Spes

Disperatamente presenti,
anche quando vorremmo
soltanto cedere.

Appesi a sottili fili di volontà,
fragili come le speranze
di cui sono intessuti –
in cerca di giorni migliori
dove appendere i nostri cuori,
così bagnati di lacrime,
ad asciugare in pace –

Perché la vita non fa regali,
ma concede occasioni

Illustrazione di Daniele

Guarda che ti riguarda

Per diversi anni, dopo l’ultima guerra, spesso, persone senza tetto, povere sotto ogni aspetto, bussavano alle porte delle case. Ero piccola, ma lo ricordo bene, perché mia nonna dava ad ognuno che si presentasse alla nostra porta, qualcosa per coprirsi, se era inverno, del cibo, solitamente del pane e delle monetine. A chi la invitava a non dare soldi, a quella determinata persona perché li avrebbe usati per ubriacarsi rispondeva:

Come li userà, sarà la sua coscienza a deciderlo. Quel che vedo io, ora, è un uomo bisognoso.

Saper guardare in faccia, senza se e senza ma, la sofferenza  ed il bisogno significa non essere indifferenti. L’indifferenza è la caratteristica della società in cui viviamo. Siamo bravi a disquisire sui nostri comportamenti per dimostrare a noi stessi e al prossimo che essi hanno una logica e spendiamo tante parole per dimostrarlo, magari anche colme di buone intenzioni. A parole.

Nella  pratica siamo concentrati su noi stessi, al riparo nel nostro microcosmo e non sappiamo vedere chi ci sta accanto, chi ci è prossimo ed il mondo che ci circonda.

La bellezza della natura che ha ispirato poeti e molte menti illuminate non è più tale.

Abbiamo volutamente tagliato, abbattuto alberi per fare posto al cemento più di quanto servisse. Abbiamo raso al suolo intere foreste incendiandole dolosamente, per creare spazi di coltivazione di grandi imprese agricole. Nella totale indifferenza abbiamo, con i nostri comportamenti, inquinato nostra Madre Terra alterandone gli equilibri e l’armonia, avvelenando l’atmosfera  con esalazioni tossiche e le falde acquifere con discariche pericolose, innescando processi distruttivi e favorendo nuove e gravi malattie. É un’indifferenza, a maggior ragione colpevole perché ottusa, non considerando chi verrà dopo di noi.

Nel Vangelo, la splendida parabola del Samaritano sottolinea come l’indifferenza può contagiare ogni categoria umana. “Guarda che ti riguarda” suggeriva uno slogan che per un periodo, anni fa, non ricordo a che proposito, appariva su un manifesto appeso sui muri del nostro oratorio. Quattro paroline che possiamo far nostre subito se vogliamo destarci dal nostro torpore e realizzare, se non è troppo tardi, che ognuno deve contribuire a combattere l’indifferenza.

Il finale della parabola del Samaritano accende una luce di speranza.

Giovani, per favore, non invecchiate!

Quando parliamo di “vecchiaia” generalmente ci riferiamo all’età anagrafica delle persone. Allora l’esortazione nel titolo di questo scritto è assurda, perché se si vive è impossibile non invecchiare; oppure è un’esortazione a togliersi la vita prima che arrivi la vecchiaia o, ancora, un augurio a morire prima che giunga la vecchiaia. Niente di tutto questo, naturalmente.

Intendo piuttosto esortare i giovani a rimanere giovani nell’animo, nei sogni, nelle relazioni, nei desideri, nelle mete da raggiungere, negli ideali… Ci sono, infatti, molti anziani – “vecchi” è un po’ dispregiativo! – che nell’animo sono ancora giovani, freschi, moderni, entusiasti, positivi, aperti al futuro, pur coscienti che sarà breve, e hanno imparato ad usare i mezzi moderni per mantenere vivi questi sentimenti… E ci sono giovani stanchi, rassegnati, sfascisti, demoralizzati, senza sogni, senza ideali, allineati, fotocopie gli uni degli altri sia nel parlare, come nel vestire, nelle scelte, nei comportamenti; giovani che già parlano così: “quando io ero giovane… ai miei tempi… non c’è futuro e speranza per noi… nella vita l’importante è avere salute, soldi, divertirsi fin che si può ed essere capaci di farsi rispettare”.

