Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Noè, riparto da te! I ragazzi di 4° e 5° a confronto con la sua storia

Noè è stato il protagonista del GREST di quest’anno. Molti già lo avranno saputo, magari lo avete appreso in forneria, alle 7 del mattino, quando un piccolo partecipante si procurava il pranzo per la gita del giorno, oppure a mezzogiorno, quando una processione di affamati “Corvi Rossi”, “Liocorni”, “Scorpioni” e “Coccodrilli” si spostava in mensa dopo una mattinata di balli e giochi, o ancora nel pomeriggio, in qualche parco comunale, nel bel mezzo di una sfida tra le varie squadre… in queste e in molte altre occasioni avrete potuto notare la maglietta indossata dai ragazzi, bianca o arancione, decorata con un disegno del sorridente vegliardo accompagnato dai suoi animali.

Nel corso delle tre settimane i ragazzi hanno conosciuto Noè e la sua storia e queste sono le loro riflessioni che da essa sono scaturite.

Sappiamo che Noè visse in un mondo nel quale gli uomini erano sempre più malvagi e i loro pensieri erano di continuo rivolti al male, ma cosa vuol dire, per i ragazzi, che gli uomini erano “malvagi”? Loro hanno risposto dicendo che

le persone erano crudeli, piene di cattiveria, imbrogliavano, facevano guerre, bestemmiavano, dicevano parolacce, non avevano fede in Dio

Insomma, un dipinto, ahimè, poco difficile da attualizzare anche solo guardando alla quotidianità di ciascuno. E allora, dato che si tratta di una situazione che in qualche modo riguarda anche noi, che soluzioni prendere per risollevarsi da un simile stato di malvagità?

Bisogna sconfiggere il male facendo ragionare le persone, in modo da poter collaborare tutti insieme… iniziando a rispettare l’ambiente in cui viviamo e le persone che ci stanno intorno.

Meraviglia la semplicità delle loro risposte, soprattutto perché si dimostrano altrettanto concrete e realizzabili.

Fortunatamente però, non tutto ciò che vi era al mondo era anche sgradito a Dio. Noè infatti ricevette l’incarico di costruire un’arca che potesse accogliere la sua famiglia e gli animali durante i giorni del diluvio. In questo modo Dio volle salvare dalla catastrofe ciò che di bello ancora rimaneva sulla Terra.

FLY – Serata finale Grest 2018

E se ai ragazzi venisse chiesto che cosa vorrebbero salvare, quali cose belle della loro vita vorrebbero far salire sull’arca, cosa risponderebbero? Anche in questo caso, le risposte, quasi univoche, non sono meno meritevoli di lode: tutte e quattro le squadre hanno convenuto che, se dovessero salvare qualcosa della propria giovane esistenza, anzitutto sceglierebbero di salvare le relazioni a loro più care, con la famiglia e le persone a cui vogliono bene. Certo, qualcuno, tra le varie cose, cercherebbe di salvare anche la playstation, ma dopotutto è un oggetto che non ruba molto spazio nella grande arca…

La scelta di salvare dal diluvio le persone a noi vicine suggerisce una riflessione importante: dopo la catastrofe non si può che ripartire dai solidi rapporti con gli altri e in questo modo si potrà veramente costruire un’umanità bella e nuova. Anche Dio, dopo il diluvio, riparte da una relazione: una volta scesi dall’arca, Noè e famiglia osservano un arcobaleno nel cielo, manifesto dell’alleanza che Dio stringe con l’uomo. Questa rinnovata amicizia è un impegno che Dio ha deciso di prendersi con il suo popolo. Come tutti i rapporti, però, non basta la buona volontà di una persona: è indispensabile che anche l’altra coltivi l’amicizia per far sì che la comunione tra i due possa mantenersi bella e solida. Abbiamo quindi chiesto ai ragazzi quale impegno fossero disposti a mantenere per coltivare la propria amicizia con Dio. Ve li racconteremmo molto volentieri poiché siamo sicuri che si tratterebbe di bellissimi fioretti, tuttavia non ci è possibile: ciascun ragazzo ha legato il proprio impegno ad un palloncino e durante la serata finale del GREST tutti i palloncini sono stati liberati in cielo per creare un altro arcobaleno, stavolta dalla Terra verso il cielo, per sugellare l’amicizia con Dio anche da parte nostra.

