Perché avete paura? Non avete ancora fede?

Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

La Croce di cristo, sorgente di salvezza

L’omelia pronunciata in Duomo Vecchio dal vescovo Pierantonio Tremolada in occasione delle celebrazioni di apertura del Giubileo straordinario delle Sante Croci

“In te la nostra gloria, o Croce del Signore, per te salvezza e vita nel sangue redentore. La Croce di Cristo è nostra gloria, salvezza e risurrezione”. Profondamente grati al Signore per il dono fatto alla nostra Chiesa, apriamo solennemente questo Giubileo straordinario delle Sante Croci, che viene istituito in occasione del quinto centenario di fondazione della Compagnia che custodisce le sacre reliquie. Da secoli nel nostro Duomo Vecchio si trova un vero e proprio tesoro, che in questi giorni sarà esposto alla contemplazione e alla preghiera di tutti i fedeli. Circondato dal materiale prezioso, l’oro e l’argento, che l’arte di grandi maestri ha forgiato, il legno della santa croce – un suo frammento – è questo tesoro, riposto segretamente e gelosamente nel cuore della nostra Chiesa bresciana.

Il tempo che si apre, i giorni, i mesi che ci stanno davanti saranno l’occasione per fissare lo sguardo sul grande segno della redenzione universale, sorgente della benedizione perenne di Dio per l’umanità. La reliquia della Santa Croce, infatti, oggi viene esposta qui nel nostro Duomo Vecchio ed esposta rimarrà fino al prossimo 14 settembre, quando, con rito ugualmente solenne, tornerà a riposare nella sua custodia, presso la cappella che da lei prende i nome.

La circostanza che ci troviamo a vivere, con il suo carico di dolore e di incertezza, rende questo inizio di Giubileo ancora più intenso. La nostra celebrazione avviene qui in Duomo Vecchio a porte chiuse, senza concorso di popolo. Sono qui con me soltanto alcuni autorevoli rappresentanti della nostra città, che saluto con ossequio e ringrazio di cuore, e della nostra diocesi. Le limitazioni imposte dall’esigenza di contenere gli effetti di un’infezione virale tanto seria quanto sorprendente, non hanno consentito a molti che avrebbero voluto partecipare di essere presenti. Tutto questo non ci impedisce, tuttavia, di sentirci uniti e concordi. Forse, anzi, ci spinge di esserlo ancora di più. Grazie alle reti televisive e radiofoniche, che di cuore ringrazio per il loro prezioso servizio, e agli altri mezzi più recenti di comunicazione, è possibile seguire questa celebrazione anche dalle proprie case e vivere con immutato fervore l’inizio del nostro Giubileo. Voglia il Signore che già da questo inizio possa trarre giovamento la nostra comunità diocesana, ma anche l’intera nostra regione, così provate in questo momento di particolare apprensione.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” – scrive l’apostolo Giovanni a conclusione del suo racconto della passione di Gesù, citando il profeta Zaccaria. L’abbiamo sentito proclamare nel brano di Vangelo di questa liturgia. Noi vogliamo essere tra coloro che raccolgono questo invito. Vogliamo “volgere lo sguardo” per contemplare colui che è stato trafitto e sentirci noi pure trafitti interiormente. Lo scenario struggente del calvario non lascia mai indifferente chi vi si accosta con animo sensibile. La misura dell’amore di Dio per l’umanità, che nella croce di Cristo raggiunge la sua piena evidenza, ha un effetto travolgente su ogni onesta coscienza. Lo testimonia san Paolo, il persecutore divenuto apostolo, quando, scrivendo ai Galati e ricordando la sua esperienza, dice: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vie in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal, 2,20).

Non c’è infatti amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici. Così ha fatto il Signore della gloria, che tuttavia è proceduto oltre: egli ha dato la vita stendendo le braccia sull’orrendo patibolo della croce, accettando, lui il santo, l’umiliazione estrema riservata al peccatore; morendo, lui l’innocente, sul patibolo dei colpevoli; provando, lui il Figlio amato, il sentimento atroce dell’abbandono del Padre. Il vertice dell’amore è coinciso per lui con l’estremo abbassamento. Come ci ricorda sempre san Paolo nella Lettera ai Filippesi: “CristoGesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5). Fino a questo punto è giunto il nostro redentore.

Chi potrà dunque contrastare un amore la cui misura è immensa quanto la sua potenza? Chi o che cosa gli potrà mai resistere? Questo amore realmente divino è infatti l’energia di bene che ha dato vita all’universo, che ha fatto esistere l’umanità e che ogni giorno la custodisce; è misericordia rigenerante che scaturisce dall’intimo della Trinità santa. Se dunque l’amore di Dio si è pienamente manifestato nella morte in croce di Gesù, questa stessa croce andrà considerata un meraviglioso segno di grazia, il segno per eccellenza della salvezza e della vittoria. È croce benedetta e gloriosa, è il vessillo del re trionfante. Come recita la suggestiva sequenza del giorno di Pasqua: “La morte e la vita si sono affrontate in un tremendo duello: il condottiero della vita, morto, regna vivo“.

