La voce di un testimone

Quaresima missionaria

In occasione della Quaresima, che da sempre è caratterizzata anche da uno spirito missionario, mediante un’intervista, abbiamo voluto dare la parola ad un testimone della nostra parrocchia che, in forma molto semplice, ha fatto un’esperienza missionaria significativa: Battista Tosini.

Che cosa ti ha spinto a partire?

Io avevo uno zio missionario in Togo. Si chiamava Fra Onorio Tosini ed era di Inzino in Valle Trompia. Spesso mi faceva vedere le foto della sua missione, con tantissimi bambini. Più volte mi ha invitato ad andare con lui, ma io ho sempre detto di no. Eppure quelle foto e quei racconti senza saperlo sono penetrati in me. Aspettavano soltanto l’occasione per produrre il loro frutto. Questo venne, dopo l’esperienza a Monstar, durante la guerra bosniaca. Di fronte a tanti segni di odio e di morte, decisi di fare qualcosa per dare il mio contributo a rendere il mondo più umano e fraterno. E così sono partito per l’Africa.

Dove sei stato?

La prima esperienza “missionaria” l’ho fatta in Angola in collegamento con i Piamartini. Abbiamo costruito una scuola per cinquemila bambini. Una cosa impressionante. Sono ritornato stanchissimo e sfinito per il superlavoro e mi sono detto: “Basta!”. Ma dentro di me c’era un richiamo fortissimo: mi mancavano quei bambini, che mi guardavano con occhi imploranti e pieni di gratitudine. Mi mancavano soprattutto quelle Messe della domenica, che non finivano più; ma erano belle, meravigliose. Una vera festa di tutti davanti a Dio, il Padre di tutti, buono e misericordioso. E così sono ritornato in Africa, ad intervalli, per 22 anni. Sono stato in Tanzania, Burkina Faso, Mali, Congo, Zambia, sempre in accordo con i vescovi del luogo o con delle Congregazioni religiose. Sono stato anche in Romania e Albania, dove c’era il nostro compaesano don Roberto Ferranti.

Che cosa facevi?

Pur essendo io infermiere, in Africa ho esercitato soprattutto la mia professione di piastrellista. Ovunque arrivavamo, costruivamo soprattutto scuole e ospedali. Non vi dico quanti pavimenti ho dovuto piastrellare con l’aiuto di tanti giovani africani, a cui ho lasciato poi i miei strumenti di lavoro perché potessero continuare il mestiere che ho loro insegnato. Mi ricordo ancora un gesto che mi ha commosso terribilmente:
Il vescovo Zerbo, oggi cardinale e responsabile della Conferenza episcopale del Mali, un giorno si è inginocchiato davanti a me. Io stupito gli ho chiesto cosa stesse facendo, cosa gli saltava in mente. E lui mi ha risposto: “Tu stai ore e ore in ginocchio a piastrellare per noi. Lascia che almeno una volta io possa mettermi in ginocchio per te e dirti grazie”.
Alla sera, dopo il lavoro, andavo a giocare con i bambini e mi divertivo con loro. Ho incontrato tantissimi bambini; parecchi ammalati, denutriti. Ho visto bambini che, per fame, mangiavano topi e uccelli con le loro penne.

Che valutazione dai della tua esperienza?

Ho ricevuto molto; più di quanto io posso aver dato. Ho imparato a non lamentarmi. Loro hanno poco o niente, ma non si lamentano mai. Qualcuno mangia ogni due o tre giorni. Ma sono contenti ugualmente e condividono quel poco che hanno. Quando vedo un rubinetto d’acqua inutilmente aperto, mi arrabbio e penso a cosa vuol dire l’acqua potabile per tanta gente che non riesce ad averla. Mi hanno insegnato a dialogare, a perdere tempo parlando e ascoltando, senza aver fretta. Mi hanno anche insegnato a pregare con gioiosa calma fraterna; così come mi hanno aiutato a credere di più nella Provvidenza di Dio. Purtroppo quando si ritorna, non sempre si riesce a resistere al fascino della nostra società frettolosa e consumistica. Ma è un vero peccato.

Hai qualcosa da dire ai nostri giovani?

Mi piacerebbe che qualcuno facesse qualche esperienza analoga a quella che ho fatto io. Ho provato a sollecitare alcuni giovani; finora non ho trovato risposta. Ma la speranza è l’ultima a morire!

Pellegrinaggio ad Assisi

Ecco, si riparte per Assisi; la valigia è pronta e l’anima a stento viene contenuta nella pelle. Nel mese di Giugno, io e mia figlia Anita, avevamo fatto la prima esperienza di pellegrinaggio insieme, non senza timori per il viaggio da intraprendere, ma con la consapevolezza di essere ripagate dalla ricchezza spirituale di quel piccolo angolo di mondo. Siamo ai primi di settembre, tra poco per Anita inizierà la scuola ed il desiderio di ripetere il viaggio si ripresenta…. E via. Questa volta anche i nonni di Anita si sono uniti a noi.

