Cosa significa avere fede in Dio come coppia di sposi?

Vogliamo proporre alle nostre famiglie alcune riflessioni scritte da don Renzo Bonetti, esperto di pastorale familiare e presidente della Fondazione Famiglia Dono Grande, da anni impegnato al servizio delle famiglie tramite il progetto Mistero Grande.

Usando le parole di Benedetto XVI: “Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico. Il matrimonio come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene da Dio Uno e Trino, che in Gesù ci ha amati d’amore fedele fino alla croce”. Cosa significa nella vita quotidiana “aver fede”? Aver fede, credere in una persona, significa fidarsi di lei, poterci contare al 100%. Si vivono sentimenti di questo genere tra i coniugi, tra genitori e figli (e viceversa). Anche il salmista (Salmo 130) parlando di abbandono nel Signore usa le parole: “Come un bimbo in braccio alla madre”. E trovarsi accanto persone di cui fidarsi è un grande dono. La persona fidata ascolta, consiglia, aiuta nel bisogno. Inoltre  non la speranza, qualunque speranza, pone la sua radice nella fede, nella certezza che qualcosa che non vediamo  possa accadere.

Cosa significa avere fede cristiana?

Significa scoprire di avere il dono del Signore Gesù. È Lui la persona di cui mi posso fidare ciecamente, che fa il mio bene, che mi ama al 100%. È Lui che mi fa conoscere l’amore del Padre e mi dona lo Spirito Santo.

Da lui, Gesù di Nazareth vivo e risorto, mi posso far consigliare, istruire, guidare.

Il Signore Gesù è una persona quindi da scoprire e necessariamente da accogliere per poter sperimentare quanto valga la pena affidarsi totalmente a Lui. Per rendere ancor meglio questo aspetto possiamo usare una situazione che può accadere in ambito familiare. Un papà straordinario, capace di cose straordinarie per i propri figli, molto preparato per accompagnarli nella crescita per ottenere il meglio di loro; ma se quel padre non è accolto e stimato dal figlio, se quest’ultimo non legittima il papà ad essere voce autorevole, meritoria di essere ascoltata, escluderà questa voce dalla sua vita seguendo solo quella degli amici che lo invitano ad essere libero dai condizionamenti. Il figlio perderà un’occasione (magari unica) per diventare grande. Il dono c’è stato, ma per mancanza di fiducia, non è stato accolto dal figlio. Quindi, potremmo anche dire, che la Fede è il terreno in cui avvengono gli scambi di doni tra noi e Dio (e se non solchiamo questo territorio, non potremmo mai gustare i suoi doni).

Fede non significa sommessamente piegarsi alla potenza di un Dio forte che schiaccia bensì accettare di metterlo al di sopra della nostra intelligenza e volontà perché possa guidare il nostro agire. È lasciarsi andare, anche oltre la nostra persona, riconoscendo in Gesù un amore così grande per cui valga la pena metterci in fedele ascolto del Consigliere.

Alla luce della fede qual è l’identità degli sposi?

Gli sposi, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Sacramento del Matrimonio, sono riflesso dell’amore Trinitario. E questo indipendentemente dai loro tradimenti, dalle loro discussioni, dai loro difetti. Essi hanno infatti lo stesso amore Divino Trinitario per loro e “per tutti”: sono pertanto anche chiamati a diffondere questo amore a quanti incontrano. Gesù, anche dietro al fango che può offuscare e sommergere la peggiore delle coppie, vede la presenza di quell’Amore che dice Trinità. Privi di questa consapevolezza, è improbabile lasciarsi andare nel donare oltre la propria casa e famiglia. Gli sposi, ogni giorno, devono riscoprire coscienza di questa “dignità divina”, del loro essere qui sulla terra riflesso di Dio Trinità, del loro essere ri-espressione del Gesù che ama fino a dare tutto per amore.

Cosa significa per gli sposi vivere questa nuova identità?

Per vivere il sacramento del matrimonio con fede gli sposi devono fare vita di coppia con Gesù, avere con Lui una unità tanto profonda da vivere ogni aspetto della vita coniugale con il Suo stesso Spirito. Lo Spirito Santo donerà pienezza d’amore ad ogni loro gesto e capacità di trasmettere l’amore di Dio. Gli sposi si ritrovano così famiglia per far famiglia più grande, famiglia Chiesa, con gli altri sposi ugualmente uniti profondamente a Gesù.

Pellegrinaggio a Roma per fidanzati e coppie di sposi – 17-19 febbraio 2017

Pastorale della Famiglia
Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo – Leno

Programma del pellegrinaggio

Venerdì 17 febbraio

  • Ore 05:00 partenza da Leno;
  • Pranzo al sacco in Autogrill;
  • Ore 15:00 visita alla Necropoli Vaticana e alla tomba dell’apostolo Pietro;
  • Visita alla Basilica di San Pietro e alle tombe dei papi;
  • Tempo libero in zona Vaticano.

Rientro in albergo per la cena.

Sabato 18 febbraio

  • Visita della Villa e della Galleria Borghese;
  • Passeggiata presso il parco di Villa Borghese, fino alla terrazza panoramica del Pincio;
  • Pranzo in ristorante;
  • Visita al mausoleo delle Fosse Ardeatine;
  • Sosta contemplativa al Monastero Trappista dell’Abbazia delle Tre Fontane.

Rientro in albergo per la cena.

Domenica 19 febbraio

  • Celebrazione della S. Messa domenicale;
  • Visita guidata di Castel sant’Angelo;
  • Partecipazione all’Angelus con Papa Francesco;
  • Pranzo con cestino già fornito in mattinata in zona Vaticano – Borgo Pio.

Rientro a Leno in serata.

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Quota di partecipazione: €260,00 a testa.
Portare a don Ciro l’acconto entro e non oltre il 10 gennaio 2017.
Martedì 24 gennaio in Oratorio alle ore 20.30: riunione illustrativa e saldo.
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Siamo alloggiati presso l’albergo delle suore Ancelle della Carità al Casaletto. La quota comprende: viaggio in pullman due notti in mezza pensione in camera doppia, biglietti ingresso per Necropoli Vaticana, Galleria Borghese, Castel Sant’Angelo, pranzo del sabato, tassa di soggiorno, cestino-pranzo per la domenica, offerta ai luoghi dove celebreremo la S. Messa.

