Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Ora, Signore, manda il tuo Spirito che ci rinnovi

Una riflessione in margine all’esperienza degli esercizi spirituali del 12/15 marzo 2019

Gli esercizi spirituali vissuti insieme con le tre comunità di Milzanello, Porzano e Leno sono state una vera ventata dello Spirito; un’ottima occasione per fermare il ritmo quotidiano, stare “faccia a faccia” con il Signore, ascoltare e diventare più famigliari con la sua parola ed intensificare il cammino quaresimale.

Coloro che hanno proposto la lectio dei testi biblici mi hanno aiutato a penetrare in profondità la Parola, gustare la dolcezza del suo messaggio, riscoprire la pregnanza di alcuni passi biblici meno noti e a trovare spunti nuovi per la mia vita.

La partecipazione è stata consistente, ma soprattutto sentita e vissuta con grande intensità in tutti i momenti che hanno scandito gli incontri delle quattro serate. Il momento dell’accoglienza mi ha aiutato a sentirmi in famiglia e mi ha preparato a vivere l’esperienza in spirito di comunione. Il momento dell’ascolto è stato caratterizzato da un silenzio attivo e accogliente. Lo spazio del silenzio personale dopo l’annuncio mi ha permesso di lasciar penetrare la Parola ascoltata come una pioggia leggera che penetra gradualmente e feconda la terra. La condivisione mi ha sollecitato ad aprirmi con fiducia a Dio e ai fratelli per offrire e ricevere ulteriore ricchezza dalla Parola. Mi pare che la struttura degli incontri e la scansione dei tempi sia stata proprio indovinata e abbia aiutato a rendere positiva la proposta.

Un tempo ricco di grazia di cui sono riconoscente a Dio e alla comunità. Ora chiedo allo Spirito Santo che faccia maturare in me e nella comunità i frutti di bene che il Signore si attende.

Alessandro

Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 15.11.2006 

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.

Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiorità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.

Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!

Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! – ; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.

C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).

Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

Così sarai “memoria vivente” dello spirito di S. Rosa Venerini

Carissima sr. Maria Pia,

a nome di tutte le Consorelle, rendo grazie a Dio per i tuoi 70 anni di donazione totale a LUI e ai Fratelli. Il tuo è stato un lungo cammino che io ho avuto la gioia di condividere per dieci anni, qui a Leno. Sono stati anni preziosi perché in te ho trovato una sorella, una madre, un’amica che mi ha sempre sostenuta e incoraggiata e con la quale ho sempre potuto parlare di tutto; anche di questo ti dico GRAZIE.

Tu hai saputo vivere, come dice santa Teresina, “facendo le piccole cose come se fossero grandi e le grandi con  umiltà, come se fossero piccole.” Questo è amore, questa è santità. Auguriamocela scambievolmente.

Il tuo esempio di fedeltà, di gioia, di preghiera, di stupore per tutto quello che la vita ogni giorno ti ha offerto sono stati una testimonianza unica per me e per le Persone che hai avvicinato. Anche per tante di loro ti dico GRAZIE. Il Signore ti conceda di continuare a portare la Gioia del Vangelo con il sorriso sempre pronto per tutti e con la voglia di essere ancora un piccolo strumento nelle sue mani. Così sarai “memoria vivente” dello spirito di Santa Rosa Venerini per ogni Maestra Pia e per tutto il popolo di Dio.

Ti voglio bene! Il Signore ti mostri sempre il suo Volto, ascolti le tue preghiere e benedica tutte le Persone che porti nel cuore!

Sr. Graziella

Passione per la testimonianza

GIORNATE DI SPIRITUALITÁ

La Consulta Pastorale Familiare della Zona San Salvatore  ha proposto due momenti di spiritualità per coppie presso il Santuario della Madonna della Comella di Seniga, il 29 ed il 30 aprile scorsi,  prima del tradizionale Pellegrinaggio del 1° maggio in preparazione al  mese mariano.