Giungiamo ai piedi della città di San francesco, a Santa Maria degli Angeli e non possiamo che fermare la macchina un attimo per vedere quel piccolo agglomerato medievale che sembra sceso dal cielo attraverso le nuvole ed appoggiato sul Monte Subasio dalla mano di Dio. Riprendiamo il percorso dopo aver scattato alcune fotografie e arriviamo presso il monastero di Sant’Andrea, ora casa di accoglienza per i pellegrini, gestito dalle suore francescane di Gesù Bambino. Nel cortile del monastero possiamo finalmente parcheggiare l’automobile ed iniziare a vivere Assisi con “il cavallo di San Francesco”… a piedi. Ci sentiamo davvero a casa; le suore sono ospitali e premurose, veniamo fatti accomodare nelle stanze assegnate che, come la prima volta, sono orientate verso la Basilica di San Francesco. Apriamo la finestra e ci sentiamo abbracciare dal caldo benvenuto di Assisi  rimanendo, ancora una volta, a bocca aperta davanti alla bellezza della Basilica che al tramonto mozza il fiato. Quattro giorni durante i quali, facciamo il pieno di “pace, silenzio, contemplazione, preghiera…”.

Visitiamo Assisi in largo e in lungo: la prima tappa è la vicina Basilica di San Francesco; divisa in superiore ed inferiore dalla quale si può accedere alla tomba del “Poverello di Assisi”, poi la Basilica di Santa Chiara; dove è custodito il Crocefisso che per primo “parlò” al santo, Chiesa Nuova; ovvero la Chiesa costruita sulla casa natale di Francesco, la Cattedrale dedicata a San Rufino, la Chiesa dedicata a San Pietro e l’antichissima Chiesa dedicata a Maria, già templio dedicato a Minerva, nella piazzetta del Municipio. E poi su; presso la Rocca Maggiore per vedere i resti del castello medievale che fu teatro di battaglia tra gli assisiani e i perugini negli anni in cui Francesco voleva, prima di capire la sua strada, diventare un soldato e un crociato. Un sali e scendi continuo intervallato soltanto da brevi pause per godersi il panorama e rifocillarsi, vista la calura della stagione.

Mentre pianifichiamo che; l’ultimo giorno visiteremo il Santuario di San Damiano, quello di Rivotorto senza dimenticare l’Eremo delle carceri, e la meravigliosa Porziuncola contenuta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, sulla cui sommità svetta la statua dorata della Madonna: entriamo nella chiesa di Santa Maria Maggiore; conosciuta anche con il nome di “Chiesa della Spogliazione” dove San Francesco si spogliò di tutti i suoi averi terreni promettendo di seguire Dio, con tanta amarezza del padre, ricco commerciante di stoffe, Messer Pietro di Bernardone che non perdeva tempo a maledire il figlio ogni volta che lo incontrava per strada a mendicare cibo o pietre per restaurare la Chiesa di San Damiano. Qui, il vescovo di Assisi, Guido, protesse Francesco dalle accuse del padre nella pubblica piazza, coprendolo con il suo mantello nel momento in cui vide Francesco denudarsi dei suoi abiti di ricco rampollo. Francesco giurò fedeltà totale al Padre che è nei cieli e prese “la sposa più nobile e bella che abbiate mai visto” (parole sue): “Madonna Povertà”.

La Chiesa della Spogliazione ha radici centenarie, lo si comprende anche dalla struttura ma, entrando, sulla destra campeggia una struttura contemporanea, particolare. Si tratta dell’ultima dimora di un ragazzo nato nel 1991 e morto a solo 15 anni nel 2006 in seguito ad una leucemia fulminante, il suo nome è Carlo Acutis. Si è concluso il processo che lo ha già reso “Venerabile servo di Dio” e viste le molte testimonianze sulla sua breve ma intensa vita dedicata a Dio Eucaristia, alla Madonna e ad essere in grado, nonostante molto giovane, di dedicarsi al prossimo; verrà dichiarato Beato e poi, con il consenso di Dio, Santo.

