Ac: intrecciare storie, intrecciare vita

“Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare”. Giuliana Sberna, presidente dell’Ac diocesana, si racconta alla vigilia dell’assemblea triennale che si è tenuta l’8 e il 9 febbraio

Intrecciare vita, intrecciare storie. L’Azione Cattolica vive con l’Assemblea diocesana un momento importante della sua vita associativa. Termina il triennio, termina anche, dopo sei anni, la presidenza di Giuliana Sberna. Sabato 8 e domenica 9 a febbraio a Palazzo San Paolo in via Tosio si sono trovati ragazzi, giovani e adulti da ogni angolo della provincia per approvare il documento triennale, la mappa di lavoro per i prossimi tre anni delle ottanta associazioni parrocchiali. Nello stile di lavoro sinodale (il documento ha visto il pieno coinvolgimento dei tesserati) c’è anche tutta la ricchezza educativa di una realtà che vuole continuare a essere significativa. Sono ancora forti le parole che il Papa rivolse all’Ac, nel 2017, per i 150 anni di vita asssociativa: “È nella vocazione tipicamente laicale a una santità vissuta nel quotidiano che potete trovare la forza e il coraggio per vivere la fede rimanendo lì dove siete, facendo dell’accoglienza e del dialogo lo stile con cui farvi prossimi gli uni agli altri, sperimentando la bellezza di una responsabilità condivisa. Non stancatevi di percorrere le strade attraverso le quali è possibile far crescere lo stile di un’autentica sinodalità, un modo di essere Popolo di Dio in cui ciascuno può contribuire a una lettura attenta, meditata, orante dei segni dei tempi”. L’Ac, che con la sua tradizione educativa e formativa ha forgiato intere generazioni, in questi anni ha cercato di rileggere la propria presenza all’interno delle comunità, cercando, senza timore, di essere sempre sale e lievito. Sa bene che non deve guardare indietro, che non deve guardare ai numeri mirabolanti del passato (questo vale per tutte le realtà ecclesiali…), ma semplicemente deve testimoniare, con la vita, la sua presenza preziosa. Lo spazio d’azione è ancora molto ampio e soprattutto spesso scevro di contenuti.

L’Assemblea arriva dopo un percorso nuovo e impegnativo…

L’Assemblea ha visto una forte esperienza di partecipazione e di democraticità. È stato un lavoro sul documento molto bello e interessante. Il percorso è avvenuto in modo singolare. Non abbiamo proposto, come era consuetudine, una bozza di documento elaborata dal consiglio diocesano, ma i consigli parrocchiali, attraverso degli incontri macrozonali, hanno creato loro la prima struttura sollecitati da cinque educatori individuati dal consiglio. Da questa primo passaggio si è arrivati poi a un confronto diretto su una piattaforma digitale con la definizione della bozza che verrà discussa durante l’Assemblea diocesana. Al documento verranno allegati tutti i progetti che le parrocchie sono state invitate, tenendo conto delle loro peculiarità, a formulare. Saranno, poi, verificati annualmente e saranno sottoposti, se necessario, anche a un aggiornamento. Il documento finale, quindi, si radica sul territorio. Non è stato un percorso facile, ma è stato estremamente importante per non perdere di vista la dimensione popolare di un’associazione che abita tutti i luoghi di vita delle persone. L’assemblea sarà la cifra della sinodalità vissuta in questo cammino.

Il titolo “Intrecciare vita, intrecciare storie” è emblematico.

L’incontro che facciamo nella quotidianità con le persone e le relazioni che instauriamo con loro ci aiutano a costruire delle reti: sono una ricchezza che mettiamo a disposizione delle comunità e degli ambiti di vita in cui siamo inseriti. Tutto questo richiede una formazione continua e tanta creatività per essere in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.

C’è qualcosa di questi ultimi tre anni di cui andate un po’ più fieri?

Il segreto dell’Ac è la continuità: nessuno di noi è chiamato a chiudere il cerchio, ma a disegnare bene l’arco che gli è stato affidato. Ho ricevuto in affido temporaneo una bella associazione. Quella che sta camminando oggi è una realtà intensa, vivace e familiare. La sfida del futuro è quella di essere un’unica Azione Cattolica che però sa assumere il volto dei diversi territori in cui agisce.

Quali sono, oggi, le necessità maggiori che avvertite?