Quando il peccatore è il tuo coniuge

Nel mese di marzo, all’interno dei gruppi-famiglia, ci siamo confrontati su questo argomento:

Quando il peccatore è il tuo coniuge

Introduzione

Ammonire i peccatori è sicuramente una cosa ardua, sia a motivo del fatto che tutti siamo un po’ in questa condizione, che per il rischio di montare in superbia. Quando poi la persona da avvertire, correggere e aiutare è proprio il tuo coniuge… Beh, allora le cose si complicano non poco. Quanti legami, retroscena, lati di ricattabilità. In questo caso non stiamo parlando di difetti, ma di veri e propri peccati. Vale la pena, quindi, non fare di ogni erba un fascio e chiarirsi ancora una volta quali sono le situazioni di peccato, in generale per tutti e in particolare per gli sposi. Ora, non è però il momento di addentrarsi in casistiche infinite, ma semmai di trovare i significati e le ragioni, per valutare e correggere.

Seppur con gradi e gravità differenti, il peccato intacca la relazione profonda con Dio, con il prossimo e col creato. Comporta una colpa, visto che si deve aver prodotto realmente questa spaccatura, in maniera cosciente e deliberata. Da qui ne nasce un male oggettivo e personale (anche se non sempre le due cose si percepiscono insieme), che può essere vinto solo attraverso il perdono, come amore sovrabbondante. Non si può lasciare il proprio coniuge in una condizione pesante di peccato. Essere fuori dalla grazia divina non è uno scherzo. Che cosa fare? Come agire? Un’opera di amore da sposi è quella di non far finta di niente, trovare le condizioni e le parole più adatte per riconoscere la situazione, chiedersi scusa e offrire gli strumenti di redenzione. Bisogna ricordare che, da quando si è sposati, in maniera ancor più evidente i mali dell’altro si riversano su di noi. Così, pur riconoscendo la responsabilità alla singola persona, è vero anche che gli effetti negativi si propagano inesorabilmente anche all’altro coniuge. La difficile arte dell’ammonire comporta, quindi, la presa d’atto della situazione, il dialogo tra gli sposi, l’invito alla conversione per amarsi di più e meglio.

PAROLA DI DIO

Filippesi 2,1-11

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

6  il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

7 ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

9 Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;

10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

11 e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

BREVE COMMENTO

Anche se il brano parla direttamente della vita di Cristo, come salvatore che si è piegato sull’umanità per risollevarla, l’apertura del testo invita il credente ad avere lo stesso modo di sentire che fu in Gesù. E’ il suo esempio che tutti dobbiamo seguire; è Lui che gli sposi, seppur nella loro specificità, devono imitare.

Gesù ci insegna un modo principe per ammonire i peccatori, quello cioè di farsi compagno solidale e di assumere su di sé le colpe altrui. Lui ci insegna lo svuotamento per accogliere l’altro, anche se in condizioni pietose e scostanti. Bisogna scendere dal piedistallo dei “bravi e buoni”, non perché ci si prenda la responsabilità di peccati e colpe altrui, ma a motivo del fatto che l’unico modo per contribuire alla conversione è quello di saper accompagnare con passione il peccatore verso la misericordia divina.  Il contrario, sarebbe come dire: se non vuoi sporcarti le mani, amare e soffrire con l’altro, il tuo ammonimento non serve a niente; anzi, produce proprio l’effetto contrario a quello desiderato: moltiplicare i peccati, più che toglierli!

Per correggere veramente è necessario “prendere sulle proprie spalle” il coniuge e offrirgli un amore capace di andare fino all’ultima “goccia di sangue”. Tutto questo per il fatto che solo entrando in relazione, sincera e coinvolta, è possibile far passare la grazia divina.

PER RIFLETTERE

Domande alla vita

  • Che cosa intendiamo per peccato?
  • Quali sono secondo noi i peccati che riguardano la coppia di sposi?
  • Trovate spesso un momento per una revisione di vita di coppia e per una riconciliazione?

Domande al testo biblico

  • Vista la comunione reale che esiste tra sposi, dove si possono trovare in concreto “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, tra di voi?
  • Quanto siete disposti a “spogliare voi stessi” per accogliere il vostro coniuge?
  • A che punto siete con l’umiltà di sapervi unire sempre più, smussando i reciproci difetti?
  • Siete davvero coscienti che ogni goccia di bene, anche se nascosta, non andrà mai persa agli occhi di Dio? e che c’è assoluta continuità tra la vostra vita oggi da sposi e la vita eterna?

Don Domenico e suor Graziella

“Tra moglie e marito”

AUTORITARI O PERMISSIVI?

Quando Ilaria sorrideva, spontaneamente chinava il capo; oppure copriva la sua bocca con il palmo della mano. Era un movimento quasi automatico il suo, nemmeno del tutto consapevole. Pur senza rendersene conto, però, Ilaria sapeva benissimo quando tutto era cominciato. Ricordava il suo bel sorriso da adolescente e poi da giovane, frantumato da anni di vita randagia, a impasticcarsi e a spararsi in vena porcherie di ogni genere: e come erano cominciate anche le malattie e la caduta degli incisivi superiori.

Da tossica nemmeno ci faceva caso, ma entrando in comunità – quando in un momento di lucidità era riuscita a riuscita a dirsi che più a fondo di cosi non voleva andare – si era sentita improvvisamente brutta e vecchia. Lei, che di anni allora ne aveva appena venticinque, aveva così cominciato a nascondere quel vuoto di denti che le deturpava il viso. Eppure, quella vergogna era il segno salutare di una dignità ritrovata. E con quella era ritornato anche il desiderio di vivere veramente. Poi, con il tempo e l’aiuto di alcune persone buone, era arrivato anche il denaro per mettere a posto la bocca e riavere il sorriso di un tempo. I denti erano artificiali ora, ma la sua voglia di ridere no. Quella era proprio sua.

