Sant’Urbano Martire: le conclusioni

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Le reliquie di s. Urbano Martire sono presenti a Milzanello dal 1714, la stessa data della morte del Vescovo Badoer.
Il vescovo è di origine veneta ed è stato Patriarca di Venezia. È quindi ipotizzabile che le reliquie possano provenire da Venezia.

Il culto di san Babila e dei tre fanciulli, si diffonde presto in Occidente. A Milano la presenza di una comunità siriaca ne diffonde il culto. È attestato già negli antichi messali ambrosiani. Ma la commemorazione di san Babila e dei tre fanciulli era fissata a al 24 gennaio, dopo la riforma liturgica anticipata al 23 gennaio.
Questo non coincide con la data in cui si commemorava in passato.

Dalla lettura dei documenti trovato nell’Archivio parrocchiale di Milzanello risulta che la festa cadeva alla fine di Ottobre, giorno in cui si commemora s. Urbano martire romano. Il 30 ottobre o il 31 ottobre. Il Badoer era Cardinale e per ordine del Papa era giunto a Brescia per combattere l’eresia che si stava diffondendo nel Bresciano.
In quegli anni le reliquie dei santi martiri dei primi secoli recuperate nelle Catacombe romane erano mandate in tutta Europa per rinforzare la fede Cattolica. È quindi plausibile che le reliquie provengano da Roma.

La data in cui si festeggiava il Protettore di Milzanello s. Urbano è alla fine di Ottobre. Il 31 Ottobre si ricorda s. Urbano Martire collaboratore di san Paolo. Questo appoggerebbe l’ipotesi che le reliquie provengano proprio dalle Catacombe romane.
A favore di questa ipotesi ci sarebbe anche il fatto che proprio nel XVII e nel XVIII secolo ci furono degli scavi nelle catacombe romane e molti resti di santi martiri furono portati in tutta Europa, in modo particolare nei luoghi in cui l’eresia protestante era più presente, per rinvigorire il culto dei santi e supportare la fede cattolica.

I resti rinvenuti nelle Catacombe, in tombe recanti segni del martirio, anche se non appartenevano proprio al collaboratore di S. Paolo, erano comunque i resti di un fratello degno di venerazione, in quanto rimasto fedele a Cristo fino al martirio.
Badoer è arrivato a Brescia con il preciso compito di eliminare l’eresia e quindi potrebbe essere plausibile che abbia portato con sé delle reliquie per rinforzare il culto del santi, oltre naturalmente a diffondere le processioni e l’adorazione al Santissimo.

Per “Corpi santi” s’intendono le reliquie di probabili martiri, estratte dalle catacombe romane e non solo, tra XVI e XVII secolo, per essere donate a parrocchie, diocesi o privati. Con il sorgere di una forma di archeologia sacra più accurata, l’estrazione è stata interrotta. Abitualmente venivano posti alla venerazione dei fedeli con abiti che rimandavano al loro stato di vita (soldati, fanciulli eccetera), a volte ricoperti con maschere d’argento o inseriti in figure di cera.

Il culto dei Corpi santi perdura ancora oggi, in particolare nella diocesi di Milano, in America Latina e in Germania, dove molti furono traslati all’epoca della Riforma protestante.
In alcune raccolte pubblicate recentemente di vite di santi, vengono indicati due s. Urbano martire: uno che si ricorda il 30 Ottobre, indicato come cooperatore di s. Paolo, e uno che si ricorda il 31 Ottobre, martire romano assieme a S. Ampliato e a s. Narcisso.

Tuttavia, altre raccolte di santi, indicano che il collaboratore di s. Paolo e il compagno di martirio dei santi Ampliato e Narcisso, sono in realtà la stessa persona.
In un Martirologio Romano Pubblicato a Venezia nel 1702 al 31 ottobre si legge:

… In questo giorno pure i Santi Ampliato, Urbano e Narcisso, de quali fa menzione s. Paolo scrivendo a’ Romani, che furono uccisi da Giudei e da Gentili per l’Evangelio di Cristo.

La provenienza e la data di stampa del Martirologio, fanno pensare che quando le reliquie giunsero a Milzanello, questo era il riferimento che si prese e a questo santo avrebbero fatto riferimento quanti lo elessero a protettore.

Giovanni Antonio Uggeri

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

La famiglia Uggeri, di cui fa menzione la lapide commemorativa, è una antica famiglia di origine Medioevale che era subentrata ai feudatari di Milzanello.
Giovanni Antonio Uggeri faceva parte della famiglia Uggeri che ha rappresentato un elemento centrale per il paese.
Andiamo per ordine.
Nel 1420 alla famiglia Gambara subentrarono gli Uggeri, che acquistarono non solo Milzanello, ma anche altre terre della zona.
Dalle cronache del tempo risulta che la situazione dei contadini fosse piuttosto misera.

La famiglia Uggeri ebbe il merito di aver compiuto importanti lavori di adeguamento: sistemò case e cascine, migliorò il sistema dei canali e delle rogge e soprattutto rese le condizioni dei propri contadini migliori. L’effetto di una tale cura fu che la popolazione ebbe un incisivo aumento e in tempo di epidemie che per molti altri paesi significò una drastica diminuzione di abitanti, ebbe una bassa percentuale di morti.

Il merito di questa famiglia fu anche di essersi occupata della chiesa ormai decadente dedicata a S. Michele.

La chiesa fu ampliata e in parte riedificata e quindi consacrata nel 1460.
Nei secoli ha avuto sistemazioni successive, ma la struttura attuale è ancora quella.
Avendo costruito la chiesa, mantennero il giuspatronato fino all’estinzione della famiglia (forse passò alla famiglia mantovana che subentrò dopo di loro).

La famiglia Uggeri ebbe anche una casa a Brescia, il palazzo Uggeri che si trova in via Musei. Nella lapide si legge che è proprio Giovanni Antonio Uggeri a metterla in ringraziamento verso il Vescovo Badoer, da cui ha ricevuto le reliquie.