Don Alessandro Gennari, biblista,  ha presentato ogni sera  l’esperienza di vita di una coppia di sposi.

Domenica – prima della celebrazione della Santa Messa – abbiamo ascoltato dal libro della Genesi  la storia di Rachele e Giacobbe, che don Alessandro ha saputo attualizzare e calare nella normalità. Abbiamo riflettuto sull’innamoramento, sull’importanza di  tenere lo sguardo fisso negli occhi dell’altro e sul saper attendere il realizzarsi della promessa con pazienza…virtù quest’ultima che pare anacronistica in una società dove è imperativo il “ tutto e subito”. Ripercorrere la vocazione al matrimonio e la scelta di essere coppie cristiane sostenute dalla presenza di Dio,  ci  aiuta a comprendere come l’ amore possa  affrontare  le difficoltà: “Così  Giacobbe servì sette anni per Rachele e gli sembrarono pochi giorni,  tanto era il suo amore per lei”.

Lunedì abbiamo conosciuto Priscilla (Prisca) e Aquila,   di cui narrano gli Atti degli Apostoli,  amici di Paolo che scrive “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori nel servizio di Gesù Cristo”. La loro vita è stata caratterizzata dalla passione per la testimonianza: l’esortazione rivolta a noi è stata quella  di superare la paura e la vergogna  di  professare  la nostra fede,  anche se a volte puo’ essere scomodo.  Don Alessandro ha evidenziato come  per questi sposi  la scelta di essere cristiani abbia caratterizzato la quotidianità e le decisioni di una  vita,  anche con imprevisti o difficoltà. Con semplicità e senza gesti eclatanti,  hanno saputo accogliere il messaggio di Gesù ed essere un  riferimento sicuro per i primi discepoli.

Questa seconda serata si è conclusa con l’Adorazione Eucaristica ed il Canto del Vespro.

Ringraziamo don Alessandro, che ci ha guidati alla scoperta dell’attualità di queste pagine della Bibbia  e ci ha permesso di coglierne l’affinità con la nostra esperienza.

PELLEGRINAGGIO MARIANO 

Nella giornata del primo maggio si è svolto l’ormai tradizionale Pellegrinaggio Mariano, un bel momento offerto alle famiglie della zona San Salvatore. L’itinerario di quest’anno partiva dalla Parrocchia di Milzano e si snodava sull’argine ciclabile del fiume Mella per circa tre chilometri,  fino all’oratorio di Pavone. 

Lungo il cammino – in  cinque tappe – abbiamo pregato, cantato e ascoltato brani per riflettere  sugli avvenimenti  più importanti della vita di Maria, centrali anche nella vita di ogni cristiano: l’obbedienza, la preghiera, l’accoglienza,  il servizio e il coraggio. Non poteva mancare, in questo tragitto,  la recita del Santo Rosario, che Don Ciro ci ha esortato a ripetere ogni giorno nel mese dedicato alla Madonna.

Arrivati all’oratorio di Pavone Mella siamo stati accolti con grande ospitalità nella sala del bar già predisposta per noi, dove abbiamo consumato e condiviso un pranzo in compagnia. Gli adulti si sono riposati chiacchierando, mentre i  piccoli  hanno occupato il campo di calcio e  il parco giochi, instancabili!

Alle ore 15.00, dopo una breve visita guidata alla parrocchiale recentemente restaurata, ci siamo recati al vicino Santuario della Madonna dello Spasimo,  per celebrare la Santa Messa che ha concluso questa bella e intensa giornata.

Guarda le immagini dei due giorni:

Giornate di spiritualità per famiglie

Giornate di spiritualità per famiglie

Zona Pastorale XII dell’Abbazia di San Salvatore

Consulta Pastorale zonale della Famiglia

Giornate di spiritualità per famiglie

29 – 30 aprile 2018

Sede: Santuario della Madonna della Comella di Seniga
Programma:

  • Domenica 29 aprile:
    ore 17.00 Ascolto della Parola di Dio e riflessione.
    ore 18.30 S. Messa in Santuario.
  • Lunedi 30 aprile:
    ore 18.00 ascolto della Parola di Dio e meditazione.
    ore 19.30 Adorazione eucaristica e canto del Vespro.