Questo è stato il gesto conclusivo del percorso che, durante le tre settimane, ha permesso ai ragazzi di apprezzare più a fondo la storia di Noè. È stato un bel cammino? Pensiamo che il video qui sotto possa rispondere ampiamente a questa domanda. Senza dubbio vedere tanti bambini ballare e ridere di gioia facendosi beffe del temporale sopra di loro è un’immagine che noi tutti, animatori, responsabili e genitori, ricorderemo con piacere.

Guarda le immagini del grest:

Riparto da Te | Grest 2018

Imparare grazie a Noè

Durante il Grest di Milzanello, nelle tre settimane comprese tra l’11 e il 29 Giugno, bambini e ragazzi hanno avuto modo di divertirsi, di giocare e di crescere, di imparare. Di Imparare a stare insieme trascorrendo parte della propria estate in compagnia, con gli amici… Di Imparare, anche grazie a Noè. Noè che, illustrato insieme all’arca sulle loro magliette ed interpretato dagli animatori durante le tante scenette, li ha accompagnati in questo percorso.

Un percorso costruttivo, di gare e di concentrazione, di tornei e di laboratori, di corse per tuffarsi in piscina e di corse per prendere il tanto ambito “ghiacciolo azzurro”. Un percorso che ha permesso di scoprire nuovi aspetti a chi già lo aveva provato e che ha permesso di conoscere un nuovo mondo a chi vi ha partecipato per la prima volta: cantando, ballando, cucinando, piangendo poi la serata finale. Quando appunto le quattro squadre (arancioni, azzurri, verdi, gialli) si sono presentate a genitori e parenti ciascuna con uno spettacolo messo in scena; portando sul palco impegno e grinta. E dopo aver reso l’oratorio un po’ casa e il don, con gli animatori, un po’ famiglia, per i bambini si è conclusa questa esperienza… Che si spera essere per loro un ricordo felice, un pensiero che quando arriva li possa far sorridere.

Da parte di tutti è nato infine uno spontaneo “grazie” a don Ciro: per le sue parole, per la sua capacità di interagire e di stare insieme; alle mamme che con pazienza hanno collaborato e lavorato; a Laura, ai capigruppo e agli animatori, che sono stati compagni di avventura dei bambini.
A chiunque abbia contribuito a rendere il Grest di Milzanello un’arca capace di cavalcare tanti cuori.

Guarda le immagini:

Grest 2018 a Milzanello

Festa di fine grest 2018

Siamo quasi arrivati alla fine di queste tre settimane del grest “Noè: riparto da Te“.

Nella serata di venerdì 20 luglio avrà luogo la festa conclusiva del grest, nella quale saranno presentate le squadre e saranno premiati i vincitori. Durante la serata sarà attivo un punto ristoro.

Vi aspettiamo!

Te Deum laudamus, te Domine confitemur

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa di ringraziamento e Te Deum – Basilica Santuario S. Maria delle grazie, domenica 31 dicembre 2017

Te Deum laudamus, te Domine confitemur. Al termine di questo anno, come ogni anno, ci rivolgiamo così al Signore nostro Dio: “Noi ti lodiamo, o Dio, ti proclamiamo Signore”. Sono le parole con le quali riconosciamo e attestiamo che i nostri giorni e i nostri anni scorrono alla sua presenza e nella sua potente Provvidenza. C’è una benedizione che accompagna il nostro cammino e che è ben espressa dalle parole che Aronne fu invitato a pronunciare sui figli di Israele: la liturgia ce le ha proposte nella prima lettura. Esse suonano così: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il tuo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,22-27).

Al termine di un anno nasce spontanea la riflessione sul senso di ciò che viviamo giorno dopo giorno e su ciò che rimane di quanto abbiamo vissuto. La Parola di Dio ci insegna che c’è qualcosa nella nostra esperienza che passa e qualcosa che resta, perché il tempo degli uomini, in forza della benedizione ricevuta da Dio, è già immerso nella sua eternità: “Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35). Che cosa resta dunque di quel che è stato vissuto? Che cosa non passa?