Giovanni Antonio Uggeri, era figlio di Pietro Francesco e fratello di Paolo.
Morì celibe e senza eredi, ma anche il fratello che continuò la dinastia, non le garantì vita molto lunga, poiché la discendenza presto si estinse per la mancanza di eredi maschi.

Milzanello

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Milzanello, piccolo centro, frazione di Leno, si è rivelata una terra ricca di storia e di tradizioni. Il tempo ha cancellato e disperso molta parte della memoria del suo passato, eppure rimangono tracce curiose, di un passato veramente interessante.
Fin dall’inizio è stato legato a Leno, soprattutto dopo la fondazione dell’Abbazia, la cui storia è senza dubbio grandiosa.

Potrebbe sembrare che Milzanello non c’entri molto con l’importanza dell’Abbazia, ma non è così, perché Milzanello è inserito nelle vicende dell’Abbazia e questo è emerso nel corso delle ricerche. Anche la presenza della statua di papa Eugenio III nella chiesa di san Michele ne è un indizio. Per capire che ruolo avesse nella storia un paese così piccolo e lontano dal centro, bisogna partire dalla storia dell’Abbazia di Leno.

L’Abbazia di Leno è stata fondata nel 758 per volontà del re dei Longobardi Desiderio e della regina Ansa vicino alla Pieve di San Giovanni Battista.
Da quelle parti il sovrano Longobardo aveva fatto costruire anche una chiesa dedicata a san Michele. Desiderio ottenne da papa Paolo I e dall’abate di Montecassino Petronace (bresciano) il permesso di costruire un’Abbazia.
Il primo Abate fu Ermoaldo (759- 790) che portò con sé 12 monaci, il braccio di san Benedetto, e i resti dei martiri Marziale e Vitale. Seguì Lantperto, dall’Abbazia di Montecassino e poi Amfrido, nominato poi Vescovo di Brescia. Nel corso del tempo venne dotata di privilegi di vario tipo, sia imperiali che papali, e ingrandì i sui possedimenti.

Nel 1137 l’Abbazia subì un violento incendio, quando era Abate Tedaldo.
Sotto la guida dell’Abate Onesto, la chiesa fu non solo riedificata, ma fu consacrata con ogni onore. Arrivò infatti a consacrarla Papa Eugenio III , e qui si fermò per un certo periodo. Il Papa però si rese anche conto che l’Abate tentava di prendere facoltà che non aveva, e frenò la sua ingerenza su alcuni ambiti che non gli appartenevano.

Il Papa diede ordine di togliere il fonte battesimale presente nell’Abbazia e di usare per i Battesimi soltanto la Pieve di San Giovanni Battista.
Il Battesimo, infatti, nelle zone rurali, non poteva essere amministrato se non presso la Pieve.
La pieve, o meglio, la Chiesa Battesimale a Leno, era preesistente al Monastero e si trovava presso la roggia che ora si chiama Sangiovanna.
Prima dell’arrivo delle reliquie c’erano la chiesa di San Salvatore, che diventerà la Chiesa abbaziale di san Benedetto, la chiesa di san Pietro e la Pieve di san Giovanni. Di queste chiese, assieme alla chiesa di san Michele di Milzanello, si parla in una disputa in tribunale per stabilire la giurisdizione del territorio di Leno.
Questo documento si è rivelato molto interessante poiché dalle deposizioni dei testimoni si viene a sapere molto.

L’importanza dell’Abbazia si comprende bene e fino a che l’Abate di Leno era così potente, era normale che si trovasse a scontrarsi con il Vescovo di Brescia per via di problemi di giurisdizione. Papi e Imperatori hanno riconosciuto privilegi vari all’Abbazia, ma soprattutto i Papi hanno svincolato l’Abate dalla necessità di dipendere dal Vescovo di Brescia sia per le ordinazioni che per la consacrazione degli olii santi.
Però ad un certo punto sorge un problema di giurisdizione e la questione viene portata in tribunale.

Siamo nel 1194 e vengono chiamati dei testimoni . Gli atti contengono delle informazioni interessanti.

Tra le testimonianze della contrapposizione fra il Vescovo di Brescia e l’Abate di Leno alla fine del XII secolo c’è quella di Montenario, canonico di San Pietro di Leno, che fu chiamato a deporre davanti al Giudice su questa controversia. Egli riguardo alla Pieve di san Giovanni di Leno, afferma che mai era stata soggetta all’autorità del Vescovo di Brescia e che anzi, ricorda di essersi recato ad un Sinodo diocesano e che in quella occasione il suo superiore si infuriò, sentendo la Pieve di san Giovanni enumerata con le pievi Bresciane. Al contrario, era legata alla Sede Apostolica e del tutto svincolata dal controllo del Vescovo.

L’informazione che ci serve conoscere è quella relativa all’amministrazione del Battesimo. Il Battesimo poteva essere amministrato solo nella Pieve, meglio, nella chiesa battesimale di san Giovanni Battista.
Nel 1148, come si è detto, papa Eugenio III aveva fatto togliere il fonte battesimale dalla chiesa abbaziale e aveva ordinato che i battesimi si facessero solo nella Pieve, e l’Abate, non potendo disobbedire al Papa, desiderava allo stesso tempo mostrare il proprio potere.
Trovò pertanto il modo di fare entrambe le cose.

Qui viene descritta la procedura dei battesimi.

  • alcuni canonici di san Pietro si recavano all’Abbazia.
  • Si presentavano all’Abate
  • L’Abate mandava con loro alcuni monaci dell’Abbazia
  • Andavano a prendere il parroco di Milzanello
  • Insieme andavano alla Pieve di san Giovanni Battista
  • Insieme consacravano il fonte battesimale
  • Insieme battezzavano
  • Due o tre fanciulli venivano portati nella chiesa dell’Abbazia e venivano battezzati dall’Abate (tanto per mettere in chiaro chi comandava davvero, senza disubbidire agli ordini del Papa).