Il grande sovrano che trionfa con una simile dirompente forza d’amore è l’Agnello di cui parla il Libro dell’Apocalisse. Egli “è degno di potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” (Ap 5,12). Egli, il Cristo crocifisso, è il Signore della gloria, il servo di Dio che è divenuto intercessore a favore dei suoi fratelli. Lui stesso aveva dichiarato ai suoi discepoli e alle folle: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Lui, inchiodato sulla croce e ormai in agonia, aveva promesso al ladrone che al suo fianco lo supplicava: “Oggi con me sarai nel Paradiso” (Lc 23, 43).

Davvero la croce di Cristo è la sorgente della nostra salvezza. Essa è cosparsa del sangue del Santo e del Giusto, versato nello slancio di un amore tenerissimo per l’umanità sfigurata dal male. Nulla potrà più resistere all’ardore travolgente di questa divina benevolenza. Le porte degli inferi ormai sono state divelte. Il redentore del mondo è sceso negli abissi della nostra oscura malvagità, ha afferrato e innalzato con sé l’Adamo antico, lo ha introdotto per sempre nella sua dimora regale, dove tutto è luce e splendore di bellezza.

Con la croce del Signore il cielo e la terra si sono uniti per sempre. Anche in questo la croce è divenuta segno: il suo braccio verticale e il suo braccio orizzontale richiamano la duplice dimensione dell’esistenza umana, con le sue essenziali caratteristiche dell’altezza e della profondità, della lunghezza e della larghezza. Il Cristo salvatore è innalzato tra cielo e terra e muore con le braccia aperte: egli stringe l’umanità in un abbraccio universale, la riunisce dagli estremi della terra, e insieme la eleva con sé verso l’alto, mostrandogli nel contempo la sua nobile profondità. La croce innalzata sul calvario è in realtà piantata al centro della terra e nel cuore della storia. Essa richiama l’evento che ha dischiuso la grande rivelazione e ha alzato il sipario sullo scenario enigmatico della storia. La croce è dunque anche un segno da interpretare, un messaggio da comprendere, la chiave di lettura dell’intera vicenda umana. La croce ci ricorda che è ora possibile aprire il grande libro sigillato e conoscere il senso del cammino che l’umanità sta compiendo nello scorrere del tempo.

Questo segreto che dona a tutti speranza è l’amore dell’Agnello di Dio, l’amore umile e mite del Cristo crocifisso e risorto. È il mistero di grazia nel quale dovremmo sempre più immergerci, per rimanerne conquistati. La storia tutta intera trae la sua luce e quindi il suo senso ultimo dal segno che ricorda l’amore sacrificale del Figlio del Dio vivente. Una simile conoscenza desiderava l’apostolo Paolo per i suoi amati fratelli delle comunità cristiane; nella lettera agli Efesini egli scrive: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14-19).

È quanto vorrei chiedere anch’io per tutti noi, per la nostra amata Chiesa di Brescia, che entra nel tempo di grazia di questo Giubileo straordinario. Tenendo fisso lo sguardo sul Cristo redentore, vittima di pace e sacerdote della Nuova Alleanza, e lasciandoci ispirare dallo Spirito santo che illumina le menti e i cuori, potremo scoprire sempre più il tesoro custodito nel mistero della croce.

O croce santa,
che fosti degna di portare il nostro Redentore,
albero della vita eterna a noi restituita in dono;
sii tu benedetta per la salvezza che da te è scaturita.

O croce beata,
segno perenne della misericordia di Dio per noi,
testimonianza viva di un Cuore palpitante d’amore;
sii tu benedetta per la rivelazione che in te si è compiuta.

O Croce gloriosa,
vero altare del sacrificio di Cristo,
trofeo di vittoria che ci ha aperto la via del cielo;
sii tu benedetta per il regno che con te si è inaugurato

O croce amabile,
termine fisso del nostro sguardo adorante,
sorgente viva di una luce che trafigge il cuore;
sii tu benedetta per la grazia che da te si è irradiata.

In te, o croce benedetta, noi ci vantiamo,
per te noi speriamo,
alla tua ombra sostiamo,
sotto le tue insegne lottiamo.

A colui che su di te ha steso le braccia per amore,
all’Agnello di Dio mite e vittorioso,
che morendo ci ha resi suoi per sempre,
eleviamo con umile cuore
la nostra lode grata e perenne.

A lui sia gloria nei secoli dei secoli.

Amen

Giubileo straordinario per i 500 anni della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci

Cerimonia di apertura

Venerdì 28 febbraio 2020 alle ore 20.30 in Duomo Vecchio, il nostro Vescovo aprirà ufficialmente il Giubileo Straordinario per i 500 anni della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci, affinché ogni fedele possa essere segnato dalla grazia divina e ritrovi la via delle conversione e del rinnovamento spirituale.