Però le era rimasto quel gesto istintivo, di occultare il proprio sorriso. Anche ora, a distanza di dieci anni dall’uscita da quell’abisso, le veniva di farlo così, appunto, senza ragione.

Da Adriano, però, si lasciava fermare.

Lui, che di anni ne aveva 36 come lei, le prendeva lievemente la mano e gliela scostava dal viso. E ogni volta quel rito aveva un che di liberatorio. Come se Adriano dicesse a Ilaria – che da tre anni era sua moglie -: «Guarda che è tutto finito…!».

Adriano aveva aiutato molto Ilaria. Tutti coloro che conoscevano un po’ la vicenda di lei lo sapevano. Eppure anche Ilaria aveva molto aiutato Adriano. Ma questo probabilmente lo sapeva soltanto Adriano.

Perché se Ilaria veniva da una famiglia piuttosto numerosa in cui ciascuno faceva quello che voleva perché… tanto nessuno si interessava di nessuno, Adriano, che era figlio unico, veniva da una famiglia del tutto diversa, in cui i genitori – peraltro persone oneste e con un autentico desiderio di bene – avevano trasformato le  proprie insicurezze in un autoritarismo senza scampo. Così se Ilaria già durante l’adolescenza e la giovinezza talora stava fuori casa anche per giorni interi senza che nessuno dei suoi domandasse mai dove fosse, Adriano si era ritrovato a vivere quasi come segregato in casa, perché i suoi si opponevano a ogni sua iniziativa in nome dei pericoli, o delle presunte cattive compagnie, o del «non sei capace…!», o del «non te la sai cavare…!», con tutto il correlato dei «torna presto!», «torna subito», «non stare in giro!», «non fare tardi!», e via dicendo. E se a quindici anni certi richiami possono essere perfino opportuni, a trenta forse lo sono un po’ meno.

Adriano, a forza di sentirselo dire, in fondo aveva finito per credere davvero che la vita sarebbe stata più sicura in casa propria: usciva poco, ma non ne sentiva nemmeno troppo il desiderio; non aveva una fidanzata, ma neppure la cercava. Si concedeva solo un po’ di volontariato – «autorizzato» dai suoi – con la protezione civile.

E qui, però, aveva conosciuto Ilaria.

Trovatisi casualmente, gomito a gomito, a montare un tendone nel pomeriggio di una domenica, lei si era intenerita per quel giovane serio e imbranato; a lui, invece, lei era parsa straordinariamente simpatica, ma… di più… non sia mai!

Era stata lei, a quel punto – e in modo inconsueto – a «fargli la corte».

Ilaria era un po’ imprevedibile, disordinata, ma -come esclamava Adriano – «a far quadrare il cerchio basto e avanzo io!». E si erano sposati.

Il pomeriggio che Ilaria aveva comunicato ad Adriano – questa volta senza coprire il proprio sorriso -che aspettava un bambino, avevano pianto insieme di gioia. Avevano anche parlato molto, anticipando i tempi, spingendosi addirittura su domande del tipo: «Ma chissà se sarà una buona cosa fargli fare l’università!». A quel punto erano scoppiati a ridere; e quasi all’unisono avevano esclamato: «Mi sa che stiamo correndo troppo!».

Il confronto era poi proseguito sullo stile educativo da scegliere per quel figlio.

Un’educazione all’insegna del «lasciar fare», senza alcun controllo e senza alcuna indicazione o restrizione, può sembrare liberale o responsabilizzante. In realtà rischia di mandare un messaggio subliminale insidiosissimo: che al genitore non importa nulla del proprio figlio. La percezione di questo stato di cose da parte di un figlio non di rado apre la strada a comportamenti de-vianti. Come era stato per Ilaria.

Sul versante opposto, un’educazione eccessivamente autoritaria trasmette almeno un interesse del genitore verso il figlio. E ciò non è male. Allo stesso tempo, però, rischia di riempire il mondo del figlio di paure e insicurezze, che potranno renderne difficoltosa la crescita. Come era stato per Adriano.

Don Domenico

Racconto: i due ricci

Due ricci sono coperti di lunghe e pericolose punte acuminate. Queste sono il loro modo di difendersi dal mondo ostile e dai predatori. Senza quelle sarebbero facile bottino del falco, del serpente, del tacchino… Sono il loro pregio e punto forza per la loro incolumità, ma qualche volta anche il loro problema. D’inverno nella loro tana a causa del freddo il maschio e la femmina hanno bisogno di stare vicini, anzi a contatto tra loro per non disperdere il calore; altre volte anche per l’accoppiamento l’istinto li porta ad avvicinarsi.

Ma mentre si avvicinano, si  pungono e  allora si allontanano indispettiti.

Poi il bisogno li fa ancora decidere di avvicinarsi; ma le punture che involontariamente si fanno li costringe ad allontanarsi di nuovo…

Finché piano piano imparano ad accostarsi con intelligenza e fiducia; e alla fine imparano a stare uniti senza ferirsi.

Le nostre doti e talenti sono il regalo che il Creatore ha fatto alla nostra personalità. Siamo unici e irripetibili; siamo così ricchi di personalità; siamo originali.

Questo è il nostro pregio, ma talvolta anche il nostro problema.

Quando due si innamorano sono felicissimi di aver incontrato l’altro, considerato il meglio in assoluto. Quando passano gli anni il partner sembra scoprire i difetti, che sembrano insopportabili.

Allora chiede all’altro: “Se mi ami, taglia quelle spine che mi pungono “.

E l’altro ribatte: “Sì, ma anche tu hai le spine, tagliale anche tu “.

Per amore, o meglio per non-amore, i due cominciano a pretendere il cambiamento dell’altro. E così dalla bellezza della relazione amorosa (matrimonio) passano a diventare una società di reciproca mutilazione e l’amore muore.

Ma questi due ricci non hanno niente da insegnarci?

Essi riescono a convivere senza pretendere di tagliarsi le spine, che sono la loro utile difesa, il loro pregio.

i.

La soluzione non  deve essere quella della reciproca mutilazione, ma quella del rispetto e accoglienza dell’altro.