Quindi il feudo di Milzanello dipendeva dall’Abbazia.

Come feudatari di Milzanello, ci sono state parecchie famiglie, e poi, quando l’Abbazia iniziò la sua decadenza, divennero gli effettivi signori.
I feudatari in questione erano:

  • Avelongo
  • Poncarali
  • Lomelli
  • Martinengo
  • Gambara che poi cedono nel 1420 agli Uggeri

Nel 1479 l’Abate Bartolomeo Averoldi cedette l’Abazia in cambio dell’Episcopato di Spalato. Era l’ultimo Abate di Leno: dopo di lui furono solo abati commendatari, fino al 1783, quando venne abbattuta per volere della Repubblica Veneta.
La famiglia Uggeri però ha lasciato un segno profondo nella storia di questo paese e ha portato qui tracce che ancora perdurano e che ne raccontano la storia.

Sant’Urbano Martire

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Ci sono alcuni santi che portano questo nome, ma stringendo il campo solo ai martiri, il numero si riduce. La scelta è stata di analizzare tutte le ipotesi, valutando i dati a favore e a sfavore di ognuna di esse, alla luce della documentazione trovata.

1) s. Urbano Papa e martire ci è sembrata l’ipotesi da escludere.

2) Vi è un giovane martire di Antiochia, ucciso nel 253, associato al martirio di San Babila.
San Babila martire fu Vescovo di Antiochia, ucciso in odio alla fede nel 253, insieme a tre fratelli che la madre gli aveva affidato perché fossero allevati ed istruiti alla fede.

San Epolono fanciullo martire
San Prilidano fanciullo martire
San Urbano fanciullo martire

Se si dovesse trattare di lui, la domanda sarebbe: “Come è potuto arrivare dalla Siria a Milzanello?” Sarebbero plausibili due possibili vie:

* da Milano. La chiesa di san Babila a Milano è dotata di reliquie del Vescovo di Antiochia fornite dal Vescovo di Milano Marolo. Il culto di san Babila ha influenzato la liturgia a Milano anche per la presenza di una comunità siriana. San Marolo fu il XIV Vescovo di Milano, nacque in Mesopotamia e fu Vescovo di Milano dal 408 al 423. Proveniva dall’Oriente e questo è importante.
Ennodio, il vescovo di Pavia, parla di lui e riferisce che nacque nelle terre del fiume Tigri, terre che per prime furono raggiunte dal Vangelo e furono bagnate dal sangue di martiri. Per sfuggire alle persecuzioni, si recò ad Antiochia, in Siria e in seguito a Roma.
Fu amico del papa Innocenzo I.
Giunse a Milano come Vescovo dove fu ricordato per le sue virtù, la preghiera e le opere di carità a favore delle vittime delle invasioni dei Visigoti.
Fu lui a dotare la chiesa di san Babila delle reliquie provenienti da Antiochia. La Chiesa Bresciana non solo è una suffraganea della Chiesa Milanese, ma a lungo il Vescovo Bresciano aveva il privilegio di sedere accanto a quello milanese e di essere secondo solo a lui in parte dell’Italia del Nord. Questo fino a XV secolo, quando Brescia cominciò ad essere soggetta a Venezia.
Rimane tuttavia un’incertezza, poiché si parla solo delle reliquie di san Babila e non dei tre fanciulli.

* Le reliquie potrebbero venire da Venezia.
Venezia era una superpotenza navale, che portava da ogni parte del mondo le reliquie di tutti i santi che riusciva a trovare.
Dalla Passio di San Babila abbiamo una dettagliata descrizione della sorte dei corpi dei martiri di Antiochia e per lungo tempo la loro sepoltura fu certa e venerata .
In un libro stampato nel 1800 a Venezia, si trova l’elenco delle reliquie presenti nella chiesa di s. Bonaventura a Venezia. In questa chiesa erano state raccolte le reliquie corrispondenti ai diversi santi per ogni giorno dell’anno, ordinate in nicchie.

Al giorno 24 gennaio, fra gli altri, si citano:

  • S. Babila Vescovo,
  • s. Prilidano fanciullo martire di Antiochia e
  • s. Urbano martire di Antiochia.

Non è possibile capire se si trattasse di piccole porzioni oppure di ossa in gran numero, poiché Napoleone ne ha decretato la spoliazione.

Il Vescovo Badoer, di nobile famiglia Veneziana, che secondo la lapide ha donato le reliquie alla chiesa, prima di essere Vescovo di Brescia, è stato Patriarca di Venezia.
Se si volesse ipotizzare che le reliquie di s. Urbano siano state prese dall’allora Patriarca di Venezia, divenuto in seguito Vescovo di Brescia, l’idea potrebbe risultare plausibile. Tuttavia l’ipotesi incontrerebbe subito delle difficoltà, poiché sono i resti dell’altro fanciullo quelli che mancano nell’elenco e non quelli di S. Urbano.
Nell’Ottocento dunque due dei tre fratelli avevano le proprie reliquie a Venezia, ma qui nell’elenco compare Urbano e manca Epolono.
Anche questa ipotesi dunque mostra una certa fragilità.

3) Il santo Martire Urbano collaboratore di S. Paolo, citato al termine della lettera ai Romani.
I risultati delle ricerche in archivio fanno propendere verso questo santo, poiché nei registri risulta che i festeggiamenti cadessero nella quarta domenica di Ottobre.
Il fatto che a Milzanello si festeggiava S. Urbano alla fine di Ottobre e non a Maggio, commemorazione di s. Babila e dei fanciulli, fa propendere proprio per il martire romano.