Si pensa già che la santità di Carlo verrà posta a protezione del web. Si, proprio di questo strumento moderno, utile e talvolta pericoloso se mal utilizzato soprattutto dai molto giovani: Carlo era un piccolo genio dell’informatica e grazie a questo dono e all’amore per Gesù ha creato un museo virtuale che tratta dei “miracoli Eucaristici” visibile in internet. Questa mostra ha già fatto il giro del mondo, e Carlo col lei. Abbiamo conosciuto Carlo Acutis in questa chiesa, dove Francesco, ancora prima di diventare Santo, aveva lasciato ogni cosa terrena per unirsi a Dio, così come Carlo tanto piccolo e già grandissimo, dichiarava che: “Dio ci crea Originali ma, molti di noi muoiono come fotocopie”,  “La mia autostrada per il cielo è l’Eucaristia” , “Non io ma Dio”, “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”, “La Vergine Maria è l’unica Donna della mia vita”, ”Sono felice di morire, perché ho vissuto la mia vita senza perdere alcun minuto in cose che non piacciono a Dio”. Parole forti. Abbiamo portato con noi del materiale documentativo, ed alcune preghiere che recitate aiuteranno Carlo ad essere presto annoverato tra i Beati e in seguito tra i Santi. Altro materiale l’abbiamo trovato in internet così come alcune interviste alla mamma di Carlo, che lei definisce “il mio piccolo Salvatore”, che mi lasciano sempre una profonda commozione. Abbiamo visto in un documentario che, inizialmente, il corpo di Carlo era sepolto nel cimitero di Assisi, la madre spiegava che coloro che hanno una proprietà immobiliare ad Assisi acquisisce anche il diritto di sepoltura, nonostante abitassero a Milano dove Carlo era vissuto: vicino alla morte aveva chiesto di essere sepolto in quel piccolo Paradiso. A distanza di quasi 13 anni dalla sua morte, proclamato Venerabile, ecco che il Vescovo di Assisi autorizza la traslazione delle spoglie di Carlo presso la Chiesa della Spogliazione. La madre di Carlo a distanza di molti anni potè così rivedere il corpo del figlio che si presentava incorrotto come accade ai Santi.

Ecco, il nostro pellegrinaggio si è concluso, siamo tornati a leno con Assisi nel cuore, San Francesco accanto a noi, ed ora la consapevolezza che la santità non è così lontana da noi, è possibile anche ai giorni nostri, fra i giovani che in questo periodo storico vengono bombardati da informazioni mondane, attraenti che poco si confanno alla spiritualità e all’ascolto contemplativo che si dovrebbero tenere alla presenza di Dio. Evidentemente Dio conosce ogni via e se necessario “alza la voce per farsi sentire”.

Marina, Anita e i cari nonni nostri compagni di viaggio                                                                           Gina e Alberto; pellegrini a quattro ruote…

I tempi di Giovanni Battista, l’ultimo profeta dell’antico testamento

La registrazione dell’incontro del 14 gennaio, guidata da Francesco Maria Feltri, storico dell’ebraismo.

Avvento

Che cosa è

C’è chi aspetta una telefonata da una persona cara, chi una lettera da un amico lontano, chi la visita di un parente che non vede da un po’ e c’è chi aspetta il Natale.

C’è chi si mette in moto per telefonare a una persona cara, chi per scrivere una lettera a un amico lontano, chi per visitare un parente che non vede da un po’ e chi per gustare il Natale.

L’Avvento è questo: un’attesa che spezza la quotidianità per far posto a una Luce che giorno dopo giorno illumina e dà significato.

L’Avvento è tempo di attesa: Attesa e memoria della prima, umile venuta del Salvatore nella nostra carne mortale, Attesa e supplica dell’ultima, gloriosa venuta di Cristo, Signore della storia e Giudice universale.

L’Avvento è tempo di conversione: spesso in queste settimane sentiamo risuonare le parole dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino»! (Mt 3,2). Per questo motivo il colore degli abiti liturgici di Avvento è il viola.

L’Avvento è tempo di speranza gioiosa: che la salvezza che Gesù ci ha già donato arrivi alla sua pienezza. Allora sue promesse diverranno realtà e noi vivremo per sempre la gioia infinita che Gesù è venuto a portarci.

L’avvento, e cioè l’Arrivo, è il periodo di quattro settimane che precede il Natale. Fa parte delle festività del ciclo natalizio ed è un periodo di preparazione al Natale. I popoli di religione cristiana che celebrano la nascita di Cristo si preparano al Natale durante l’Avvento con il digiuno e la preghiera.

Le origini

Avvento – adventus, in latino – significa venuta, arrivo. È una parola di origine profana che designava la venuta annuale della divinità pagana, al tempio, per fare visita ai suoi adoratori. Si credeva che il dio, la cui statua era lì oggetto di culto, rimanesse in mezzo a loro durante la solennità. Nel linguaggio corrente, denominava anche la prima visita ufficiale di un personaggio importante, una volta assunto un alto incarico.

Così, alcune monete di Corinto perpetuano il ricordo dell’adventus augusti, ed un cronista dell’epoca qualifica con l’espressione adventus divi il giorno dell’arrivo dell’Imperatore Costantino. Nelle opere cristiane dei primi tempi della Chiesa, specialmente nella Vulgata, adventus si trasformò nel termine classico per designare la venuta di Cristo sulla terra, ossia, l’Incarnazione, inaugurando l’era messianica e, dopo, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.

