La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il Mulino delle Lettere | FO19

Il mulino delle lettere ci ha accompagnato durante l’avvento e la quaresima. Continuerà a farlo anche durante la Festa dell’Oratorio!

Da mercoledì 12 fino a domenica 16 giugno presso l’Aula Verde sarà allestita una mostra con le opere del mulino, insieme ad una selezione di materiale dell’Archivio dell’Oratorio, tra cui fotografie storiche e vecchie edizioni de “La Badia”.

Fate anche voi un tuffo nel passato!

Giovani e oratori a Brescia

Il Convitto vescovile ha ospitato la presentazione del 6° quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”

Il Convitto Vescovile “San Giorgio” di Brescia ha ospitato nei giorni scorsi la presentazione del volume “Giovani e oratori a Brescia negli anni ‘70”, sesto quaderno della collana “Progetto storia dell’oratorio a Brescia”, curato da don Mario Trebeschi, e promosso da Fondazione Civiltà Bresciana, Università Cattolica e Centro Oratori Bresciani.

Dal tavolo dei relatori si sono succeduti diversi interventi. Dopo i saluti iniziali, portati da don Andrea Dotti, rettore del Convitto e don Carlo Tartari, ha preso la parola don Angelo Gelmini, vicario episcopale per il clero, ricordando l’importanza della testimonianza dei giovani degli anni ’70 nei confronti dei sacerdoti e della loro formazione. All’epoca, ha detto, “ci si auspicava che, per i sacerdoti, la teologia imparata in seminario diventasse un’esperienza concreta e che non ci fossero troppi veloci avvicendamenti di curati negli oratori”. A Giovanni Gregorini, uno dei promotori del progetto, è toccato poi il compito di introdurre il pubblico presente ad una conoscenza più approfondita del volume. “Questo progetto” ha detto “ha avviato un vero e proprio itinerario: ripercorrere la storia dell’oratorio a Brescia, infatti, è complesso perché questa storia coinvolge il clero, i religiosi, le famiglie e la società. Questo nuovo quaderno ci racconta alcuni aspetti e tratti distintivi della Chiesa bresciana confermandoci il suo carisma educativo e riconoscendo l’oratorio quale importante strumento d’evangelizzazione” ha concluso.

“Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, la Chiesa bresciana stava recependo gli stimoli del Concilio Vaticano II: al centro dell’attenzione c’era la Chiesa stessa e si operava a favore di una Chiesa quale comunità che segue e annuncia Cristo” ha esordito mons. Canobbio, che visse in prima persona il convegno giovanile del 16 e 17 giugno 1979 e tutte le fasi di preparazione dello stesso. “Ricordo bene il convegno come un momento di grande vitalità e non posso dimenticare come si respirasse tra i giovani un senso di corresponsabilità, molta voglia di fare rete e grande passione missionaria”.

Tra gli ultimi interventi, quello del professor Taccolini che, dopo aver espresso un convinto apprezzamento per l’opera, ha definito l’oratorio come “custode e testimone di profonde trasformazioni” prima di lasciare la parola all’autore del quaderno, don Trebeschi, che ne ha ripercorso, in breve, la genesi.

Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Mercoledì 12 giugno faremo un tuffo nel passato: presenteremo il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)”. Un’opera che si pone come continuazione del volume “Dei nostri oratori” scritto da Battista Favagrossa e Giovanni Fiora nel 1989.

La presentazione avrà inizio alle ore 20:30. Interverranno l’autore del libro, prof. Andreino Corrini, il vicario episcopale territoriale don Alfredo Savoldi e monsignor Giovanni Palamini.

Durante la serata verrà anche aperta la mostra dedicata all’archivio dell’Oratorio, con l’esposizione delle fotografie storiche e delle badie più vecchie, e alle opere de “il mulino delle lettere”.

La Banda Giovanile “Luca Colosio” del Corpo Musicale Lenese si esibirà in alcuni brani durante la presentazione del libro.

Irene

L’Oratorio San Luigi propone

Irene

con Alberto Branca e Francesca Grisenti; regia di Massimiliano Grazioli.

Una rappresentazione teatrale dedicata a Irene Stefani, missionaria della Consolata in Kenya morta nel 1930 e beatificata nel 2015.

L’appuntamento è per venerdì 10 maggio, ore 20:30. Ingresso 8€.

Biglietti disponibili presso il bar dell’Oratorio, in via re Desiderio 37.