A Ottobre si faceva memoria di un s. Urbano in effetti: il collaboratore di san Paolo, nominato assieme a s. Ampliato nella lettera ai Romani.
Da principio avevamo escluso si potesse trattare di lui, perché troppo antico, ma se si considera la storia delle reliquie, degli scavi nelle Catacombe romane e dei corpi santi, questa ipotesi diventa plausibile.

Il ritrovamento di corpi nelle catacombe romane ha portato alla luce una serie di resti delle vittime cristiane delle persecuzioni dei primi secoli. Questi resti, spesso indicati con un nome e un segno che ne segnalava la morte cruenta e il martirio, furono in effetti distribuiti in tutta Europa nei secoli in cui le Eresie protestanti si erano diffuse. Erano state mandate soprattutto nel nord dell’Europa dove i Luterani avevano distrutto le reliquie e le immagini dei santi e servivano a rinnovare proprio la devozione ai santi.

Durante la fine del XVII il territorio Bresciano era stato percorso da venti di eresia che si era insinuata non solo nella popolazione delle Valli, ma anche nei ceti alti e nel clero della città.

La situazione era preoccupante al punto che dopo la morte del Vescovo Marco Dolfin la sede era rimasta vacante per due anni e il Papa aveva nominato Vescovo di Brescia il Cardinale Badoer, Patriarca di Venezia, con una missione precisa: estirpare l’eresia a Brescia. Lo stesso Badoer si impegnò in modo risoluto a portare a termine il suo compito, unendo allo stesso tempo azioni per curare la formazione del Clero, ravvivare la devozione alla Vergine e ai Santi e diffondere l’adorazione al Santissimo Sacramento nella popolazione.
Anche questa pista potrebbe portare alla provenienza delle reliquie in quanto queste potrebbero verosimilmente provenire dalle catacombe di Roma.

Sia che si tratti dei resti di un Martire Romano delle prime persecuzioni, sia che si tratti del fanciullo di Antiochia, è chiaro che le spoglie del Martire Urbano provengono dall’azione dell’allora Vescovo di rinvigorire la fede Cattolica dei Bresciani nella sua opera di risanare la purezza della Dottrina e delle Verità della Tradizione.

Gran parte della forza di propagazione dell’eresia si doveva all’ignoranza delle verità di fede e nella fragilità nella predicazione del Clero, spesso esso stesso traviato dalle idee eretiche.

Attenzione alla formazione della fede, attenzione alla Catechesi fin dalla fanciullezza e una vita ricca di preghiera, adorazione e sacramenti hanno costituito il tentativo di porre un argine ad una deriva che era arrivata a lambire la stessa Cattedrale di Brescia.

La carità, l’attenzione ai bisogni dei poveri e l’umiltà erano vissute in prima persona dal Vescovo che faceva di se stesso un esempio per i sacerdoti e fedeli a lui affidati.
Visionando i registri presenti nell’archivio parrocchiale di Milzanello, risulta che s. Urbano Martire era Patrono e Protettore di Milzanello. I festeggiamenti in suo onore erano previsti la quarta domenica del mese di Ottobre .
Da questo si deduce che il santo martire celebrato nel passato dagli abitanti del paese era s. Urbano collaboratore di s. Paolo, citato alla fine della lettera ai Romani.
Dunque, i festeggiamenti tradizionali sono nel giorno che si commemora s. Urbano martire collaboratore di Paolo.

Cerchiamo di collocare le reliquie nel loro giusto posto.

La Chiesa cattolica ha sempre guardato ai martiri con orgoglio e riconoscenza, poiché la loro fedeltà e fermezza nel testimoniare Cristo, unite al fatto che hanno associato il loro sacrificio alla sua croce, sono il motivo per il quale li abbiamo sempre venerati e ricordati come esempio. Questo il motivo per cui, non dimentichiamolo, il loro sangue è seme per nuovi Cristiani.

La cura poi che da sempre i fedeli hanno avuto per i resti dei santi martiri si innesta nel pensiero cristiano, secondo cui l’uomo, anima, spirito e corpo, è creatura di Dio fatta a sua immagine e creata buona. È vero, la nostra natura è stata corrotta dal peccato originale, ma è creata come cosa molto buona e quindi il corpo non è e non può essere male. Anzi, là dove l’uomo si lascia redimere dalla Grazia, dove asseconda la volontà di Dio, nasce la santità che è presenza di Dio in noi. Ecco che il corpo, insieme all’anima, viene santificato. Per questo per la Chiesa Cattolica, anche le spoglie mortali dei santi sono preziose.

Non solo perché richiamano ad una persona il cui esempio è da imitare, ma perché sono i resti di una creatura in cui ha dimorato Dio. Non siamo forse noi Tempio dello spirito Santo?
Ecco il motivo della devozione alle Reliquie. Dio ha preso un corpo, è diventato veramente uomo, e questo non dice forse l’alta dignità del corpo, assieme a quella della nostra anima? In tempi in cui eresie e spiritualità di varia origine si sono insinuati nei discorsi e nei pensieri, mettendo a rischio la fede, ecco che i veri pastori di anime hanno cercato il modo per insegnare la Verità con strumenti semplici, comprensibili a tutti.

Devozione al Santissimo Sacramento, venerazione alla Vergine Maria e ai Santi sono state le armi con cui combattere i venti eretici che attaccavano le verità di fede. Ma per opporsi all’idea dualista spirito bene, materia male, lo strumento principale rimaneva la devozione alle Reliquie che rimandavano ad un santo Martire e che incarnava proprio l’idea che Anima e Corpo, insieme sono cosa molto buona, creati da Dio, redenti da Cristo, abitati dallo Spirito Santo.