Attraverso il dialogo, e soprattutto grazie al buon  ascolto, dell’altro impariamo la buona relazione e ad accogliere l’altro così come è, senza rifiutare le sue diversità, che sono la sua originalità.

La diversità può e deve essere vista non come problema, ma come risorsa!

Don Domenico

Vestire le nudità del coniuge

Come detto nel numero precedente, metto a conoscenza della comunità cristiana il testo utilizzato nel mese di novembre nei gruppi-famiglia nella speranza che possono essere motivo di riflessione e di stimolo a crescere sempre più nel rapporto di coppia. Il primo testo è per la coppie “mature” mentre il secondo per le giovani coppie.

VESTIRE LE NUDITÀ DEL CONIUGE

Introduzione

Nelle primissime pagine del Libro della Genesi si dice che Adamo ed Eva erano nudi, ma questo non provocava in loro alcuna vergogna. Tragicamente differente è invece la situazione che si viene a creare poco dopo, quando appunto avviene la caduta col peccato originale: i due fanno cinture con foglie e si nascondono; fuori dal giardino di Eden, poi, il Signore fornirà loro dei vestiti. La nudità viene vista come qualcosa da rifuggire, coprire, non svelare. Ad un tempo, essa appare sinonimo di intimità e di ambiguità, di poca chiarezza.

Anche oggi il Signore ha misericordia di noi e copre le nostre nudità, soprattutto con quel bel vestito che si chiama “perdono”.

Cominciamo, però, ad osservare come ci vestiamo, come copriamo o scopriamo il nostro corpo. E se tutto questo ha rilevanza per il nostro coniuge e per il nostro rapporto…

Facendo un passo in profondità, è utile considerare come ci si è sposati con un amore di carità totale (è Cristo che lo conferma e lo rende possibile), nella buona e nella cattiva sorte; e che solo i coniugati con questo tipo di unione sposano tutto dell’altro/a, anche i limiti e i difetti. Ecco, proprio questi vanno curati, in un certo senso “coccolati”; di certo non vanno messi in piazza alla mercé di tutti. Come dire: “Sei mio marito, sei mia moglie, ti amo e ti stimo anche attraverso queste povertà; solo così, potremo essere insieme una cosa sola, per sempre!”.

PAROLA DI DIO :  1 Corinti 13,1-13

Domande per i confronto di gruppo

S.Paolo ci invita ad avere un cuore grande,  un cuore che non diventa cattivo appena uno guarda dall’altra parte o mi ha pestato un piede, o mi ha fatto uno sgarbo, mi ha detto una parolina che mi ha ferito.

L’amore coniugale è paziente, nel senso che sa aspettare e sopportare le fatiche del tempo, le attese. È espressione prima dell’amore di carità. Com’è questa qualità tra voi due?

So essere attento/a agli altro/a quando faccio le cose? Se, per es., una parola o un gesto può provocare nell’altro/a sofferenza o incomprensione? perché uno può anche fare le cose pensando che vadano bene, però offende gli altri senza rendersene conto. Invece il rispetto è il sapere valutare, essere sensibili a quello che l’altro è e a quello di cui  ha bisogno.

“Non si adira, non tiene conto del male ricevuto”: quindi sono capace di dimenticare, di non  ritornarci sempre sopra? È chiaro che talvolta viene in mente anche senza volere, ma una cosa è che venga senza volere, altra cosa è l’atteggiamento per cui uno ci costruisce sopra, ci gira sempre intorno!!

Come vivete il conflitto tra voi? Vi capita di cadere nell’ira?

Potreste fare un elenco di quando siete tra voi benigni e quando maligni?

PREGHIERA

Hai messo in noi, Signore, la voglia di purezza e la capacità di un amore grande.

Tu copri le nostre ferite, paghi per noi e ci sani, ci salvi.

Il tuo perdono sia sorgente di rinnovata comunione tra noi,

così che possiamo vivere un amore da sposi che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Amen.

Per le giovani coppie

SIAMO DIFFERENTI: UNO SBAGLIO O UN’OPPORTUNITA’

Dal libro della Genesi

Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». [19]Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. [20]Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. [21]Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. [22]Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. [23]Allora l’uomo disse:

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

E’ fondamentale che ognuno possa sviluppare quella potenzialità di infinito che gli viene dall’essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio; ed è altrettanto fondamentale che l’uno permetta all’altro di sviluppare questa sua potenzialità.

E’  proprio nel rapporto con Dio che si esprime la propria unicità; siamo amati personalmente e individualmente. Come una mamma e un papà amano ogni singolo figlio e non amano i figli nel loro insieme, così Dio ci pensa, ci guarda, ci ama e ci chiama per nome. E questo amore personale di Dio fa sì che io scopra in me quelle ricchezze, quei talenti che sono solo miei e che io solo posso mettere a frutto.

Stare con i figli, accoglierli, ascoltarli, riprenderli e perdonarli, incoraggiarli… tutti i genitori lo fanno; ma ognuno lo fa a modo proprio e i figli hanno bisogno della modalità paterna e di quella materna. Il mio modo di curare la casa, di renderla accogliente e vissuta, fa sì che il luogo dove abitiamo sia la “nostra casa” e chi vi entra entra in relazione con noi.

 Il mio modo di essere in relazione con il coniuge, di ascoltarlo e di accoglierlo quando torna a casa, di curare le sue ferite, non è intercambiabile con quello di nessun altro. Ed è questo modo unico e irripetibile che mi fa essere speciale per l’altro, mi rende bello ai suoi occhi, fa sì che io sia unico per l’altro scelto tra tanti.

Perché questa unicità non vada perduta nel tentativo di omologarmi agli altri, o nell’illusione che solo se sarò come vogliono gli altri potrò piacere e quindi avere successo nelle relazioni, è fondamentale che io mi senta amato da Dio.

 Il sentirci amati da Dio e dagli altri così come siamo, per quello che siamo, al di là delle nostre prestazioni, ci permette di scoprire di poter esser dono per gli altri proprio per come siamo e che gli altri sono dono per me così come sono.