L’Associazione è una risorsa per la diocesi, perché mette al centro la formazione delle coscienze e richiama tutti a questa priorità specie soprattutto quando sembrano prendere il sopravvento pratiche pastorali meno faticose. Oggi è risaputo che viviamo la tentazione di ritirarci nel privato. Il forte richiamo dell’Ac a una dimensione spirituale è l’invito a una testimonianza personale e associativa che non passa più attraverso la forza dei numeri ma che si sostanzia nella credibilità di vite capaci di costruire buone relazioni e di essere segni di speranza. Questo, secondo me, è il modo di rendere concreta la Chiesa in uscita di cui ci parla Papa Francesco. Le periferie esistenziali vanno riscaldate con il calore di relazioni buone che derivano dalla forza di avere accanto Gesù. Custodiamo, in pratica, quello che è di tutti. Il nostro carisma particolare è essere al servizio della comunione.

L’Ac chiede un impegno quando è più facile rimanere con le mani in tasca…

Sì, oggi potrebbe sembrare più facile. Anche se, in vista dell’Assemblea, abbiamo riletto le ore spese dagli associati per la formazione e per gli approfondimenti dei temi che ci stanno a cuore e ci provocano. Sono dati che ci hanno sorpreso. Nelle comunità ci sono molte persone che spendono tanto tempo per l’incontro e per servire gli altri. Viviamo, quindi, questo tempo con tutte le sue difficoltà come una grazia; siamo invitati a incontrare le persone e a lasciarci interpellare dalla realtà nella quale viviamo e nella quale riconosciamo la bellezza anche della complessità, senza le semplificazioni che la riducono a schemi e stereotipi. Questo ci induce a leggere la realtà nelle sue manifestazioni (diversità di pensiero, di cultura…). Siamo chiamati a cogliere la ricchezza dei segni dei tempi per saper agire con spirito di discernimento. La nostra missione è un’immersione nel mondo che si nutre di desiderio, di stupore e anche di speranza. Vogliamo farci trovare lì dove le persone abitano, studiano, lavorano, giocano e soffrono.

Una Finestra sui Balcani

Ciao a tutti dall’Albania!

In un tempo in cui è un po’ difficile parlare di “accoglienza”, ho accettato volentieri l’idea di don Davide di usare il sito del nostro Oratorio per “aprire una finestra” su un’altra parte di mondo… un modo per vedere ciò che succede fuori dai nostri confini e comprendere perché il mondo, a volte, bussa alle nostre porte. Se sarò fedele ci diamo appuntamento una volta al mese ad aprire questa “Finestra sui Balcani”.

Finestra sui Balcani 2015

Sia noi che voi stiamo archiviando i ricordi del tempo estivo che è sempre un tempo con programmi particolari; anche noi lo abbiamo vissuto aiutando i ragazzi delle nostre comunità a ritrovarsi in semplici attività estive di gioco e riflessione, aiutati dagli adolescenti cresciuti con noi in questi anni che stanno diventando animatori. L’immagine che penso riassuma bene questo tempo è questa, con questo bambino rom della città di Burrel che serviamo; le nostre storie, le nostre religioni, le nostre abitudini sono molto diverse… eppure siamo stati bene insieme… ci siamo conosciuti attraverso delle attività che le nostre suore svolgono con le loro mamme per imparare a gustare la bellezza della vita, e poi lui ha accolto invito a partecipare alla “ricerca della felicità” nelle nostre attività. Mi piace questa fotografia perché ci fa vedere che è possibile essere felici, accettando di camminare insieme sulla stessa strada.

Finestra sui Balcani 2015

Ecco, la missione è proprio questa bellissima avventura come la diceva padre Alex Zanotelli: sedersi là dove si siede la gente e ascoltare la loro storia! E di questo abbiamo bisogno anche noi! Imparare a camminare con chi abbiamo vicino senza vedere solo le diversità… e scopriremo che c’è qualcosa che ci accomuna; abbiamo bisogno di  imparare ad ascoltare la storia di chi abbiamo vicino e comprenderemo ciò che stiamo vivendo insieme. A me la missione ha insegnato proprio questo… e credo sia una cosa che mi ha aiutato tanto  a crescere e a non vivere solo come io penso che sia giusto vivere. Allora le attività estive di quest’anno le ricorderò come l’incontro con persone che hanno il desiderio di camminare insieme… e questo è primo messaggio che lancio da questa finestra sulla nostra missione. …e grazie a voi per esservi affacciati!

A presto

Don Roberto Ferranti