Le reliquie di Milzanello potrebbero essere giunte dalle catacombe di Roma?
Possibile.
In tempi di assalti dell’eresia, molti sacerdoti, Vescovi e Cardinali richiedevano sante reliquie trovate durante gli scavi nelle Catacombe, per rafforzare la loro azione pastorale.
E se invece fossero le reliquie di s. Urbano di Antiochia?
Non del tutto impossibile.
A Venezia vi erano le reliquie di san Babila e dei tre fanciulli martirizzati assieme a lui. Venezia portò dall’Oriente moltissime Reliquie e queste in particolare, a differenza di molte altre, hanno una documentazione storica dettagliata fin dall’inizio.
Alcuni documenti spingono verso le catacombe di Roma, altri no.
La verità è che senza un documento preciso e dettagliato, ogni ipotesi rimane tale.

Vestito di terra, fasciato di cielo

Un libro di luoghi e di persone.  Un racconto di vita che spazia dalla Franciacorta al Lago di Garda, sulle orme di don Pierino Ferrari, uomo di Chiesa, prete innamorato di Cristo, profeta del nostro tempo con “in una mano il Vangelo, nell’altra la storia quotidiana”.

L’autore è Anselmo Palini, scrittore bresciano, guidato nelle sue opere dalla filosofia del “fare memoria del bene”, ossia far conoscere figure di uomini e di donne che hanno cercato di opporsi alle ingiustizie con la forza della loro parola e della loro testimonianza.

Il libro, edito da Ave, ripercorre le tappe più importanti della vita di don Pierino attraverso i luoghi dove è vissuto e le persone che ha incontrato. Luoghi e persone: la dimensione concreta di una quotidianità fatta di azioni e relazioni, vissuta intensamente, sempre con lo sguardo rivolto alla Trinità: “Vestito di terra, fasciato di cielo”, appunto.

E’ una scrittura corale questa, diretta da Palini e arricchita con i contributi di tante persone. Nei Ringraziamenti se ne contano oltre 30 e tra questi Mons. Giacomo Canobbio, che ha curato la Prefazione, e il giornalista Angelo Onger, che ha composto la Postfazione. L’Appendice è un testo nel testo: raccoglie numerosi scritti di don Pierino e le testimonianze di molte persone, laiche e religiose, che l’hanno incontrato e che hanno percorso un pezzo di strada con lui.

Don Ferrari cerca di incarnare la “civiltà dell’amore” di Paolo VI partendo dagli ultimi, dagli svantaggiati (minori, disabili, anziani, malati), e realizzando per loro servizi dedicati che hanno portato alla loro integrazione e inclusione, concetti rivoluzionari per gli anni Settanta e Ottanta.

La dimensione geografica è molto forte in questo libro.  Da una parte Clusane, Brescia, Calcinato, Berlingo, ancora Clusane, Rivoltella del Garda: tappe di un cammino di fede , occasioni dove “la contemplazione dell’amore consente di sperimentare l’amore” (G. Canobbio, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Dall’altra Mamrè, Susa, Gerico, Siloe, Jerusalem, Hebron, Sichem, Madian, Giaffa: le città bibliche che hanno dato il nome alle comunità e ai centri socio-assistenziali fondati da don Pierino (accanto a questi si ricordano anche l’Associazione Comunità Del Cenacolo, la cooperativa sociale Raphaël, l’Associazione Amici di Raphaël, la Fondazione Laudato Sì’).

I luoghi di cui si parla non sono solo spazi fisici, ma comunità cresciute grazie alla semina del sacerdote bresciano, talvolta anche avvalendosi di strumenti innovativi, adatti anche al coinvolgimento dei più giovani: carta stampata, radio, televisione, teatro, arte.

Palini evidenzia costantemente come il carisma e l’originalità di don Ferrari siano stati forti catalizzatori per molti. Se fossero mancati forse non sarebbero nate le due comunità: quella maschile, denominata “Del Cenacolo”, a Calcinato nell’anno 1962, e quella femminile, denominata “Mamrè”, a Clusane di Iseo nell’anno 1971. Qui don Pierino è riuscito a promuovere una “presenza” semplice ma significativa di testimoni di Gesù, “in obbedienza al Vescovo, nel servizio ai fratelli bisognosi, per la gloria di Dio” (P. Ferrari, L’amicizia nella comunità del Cenacolo, pag. 43).

Queste due esperienze sono anche figlie di un incontro fondamentale, quello con  Madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo (al secolo Luisa Ferrari), descritto vividamente da Anselmo Palini e già trattato anche in due opere di Angelo Onger (“Ci legava una dolce amicizia. L’epistolario tra madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo e don Piero Ferrari” e “Storia piccolissima. Germe di unità d’amore”). Entrambi, don Pierino e Madre Giovanna,  sono convinti che il Verbo si incarni in “ogni essere vivente, soprattutto nel piccolo e nel povero, nell’emarginato, in chi non regge il ritmo e resta indietro, in chi, direbbe Papa Francesco, si trova trattato come uno scarto” (A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Forse questo è uno dei tratti che rendono così attuali questi due testimoni di fede.

E’ doveroso ringraziare l’autore per questo testo, ma è necessario anche chiedersi come questo possa essere “utile” per la crescita spirituale del lettore: “Non si tratta di chiedersi cosa farebbe don Piero se fosse ancora tra noi, ma di capire in che misura abbiamo fatto nostra la sua fede e abbiamo colto il soffio dello Spirito per essere qui e oggi in grado di far rinascere la sua capacità di trasferire l’amore trinitario nella quotidianità, con una risposta adeguata ai bisogni emergenti” (A. Onger, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 177).

Come ci direbbe anche oggi don Piero: “Di santi c’è bisogno. Non di statue, si capisce! Di gente che sente, che soffre, che ama, che cerca, che vive, che è vera”.

Una storia di epidemie

Una storia di epidemie

Storia

Tra il 1629 e il 1633 scoppia la peste bubbonica che colpisce in particolare diverse zone dell’Italia settentrionale, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con la massima diffusione nell’anno 1630, causando più di un milione di decessi.