Resta ciò che viene ricordato e merita di esserlo. Ricordare è infatti rendere presente, nella mente nel cuore, ciò che è passato e quindi vincere la tirannia del tempo, che sembra consegnare immediatamente all’oblio quanto si è vissuto. “Quel che è successo – suggerisce una voce interiore che non suona amica – ormai non esiste più. Tutto svanisce e col tempo si perde nel nulla. Questo accadrà anche a te e a tutti noi”. Il ricordo smentisce questa presuntuosa sentenza, perché mantiene vivo al presente ciò che si vorrebbe perso nel passato. Nell’ottica della fede, il ricordo attesta la valenza perenne di ciò che nell’umana esperienza già attinge all’eternità di Dio.

Vogliamo dunque ricordare davanti al Signore quanto accaduto in questo nostro anno e lodarlo per la sua misericordia provvidente. Una domanda tuttavia ci nasce nel cuore, timida ma persistente: possiamo davvero lodare il Signore per tutto quello che quest’anno è accaduto? Come possiamo lodare il Signore e celebrarne la bontà a fronte di eventi che anche quest’anno hanno provocato grande dolore?

Certo ognuno di noi, questa sera, porta nel cuore qualche buon ricordo di questo anno. Di questo è giusto essere personalmente grati al Signore. Tutti, poi dobbiamo esserlo per il tanto bene che abbiamo ricevuto, che abbiamo visto e vediamo nel mondo, o che non vediamo ma che pure è presente. Per me, questo anno che si chiude rimarrà inciso per sempre come l’anno della mia elezione a vescovo di Brescia e del mio ingresso in diocesi. Come potrò ringraziare il Signore per questa straordinaria dimostrazione di bontà e di fiducia nei miei confronti? E come potrò esprimere in modo adeguato la mia gratitudine nei confronti di una Chiesa che mi ha subito dimostrato affetto e simpatia, sincera disponibilità a compiere insieme il cammino della fede e della testimonianza cristiana? La mia lode si innalza sincera al Signore per tutto ciò che ho ricevuto.

Ma dobbiamo pur riconoscere che vi sono anche eventi che non ricordiamo volentieri, che vorremmo non fossero capitati; episodi che ancora accadono nel nostro mondo o nella nostra stessa vita personale e che profondamente ci addolorano. Come possiamo lodare Dio e proclamarlo Signore a fronte di tutto questo? Dovremo forse dimenticare tutto questo per poterlo serenamente ringraziare e benedire?

Non si può dimenticarsi del male. Non parlarne più è il miglior modo per consentire che accada di nuovo. Neppure è sufficiente rimuovere il ricordo, cioè non pensarci più. Il male ferisce e lascia il segno. Occorre piuttosto ricordare per riscattare. Ma il ricordo deve essere compiuto nel mondo giusto. Ricordare il male accaduto è infatti sempre pericoloso. Il cuore umano – indignato, addolorato e spaventato – può essere travolto da sentimenti di rabbia e di rancore, dal desiderio mortifero della vendetta, dal pensiero angosciato che tutto questo si ripeta e quindi dall’istinto di intervenire in modo violento, rispondendo al male con il male.

Penso sia giusto dire che dobbiamo ricordare non il male in quanto tale, perché questo rischierebbe di travolgerci, quanto piuttosto il dolore che il male ha provocato, affinché da questo ricordo derivi del bene. E il bene che ne deriva assumerà diverse forme: la forma della solidarietà, che porta a dire: sono vicino a chi sta soffrendo! La forma della consapevolezza e della vigilanza, che porta a dire: così non si deve fare! La forma della denuncia e della difesa degli innocenti, che porta a dire: questo è ingiusto ed è bene che lo si dica! La forma della riflessione, che porta a dire: cosa dobbiamo fare affinché non accada più? La forma del perdono, che porta a dire: non smetto di amarvi nonostante tutto!

Occorre dunque ricordare in modo non distruttivo ma costruttivo; ricordare non soltanto per non dimenticare ma soprattutto per dare speranza. E perché questo accada è necessario guadagnare il giusto punto di vista sul passato, crescere nella coltivazione della sapienza del cuore, della pace della coscienza, del controllo dei sentimenti.

La Parola del Signore ci insegna che questo punto di vista ci viene offerto da Dio. Da lui riceviamo la grazia di condividere il suo sguardo stesso sulla nostra storia e in particolare sul nostro passato: uno sguardo lucido e misericordioso, che non teme di misurarsi anche con il male accaduto, affinché ne venga sempre del bene.

La Parola del Signore del Signore attesta che Dio “si ricorda”, che non si dimentica. “Nella nostra umiliazione il Signore si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre” (Sal 136,23) – dice il Salmo. E nel Magnificat la Madre di Dio proclama: “Ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1,54). L’ultima parola del ladrone crocifisso insieme con Cristo suona così: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42).