É così che si invecchia velocemente e presto! Perché con questo modo di pensare si va nella direzione di lasciarsi condizionare dalle cose che abbiamo o non abbiamo, dall’invidia e dalla gelosia, dallo sballo per un solo momento di euforia che passa presto e poi ti ripiomba nel tremendo quotidiano. É così che si diventa schiavi del giudizio degli altri, di un allineamento assurdo, della poca stima di stessi, delle cose che abbiamo che occupano il tempo e lo spazio e ci impediscono di rientrare in se stessi e tappano non solo orecchie e occhi, ma anche l’intelligenza e il cuore e impediscono di vivere la libertà per la quale siamo creati e nella quale possiamo vivere autentiche relazioni di amore, di amicizia, di dono. Gli strumenti che la moderna società ci mette nelle mani sono un ottimo aiuto per una vita migliore, ma l’uso che spesso se ne fa impedisce di crescere in umanità e crea grossi problemi relazionali, non solo generazionali, ma anche tra coetanei. Tutto ciò perché non si utilizzano per “servire” l’uomo e la donna nelle loro relazioni e come risposta ai veri bisogni, ma spesso per soffocare il grido di sofferenza che c’è in loro per la paura di affrontare il dolore, il sacrificio, qualche rinuncia e scelte che richiedo coraggio e scommessa su se stessi, senza cogliere che è proprio tutto questo che realizza in pienezza la nostra umanità.

Eppure, i giovani che usano nella direzione della ricerca di sé, dell’Altro e degli altri gli strumenti che abbiamo a disposizione (social e quant’altro) quanta soddisfazione trovano nel loro percorso, quanto guadagno di tempo e di energie, quante fonti di arricchimento intellettuale e spirituale, quanti “indirizzi” di realtà, luoghi, persone, comunità… per farsi aiutare nella loro ricerca, nella costruzione dei propri ideali di vita, nel cammino di soluzione di crisi affettive, spirituali, intellettuali, relazionali, vocazionali, di fede!

Allora sui social è necessario cercare esperienze positive, edificanti, costruttive, maestre di vita. Essi sono come l’albero in mezzo al giardino dell’Eden: segno di libertà. Spetta all’uomo e alla donna decidere: essere liberi dalle illusioni e prendere in mano sul serio la vita, lasciandoci guidare dall’Autore della vita, anche coi mezzi che abbiamo a disposizione; oppure renderci schiavi delle illusioni menzognere che ci prospettano la vita come un gioco, che semplicemente diverte e non richiede nessun impegno da parte di colui o colei che l’ha ricevuta in dono.

Chi accetta la prima proposta trova anche nei nuovi strumenti della tecnica e nella scienza proposte serie e belle per la ricerca personale di fede, vocazionale, professionale, spirituale… ne trova grande giovamento e viene proiettato verso orizzonti sempre più grandi di vita, che impegnano sì la persona, ma la portano verso quelle mete ambite che inizialmente non avevano forme precisa, ma man mano si delineano in modo sempre più preciso e danno quella pace interiore e quella sicurezza che rende l’animo perennemente giovane: è la giovinezza di chi scopre di essere abitato da Dio, che non ha età, perché è Eterno e ci ha fatti per l’eterna giovinezza.

Chi va nella seconda direzione invecchia presto perché consuma velocemente ogni esperienza e in poco si sente stanco, ma mai sazio. E questa distanza tra la stanchezza e l’impossibilità di continuare a “consumare” ciò che il mondo mette a disposizione rende infelice e disperata la persona: sì la rende “vecchia”! Vorrebbe, ma non può più. Desideri inappagati rendono triste e vecchio l’animo umano.

Solo se cerchiamo la Vita che è in noi e la cerchiamo con tutte le nostre forze e tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, il nostro desiderio non andrà deluso, perché la Vita, che è Dio,  si mostra e si offre sempre a chi la cerca e ne sazia la fame, lasciandolo continuamente aperto al nuovo, che è l’eterna giovinezza.

Giovani, abbiamo bisogno che voi cerchiate questa Vita, per insegnare anche a noi adulti ad usare per questo scopo i nuovi strumenti e a non disprezzare mai quanto di buono oggi il mondo ci offre, orientarlo al bene. E, allora, cari giovani, non lasciate che questi strumenti vi rendano schiavi, perché invecchiereste prima di noi. Usateli per ritrovare la vostra libertà, la libertà dei figli di Dio e insegnate anche a noi la strada! Vi prego, giovani, non invecchiate! 