È garantito il servizio di babysitteraggio per i bambini.

Pellegrinaggio mariano

1 maggio 2018

  • Ore 10.00 partenza dalla Piazza di Milzano e pellegrinaggio mariano a piedi verso il Santuario della Madonna dello Spasimo di Pavone Mella camminando lungo il sentiero ciclabile del fiume Mella.
  • Pranzo al sacco da consumarsi in oratorio.
  • Momento di svago.

Alle ore 15.00 circa S. Messa per le famiglie con affidamento alla Beata Vergine Maria.

Paolo VI, i bambini e la santità

A partire da sabato 7 aprile fino a domenica 13 maggio si snoderà al Centro pastorale Paolo VI (via Gezio Calini, 30 a Brescia) un itinerario artistico – spirituale – testimoniale attraverso il quale si intende presentare la speciale attenzione che papa Paolo VI ha sempre riservato ai piccoli. L’intervista a don Giorgio Comini.

Nel percorso di avvicinamento alla tanto attesa canonizzazione di Paolo VI non poteva mancare una pagina dedicata al rapporto tra il Papa bresciano e i più piccoli. Un’attenzione probabilmente suggerita anche dal fatto che, a definitiva prova della santità del Papa bresciano, ci sono un adolescente americano e una bambina veronese di tre anni, guariti grazie alla sua intercessione quando erano ancora nel grembo materno. A scrivere questa nuova pagina è l’Ufficio per famiglia che con “I piccoli nel cuore di Papa Paolo VI” ha pensato a un itinerario artistico-spirituale-testimoniale attraverso il quale si intende presentare la speciale attenzione che papa Paolo VI ha sempre riservato ai piccoli.

Tutto questo avverrà attraverso la proposta di una mostra “Ad occhi chiusi” dello scultore Alfonso Fortuna, la presentazione di un libro “La farfalla e l’aquilone” di don Giorgio Comini (direttore dello stesso ufficio), diversi laboratori artistico-esperienziali per i bambini e una tavola rotonda, con alcune associazioni bresciane che lavorano a servizio dei bambini in difficoltà.  “La nostra proposta – sottolinea don Giorgio Comini −nasce come sorta di omaggio, di ringraziamento per l’ormai certa canonizzazione del Papa bresciano (la data esatta sarà comunicata con il Concistoro del prossimo mese di maggio, ndr) e il conseguente pieno riconoscimento della sua santità. Con il tempo, però, si è fatta anche strada la necessità, direi l’urgenza, di sottolineare come il percorso di Paolo VI verso la santità avesse preso avvio ancora con opere compiute dallo stesso sulla terra”.

Il fatto che i miracoli attribuiti a papa Montini per la beatificazione prima e per la canonizzazione, poi, abbiamo avuto per protagonisti bambini ancora nel grembo materno è stato per il direttore dell’Ufficio per la famiglia e per i suoi collaboratori uno stimolo, un invito a rileggere quella parte del magistero, delicata e forte ma anche poco considerata, che Paolo VI dedicò alla difesa, all’accoglienza, alla tutela dei più piccoli, sin dal loro concepimento nel grembo materno.

Riscoperta. “Rileggere, riscoprire pagine che sono la prova del grande spazio che i bambini occuparono nel cuore di Paolo VI – continua ancora don Comini – ha portato a dare completezza alla nostra idea di un progetto che, valorizzando e facendo conoscere la parte del magistero di Paolo VI dedicata ai bambini, riuscisse da un lato a restituire a tutti noi la responsabilità di portarlo avanti e, dall’altro lato, ad accogliere la benevolenza di Dio, attraverso l’intercessione del Papa bresciano, per tutti quei bambini che ancora oggi vivono diverse forme di sofferenza, fisica e spirituali”. I miracoli e il magistero di Paolo VI, anche grazie a iniziativa come quella proposta dall’Ufficio per la famiglia dal 7 aprile al 13 maggio, devono allora essere letti come sollecitazioni agli uomini e alle donne di oggi perché si traducano in quelli che don Comini chiama “i veri miracoli quotidiani”, quelli che trovano concretezze nalla vita di tutti i giorni.