Ciò mi porta a non essere invidioso dell’altro, a non giudicare, a non pretendere che l’altro sia come io vorrei, a non lavorare sul cambiamento dell’altro, ma solo su me stesso; scoprire la mia unicità mi porta a lavorare su di me per scoprire quali sono i talenti che possiedo e come “usarli”, e quali invece quegli aspetti del mio carattere che mi impediscono di essere così come sono stato pensato da Dio.

Allora scopro che io sono importante per Dio e per gli altri e che gli altri sono importanti per me; la bellezza e la ricchezza dell’umanità e delle relazioni è data dalla diversità e non dall’omogeneità; la diversità non è un impedimento per le relazioni, ma ne è la principale risorsa, perché solo quando una persona può essere se stessa riesce anche a relazionarsi con gli altri.

LAVORO PERSONALE E DI COPPIA

Sei invitato a confrontare ciò che tu pensi di te stesso con ciò che pensa il tuo partner di te. 

Può sembrare un gioco e forse lo è, ma può diventare anche qualcosa di più.

In corrispondenza di ogni aggettivo che indica una qualità  positiva, da’ un voto di giudizio: poco, abbastanza, molto, super… L’invito è quello di evidenziare la qualità, il pregio, non il difetto (lui è egoista, lei non è sexy).

Il gioco delle qualità individuali diventerà prezioso quando si tratterà di lavorare sulla necessità di accogliere l’altro e non pretendere di cambiarlo.

     LUI                         LEI

fisicamente attraente

intelligente

servizievole

fiducioso

prudente

gentile

intraprendente

 simpatico

burlone

indipendente

aperto alle novità

capace di perdonare

organizzatore paziente

disposto all’ascolto

sicuro di sé

 generoso

ingenuo

sincero

sensibile

comprensivo

sexy

tenero

leale

bravo

religioso

fedele nell’amore

è di parola

(altro)

Preghiera degli sposi

Hai chiamato i nostri cuori per nome.
Hai messo i nostri passi sulla stessa strada.
Hai disegnato il nostro cammino fino a te,
ed oggi la tua presenza avvolge in un tenero abbraccio
il nostro amore.
Hai messo un “sì” sulle nostre labbra per annunciare
l’infinita meraviglia del tuo agire.
Adesso da un angolo del cielo
veglia sulla nostra unione,
rafforza quei passi e guidaci su quella strada.
Dacci forza quando l’amore quotidiano perderà il suo entusiasmo.
Parla ai nostri cuori quando il silenzio si farà sentire.
Dacci parole per chi vive nel silenzio.
Dacci gioia per chi vive nel dolore.
Dacci speranza per chi non la conosce.
La nostra casa sia aperta come lo è la tua oggi.
I nostri figli siano il tuo sogno più bello
e noi capaci di realizzarlo come tu vuoi.
Accompagna chi ci ha portato fin qui,
dona loro la certezza che il nostro amore
è parte del loro,
che la nostra gioia è frutto dei loro sacrifici.
Regala al nostro stare insieme,
tutti i giorni che hai stabilito per noi
e quando chiamerai a Te uno di noi,
l’uno possa dire all’altro un altro “sì”.

Don Domenico

L’ANGOLO DELL’INTERCESSIONE

per una coppia di sposi da anni in difficoltà

per le  famiglie alle prese con figli tossicodipendenti

per una giovane coppia in crisi

Le virtù degli sposi (II parte)

  • Vi sono altre condizioni per conservare ed accrescere l’amore coniugale. Il tempo ci costringe a limitarci a queste due: l’umiltà e la misericordia. Ora dobbiamo parlare di una fondamentale virtù coniugale: la castità.