Resurrezione: una speranza per vivere

A cura di Maria Piccoli

É vicina la Pasqua, questo giorno tanto atteso, sofferto, desiderato, verso cui stiamo camminando nell’austerità della Quaresima, sta giungendo. É un giorno che è alle nostre spalle perché è già cominciato duemila anni fa, è davanti a noi perché siamo ancora sui sentieri che portano a questa dolce esperienza, la resurrezione ancora dovrà completarsi nella vita di ciascuno di noi, ma ci è data la certezza che la morte non è l’ultima parola.

Pasqua è una speranza per vivere che ci viene indicata dalla resurrezione di Cristo che squarcia il velo delle tenebre ed illumina la terra donandoci frutti di misericordia rigenerante e di fedeltà gioiosa. La Pasqua è un annuncio di speranza e di consolazione perché, attraverso la resurrezione, viene a consegnarci un’eredità donata dal Padre che non si corrompe, non si macchia e non marcisce ma ogni giorno è rinnovata alla luce di questo grande mistero che esplicita amorevolmente la fedeltà di Dio che non si è dimenticato dei suoi figli e ancora vuole fargli dono di speranza per continuare a vivere nelle tempeste del mondo quotidiano. La Pasqua è un grido di speranza e di liberazione per tutti gli oppressi, per tutti i sofferenti nella carne e nello spirito.

Continua a sperare nella luce della Pasqua…

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Dio è con te anche nella tribolazione!

Il vanto di essere cristiani

E’ stan Paolo che parla di questo, cioè del vanto di essere cristiano; non perché sono migliore di te, ma perché sono stato ricolmato di beni. Il vanto è: nonostante tutto, nonostante i miei peccati, Dio mi vuole bene, nonostante i dolori e le fatiche della mia vita, c’è una speranza che non mi abbandona. C’è un vanto anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza; una speranza che parla di resurrezione e di vita.

La speranza non delude

Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Dio ci vuole bene e ci dona suo Figlio Gesù. Questa è luce nella tribolazione sapere che nella nostra vita l’amore di Dio ha trionfato e ci è stato donato in una misura sovrabbondante. A noi tocca continuare a correre nella Speranza della Pasqua, perché nessuna tribolazione viene per farci restare nel buoi, ma nella luce della Pasqua.

Antonio – un ammalato

Natale di salvezza e speranza

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada nella notte di Natale

È notte di veglia per noi. Notte di fede e di gioia. Nel cuore di questa notte, la notte del Natale del Signore, noi ci riuniamo insieme e insieme celebriamo l’Eucaristia. Compiamo l’atto più alto del nostro ringraziamento a Dio. Lo benediciamo, lo glorifichiamo, gli rendiamo grazie.

Sempre ci mancheranno le parole per esprimere adeguatamente la nostra riconoscenza davanti a questo evento di grazia che è in verità il mistero dell’Incarnazione.

Vorrei allora lasciare che sia la stessa Parola di Dio proclamata in questa liturgia a dare voce alla nostra lode. Vorrei che la nostra meditazione e la nostra preghiera fossero l’eco dell’annuncio dei profeti e degli apostoli, degli stessi evangelisti.

Siamo grati al Signore nostro Dio per la sua visita, promessa e tanto attesa. Gli siamo riconoscenti per essere venuto in mezzo a noi come sole che sorge dall’alto.

Egli è il termine fisso di ogni umano desiderio, il compimento di ogni nostra speranza.

È la luce amabile che rifulge su un popolo spesso costretto ad attraversare valli tenebrose.

È il volto amico di Dio rivolto su di noi, che viene a moltiplicare la gioia e la letizia nei cuori dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà.

Egli conosce la via che conduce alla pace, perché lui stesso è il principe della pace.

È Dio potente in mezzo a noi.

È Consigliere ammirabile.

È testimone della amorevole paternità di Dio.

Ha sulle spalle un’autorità che viene dall’alto. Esercita una sovranità che il mondo non conosce.

Il suo potere, infatti, è misericordia e tenerezza, benevolenza e mansuetudine.

Con la sua amabilità egli trionferà sui suoi nemici, spezzerà il gioco che opprime le nazioni, la sbarra che pesa sulle spalle di tutti noi, il bastone dell’aguzzino che spesso usiamo gli uni contro gli altri.