 Tutto questo ha trovato sintesi nel progetto “I piccoli nel cuore di Papa Paolo VI”, “un percorso – continua ancora il sacerdote − che, attraverso i diversi linguaggi della bellezza e della meraviglia che sono propri dell’arte ma anche dei bambini, aiuti a valorizzare il magistero del Papa riconosciuto santo, facendolo sempre nuovo, e permetta di comprendere che il valore della vita nascente e i legami familiari rappresentano oggi più che mai i presupposti, i fondamenti di quella civiltà dell’amore tanto cara al Papa bresciano”.

Ri-abitare la spiritualità

Dal 16 al 19 febbraio si sono tenuti gli esercizi spirituali per giovani e adulti organizzati dall’oratorio. Quest’anno la residenza scelta per condurre gli esercizi è stata la Villa San Biagio gestita dall’Opera don Orione di Fano. La pace del luogo, situato su una collinetta a pochi minuti dal mare, e l’ospitalità di don Vincenzo, custode della casa, ci han permesso di trascorrere intensi momenti di meditazione e preghiera ispirati al tema dell’“abitare” suggerito in Gv 1, 35-42. Il gruppo ha espresso pienamente il proprio apprezzamento per il metodo di riflessione proposto da don Davide e nei momenti di condivisione tutti si son detti soddisfatti delle meditazioni affrontate, utili soprattutto in tempo di Quaresima per conoscere le emozioni che più spesso “abitiamo” quotidianamente. Altrettanto apprezzata è stata la scelta, ormai consolidata dagli esercizi precedenti, di alternare momenti di raccoglimento a visite presso luoghi d’interesse naturale e storico-religioso. Infatti, sia nei pomeriggi di sabato e domenica, sia durante il viaggio di ritorno, abbiamo potuto ammirare le magnifiche grotte di Frassassi, il santuario di Loreto e la basilica di Sant’Apollinare in Classe.

L’esperienza, quindi, è stata ampiamente apprezzata da tutti in ogni suo aspetto nonostante il tempo uggioso che ci ha costretti a rivedere almeno parzialmente il programma che, inizialmente, prevedeva altre visite culturali presso San Marino e Porto Recanati. Fortunatamente l’allegria e la comunione del gruppo si sono rivelate efficaci consolazioni!

È stata senza dubbio una bella e importante vacanza dal tram-tram quotidiano che ci ha permesso di ritrovare, o meglio, “ri-abitare” la nostra spiritualità.

Guarda le immagini:

Esercizi spirituali a Fano

La giovinezza dello Spirito nel carisma di S. Rosa Venerini

Il percorso del discepolo

“Signore, ciò che tu attendi da me non è che io ci arrivi, ma che mi incammini” (Anonimo)

Introduzione

La vicenda spirituale di S. Rosa Venerini è stata caratterizzata da un percorso che, traendo ispirazione dal Vangelo, può essere definito “il percorso del discepolo”.In questo modo la sua vita offre, ancora oggi, un messaggio significativo.

La sua esperienza, al di là delle peculiarità legate alla vocazione di Religiosa e alla spiritualità del tempo in cui è vissuta, si propone come esempio non solo per le sue figlie, ma anche per ogni cristiano che voglia mettersi alla sequela del Signore, lasciandosi guidare dallo Spirito che illumina e orienta i cuori delle persone verso scelte impegnative e ricche di significato.