L’opera di Santa Dorotea

Presentato il quaderno numero 4 del percorso sulla storia dell’oratorio bresciano dedicato al ruolo delle Dorotee

In occasione della presentazione del quaderno numero 4 del percorso sulla storia dell’oratorio bresciano, dedicato al ruolo delle Suore Dorotee presenti in città dal 1842, più che ricordi nostalgici, traspariva gratitudine per aver vissuto molti anni all’oratorio femminile di Santa Dorotea nella parrocchia di S. Giovanni. Chiamate, nel 1844, dal prevosto a dirigere la scuola parrocchiale di S. Rocco, in via Capriolo, le Dorotee divennero punto di riferimento per il laicato femminile bresciano. Aprirono una scuola a sostegno delle fanciulle che divenne il primo nucleo dell’Oratorio Femminile S. Dorotea, inaugurato nel 1849.

Dopo il saluto riconoscente di suor Carolina Segatore e la lettura del messaggio di madre Marialuisa Bergomi, ex oratoriana della parrocchia della Badia, ha portato il suo saluto mons. Italo Gorni, vicario episcopale per la vita religiosa. La serata è stata coordinata da Michele Busi e ha visto la partecipazione dell’attore Luciano Bertoli e del maestro Alberto Cavoli.

La lettura di alcuni brani, avvalorata da significativi interludi musicali, ha riportato il pubblico al cuore della serata: l’Opera di Santa Dorotea non come discorso, ma come esperienza, un racconto di vita, un prendersi a cuore “alcune poche fanciulle”, e essere per loro “guide amorose”.

Storie di vita. Michele Marchesi ha ribadito che il lavoro è un affresco, con volti, nomi, attività, circostanze, banali, ma orientati al fine: avvicinare le fanciulle a Gesù. Un volo in aereo sulla multiforme varietà degli oratori femminili dorotei ha mostrato come si può realizzare un massimo di vita in un minimo di struttura: dal nucleo originario con 50 ragazzine, nel 1885 erano oltre 600, divise in Compagnie. Un susseguirsi di gite, preghiera, accademie, giochi, scuola di lavoro, celebrazioni, esercizi spirituali… Anno dopo anno le strutture si ampliarono e la comunità, saggiamente guidata dai Vescovo e dai Direttori da esso delegati, generò altre comunità: Bovegno 1891, Vobarno 1895, Sale Marasino 1905, Comezzano 1907… da nord a sud, da est a ovest, quasi a chiudere in un grande abbraccio l’intera Diocesi, raggiunse oltre 70 parrocchie della Diocesi rispettando lo stesso criterio: chiamata del parroco, oratorio, scuola. Un volo in aereo, dicevamo, con l’invito a fare una passeggiata a piedi tra le righe del libro per leggere date, nomi, riferimenti e tenere viva la speranza che l’Opera, iniziata con i laici, riprenda vigore con i laici. La consegna della rosa ad alcuni giovani, a una suora, al Vicario e agli adulti rappresenta l’impegno a essere punto di riferimento per tanti ragazzi nello stile dell’Opera di S. Dorotea.

Il dialogo è continuato nella sala dove era allestito il buffet, troppo piccola per contenere tutti, ma dove si è percepita un’intensità di vita con la voglia di riprendere il filo. Il quaderno è stata una felice occasione per rendere omaggio a centinaia di donne che hanno creduto nell’Oratorio perché lo vedevano come trampolino di lancio per avvicinare i “piccoli” a Gesù.

L’efficacia della preghiera per le vocazioni

Carissimi lettori!

Gesù ha detto apertamente ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. (Mt 9,37-38) Pregate dunque è l’unica condizione che il Signore pone perché ci siano operai sufficienti per la sua messe. Tante volte abbiamo sentito ripetere queste parole del Maestro, ma ci crediamo veramente? Quanto bisogno abbiamo oggi di santi sacerdoti e persone consacrate fedeli a Gesù! Desidero raccontarvi l’esempio di alcune donne che hanno preso sul serio queste parole del Vangelo e che hanno così potuto sperimentare l’efficacia della preghiera per le vocazioni.

Ci rechiamo nel piccolo paese di Lu nell’Italia del nord, una località che conta poche migliaia di abitanti e che si trova in una regione rurale a 50 km ad este di Torino. Questo piccolo paese sarebbe rimasto sconosciuto se nel 1881 alcune madri di famiglia non avessero preso una decisione che avrebbe avuto delle “grandi ripercussioni”.Molte di queste mamme avevano nel cuore il desiderio di vedere uno dei loro figli diventare sacerdote o una delle loro figlie impegnarsi totalmente al servizio del Signore. Presero dunque a riunirsi tutti i martedì per l’adorazione del Santissimo Sacramento, sotto la guida del loro parroco, Monsignor Alessandro Canora, e a pregare per le vocazioni. Tutte le prime domeniche del mese ricevevano la Comunione con questa intenzione. Dopo la Messa tutte le mamme pregavano insieme per chiedere delle vocazioni sacerdotali. Grazie alla preghiera piena di fiducia di queste madri e all’apertura di cuore di questi genitori, le famiglie vivevano in un clima di pace, di serenità e di devozione gioiosa che permise ai loro figli di discernere molto più facilmente la loro chiamata.