Che Dio “si ricorda” significa che in un preciso momento egli fa emergere la sua costante disposizione amorevole verso gli uomini e le donne che ha creato e a cui è affezionato. Questo suo “ricordarsi” è in realtà il dare conferma in quel momento della sua permanente disposizione di bene; è il cogliere l’occasione per intervenire e mostrare la sua grazia, sfruttando le pieghe che si vengono a creare quando il tessuto del vivere umano diventa duro e cattivo e quindi faticoso e doloroso. In queste pieghe egli è capace di fa spuntare il germoglio della vita, offrendo testimonianze della sua provvidenza amorevole. Ogni scenario di ingiustizia e di malvagità vede sempre testimoni, spesso silenziosi, di eroica carità. Questo significa che Dio “si ricorda” e in questa prospettiva anche simili eventi meritano di essere ricordati: “Dove abbonda il peccato – direbbe Paolo – sovrabbonda la grazia”.

Dunque il nostro modo di ricordare è partecipazione al modo in cui Dio si ricorda dell’umanità. Noi guardiamo al nostro passato nella consapevolezza che Dio è perennemente fedele alla sua volontà di salvezza ed è sempre pronto a cogliere l’occasione per suscitare il bene da ogni evento della storia umana. In questo modo è possibile essere consolati dal ricordo del bene compiuto, ricevuto e visto ma anche dal dolore che ha causato il male provocato, ricevuto e visto. In questo modo il ricordo diviene sempre costruttivo e mai distruttivo, consolante e mai frustrante, sorgente di speranza e mai di angoscia.

Il punto di vista nel quale ci collochiamo per guardare al nostro passato è quello offerto dall’esperienza d’amore scaturita dalla croce del Signore Gesù, e prima ancora, dal mistero del suo Natale. L’apostolo Paolo lo esprime così: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separare dall’amore di Cristo?” E ancora: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire … ci potrà mai separare dall’amore di Dio, che in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8,37-39).

In questa celebrazione dell’Eucaristia noi consegniamo dunque al Signore questo anno che ormai si chiude. Insieme a lui ricordiamo il bene che è stato compiuto e il dolore provocato dal male che ha ferito il mondo. Ricordiamo non solo per non dimenticare ma per sperare. Ricordiamo fiduciosi nella Provvidenza di Dio e nella potenza della sua benedizione. Ricordiamo per ringraziare e lodare, perché il suo amore è per sempre e il nostro passato, presente e futuro riposano sicuri in questa eternità che è colma di misericordia.

Io, Te e la Parola – Primo appuntamento

Si è svolto giovedì 11 dicembre il primo incontro di “IO Te & la Parola”. Le impressioni che già l’anno scorso avevano accompagnato questa esperienza sembrano confermarsi alla ripresa di quest’anno. Erano presenti circa 12 ragazzi (un po’ come i discepoli) ospiti di una famiglia che ha aperto la propria casa e ci ha offerto con grande gentilezza la propria disponibilità. Gli ingredienti sono semplici e genuini: invocazione dello Spirito Santo, ascolto, breve riflessione, racconto del proprio vissuto alla luce della Parola, confronto, preghiera, qualche piccola/grande scelta da attuare nella vita.

In questa serata abbiamo accolto l’invito di Gesù ad amare i nostri nemici, a benedire chi ci maledice, a far del bene a coloro che ci odiano, a pregare per coloro che ci maltrattano… a porgere l’altra guancia. Da subito è emersa la difficoltà a vivere questo Vangelo: ci siamo chiesti innanzitutto chi è il mio nemico e perchè nasce l’inimicizia. Ci siamo accorti che questa sacra pagina non è un semplice “dettato morale”, ma primariamente ci offre il volto e l’agire di Gesù: è Lui che ama, perdona, prega, accoglie noi e l’umanità che gli è nemica. È lui che affrontando la sua Passione ha parole e gesti di perdono per i suoi crocifissori.

L’unica possibilità che abbiamo di diventare così non è quindi uno sforzo volontaristico e eroico, ma passa necessariamente per l’accoglienza dell’amore incondizionato di Gesù e dal cammino di conformazione a Lui. Due segni e strumenti sono necessari: l’ascolto della Parola, l’Eucarestia. Proviamo ad immaginare come sarà il mondo, la nostra comunità, il nostro oratorio, il nostro gruppo, la nostra compagnia quando saremo maggiormente capaci di vivere questo Vangelo.