Il percorso può essere sintetizzato in tre tappe:

  1. La chiamata e la risposta
  2. Al seguito di Gesù
  3. Nella Chiesa, per il mondo

1°. Chiamata – Risposta

L’incontro con il Signore avviene sempre per sua iniziativa: è Lui che fa il primo passo. Il discepolo è un “chiamato”, uno “scelto”. La conferma viene dalle parole stesse di Gesù ai suoi discepoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. (Giov. 15, 16)

Rispondere liberamente a questa chiamata è mettere in gioco la propria vita, è “sposare” il progetto espresso nella pagina delle Beatitudini. Le Beatitudini costituiscono l’autoritratto di Gesù, la sua identità, quindi diventano il modello al quale ogni discepolo deve ispirarsi e con il quale deve confrontarsi.  E’ un progetto alternativo alla logica umana, che domanda il coraggio e la forza di andare contro-corrente e di non omologarsi alla cultura e mentalità corrente.

Dagli scritti di Rosa Venerini: “Che grande bene è quello di essere scelte a cooperare con Dio in questa missione. Oh Signore, mio caro, per la vostra bontà fateci capire questa grande predilezione perché possiamo corrispondervi degnamente!”

“La nostra Madre ci ha lasciato un imperativo pastorale: liberare dal male e dall’ignoranza perché diventi visibile il progetto di amore che Dio ha messo in ogni cuore umano”

2°.  Al seguito di Cristo

Dal Vangelo di Marco: Gesù “ne costituì dodici perché stessero con lui” (3,14). Il discepolo non impara una dottrina, ma assimila una vita: avviene per lui quasi una identificazione con Gesù. San Paolo dirà: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal.2,20).

Dagli scritti di Rosa Venerini: “Spero nella sua bontà che un giorno sarò tutta sua e non cercherò altro che il suo gusto e la sua santa Grazia. Finora questo è il mio desiderio, il tesoro nascosto che io cerco”.

Stare con lui significa: ascolto – esperienza di vita – assimilazione dei valori.

I valori che Gesù vive e propone definiscono l’identità del discepolo e ne caratterizzano l’originalità.Possono essere sintetizzati nei seguenti:

+ la comunione con Dio nella preghiera.

Dagli scritti di Rosa Venerini:” L’orazione mentale non la lasciate mai. La meditazione sia il nutrimento di tutta la vostra vita”

+ la semplicità e il cuore dei “piccoli”: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25)

Dagli scritti di Rosa Venerini:” Signore, questo cuore duro è di Rosa,ammorbiditelo e fatelo tutto ardere del vostro amore”.

“Quello che viene dal cuore è più durevole e più vero ed è più vicino al temperamento dei giovani”

+ il servizio: sull’esempio di Gesù i discepoli testimoniano una Chiesa “del grembiule” (Tonino Bello), “un ospedale da campo” (Papa Francesco), una comunità pronta a servire e a curare. E’categorico l’ammonimento del Cristo nell’ultima cena: “Se dunque, io il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri”. ( Giov. 13,14). Una comunità disponibile a lavarsi i piedi, e il capo, prima di lavarli agli altri!

+ perdere la vita. Gesù pone una condizione ai suoi:“Ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà” (Mt 16,25).

Perdere la vita per il Signore significa non sprecarla, non essere schiavi dell’egoismo, ma donarla, condividerla, offrirla.  E’ questo il modo quotidiano di vivere la croce, consapevoli che al cuore della croce c’è l’amore che salva.

Dagli scritti di Rosa Venerini:” Sorelle carissime, faticate allegramente e non vi stancate mai di ringraziare l’eterno nostro Amore e Sommo Bene per averci chiamato ad un così santo servizio che è l’educazione cristiana delle fanciulle”.

“Le maestre si prenderanno cura di tutte le fanciulle, anche delle più povere, e delle più umili, anzi queste le educheranno con più amore”.

3° Nella chiesa, per il mondo

Dalla 1^ Lettera di San Pietro: “Quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2 ,5).

L’esperienza spirituale del discepolo non è quella di un navigatore solitario: al contrario, egli è impegnato a vivere il proprio rapporto con Dio partecipando responsabilmente alla costruzione di comunità cristiane “attraenti”, giovani e vivaci, non stanche.