Nel 1817 una pandemia di colera si diffonde in Russia, causando un milione di decessi, attraverso acqua e cibo infettati. Il batterio contagia in particolare l’India, la Spagna, l’Africa, l’Indonesia, la Cina, il Giappone, l’Italia, la Germania e l’America.

Nel 1855 la peste bubbonica, diffusa dalle pulci durante un boom minerario nello Yunnan, contagia i paesi asiatici causando 15 milioni di vittime.

L’influenza russa nel 1889 inizia in Siberia e Kazakistan, arriva a Mosca, in Finlandia e successivamente, passando per la Polonia, arriva nel resto d’Europa, per approdare l’anno seguente, in Nord America e Africa. Il bilancio alla fine del 1890, fu di 360.000 morti.

L’influenza aviaria chiamata spagnola del 1918 è una delle peggiori pandemie della storia, con 50 milioni di morti in tutto il mondo. Si ipotizza che abbia avuto origine in Cina e si sia poi diffusa in tutto il Canada, prima di arrivare in Europa. La minaccia scompare nell’estate del 1919, quando la maggior parte degli infetti aveva sviluppato gli anticorpi.

Nel 1957 si diffonde l’influenza asiatica che molti ricorderanno. E’ partita da Hong Kong e dalla Cina diffondendosi negli Stati Uniti, per poi raggiungere l’Europa. Una seconda ondata si svilupperà all’inizio del 1958. L’asiatica causa più di un milione di decessi in tutto il mondo.

Nel 1981 si diffonde l’HIV/AIDS che distrugge il sistema immunitario di una persona, provocando la morte per malattie che il corpo di solito sarebbe in grado di combattere. Si ritiene che si sia sviluppato da un virus di scimpanzé dell’Africa occidentale; la malattia, si diffonde attraverso alcuni fluidi corporei, dapprima ad Haiti, negli anni ’60, e poi a New York e San Francisco negli anni ’70 e in tutto il mondo. Oggi si combatte con molti trattamenti per rallentare il progresso della malattia, ma 35 milioni di persone in tutto il mondo sono decedute causa l’AIDS.

Attualità

Il 2020 ci ha portato il Coronavirus (COVID-19). E’ una malattia infettiva respiratoria causata dal virus SARS-Cov-2. La malattia viene identificata per la prima volta il 31 dicembre 2019 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan capitale della provincia di Hubei in Cina anche se i primi casi si riscontrato nel novembre del 2019. Il contagio dall’Asia si è diffuso in Europa, per passare in Africa e in America. In Italia si è diffuso in particolare in Lombardia e nelle regioni del nord. Per limitarne la strasmissione sono state prese precauzioni, come mantenere la distanza di sicurezza e tenere comportamenti corretti sul piano dell’igiene (lavarsi periodicamente le mani, starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso e, dove necessario, indossare mascherine e guanti).

A Leno ci sono stati 145 contagiati e 27 decessi dall’inizio della epidemia fino al 5 giugno 2020. Ogni attività economica si è fermata, pure le scuole; sono stati vietati gli assembramenti e gli spostamenti. Ai fedeli è stato vietato di partecipare al triduo pasquale ed alle Sante Messe, ai funerali. A titolo informativo, è bene sapere, che non è la prima volta che vengono attuate limitazioni da parte delle autorità ecclesiastiche.

Nel 1656 papa Alessandro VII per arginare il contagio della peste in Roma proibì comunanze e assembramenti civili e sacri, processioni e riti. Impose la quarantena coatta e la rigida separazione dei ricoverati, per impedire che l’affollamento potesse portare diffusione del male.

San Carlo Borromeo, nel 1576, durante la peste di Milano, si teneva a distanza dai suoi interlocutori, cambiava spesso gli abiti che andavano lavati in acqua bollente, ed esigeva che ogni cosa fosse distrutta con il fuoco o con una spugna imbevuta di aceto. Le sue processioni per chiedere a Dio di fermare l’epidemia prevedevano la presenza di soli uomini adulti divisi in due file di una persona sola distanziati l’una dall’altra di tre metri. San Carlo propose ai cittadini una quarantena generale di quaranta giorni chiusi in casa, cosa che l’autorità civile decreterà il 15 ottobre 1576.

In tutta Italia e anche a Leno dal 18 maggio le chiese si sono riaperte ma con vincoli per la sicurezza contro il contagio stabiliti dalle disposizioni del protocollo ministeriale del 7 maggio sottoscritto dal presidente della CEI card.
Gualtiero Bassetti.

La voce degli angeli

Parte seconda – Le campane di Milzanello

Le campane scandiscono i tempi del lavoro e del riposo, della preghiera e della celebrazione. Segnano i momenti salienti della vita: la nascita, la morte, i sacramenti, l’impronta e la presenza di Dio fra gli uomini. In passato oltre che annunciare la gioia e la sofferenza, segnalavano un temporale, un incendio, una inondazione; riunivano la comunità davanti a un pericolo, chiamavano a raccolta, per proteggere il paese da una minaccia oltre che per celebrare insieme un lieto evento. Le campane sono state a lungo espressione della fede semplice e profondamente radicata di un popolo che si sentiva parte di una comunità. Se oggi abbiamo perso la consapevolezza della funzione e dell’importanza del suono delle campane, è perché è entrata in crisi la nostra coscienza di essere una comunità ed è entrata in crisi la fede del popolo di Dio.