Ci attendono ancora numerosi appuntamenti… Se vuoi esserne partecipe basta dire “Eccomi!”

Io, Te e la Parola

 “No don, la lectio divina non funziona… siamo sempre gli stessi a partecipare, i ragazzi non si muovono, trovano sempre mille altri impegni alternativi…” “La Parola di Dio è difficile, poi è distante, e poi c’è già la “predica” della domenica”, sono solo alcune voci che all’inizio dell’anno giungevano agli orecchi della comunitàm educativa… I ragazzi non vengono ? Va bene, andiamo noi da loro!

È stato un lampo, uno squarcio, una voce diversa dal coro di disfattismo e rassegnazione che già intonava la sua opera migliore.

 Da qui siamo partiti, da una intuizione semplice. Passo dopo passo il progetto ha preso vigore a partire da alcuni elementi essenziali: la parola ha bisogno di essere annunciata, la parola non va rinchiusa in alcun recinto, la parola parla ad ogni uomo e ci sorprende sempre, Gesù prima di chiamare a sé è andato verso l’umanità laddove gli uomini faticano, vivono, lavorano, soffrono, festeggiano. Abbiamo cominciato cercando nei “nostri ambienti” alcuni adolescenti e giovani disponibili ad aprire la propria casa ad un incontro con gli amici, con i vicini, con i compagni di scuola e di università. Abbiamo detto loro: ci bastano un po di sedie, un tavolo e… la vostra presenza. In mezzo a noi abbiamo posto la Parola e abbiamo lasciato che potesse esprimersi, da questa semplice esperienza di ascolto sono partiti dialoghi e intuizioni sorprendenti e affascinanti. Ora a distanza di qualche mese sono tre i gruppi che stabilmente e periodicamente vivono l’esperienza dell’accoglienza, dell’ascolto, del dialogo, della condivisione, della fraternità (le mamme lasciando libera la casa lasciano dietro di sé anche delle ottime torte).

L’esperienza è solo agli inizi, e ogni inizio è caratterizzato da entusiasmo e dinamismo, ci sarà bisogno di perseveranza, fedeltà, accettazione anche della fatica perché la parola entri in profondità dentro al nostro vissuto.

Rimane ancora molto da fare perché questa novità non diventi un fuoco d’artificio che una volta esploso nella sua incantevole bellezza non lascia niente dietro di sè; chiediamo la disponibilità e il coraggio del confronto anche con coloro che in cuor loro o apertamente dicono e pensano “Non è per me!”, “A cosa serve?”.

La mia esperienza in “Io, Te e la Parola”

Ciao a tutti sono Paolo, ho 19 anni e frequento il primo anno di ingegneria civile all’università di Brescia. Circa all’inizio di quest’anno mi è stato proposto da don Carlo di partecipare ad una nuova attività proposta dall’oratorio per i giovani.

L’ esperienza si chiama “IO TE E LA PAROLA”, consiste in una serie di incontri mensili dove i giovani si ritrovano, non in oratorio o in chiesa, ma molto più semplicemente nelle nostre case per leggere, meditare e confrontarsi sulla Parola di Dio. I gruppi sono composti da circa dieci persone e questo fa in modo che gli incontri vengano vissuti in modo molto famigliare e fraterna. Ad ogni incontro c’è un diverso brano biblico scelto con cura da don Carlo e in maniera molto tranquilla e semplice ci si confronta su cosa ci ha lasciato la Parola e sulle nostre esperienze e domande in riferimento ad essa.

Mi sembra un’esperienza da poter ripetere e da allargare anche agli altri che l’anno scorso non sono potuti venire. Penso che il “successo” che ha avuto “IO TE E LA PAROLA” sia proprio dovuto alla sua informalità e semplicità che permettono un confronto più spontaneo rispetto magari ad incontri fatti in oratorio e quindi rivolti in generale a tutti i giovani. In questo modo si possono ricevere più consigli o pensieri che non si erano ancora sentiti. Ogni incontro si conclude con un “piccolo rinfresco” che rende il dopo-incontro ancora più piacevole!!!

È un’ esperienza che consiglio a tutti e che spero di poter ripetere presto.

Paolo