“La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione”, afferma Papa Francesco nell’Enciclica Evangelii Gaudium(14).  E ciascuno vi contribuisce con la ricchezza dei suoi doni, la vitalità dei propri carismi e la grazia della propria vocazione.

Una Chiesa attraente diventa spontaneamente una “Chiesa in uscita”, fedele al mandato del Signore, che, congedandosi dagli apostoli, diede loro questa consegna: “E di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino ai confini della terra” (Atti 1,8). Essere “Chiesa in uscita” domanda di mettersi per strada, sui tragitti   delle persone, per condividerne la vita e annunciare la “gioia del Vangelo”. (Evangeli gaudium) E’ l’invito che il Papa fa con passione a tutti i credenti:” Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. (EG 49)

Dagli scritti di Rosa Venerini: “Io, per me, il fare la scuola con gli esercizi spirituali della dottrina cristiana, della lezione spirituale e degli esempi raccontati e dati dalle Maestre, in casa, per le strade, lo ritengo una missione quotidiana e molto fruttuosa”.

Porrò il mio Spirito dentro di voi

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Veglia Pasquale

Cattedrale di Brescia, 15 aprile 2017
Veglia Pasquale

Abbiamo iniziato questa veglia pasquale fuori della cattedrale, in piazza, nel luogo profano dove ogni giorno le persone vivono, s’incontrano, lavorano. Lì, da un fuoco nuovo, abbiamo acceso un cero – simbolo di quella luce che illumina il mondo a partire dalla risurrezione di Cristo. Preceduti dal cero acceso, abbiamo fatto una piccola processione muovendoci da occidente verso oriente, dall’oscurità della notte verso il chiarore dell’alba. E’ stato il cammino che Gesù stesso ha percorso nella sua Pasqua, quando è passato dalla morte dolorosa sul Calvario alla vita incorruttibile della risurrezione. A motivo di Cristo e della sua risurrezione, questo è diventato anche il significato vero della nostra esistenza sulla terra: non un cammino inesorabile verso la morte, ma un passaggio che tende a Dio, alla sua vita. Il canto dell’Exultet pasquale ha allora invitato gli angeli e i santi, la terra intera, a gioire inondata di splendore perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.”

Poi, con gioia e attenzione, abbiamo ascoltato il racconto della storia della salvezza, la nostra memoria di fede. Ciascuno di noi ha una sua memoria personale, fatta degli eventi e delle persone che hanno contribuito negli anni a plasmare la sua vita. Ma tutti noi, insieme, abbiamo una memoria che ci accomuna e che risale addirittura all’origine stessa del mondo: è il racconto di quanto Dio, creatore e redentore, ha fatto per tutti noi. In questa notte abbiamo rinnovato questa memoria, ascoltando anzitutto il poema della creazione quando Dio, con la sua parola, ha fatto risplendere la luce di mezzo alle tenebre e ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza.

Sappiamo, così, che non siamo al mondo per caso, per effetto di un intreccio anonimo di forze, ma chiamati dalla volontà sapiente di Dio. Con trepidazione abbiamo seguito Abramo sul monte della prova per imparare che anche in mezzo angoscia, possiamo continuare a confidare nella sapienza e nella fedeltà di Dio. Abbiamo ascoltato come i figli di Israele sono passati illesi attraverso le acque del mar Rosso e quel sentiero che poteva essere causa di morte è diventato invece per loro passaggio alla libertà e alla vita: “Mia forza e mio canto è il Signore – abbiamo cantato – egli è stato la mia salvezza.” Siamo popolo di Dio e Dio, attraverso la parola dei profeti, ci ha dichiarato il suo amore: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto.” Sì, il Signore ha giurato amore eterno al suo popolo; la sua parola, che ci supera quanto il cielo è alto sopra la terra, ci ha confermato la promessa di fedeltà, di perdono, di vicinanza. Tutto questo, ormai, è diventato patrimonio della nostra memoria cristiana: fragili, peccatori, segnati dalla precarietà come siamo, sappiamo però di essere legati da un patto con un Dio buono e forte e fedele; con un Dio che ci ha promesso il suo Spirito e cioè la forza irresistibile della sua vita: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio Spirito dentro di voi.” Dunque dalla creazione, attraverso la liberazione, fino alla promessa dello Spirito di Dio come sorgente di un’esistenza nuova. Questo è il cammino magnifico della storia della salvezza.