Eppure, in tempi eccezionali e difficili come i nostri, in molti hanno riscoperto quanto sia confortante sentire suonare le campane. Sono il segno che una comunità c’è, che un messaggio c’è e c’è qualcuno ancora che ci chiama a qualcosa di più alto ed essenziale, che non solo va oltre la concreta materialità del nostro vivere quotidiano, ma che sa e può dare a questo concreto un senso, un valore, che lo riempie di dignità e sacralità: qualcosa che apre il nostro quotidiano all’eternità.  Le campane che da secoli vegliano su Milzanello hanno una storia antica.  Era stato s. Carlo Borromeo nel 1580 a far abbattere un oratorio campestre e usare il materiale per costruire il campanile attuale della chiesa, ma nella prima metà dell’Ottocento, il castello di legno e la struttura della torre furono ritenuti pericolosi. In Archivio si trova documentazione della consacrazione delle nuove quattro campane. I quattro bronzi furono consacrati il 6 novembre 1831 da monsignor Carlo Morsacchi Vescovo di Bergamo, che si trovava a Brescia per i funerali del Vescovo mons. Nava. Alle 18.00, Monsignor Morsacchi si recò alla fonderia “Innocenzo Maggi” che sorgeva lungo il bastione di Brescia, accanto alla Madonna delle Grazie. Officiò la cerimonia assistito dal Canonico del Duomo, mons. Pinzoni e dal parroco don Vincenzo Albertini. Fu padrino il ragioniere Giuseppe Serazzi, agente della Contessa Uggeri Luzzago, alla presenza di altre persone di Milzanello. Le campane che poi furono collocate sulla torre erano dedicate ai santi legati al paese. Alle precedenti, fu poi aggiunta nel 1971 una nuova campana, dedicata ai Caduti di tutte le guerre e recante il nome di san Sebastiano (soldato romano martire per la fede) proveniente dalla fonderia Filippi di Chiari.

La chiesa parrocchiale di Milzanello, da allora, conta cinque campane: la prima dedicata a S. Michele, titolare della chiesa, la seconda a S. Urbano martire, suo patrono, la terza a s. Luigi, la quarta dei Caduti dedicata a s. Sebastiano e la quinta a san Filippo. Solo per una breve pausa furono rimosse nel 1941 a fini bellici, ma furono salvate e tornarono al loro posto alla fine della guerra. I fonditori nel Medioevo erano sia monaci che laici, ma percepivano il proprio compito come un’azione sacra. Nelle fonderie più antiche, dove si rispettano le tradizionali tecniche di fonderia, ancora oggi, ogni passaggio è scandito da gesti di fede. Nel momento della colatura e della liberazione della campana, i fonditori pregano, recitano antiche preghiere. Leggere oggi questi documenti ci riporta a cosa sono state le campane per i Cristiani lungo i secoli.

Chiara Ravagni

La voce degli angeli

Parte prima – Storia delle campane in generale

Le campane, dai campanili, vegliano e custodiscono dall’alto le nostre comunità. La loro voce è considerata la voce degli angeli, perché, come loro, sono messaggeri di Dio: portano agli uomini la Sua Parola e richiamano alla preghiera. E come la Parola di Dio è annunciata a tutti, ma non tutti la accolgono, così la campana tutti la sentono, ma non tutti la ascoltano davvero.

Un tempo era certo che tutto fosse intriso di Provvidenza divina e si scorgevano con facilità le impronte di Dio, anche nella voce delle campane. Ogni aspetto della vita, anche radicato nella carne e nel sangue dell’uomo, aveva una impronta ultraterrena, poiché tutto era ricondotto a Dio nella prospettiva della salvezza eterna. Le campane suonavano per scandire il tempo liturgico, ma anche quello civile; scandivano la festa, come la giornata feriale. Oggi è cambiato il nostro modo di vedere la realtà e corriamo il rischio di non comprendere più il valore che hanno le campane. In senso generico, la campana risale a tempi antichissimi, ma era diversa da quella che conosciamo.

Le più antiche, di qualche millennio prima di Cristo, erano in ferro battuto e percosse dall’esterno. La vera e propria campana nasce nel Medioevo, nel V secolo, quando il Vescovo di Nola, Paolino, usa nella liturgia i “vasi della Campania” con un batacchio (o battaglio) interno. Negli stessi anni le campane vengono usate nel culto in Irlanda e poi diffuse in tutta Europa dai monaci evangelizzatori irlandesi come Colombano e Gallo. Non sono ancora forgiate per fusione, ma con lamiere di rame battuto, usate come strumento prezioso di evangelizzazione. Le campane non sono solo uno strumento per richiamare e avvertire, sono anche un segno carico di significati: il Vescovo di Mende, Durandus, nel 1286, spiega che in esse ogni elemento ha una funzione pratica e una simbolica, come tutto nella Chiesa, dove ogni cosa è sapiente insegnamento.

La campana è simbolo del Predicatore e la durezza del metallo rappresenta la sua forza d’animo. Il batacchio di ferro che colpisce l’una e l’altra faccia della campana è la lingua del predicatore che fa risuonare l’Antico e il Nuovo Testamento. Il colpo della campana è il predicatore che vince i propri vizi prima di riprendere gli altri: un richiamo alla coerenza del sacerdote che deve vivere ciò che predica. La catena che unisce il batacchio alla campana è la meditazione e il gancio che stringe il batacchio è la moderazione della lingua. Il legno dell’armatura che sorregge la campana è il legno della croce di Cristo; il ferro che unisce la campana al legno è la carità del predicatore e i morsetti che uniscono i legni dell’armatura sono i Profeti.

Nell’era Cristiana, ci si muove in un mondo in cui la dimensione sacra è impastata alla realtà vissuta, quindi anche le campane, come messaggere della voce di Dio, hanno anche un ruolo di protezione e liberazione dal male, dalla peste, dalla carestia, dalla guerra, dai temporali, dagli spiriti maligni e vengono consacrate dal Vescovo per questo. Noi oggi usiamo la parola “campana”, ma nel Medioevo erano almeno dieci i nomi che la indicavano, a seconda della dimensione e della funzione che aveva (ne parla anche san Benedetto nella Regola). Il Vescovo G. Durandus (vescovo di Mende nel XIII secolo) le enumera per grandezza: la SQUILLA, piccola, usata durante il pasto dai monaci, il CYMBALUM usata nel chiostro per richiamare i monaci, la NOLA nel coro, la NOLULA doppia nell’Orologio: una per l’ora e l’altra per la mezza; poi la CAMPANA che è nel campanile, a scopo civile e il SIGNUM che è nella torre, a scopo religioso.

