cosa? Per dire che anche nel tempio di Gerusalemme, nell’episodio raccontatoci da San Giovanni al capitolo secondo, è successa una cosa più o meno simile a proposito del culto. La prassi diceva che normalmente al tempio, in alcune feste particolari ci si recasse portando in sacrificio animali che poi venivano macellati e presentati all’altare. Capiamo bene che recarsi a Gerusalemme per un pio israelita era una cosa desiderabile, quella di salire al tempio, e comprendiamo altrettanto bene che finché la strada da percorrere per raggiungere il tempio era limitata non vi erano particolari dIfficoltà ma se il cammino era particolarmente impegnativo a causa della distanza, allora diventava più difficile arrivare per la festa conducendo animali anche di grossa taglia con se.

Cosa hanno pensato, allora, i responsabili del culto? Che se avessero tolto la fatica di condurre animali per tanta strada avrebbero facilitato la partecipazione del fedeli, per cui ecco le vendita di animali eccetera. Anche in questo caso l’Intento di allontanare la fatica si è poi distanziato dalle buone intenzioni iniziali.

Non sempre le buone intenzioni, sono intenzioni buone.

Così ecco il tempio trasformarsi in luogo di mercato. Per questo Gesù, con quel gesto forte e per lui inusuale, dice che è fuori luogo un comportamento di quel tipo. Gesù credo non si sia scandalizzato tanto per il mercato in sé, ma perché quella prassi era ed è insensata. Non posso comprare un tuo sacrifico e presentarlo all’altare. Non posso presentare la tua sofferenza o fare “esperienza” al posto tuo. A Gesù, quindi, viene chiesto di dare spiegazione di quel gesto e lui risponde dicendo che non ha paura della fatica, lui dà la vita!

Distruggete questo tempio e In tre giorni lo farò risorgere.

Gesù dice una dinamica molto importante del nostro esistere e cioè che se le vita la doni, la vita va avanti ma se la trattieni si ferma. Chiediamo la grazia di saper riconoscere le mete di Dio, di condividerle e di sapere che se anche le fatica non ci è tolta, Dio vuole condividerla con noi.