Le prime tracce dell’esistenza di un periodo di preparazione al Natale appaiono nel V secolo, quando San Perpetuo, Vescovo di Tours, stabilì un digiuno di tre giorni, prima della nascita del Signore. È sempre della fine di questo secolo la “Quaresima di San Martino”, che consisteva in un digiuno di 40 giorni, a partire dal giorno dopo la festa di San Martino. San Gregorio Magno (590- 604) fu il primo papa a redigere un ufficio per l’Avvento e il Sacramentario Gregoriano è il più antico nel predisporre messe specifiche per le domeniche di questo tempo liturgico.

Nel secolo IX, la durata dell’Avvento si ridusse a quattro settimane, come si legge in una lettera del Papa San Nicola I (858-867) ai bulgari. Nel XII secolo il digiuno era già stato sostituito da una semplice astinenza. Malgrado il carattere penitenziale del digiuno o astinenza, l’intenzione dei papi, nell’alto Medioevo, era quella di provocare nei fedeli una grande aspettativa per la venuta del Salvatore, orientandoli in vista del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi.

Così Angelo ricordava qualche anno fa il primi giorni di Novembre

Il 4 Novembre .. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure in argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione aspergeva il catafalco coperto da un tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est.

In uscita dalla chiesa si formava un drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo.

Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci è dato sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla bla” canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Da sottolineare la presenza in cucine dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti” chiuso con il nodo (groppo) per sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefan Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cucia” e “el coltel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa  e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e…buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna. Era il Sanmartì.

Storia di Milzanello e delle sue cascine

Il nome Milzanello è spiegato dal Vocabolario toponomastico di Gnaga come diminutivo di “Milzano”, mentre il Dizionario dell’Olivieri indica la seguente etimologia: “Come Milzano anche Milzanello è parola di foggia latina. Presuppone in tutti e due un fundus Melicianus o Militianus. La notevole distanza di Milzano da Milzanello darebbe testimonianza di un’originaria proprietà unica assai vasta”. La più antica testimonianza che noi conosciamo, relativa all’esistenza di Milzanello, deriverebbe da un’iscrizione romana ivi ritrovata. Furono rinvenuti altri reperti archeologici, alcuni dei quali conservati nei musei Romano e Cristiano di Brescia.

Durante un’operazione di sbancamento, finalizzata all’estrazione di sabbia e ghiaia, sono state scoperte tracce importanti di una civiltà di 3500 anni fa. Dopo la fondazione dell’abbazia benedettina di Leno (a.758), anche il borgo di Milzanello venne a far parte dei possedimenti leonensi. Verso l’XI secolo, alle usuparzioni periodiche periodiche e sistematiche di molti prepotenti, su latifondi dell’Abbazia, si aggiungono tutte le investiture fatte in questo tempo dagli abati ai Lavellongo, ai Poncarali, ai Lomelli, ai Martinengo e ai Gambara che poi vendettero il territorio di Milzanello alla famiglia Uggeri, nel 1424, per mille ducati.

Dopo quattro secoli di proprietà degli Uggeri, il successore, marchese Leopoldo Guidi Di-Bagno di Mantova vendette i suoi beni, situati a Milzanello, ai Signori:Stocchetti Cristoforo Guarnieri Ludivico, Bocchi Francesco Bertoletti Basilio, Zenucchini Faustino, Gadaldi Giovanni e fratelli Agosti. Infine al Signor Battista Scanzi vendette un podere con casa padronale. Del vecchio palazzo-castello non vi è ora che una muraglia con merli alla guelfa. Nell’interno si ammira ancora un portale del Cinquecento con sopra lo stemma degli Uggeri. (vedi foto dello stemma)

Cascina Biolcheria Fenarola

In occasione della festa di San Rocco (16 agosto), proponiamo la descrizione della cascina Biolcheria Fenarola. Casa colonica situata in via XXIV Maggio n.13 con ingresso ad arco in comune con la cascina Fenarola Piceni. La cascina è la continuazione – verso sera – delle cascine Fenarole ed è costituita essenzialmente da due elementi contrapposti. Nel corpo di fabbrica in lato nord e a mattina sono situate le abitazioni, l’ex stalla tradizionale, con fienile, trasformata in deposito e, verso sera, altra piccola abitazione. 

Corre il portico in otto campate con pilastri in cotto. Sulla parete dell’abitazione verso mattina è dipinta l’effige di San Rocco. Autore di quest’opera è Pietro Milzani, autore anche dei dipinti della chiesa parrocchiale. A mezzodì, si trova il cortile ora abbellito da piante e fiori.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.