Le campane richiamano alla preghiera e scandiscono il tempo liturgico e il tempo dell’uomo, per aprire il nostro tempo all’eternità. Sono simbolo di unità, armonizzate fra loro, come deve esserlo il popolo di Dio in comunione con Cristo. La campana segna il ritmo della vita della Chiesa e marca la presenza della sacralità della vita di fede dentro alla vita quotidiana, anche civile. Non è un oggetto come gli altri: viene benedetta e consacrata perché come per ogni cosa messa a servizio di Dio, è necessario che sia custodita solo per Lui. Questo oggetto, così presente nei nostri paesi e nelle nostre città, da essere diventato scontato, ha sempre avuto delle funzioni essenziali: è segnale, è chiamata dei fedeli alla liturgia, è ricordo del tempo della preghiera, allarme in caso di pericolo, segna le tappe della vita e scongiura le calamità che minacciano la comunità. Nel prossimo numero vedremo la storia delle campane di Milzanello, rinate nei primi mesi del 2020 grazie alla generosità di alcune famiglie del paese.

Chiara Ravagni

La famiglia al tempo del coronavirus

Cinque sotto un tetto. Sembra il titolo di una serie tv e invece no… è la realtà di questi giorni, è la quotidianità che caratterizza le nostre giornate da due mesi ormai. Cinque teste pensanti, cinque caratteri diversi, cinque soggetti con abitudini, impegni e spazi propri che improvvisamente si ritrovano a stare tanto, tanto tempo insieme in uno spazio limitato, fortunatamente non troppo!

All’inizio la novità, soprattutto dai più piccoli, è stata accolta con entusiasmo e vivacità: una pausa inaspettata! La novità ha poi assunto connotati diversi… Siamo stati costretti a prendere atto del fatto che ciò che sembrava essere qualcosa di lontano ed egoisticamente appartenente ad altri si è fatto talmente vicino da costringerci a limitare la nostra libertà, a cambiare le nostre abitudini e ci siamo sentiti impreparati e impauriti, soprattutto noi adulti nei confronti delle incalzanti domande dei piccoli, pronti a scrutare ogni espressione e con le orecchie tese per cogliere qualsiasi informazione rispetto a ciò che stava accadendo.

Andrà tutto bene… è ciò che ci siamo ripetuti in continuazione, ma non bastava…andrà tutto bene se tutti ci impegnamo per quanto possibile e ci sforziamo di vivere questa nuova condizione. Inevitabilmente ci si è trovati di fronte alla necessità di mettersi in gioco come singolo, ma anche come famiglia, di ristabilire un equilibrio e le priorità, non senza difficoltà e fatica.

Una nuova routine fatta di impegni scolastici, videochiamate, lavoro da casa, spesa online, lavoretti, giochi, storie, ricette per palati sempre più esigenti e chi più ne ha più ne metta… indispensabile una buona organizzazione di tempi e spazi in cui ciascun componente possa trovare una propria dimensione e serenità. La routine per i bambini è importante perché dà sicurezza, prevedibilità e mai come ora si sente la necessità di sapere che cosa accadrà, cosa avverrà dopo!

Le videochiamate sono state la nostra finestra sul mondo, il nostro canale preferito per tenerci in contatto con gli altri: amici, nonni e zii. Ci siamo resi conto della bellezza di un abbraccio, del valore di un pasto condiviso, di un bacio, dello stare l’uno accanto all’altro..anche solo in silenzio… ma accanto. Abbiamo fatto esperienza del sacrificio, della rinuncia, dell’attesa, ci siamo allenati ad essere empatici e sentire nostre le preoccupazioni di tante persone che conosciamo e che hanno dovuto affrontare enormi ostacoli, abbiamo capito che non bisogna dare nulla per scontato.

L’isolamento da tutto e da tutti ci ha reso più vulnerabili, ha fatto emergere le nostre fragilità e i nostri limiti, ma nello stesso tempo ci ha permesso di essere più attenti all’altro, alle esigenze dell’altro, del nostro prossimo più prossimo. Abbiamo trovato il tempo di guardarci negli occhi, di ascoltarci non solo con le orecchie, ma con il cuore, per gioire delle piccole conquiste e per affrontare le difficoltà di ciascuno. Non sempre è stato facile, non sempre immediato, non sono mancati momenti di tensione, di confronto, di paura, di ansia, senso di smarrimento, soprattutto quando questo virus ha colpito il nonno.

In questa occasione però ci siamo resi conto di quanto bene ci circonda, quanto sia importante la solidarietà. Abbiamo vissuto una Quaresima ed una Pasqua uniche, eccezionali, abbiamo provato paura, abbiamo sofferto, ma sopratuttto abbiamo assaporato la forza della preghiera, la presenza di Dio nella nostra quotidianità. Grazie agli spunti, alle proposte, alla guida dei sacerdoti abbiamo riscoperto la bellezza del pregare insieme, in modo costante, abbiamo creato all’interno della casa e della nostra giornata uno spazio dedicato alla relazione con Dio. Ci siamo resi conto di quanto i bambini riescano a rivolgersi a Dio con spontaneità, immediatezza e di come loro stessi siano strumento nelle mani di Dio.

Santa Lucia | I Santi dell’Abbazia

Concludiamo il nostro itinerario incontrando la santa più amata dai bambini, ma che ancora oggi ha molto da insegnare anche agli adulti: Santa Lucia. La sua vita ci aiuti a vedere ogni avvenimento con gli occhi della fede, per poter scegliere sempre ciò che giusto, vero e buono.

Accompagnamento musicale ad opera di Paolo.