Egli darà compimento alla benefica ansia di liberazione che è propria delle grandi anime: liberazione anzitutto dal male che ferisce il nostro cuore e che poi avvelena il mondo. Abbiamo tutti bisogno di una liberazione che è salvezza. Fatichiamo a sorridere. Sentiamo il peso di un mondo agitato e incerto, non di rado minaccioso. Siamo continuamente bersagliati da messaggi che non hanno profondità, semplicemente commerciali, per non dire mercantili. Non accade spesso che ci scambiamo la testimonianza preziosa di una vita soddisfatta e serena. Una malcelata nostalgia accompagna il nostro vivere quotidiano. Qualcosa in noi ci spinge prepotentemente a guardare in alto e a dare al nostro vivere orizzonti più ampi. Lasciamoci dunque ispirare. Non resistiamo a questo desiderio così autenticamente umano.

Ed ecco allora a che cosa dobbiamo guardare: a questa luce che dall’alto è brillata nella regione di Betlemme; a questo bambino avvolto in fasce e deposto umilmente in una mangiatoia. Anche noi in verità è rivolta la parola dell’angelo ai pastori: “Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore”. Salvezza e gioia qui si intrecciano e fanno scaturire, come acqua fresca da una sorgente, la speranza.

Chi sa leggere oltre l’umile apparenza del presepio, riconosce che qui è apparsa la grazia di Dio, una grazia che – come dice l’apostolo Paolo nella lettera a Tito – ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà. La salvezza di Cristo ha inaugurato nella storia un nuovo stile di vita, lo stile della santità, forma bella del vivere. La pace, infatti, viene dal profondo. Ha le sue radice nell’anima. È frutto della coraggiosa adesione a quanto la coscienza domanda. Là dove il cuore è limpido, là dove regnano sobrietà, giustizia e pietà, il cielo si specchia sulla terra, la pace che si diffonde tra gli uomini appare un riflesso della gloria celeste.

Sia dunque così per tutti noi, per ogni comunità cristiana, per la nostra Chiesa di Brescia e per la Chiesa universale. Sia così per ogni uomo di buona volontà, ma anche per ogni cuore ferito e per ogni animo incerto. Sia così per l’intera famiglia umana pellegrina nella storia. Il Natale del Signore porti a tutti salvezza e speranza.

La gioia di portare un po’ di speranza

Suor Raffaella Falco, nuova delegata Usmi della diocesi di Brescia, si racconta e descrive l’impegno delle consacrate nell’annuncio

Suor Raffaella Falco è la nuova delegata Usmi della Diocesi di Brescia. L’Usmi è l’Unione Superiore Maggiori d’Italia. Suor Raffaella della Congregazione delle Suore Operaie succede a suor Maria Cecilia Signorotto.

Classe 1967, è entrata nella famiglia religiosa delle Suore Operaie nel 1994 e ha emesso la prima professione nel 1998 (nel 2004 quella perpetua). Laureata in lettere, ha conseguito il diploma di specializzazione in comunicazioni sociali alla Gregoriana. Dopo l’esperienza in Piemonte, attualmente risiede nella casa di spiritualità di Fantecolo e si dedica alla pastorale giovanile e all’accoglienza.

Suor Raffaella, in cosa consiste il servizio dell’Usmi?

L’Usmi è un’unione che esprime e sviluppa la comunione tra gli istituti religiosi femminili che operano in Italia tra loro e con le diverse componenti della comunità ecclesiale. La parola stessa richiama l’unità. Tutto questo per cercare insieme delle risposte profetiche alle sfide della società. L’Usmi a Brescia ha il volto di tutte le suore che qui vivono e si riconoscono unite da un profondo senso di appartenenza non solo al proprio Istituto ma anche a quella realtà più ampia e più profonda che è la vita stessa.

Nel 2014 come Usmi avete iniziato un percorso intercongregazionale aperto al confronto e al lavoro con diverse associazioni e movimenti: è nata così la commissione donna. Quali risultati avete raggiunto? Che cosa state elaborando per il futuro?

Suor Cecilia, che mi ha preceduto in questo servizio, ha portato avanti la sua missione con intelligenza e profezia. In particolare, ha avuto l’intuizione di far nascere la Commissione Donna. Il lavoro con la collaborazione di diverse associazioni è stato finalizzato innanzitutto a un confronto per poi sfociare quest’anno nell’organizzazione di alcuni incontri con giovani donne nei vari convitti universitari. Ci auguriamo di dare continuità a questa bella intuizione che sentiamo profondamente nostra. Intendiamo portare avanti altre iniziative messe in campo, in particolare un bel cammino di collaborazione tra i consigli generali e provinciali che risiedono nel nostro territorio.