Ebbene, in questa notte di Pasqua noi proclamiamo che tutto quanto era stato promesso è ora adempiuto nella morte e nella risurrezione di Gesù. E’ Lui, Gesù, il nuovo Adamo, inizio di una umanità nuova. Non solo Dio ha creato questo mondo affascinante; vuole anche condurlo a diventare partecipe della sua vita di santità e di amore, di bellezza e di verità. Ma non si tratta di una trasformazione che possa compiersi col semplice dinamismo dell’evoluzione; è una trasformazione che si sviluppa nel profondo del cuore, che fa appello alla libertà e alla responsabilità della creatura. È possibile al nostro mondo entrare nella vita di Dio solo se impara, il nostro mondo, ad amare come Dio ama, a essere misericordioso come Dio è misericordioso, a vivere nella comunione come Dio è comunione. Ebbene, questo è quanto ci è donato in Gesù: uomo come noi, è vissuto nel mondo mosso e guidato dallo Spirito Santo di Dio; è passato facendo del bene e liberando tutti coloro che erano sotto la schiavitù del male; ha patito una morte dolorosa e umiliante, ma l’ha trasformata in obbedienza al Padre e in amore agli uomini. Per questo Dio lo ha risuscitato, lo ha innalzato accanto a sé, lo ha reso partecipe della sua gloria e del suo potere di salvezza. Nel disegno di Dio Gesù è il primogenito di una moltitudine di fratelli; la sua risurrezione è pegno della nostra speranza. San Paolo potrà scrivere ai cristiani di Corinto: “Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” Le cose vecchie sono le abitudini di cattiveria, di menzogna, di oppressione che sono iscritte nella storia dolorosa dell’umanità. Ora, nel Cristo risorto, sorge un sole nuovo, un giorno nuovo con la possibilità offerta a noi di vivere una vita nuova. È ancora Paolo che scrive: “un tempo… eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò da figli della luce” poi spiega: “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.”

Quando siamo stati battezzati, ci è stata consegnata, con le parole del ‘Credo’, la professione di fede che questa notte rinnoviamo: è la nostra risposta filiale all’amore paterno di Dio. Sempre al momento del nostro battesimo, ci è stato insegnato il comandamento che vuole dirigere tutte le nostre scelte: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze… Amerai il tuo prossimo come te stesso.” Il cristianesimo è qui: credere nell’amore di Dio e rifiutare quel cinismo che considera illusione ogni pensiero di amore gratuito; sperare la vita eterna e quindi usare con libertà e con riconoscenza i beni terreni senza diventarne schiavi; amare sinceramente il prossimo e combattere ogni tentazione di ripiegamento egocentrico su noi stessi, sul nostro vantaggio privato. Può sembrare una cosa scontata, ma l’esperienza ci dice che credere nell’amore non è facile quando la violenza, la disonestà, la corruzione sembrano invincibili, rischiano di avvelenare i sentimenti e di suscitare nel cuore un risentimento infinito. Usare denaro e cose senza diventarne schiavi non è facile quando il denaro sembra aprire tutte le porte e quando le cose sembrano indispensabili per ottenere quei piccoli frammenti di felicità che sono offerti all’uomo. Continuare ad amare, a donare, a servire nonostante tutto è possibile solo se la forza di Dio ci sorregge e rigenera in noi ogni giorno il controllo dei nostri impulsi, il desiderio del bene e il coraggio di farlo.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque ha fatto un patto con la morte e si serve della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla ingiustizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati tutti coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un volto di amore a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre pensavamo al nostro bisogno di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari