Così Angelo ricordava qualche anno fa il primi giorni di Novembre

Il 4 Novembre .. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure in argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione aspergeva il catafalco coperto da un tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est.

In uscita dalla chiesa si formava un drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo.

Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci è dato sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla bla” canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Da sottolineare la presenza in cucine dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti” chiuso con il nodo (groppo) per sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefan Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cucia” e “el coltel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa  e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e…buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna. Era il Sanmartì.

Storia di Milzanello e delle sue cascine

Il nome Milzanello è spiegato dal Vocabolario toponomastico di Gnaga come diminutivo di “Milzano”, mentre il Dizionario dell’Olivieri indica la seguente etimologia: “Come Milzano anche Milzanello è parola di foggia latina. Presuppone in tutti e due un fundus Melicianus o Militianus. La notevole distanza di Milzano da Milzanello darebbe testimonianza di un’originaria proprietà unica assai vasta”. La più antica testimonianza che noi conosciamo, relativa all’esistenza di Milzanello, deriverebbe da un’iscrizione romana ivi ritrovata. Furono rinvenuti altri reperti archeologici, alcuni dei quali conservati nei musei Romano e Cristiano di Brescia.

Durante un’operazione di sbancamento, finalizzata all’estrazione di sabbia e ghiaia, sono state scoperte tracce importanti di una civiltà di 3500 anni fa. Dopo la fondazione dell’abbazia benedettina di Leno (a.758), anche il borgo di Milzanello venne a far parte dei possedimenti leonensi. Verso l’XI secolo, alle usuparzioni periodiche periodiche e sistematiche di molti prepotenti, su latifondi dell’Abbazia, si aggiungono tutte le investiture fatte in questo tempo dagli abati ai Lavellongo, ai Poncarali, ai Lomelli, ai Martinengo e ai Gambara che poi vendettero il territorio di Milzanello alla famiglia Uggeri, nel 1424, per mille ducati.

Dopo quattro secoli di proprietà degli Uggeri, il successore, marchese Leopoldo Guidi Di-Bagno di Mantova vendette i suoi beni, situati a Milzanello, ai Signori:Stocchetti Cristoforo Guarnieri Ludivico, Bocchi Francesco Bertoletti Basilio, Zenucchini Faustino, Gadaldi Giovanni e fratelli Agosti. Infine al Signor Battista Scanzi vendette un podere con casa padronale. Del vecchio palazzo-castello non vi è ora che una muraglia con merli alla guelfa. Nell’interno si ammira ancora un portale del Cinquecento con sopra lo stemma degli Uggeri. (vedi foto dello stemma)

Cascina Biolcheria Fenarola

In occasione della festa di San Rocco (16 agosto), proponiamo la descrizione della cascina Biolcheria Fenarola. Casa colonica situata in via XXIV Maggio n.13 con ingresso ad arco in comune con la cascina Fenarola Piceni. La cascina è la continuazione – verso sera – delle cascine Fenarole ed è costituita essenzialmente da due elementi contrapposti. Nel corpo di fabbrica in lato nord e a mattina sono situate le abitazioni, l’ex stalla tradizionale, con fienile, trasformata in deposito e, verso sera, altra piccola abitazione. 

Corre il portico in otto campate con pilastri in cotto. Sulla parete dell’abitazione verso mattina è dipinta l’effige di San Rocco. Autore di quest’opera è Pietro Milzani, autore anche dei dipinti della chiesa parrocchiale. A mezzodì, si trova il cortile ora abbellito da piante e fiori.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il Mulino delle Lettere | FO19

Il mulino delle lettere ci ha accompagnato durante l’avvento e la quaresima. Continuerà a farlo anche durante la Festa dell’Oratorio!

Da mercoledì 12 fino a domenica 16 giugno presso l’Aula Verde sarà allestita una mostra con le opere del mulino, insieme ad una selezione di materiale dell’Archivio dell’Oratorio, tra cui fotografie storiche e vecchie edizioni de “La Badia”.

Fate anche voi un tuffo nel passato!

Giovani e oratori a Brescia

Il Convitto vescovile ha ospitato la presentazione del 6° quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”

Il Convitto Vescovile “San Giorgio” di Brescia ha ospitato nei giorni scorsi la presentazione del volume “Giovani e oratori a Brescia negli anni ‘70”, sesto quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”, curato da don Mario Trebeschi, e promosso da Fondazione Civiltà Bresciana, Università Cattolica e Centro Oratori Bresciani.

Dal tavolo dei relatori si sono succeduti diversi interventi. Dopo i saluti iniziali, portati da don Andrea Dotti, rettore del Convitto e don Carlo Tartari, ha preso la parola don Angelo Gelmini, vicario episcopale per il clero, ricordando l’importanza della testimonianza dei giovani degli anni ’70 nei confronti dei sacerdoti e della loro formazione. All’epoca, ha detto, “ci si auspicava che, per i sacerdoti, la teologia imparata in seminario diventasse un’esperienza concreta e che non ci fossero troppi veloci avvicendamenti di curati negli oratori”. A Giovanni Gregorini, uno dei promotori del progetto, è toccato poi il compito di introdurre il pubblico presente ad una conoscenza più approfondita del volume. “Questo progetto” ha detto “ha avviato un vero e proprio itinerario: ripercorrere la storia dell’oratorio a Brescia, infatti, è complesso perché questa storia coinvolge il clero, i religiosi, le famiglie e la società. Questo nuovo quaderno ci racconta alcuni aspetti e tratti distintivi della Chiesa bresciana confermandoci il suo carisma educativo e riconoscendo l’oratorio quale importante strumento d’evangelizzazione” ha concluso.

“Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, la Chiesa bresciana stava recependo gli stimoli del Concilio Vaticano II: al centro dell’attenzione c’era la Chiesa stessa e si operava a favore di una Chiesa quale comunità che segue e annuncia Cristo” ha esordito mons. Canobbio, che visse in prima persona il convegno giovanile del 16 e 17 giugno 1979 e tutte le fasi di preparazione dello stesso. “Ricordo bene il convegno come un momento di grande vitalità e non posso dimenticare come si respirasse tra i giovani un senso di corresponsabilità, molta voglia di fare rete e grande passione missionaria”.

Tra gli ultimi interventi, quello del professor Taccolini che, dopo aver espresso un convinto apprezzamento per l’opera, ha definito l’oratorio come “custode e testimone di profonde trasformazioni” prima di lasciare la parola all’autore del quaderno, don Trebeschi, che ne ha ripercorso, in breve, la genesi.

Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Mercoledì 12 giugno faremo un tuffo nel passato: presenteremo il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)”. Un’opera che si pone come continuazione del volume “Dei nostri oratori” scritto da Battista Favagrossa e Giovanni Fiora nel 1989.

La presentazione avrà inizio alle ore 20:30. Interverranno l’autore del libro, prof. Andreino Corrini, il vicario episcopale territoriale don Alfredo Savoldi e monsignor Giovanni Palamini.

Durante la serata verrà anche aperta la mostra dedicata all’archivio dell’Oratorio, con l’esposizione delle fotografie storiche e delle badie più vecchie, e alle opere de “il mulino delle lettere”.

La Banda Giovanile “Luca Colosio” del Corpo Musicale Lenese si esibirà in alcuni brani durante la presentazione del libro.