Nella festa di Gesù al Tempio, Papa Francesco ha detto che i consacrati e le consacrate sono l’alba perenne della Chiesa… Cosa possono dire oggi i consacrati al mondo contemporaneo?

I consacrati praticano lo sport del salto in lungo. Viviamo nella Chiesa uno slancio nel futuro, provando ad anticipare qui quanto ci attende in Paradiso. È una bella sfida. Da qui nasce la gioia di portare un po’ di speranza, un sorriso, uno sguardo positivo in un mondo dove sembra prevalere il negativo. È anche un aiuto a scoprire il senso della vita.

Il Papa ha chiesto anche ai consacrati e alle consacrate di andare controcorrente. Cosa significa questo nella sua vita?

Nella mia vita sento forte il richiamo del Vangelo che per me si esprime nel vivere i voti di castità, povertà e obbedienza. Il mondo si incaglia nella ricerca del potere, del possedere e del piacere. La bellezza dell’annuncio evangelico mi libera e mi ridona quella umanità bella che mi fa respirare la vita vera che in tanti momenti della mia vita ho assaporato e che non voglio perdere.

La crisi vocazionale ha colpito anche alcuni ambiti (pensiamo alla salute e alla scuola) nei quali storicamente operano i consacrati. Non è arrivato il tempo di ragionare maggiormente in maniera sinergica?

La sinodalità e la sinergia sono modalità in cui i consacrati credono. L’Usmi insieme con il Cism, con gli Istituti secolari, con l’Ordo Viduarum e con l’Ordo Virginum svolgono questo servizio di comunione. Prima di tutto noi consacrati siamo gente di Dio. Solo dopo viene la nostra professionalità che all’interno del carisma di ogni istituto rimane un servizio bello e prezioso, che forse però è sostituibile, mentre non è sostituibile la nostra consacrazione che brilla di più se brillano di più le altre consacrazioni.

Il tempo della speranza

Leggi la prima parte:
https://www.oratorioleno.it/vocazioni-il-tempo-della-profezia-della-missione-e-della-speranza

Leggi la seconda parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-profezia/

Leggi la terza parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-missione/

Quando cerco qualche immagine per definire la speranza, mi viene spesso in mente quella che in architettura è chiamata “copertura”, o “punto di vista di Dio”. Una casa, per esempio, ha quattro pareti perimetrali che riusciamo a vedere bene e a tenere sotto controllo, ma la quinta, cioè il tetto, ci sfugge. La quinta parete è quella parte di realtà che è presente eppure non vediamo: solo Dio la vede. Per questo gli architetti la chiamano “il punto di vista di Dio”. Che cosa potrebbe dunque essere la speranza? La speranza sarebbe, in sintesi, la possibilità presente di contemplare il mondo con gli occhi di Dio. San Paolo ricorda che «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Questa è la promessa. Dobbiamo adottare il “punto di vista di Dio”.

In un romanzo di Karen Blixen che amo molto, La mia Africa, c’è la descrizione di un viaggio in aereo che evidenzia il punto di vista di Dio (cioè il sentimento estasiato di Dio per l’uomo e per il mondo). Vedere con gli occhi di Dio è apprendere a guardare con amore. Nel romanzo di Karen Blixen si dice, in una pura estasi: «All’improvviso, appare il lago. Visto dall’alto, il fondo bianco scintillante, attraverso l’acqua, crea una tinta azzurra incredibile, irreale, di una luce accecante… Al nostro avvicinarsi [migliaia di fenicotteri] si sparpagliarono, in grandi cerchi o a ventaglio, come raggi del sole al tramonto». Ora domando: che cos’è che noi siamo soliti raccontare? Quale punto di vista adottiamo per osservare la realtà? Che cosa vediamo, quando guardiamo? Michelangelo diceva che le sue sculture non nascevano da un processo di invenzione, ma di liberazione. Osservava la pietra grezza, totalmente informe, e riusciva a vedere ciò che sarebbe diventata. Per questo, quando descrive il suo mestiere, lo scultore spiega:«Io non faccio altro che liberare».