I presbiteri e i diaconi che desiderano assistere alla Liturgia della Parola venerdì 28 febbraio 2020 alle ore 20.30 presso la Chiesa Cattedrale in occasione della Celebrazione di Apertura del Giubileo straordinario delle Sante Croci, presieduta dal Vescovo Pierantonio, sono invitati a confermare la loro presenza presso la Segreteria Generale (0303722253), a portare con sé amitto, camice, cingolo con stola rossa; oppure veste talare e cotta con stola rossa e a trovarsi presso la Sacrestia alle ore 20.15, per indossare le vesti sacre e iniziare la processione d’ingresso.

Sono Gabriella, Ministro straordinario della Santa Comunione

Come lo sono diventata?

Alcuni anni fa, ho partecipato ad una serie di incontri organizzati da Monsignore Giovanni Palamini, finalizzati a spiegare la funzione della Caritas Parrocchiale nella comunità.

Dal confronto con i partecipanti si evidenziarono vari ambiti nei quali ognuno avrebbe potuto dare il proprio contributo. Consigliatami con mio marito e pregato lo Spirito Santo che mi illuminasse, io scelsi di dedicarmi alle persone sole o ammalate.

Condivisa la mia scelta con Monsignore, lui mi propose di divenire Ministro straordinario della Santa Comunione, previo invio di domanda al Vescovo e partecipazione ad uno specifico corso di formazione.

Accettai sentendomi onorata di poter svolgere un simile, meraviglioso servizio. 

Dopo aver ricevuto il Mandato dal Vescovo, con trepidazione ed emozione iniziai le mie visite agli ammalati, portando loro il Dono Eucaristico che li immerge nell’amore di Gesù, che toglie l’ansia e l’incertezza per il futuro ed un po’ di conforto, da parte mia, attraverso l’ascolto, la presenza, la condivisione, l’affetto e la tenerezza.

Ora sono al secondo mandato triennale e questa scelta continua ad arricchirmi, mantenendomi vicina al mio prossimo sofferente.

Spero sempre di portare po’ di gioia e sollievo, facendo sentire agli ammalati che incontro, la vicinanza della Comunità Parrocchiale, attraverso le preghiere, i saluti, gli auguri e le notizie sulla vita del paese.

Dò lode al Signore e lo ringrazio per questa mia opportunità.

Chi è il “Ministro straordinario della comunione”

Tra le varie attività di volontariato che operano nel paese di Leno in ambito ecclesiale, vi è anche la figura del “Ministro straordinario della comunione eucaristica”.

Questo ministero è molto importante e forse non sempre riconosciuto nel suo valore, al di là della persona che lo esercita. Anticamente la parola “ministro” significava l’uomo a cui veniva assegnato un determinato compito da svolgere per il bene della comunità, oppure per altre persone alle quali rendere servigi. Col passare del tempo la parola “ministro” ha assunto poi un altro significato… nella categoria politica.

L’altra voce è “straordinario”, cioè al di fuori delle mansioni di tutti i giorni; mentre i presbiteri, sacerdoti, sono “ordinari” perché consacrati dal vescovo.

Ora che sappiamo il significato di Ministro Straordinario, vediamo cosa fa e qual è il suo compito nella comunità cristiana. Principalmente il suo incarico,come dice l’espressione, è portare la Comunione eucaristica, il Corpo di Cristo, a persone che, in qualche modo, non hanno la possibilità di recarsi in chiesa a causa delle condizioni fisiche o per malattia, ma che non vogliono rinunciare all’Eucarestia. Come si sa, il Ministro Straordinario della comunione eucaristica non sostituisce il sacerdote, è però un suo valido aiuto per arrivare là dove egli non può arrivare, anche a causa della scarsità di sacerdoti.

L’istituzione di questo servizio è di grande utilità per non privare del sacramento i fedeli che desiderano partecipare al “banchetto eucaristico”.

Come si arriva ad essere Ministro Straordinario?

Tramite la richiesta del Parroco, un buon comportamento da parte del chiamato e dopo partecipando ad un corso di preparazione per un’adeguata formazione. Terminato il percorso di preparazione, si riceve il mandato dal Vescovo che ha la durata di tre anni.

Con questo articolo vogliamo portare a conoscenza che i ministri delegati fanno del loro esercizio una carità cristiana volontaria come tante altre attività nell’ambito della comunità. Se li incontrassimo per strada, a piedi o in bici, potrebbero avere con sé il Corpo di Cristo da portare come sollievo a persone che ne hanno la necessità. Commuove la perseveranza degli ammalati nel partecipare alle celebrazioni attraverso la televisione o la radio e lo dicono pure… “go scultat la mésa a la televisiù e go dìt anche el rosàre”.

Chi volesse richiedere la presenza del sacerdote e poi del ministro straordinario per la comunione eucaristica può anche solo fare una telefonata in canonica oppure informare uno dei ministri straordinari.

Il servizio del ministro straordinario è fatto non a titolo personale, bensì a nome della comunità cristiana.

Livio e Andrea