2. LA CASTITÀ CONIUGALE

Per capire che cosa è la castità coniugale e misurarne l’importanza per la vita coniugale, dobbiamo prima fare alcune riflessioni generali.
Se appena ciascuno di noi fa attenzione alla propria vita quotidiana, non fa fatica ad accorgersi che la persona umana è una realtà molto complessa, che essa cioè è composta di molti elementi; appunto non è qualcosa di semplice, ma di composito. Ma siamo ancora più concreti. Prendiamo, per esempio, un capitolo molto importante della nostra vita: il capitolo dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni. Quanti sono i nostri desideri, le nostre aspirazioni: possiamo desiderare di mangiare un buon cibo e possiamo desiderare di vivere una profonda esperienza di preghiera col Signore. Possiamo aspirare ad essere più ricchi di quello che siamo oppure aspirare ad essere umili discepoli del Signore in una totale povertà. E così via. A guardare però le cose in profondità, ci accorgiamo che, alla fine, tutti i nostri desideri, tutte le nostre aspirazioni si possono dividere in due grandi classi: ci sono desideri-aspirazioni di natura spirituale; ci sono desideri-aspirazioni di natura psico-fisica. Quando Teresa d’Avila, giunta alla fine della sua vita, ripeteva continuamente: “voglio vedere il Volto di Dio”, esprimeva un desiderio, un’aspirazione spirituale. Quando, dopo una intensa giornata di lavoro, diciamo: “non vedo l’ora di andare a letto”, esprimiamo un desiderio, un’aspirazione psico-fisica.
Dunque, teniamo bene in mente questo fatto: la nostra facoltà di desiderare, di aspirare ha due dimensioni, una dimensione spirituale ed una dimensione psico-fisica.
Troviamo queste due dimensioni anche nella nostra sessualità: anche la sessualità umana ha una dimensione spirituale e una dimensione psico-fisica. Che essa abbia una dimensione psico-fisica non è difficile da capire. Già dal punto di vista biologico, l’uomo e la donna sono fatti per unirsi. Ed esiste una naturale attrazione fra l’uomo e la donna. Che cosa significa naturale? significa che l’uomo e la donna, considerati a se stanti, sono incompleti e sentono il bisogno di trovare l’uno nell’altro quella pienezza di esistenza che nella loro solitudine non possono raggiungere. Ecco: questa è la dimensione psico-fisica della sessualità. Una dimensione che fa aspirare l’uomo e la donna all’unione anche fisica dei loro corpi.
Ma questa non è tutta la sessualità umana; la sessualità umana non si riduce a questo. Essa possiede anche una dimensione spirituale. L’uomo e la donna che vivono un rapporto profondo, non si incontrano solo a livello di emozioni psico-fisiche. Il loro è un incontro di carattere spirituale, cioè personale. Non è una comunione di corpi vissuta emotivamente, ma è una comunione di persone vissuta nella piena libertà del dono di sé. Del dono di sé, non solo del proprio corpo. Ma è vero che la sessualità umana ha in se stessa anche questa dimensione spirituale?
È una cosa troppo importante per non rispondere accuratamente a questa domanda. Ebbene, se vogliamo essere onesti con noi stessi, non possiamo negare l’esistenza di alcuni fatti che sarebbero inspiegabili se la sessualità umana non avesse anche una dimensione spirituale.
Il primo è costituito dal fatto mirabile del volto umano. Del corpo umano fa parte il volto. Lo sguardo che considera il valore dell’altra persona, non si concentra sui suoi valori sessuali, ma sul volto: il volto è l’espressione concentrata di tutta la persona. Quando si parla, infatti, della bellezza della persona amata si intende, in primo luogo, la bellezza del suo volto. È questa un’esperienza così profonda che anche nella nostra fede, noi, rivolgendoci al Signore, diciamo: “il tuo Volto io cerco, Signore” oppure “non distogliere da me il tuo Volto”. Perché questa profonda concentrazione sul volto? perché si tratta di una comunione fra le persone.
E c’è poi un secondo fatto che dimostra come la sessualità umana abbia anche una dimensione spirituale: il pudore. Esso è un fatto esclusivamente umano: gli animali non hanno pudore. Perché? perché non hanno un’interiorità da difendere contro sguardi indiscreti, impudichi. Il pudore, infatti, è la difesa della propria persona in quanto essa si esprime attraverso la propria sessualità. La propria persona è come un tempio: c’è in essa la parte più santa, più interiore e c’è la parte esteriore. Si entra nella parte intima della persona attraverso il corpo, attraverso la sessualità. Il pudore interdice questo ingresso, consentendolo non a chiunque. Mentre il pudore intende condurre la considerazione del sesso nella totalità della persona, l’impudicizia tratta la persona, in un certo senso, come un’appendice della sua genitalità.
Dunque, teniamo ben presente questo punto: la sessualità umana possiede due dimensioni, una dimensione psico-fisica e una dimensione spirituale.
A questo momento sorge precisamente uno dei problemi più importanti per una santa e felice riuscita della vita coniugale
. Vorrei introdurvi a questo problema con un esempio molto semplice. Prendiamo un’automobile. Essa consta di molti apparati diversi che devono essere collegati in un modo corretto fra loro. Se manca qualcuno di questi apparati oppure se ci sono tutti ma non sono correttamente collegati fra loro, l’automobile non è vera: cioè non si muove da sola. Anche la sessualità umana è composta di più elementi, di due precisamente: della dimensione psico-fisica e della dimensione spirituale. Ora, se nell’esercizio della sessualità manca uno di questi elementi oppure se essi non sono fra loro ben connessi ed integrati, la sessualità umana non è vera: non è veramente umana. Allora, quale è il problema più profondo che la sessualità pone alla persona? questo, precisamente: che essa sia integra (completa, cioè in tutta la sua ricchezza), che essa sia ordinata (che fra le due dimensioni ci sia una giusta correlazione). Che cosa realizza nel matrimonio una sessualità integra e ordinata? la virtù della castità. E siamo così finalmente arrivati, dopo un lungo cammino, a capire che cosa è la virtù della castità.
La virtù della castità è la forza che rende gli sposi capaci di vivere integralmente e ordinatamente la loro sessualità. La persona è casta quando è capace di vivere la propria sessualità in questo modo. In primo luogo, integralmente. Non è umano vivere la propria sessualità rinnegandone la dimensione spirituale, ciò che oggi frequentemente accade. La sessualità è il linguaggio della persona. Ma è ugualmente inumano vivere la propria sessualità rinnegandone la dimensione psico-fisica. Anche in questo contesto valgono le sagge parole che S. Teresa d’Avila diceva in un altro contesto: “Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo: volerci comportare da angeli quando siamo ancora in terra… è una vera assurdità”. Non è infrequente il caso di matrimoni che vanno in crisi oppure che si trascinano stancamente proprio perché è carente questa espressione, questo linguaggio dell’amore coniugale.
Ma la virtù della castità non assicura solamente un esercizio integrale della sessualità coniugale, ma anche un esercizio ordinato. Ed è la cosa più importante. Per capire in che cosa consiste questo ordine, possiamo fare un esempio. Una buona esecuzione di una musica al pianoforte esige molte cose. In primo luogo, come e ovvio, il pianista deve saper leggere correttamente lo spartito musicale. Ma, ovviamente, questo non è sufficiente. È necessario che le mani siano perfettamente educate ad eseguire quanto è scritto: è una educazione essenziale. Tuttavia, ancora non basta. Saper leggere correttamente la musica ed eseguirla in modo conforme a quanto è scritto, darebbe come risultato solo un’esecuzione meccanica: bisogna saper interpretare, partecipare l’ispirazione dell’autore del brano musicale. Vedete: in una esecuzione musicale è presente un’abilità, diciamo, fisico-manuale ed una interpretazione spirituale. Quando le due si integrano si ha una bella esecuzione.
Ora ritorniamo al concetto di ordine che la castità crea nell’esercizio della sessualità. Essa integra la dimensione psico-fisica nella dimensione spirituale. Che cosa significa in realtà questa integrazione? che l’unione fisica esprime veramente la comunione d’amore dello sposo e della sposa, che non esistono più separatamente ma sono l’uno dell’altro. La castità pone ordine nella sessualità perché fa sì che essa sia il linguaggio del vero amore. Si può esprimere questo pensiero con una pagina tratta da un dramma scritto dal S. Padre in giovane età: “Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza fra quello che si trova alla superficie ed il mistero dell’amore — ecco la fonte del dramma… La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore — non lo hanno sfiorato nemmeno”. E ancora: “La vita è un’avventura che ha anche una sua logica e coerenza — e non si può lasciare il pensiero e l’immaginazione a se stessi! Con che cosa allora devono stare?… il pensiero — evidentemente — deve stare con la verità”.
La corrente più o meno varia delle nostre emozioni deve essere inscritta nella tranquilla pace di un amore che si dona: in questo consiste la castità coniugale.
Anche nel caso della castità coniugale sono necessarie alcune condizioni, senza le quali essa non può esistere.
La prima condizione è l’auto-dominio cui ci si deve educare fin dal fidanzamento ed anche prima. Un’altra condizione è quella che potremmo chiamare la purezza dello sguardo. Gesù nel discorso della montagna parla di uno sguardo che è tale da deturpare la dignità della persona (“chi guarda…”). È la capacità di vedere sempre nel corpo ed attraverso il corpo la persona che merita sempre rispetto e venerazione. Quanto è difficile oggi conservare questa purezza! Uno degli aspetti più deteriori della cultura in cui viviamo è proprio l’uso che si fa del corpo, soprattutto femminile, addirittura per scopi economici, come vediamo in tanti spot televisivi.
Dunque, possiamo concludere questo secondo punto della nostra catechesi. La virtù della castità è quella forza interiore che consente agli sposi di vivere la loro sessualità integralmente ed ordinatamente. Essa si pone al servizio dell’amore coniugale, nel senso che solo la persona casta sa amare come si devono amare gli sposi, nel dono totale reciproco delle loro persone.