Quando il Signore ha detto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt. 22,14), bisogna comprenderlo in questo modo: molti saranno chiamati, ma pochi risponderanno. Nessuno avrebbe pensato che il Signore avrebbe esaudito così largamente la preghiera di queste mamme. Da questo piccolo paese sono uscite 323 vocazioni alla vita consacrata (trecento ventitré!): 152 sacerdoti (e religiosi) e 171 religiose appartenenti a 41 diverse congregazioni. In alcune famiglie ci sono state qualche volta anche tre o quattro vocazioni. L’esempio più conosciuto è quello della famiglia Rinaldi. Il Signore chiamò sette figli di questa famiglia. Due figlie entrarono tra le suore salesiane e, mandate a Santo Domingo, furono delle coraggiose pioniere e missionarie. Tra i maschi, cinque diventarono sacerdoti salesiani. Il più conosciuto dei cinque fratelli, Filippo Rinaldi, fu il terzo successore di Don Bosco e Giovanni Paolo II lo beatificò il 29 aprile 1990. In effetti, molte vocazioni entrarono tra i salesiani. Non è un caso dal momento che Don Bosco nella sua vita si recò quattro volte a Lu. Il santo partecipò alla prima Messa di Filippo Rinaldi, suo figlio spirituale, nel suo paese natio. Filippo amava molto ricordare la fede delle famiglie di Lu: “Una fede che faceva dire ai nostri genitori: il Signore ci ha donato dei figli e se Egli li chiama noi non possiamo certo dire di no!”.

Questo esempio dovrebbe incoraggiarci a formare gruppi di preghiera per le vocazioni. Se fossimo consapevoli di quanta forza abbiamo quando preghiamo, in particolare quando preghiamo insieme ad altri! Abbiamo nelle nostre mani la realizzazione dei progetti di Dio per quelle anime che Egli vorrà chiamare, perché Egli chiede sempre la nostra collaborazione per i suoi disegni di salvezza. Pensiamo alle ultime parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

In questo numero potrete conoscere le esperienze di alcuni giovani che hanno accolto l’invito di Gesù e, consacrandosi interamente a Lui, desiderano essere strumenti dell’amore e della misericordia del Signore ovunque Egli li manderà. Le loro vite sono sicuramente il frutto di tante preghiere nascoste e conosciute solo a Dio!

Unito con voi tutti nella preghiera per le vocazioni, Vi saluto e benedico!

Paolo Maria Hnilica, SJ

Il carisma di S. Dorotea

Nuovo volume per approfondire la storia degli oratori bresciani al femminile

La proposta di ricerca per la “Storia dell’oratorio bresciano” continua con il volume: “Oratori al femminile. Il carisma della Pia Opera Santa Dorotea nell’Oratorio bresciano” a cura di Michele Marchesi e suor Veritas Caset. Il tema, che era stato già considerato nel primo Seminario del 6 luglio 2017, riguardava il ruolo svolto dalle Congregazioni religiose femminili nell’animare le esperienze e le strutture impegnate nel servizio alla gioventù femminile delle parrocchie.

“Oratori al femminile” è una sezione dell’articolato percorso di pubblicazioni che si propone di offrire dei quaderni dedicati alle fonti e a documenti che testimoniano il carisma delle comunità religiose al servizio della catechesi e dell’animazione non solo del mondo femminile. La sezione viene inaugurata dal quaderno numero 4 che presenta il carisma della Pia Opera di Santa Dorotea nella diocesi bresciana. Siamo nel 180° della Fondazione dell’Istituto. L’Opera ha sempre cercato di promuovere l’educazione cristiana delle ragazze attraverso il sostegno, il consiglio, l’amicizia, la guida delle stesse coetanee, a loro volta sostenute da giovani donne più adulte.

Un’Opera semplice, diceva il fondatore, don Luca Passi, ma insieme efficace e costruttiva, capace di generare una catena di bene a vantaggio delle persone, della famiglia, della chiesa, della società. Ai promotori del Quaderno pare un bel modo di fare memoria di volti, luoghi, proposte e passioni educative che hanno segnato molte comunità parrocchiali.

Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione di due nuovi quaderni dedicati ad altre Congregazioni. L’appuntamento è giovedì 14 febbraio alle 18.30 presso l’Istituto di Santa Dorotea in via Capriolo 36 a Brescia. Dopo i saluti di suor Carolina Segatore, intervengono: mons. Italo Gorni, Michele Marchesi e suor Veritas Caset. Le letture sono affidate a Luciano Bertoli, l’intermezzo musicale è a cura di Alberto Cavoli. Modera Michele Busi. A tutti i presenti verrà omaggiata una copia del quaderno.