CONCLUSIONE

Uno dei titoli in cui la pietà cristiana ha invocato la Madre di Dio è stato: madre del bell’amore. L’amore cioè ha in sé una sua straordinaria bellezza che lo rende così attraente. Ascoltiamo, per terminare, quanto dice il S. Padre nella Lettera alle famiglie: “Quando parliamo del “bell’amore”, parliamo per ciò stesso della bellezza: bellezza dell’amore e bellezza dell’essere umano che, in virtù dello Spirito Santo è capace di tale amore. Parliamo della bellezza dell’uomo e della donna: della loro bellezza come fratelli o sorelle, come fidanzati, come coniugi. Il Vangelo chiarisce non soltanto il mistero del “bell’amore”, ma anche quello non meno profondo della bellezza, che è da Dio come l’amore. Sono da Dio l’uomo e la donna, persone chiamate a diventare dono reciproco. Dal dono originario dello Spirito “che dà la vita” scaturisce il dono vicendevole di essere marito o moglie, non meno del dono di essere fratello o sorella”.
Gli sposi affidino il loro amore alla Madre dell’amore perché non sia deturpato dal peccato, ma sia casto e forte.

Le virtù degli sposi (I parte)

Il dono del matrimonio  comporta anche una responsabilità nostra: ogni grazia diventa un compito per la nostra libertà.

Il Signore dona agli sposi di partecipare al suo stesso amore: gli sposi possono, e quindi devono amarsi come il Signore ha amato. Il Signore dona agli sposi di divenire cooperatori del suo amore creatore nel dono della vita: gli sposi possono, e quindi devono donare generosamente la vita.
Ma per corrispondere al dono del Signore, sono necessarie negli sposi delle forze spirituali che li rendano capaci di compiere tutto ciò che la chiamata del Signore dona loro. Queste forze spirituali sono le virtù proprie degli sposi; le chiameremo le virtù coniugali. Quali sono? come si acquistano? Ecco: in questa catechesi cercherò di rispondere a queste domande.

1. L’AMORE CONIUGALE

La prima virtù è l’amore, l’amore coniugale: l’amore profondo che deve regnare fra gli sposi. Ho detto “regnare” di proposito. La vita coniugale, i rapporti di ogni genere fra gli sposi devono essere sempre governati, dominati dall’amore: non da altro. Ma qui entriamo subito in quella che forse è la nostra più grande tragedia: non sappiamo più che cosa significa amore, al punto che nel nostro linguaggio questa parola ormai significa tutto ed il contrario di tutto. È vero o non è vero, per fare solo un esempio della confusione in cui siamo caduti, che spesso si chiama “amore” anche il tradimento?

Abbiamo dunque bisogno di veder chiaro nella verità dell’amore: è il nostro bisogno più grande. Chi non sa che cosa è l’amore, non sa semplicemente che cosa è la vita.
Abbiamo due libri in cui possiamo giungere a questa conoscenza: la S. Scrittura ed il nostro cuore. In ambedue sta scritta la verità dell’amore e l’uno aiuta l’altro. Proviamo a leggerli brevemente, assieme.
Nella sua prima lettera, S. Giovanni scrive: “In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1Gv. 4, 10). Perché nell’amore di Dio scopriamo la verità intera dell’amore? perché scopriamo la gratuità.

Ecco, vorrei che rifletteste profondamente su questo concetto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore. La gratuità è l’amore che si dona, semplicemente perché trova gioia nel donare.

La gratuità è l’amore che si dona non in previsione di un beneficio che può venire dalla persona umana. Semplicemente dona perché vede che donarsi è bene, che donarsi è bello.

La gratuità è l’essenza stessa, la definizione stessa dell’amore. Ora, la persona umana non è capace, di solito, di una gratuità assoluta. Essa non poteva sapere fino in fondo che cosa era l’amore, poiché solo Dio è capace di gratuità.

Per questo che solo quando Egli in Gesù ha svelato il suo modo di amare, l’uomo ha potuto capire che cosa è l’amore: è il puro, gratuito dono.
Chiudiamo per il momento il libro della S. Scrittura ed apriamo l’altro libro, il nostro cuore: che cosa vi leggiamo? A prima vista, vi leggiamo tutto il contrario. Quando un uomo e una donna cominciano ad amarsi, non sentono una profonda attrazione reciproca? Ora questa reciproca attrazione nasce dal bisogno dell’altro: stare coll’altro, parlare con l’altro… Un bisogno che nasce dal desiderio della propria incompletezza, la quale trova compimento nell’altro. Sembra proprio un’esperienza esattamente contraria alla gratuità: cerco l’altro perché ne ho bisogno; voglio l’altro per la pienezza della mia esistenza.
Non possiamo certo negare tutto questo

Ma il nostro cuore, se lo ascoltiamo attentamente, ci dice anche qualcosa d’altro, più profondo. Esso ci avverte che l’altra persona è qualcuno, non qualcosa. Non può essere usato: può essere venerato nella sua preziosissima dignità. Ecco: può essere solo amato.

È vero o non è vero che quando una donna si sente come usata, essa dice; ma questo non è più amore! Il nostro cuore porta inscritto in se stesso l’invocazione di un amore vero, di un amore puro, cioè gratuito, cioè che sia puro dono della propria persona all’altro. La lettura congiunta dei due libri, la S. Scrittura ed il nostro cuore, ci ha portato a questa scoperta: l’amore coniugale è il dono reciproco, ma esso può essere insidiato da una logica di possesso. Fermiamoci un poco a meditare su questa scoperta.
Da sempre, la particolare relazione che l’amore coniugale costituisce fra l’uomo e la donna si esprime nelle parole “mio… mia”. Per esempio, nel più bel canto di amore che l’umanità possegga, il Cantico dei Cantici, questi pronomi ricorrono continuamente. Ebbene, essi possono voler dire due cose. Possono voler dire un rapporto di possesso: tu sei l’oggetto del mio possesso, ciò che mi appartiene. Dal possesso l’ulteriore passo va verso il godimento: l’oggetto che posseggo acquista per me un certo significato in quanto ne dispongo e me ne servo, lo uso.

Possesso-uso-godimento: ecco il primo significato di “mio… mia”.

Ma ne esiste un altro. Quelle parole esprimono la reciprocità del dono, esprimono l’equilibrio del dono in cui precisamente si instaura la comunione personale: “Mio… mia” perché tu ti sei donato/a ed io mi sono donato. Non c’è nessuna appartenenza nel senso della proprietà o dominio: c’è solo l’essere l’uno dell’altro nel dono di sé.
Dunque: l’amore coniugale è il reciproco dono degli sposi. In questa reciproca auto-donazione è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro è stato voluto da Dio per se stesso. E ciascuno fa di sé dono all’altro, con atto consapevole e libero.
È facile ora capire come questo amore possa crescere e conservarsi solo a determinate condizioni.

 Quali sono? vorrei indicarvi le principali.

La prima e la più importante è l’umiltà: essa è veramente la sorella gemella dell’amore. Voi sapete che il quarto evangelista non racconta l’istituzione dell’Eucarestia nell’ultima cena: scrivendo dopo gli altri, egli sa che i cristiani la conoscono bene.
Al suo posto, egli inserisce una delle pagine più incredibili e sconvolgenti di tutta la S. Scrittura: Gesù lava i piedi ai suoi apostoli. La cosa è talmente assurda che Pietro, nel suo buon senso gli dice: “Tu non mi laverai mai i piedi, in eterno”.
Come a dire: “Ho accettato tutto e sono disposto ad accettare tutto. Tu sei stato nella mia casa, nella mia barca, tu mi hai scelto. Ma, lavare i piedi, è troppo”. Proviamo ora a chiederci: questo gesto di Gesù è stato un atto di amore o di umiltà? impossibile rispondere. È stato un atto di supremo amore perché fu un atto di incredibile umiltà; è stato un atto della più profonda umiltà perché fu un atto di illimitato amore.
Provate ora, allo stesso modo, a ripercorrere colla vostra mente quanto abbiamo detto poc’anzi sull’amore coniugale. Vedrete che tutto può essere capito e riespresso in termini di umiltà.
Chi vuole possedere ed usare l’altro? colui che si ritiene superiore all’altro, nel suo orgoglio. Mentre il vero amore, il dono di sé all’altro, è il più grande atto di umiltà: tu sei così grande, così prezioso che meriti non meno che io ti doni me stesso/a. Ecco, vedete: l’amore coniugale è la più grande umiltà. Senza l’umiltà, l’amore muore.
“Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è perdere, ma vincere; vincere il vero nemico dell’amore che è il nostro orgoglio”.

Quanti matrimoni sono falliti per mancanza di umiltà! essa avrebbe impedito che i piccoli muri di incomprensione e di risentimento divenissero vere barriere, ormai impossibili ad abbattersi.

La seconda condizione, perché l’amore coniugale si conservi e cresca è la misericordia, la capacità del perdono. Vorrei richiamare, in primo luogo, la vostra attenzione su una verità della nostra fede. Il Signore ha condizionato il suo perdono al perdono che noi concediamo al nostro prossimo. Forse non riflettiamo abbastanza su tutto questo. Egli poteva mettere molte altre condizioni: ne ha messa una sola. Egli arriva fino a dire che Egli userà con noi la stessa misura che noi useremo col nostro prossimo. Un monaco vissuto nel IV-V secolo racconta che molti cristiani del suo tempo erano talmente impauriti da questo pensiero che quando recitavano il Padre nostro, non recitavano le parole: …come noi le rimettiamo ai nostri debitori. Noi stessi siamo responsabili del giudizio che un giorno verrà pronunciato su di noi.
Tutto questo è vero per ogni rapporto umano, ma vale in un modo davvero singolare fra gli sposi. Per quale ragione? per una ragione molto semplice: perché singolare è l’amore che regna fra loro. Come si può dire di amare una persona se non si è capace di perdonarla? Infatti, poiché si tratta di una persona umana, o prima o poi essa sbaglia. Sbagliare, infatti, è una proprietà della nostra natura umana. Ed allora che fare di fronte alla persona amata che sbaglia? Il vero amore non ha dubbi: perdonarla e dimenticare. Quanti matrimoni sono stati distrutti dalla mancanza del perdono! un perdono rifiutato persino quando era stato umilmente richiesto.

Ritiro spirituale fidanzati e sposi

 Domenica 14 dicembre

dalle ore 8.45 alle 12

in Oratorio

Programma

• Lodi

• Meditazione

• Riflessione personale o di coppia

• Condivisione di gruppo

• Santa Messa

• Pranzo

È garantita l’assistenza ai bambini.

Proponiamo, a chi lo desidera, di fermarsi a pranzo… condividiamo quello che ogni famiglia porta.