Sono persuaso che le grandi opere di creazione (come quel momento in cui una donna o un uomo si trovano posti di fronte alla questione della propria vocazione) nascano da un processo simile, per il quale non so trovare espressione migliore della seguente: esercizio di speranza. Senza speranza notiamo solo la pietra, il suo aspetto grezzo, un ostacolo faticoso e insormontabile. È la speranza che apre uno spiraglio, che fa vedere, al di là delle dure condizioni attuali, le ricchezze di possibilità che vi sono nascoste. Solo la speranza è capace di dialogare con il futuro e di renderlo vicino. La nostra esistenza,dal principio alla fine, è il risultato di una professione di speranza. E il tempo della speranza ci fa comprendere quello che il geografo-esploratore diceva: non è il viaggiatore che sceglie la strada; egli, piuttosto, si scopre prescelto e chiamato. È forse questo l’annuncio più urgente e necessario. Forse il problema delle vocazioni nella Chiesa ci chiede di riscoprire la vocazione dell’uomo e di potenziare tale annuncio.L’uomo ha bisogno di scoprire la sua vocazione divina, ha bisogno di vedersi amato e chiamato. Il nostro tempo assomiglia troppo al commento degli ultimi braccianti messi a contratto nella parabola dei lavoratori della vigna. Quando viene loro domandato perché se ne stiano inutilmente in quel luogo, senza dare un senso al tempo della loro vita, essi rispondono: «Perché nessuno ci ha presi a giornata» (Mt 20,7). La traduzione della Vulgata va ancora più a fondo: «Quia nemo nos conduxit» («Perché nessuno ci ha guidato»).

C’è, nel cuore umano, carenza di Dio e di assoluto. Quando la speranza non ci fa sentire il suo tocco, pare che nessuno ci guidi. Consentitemi di citare una poesia di una grande scrittrice portoghese, Sophia de Mello Breyner Andresen: Ascolto ma non sose ciò che sento è silenzio, o Dio ascolto senza sapere se sto sentendo il risuonare delle pianure del vuoto o la coscienza attentache nei confini dell’universo mi decifra e fissaso appena che cammino come chi è guardato, amato e conosciuto e per questo in ogni gesto metto solennità e rischio. Nello sguardo di Gesù troviamo quello amorevole di Dio, che va alla ricerca dell’uomo nel luoghi più impensati per trasforma re il suo cuore. Quando Zaccheo sale sul sicomoro, spinto da una curiosità che avrebbe potuto fermarsi lì, Gesù si avvicina e dice, fra lo stupore generale: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Sarà passato per la mente di Zaccheo che quel predicatore sarebbe andato a cercarlo, di propria iniziativa, per farsi ospitare da lui? È la sorpresa di Dio. E quando Zaccheo si sente osservato in quel modo, la sua vita si trasforma. In piedi, annuncia: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). So appena che cammino come chi è guardato amato e conosciuto. E per questo in ogni gesto metto Solennità e rischio. Il dialogo che avviene vicino al pozzo, nel Vangelo di Giovanni, comincia quasi con una successione di malintesi. Il primo: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9). E poi: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva?» (Gv 4,11). La svolta si verifica quando la donna capisce, attraverso l’esempio della sua stessa vita, che Gesù non si lascia ingannare dagli equivoci superficiali, ma guarda in profondità. Quella donna inizialmente riluttante va al villaggio a dire: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4,29). Cristo è il terapeuta dello sguardo. Tende per noi il ponte che ci fa passare dal vedere chiuso al contemplare fiducioso e dal semplice sguardo alla visione della speranza.Domandiamo di nuovo: cosa venga a fare un geografo-esploratore in un’assemblea come la nostra? Che cosa potrà mai insegnaresul tema delle vocazioni nella Chiesa? La nozione più esatta di viaggiatore la devo a Jacques Lacarrière, che lo descrive così: «Il vero viaggiatore è colui che, in ogni nuovo posto, ricomincia l’avventura della propria nascita».

Credo fermamente che, nel viaggio, sia in gioco proprio questo tentativo, più cosciente o più implicito, di ricostruzione di se stessi. Le frontiere esteriori ci rimandano in modo persistente a una frontiera interiore. La geografia tende inevitabilmente a farsi metaforica, e chiunque cammini sulla terra, a un certo punto si renderà conto, con dolore e con speranza, che sta camminando soprattutto dentro di sé. Si ricredano, infatti, quanti pensano che i viaggi siano soltanto esteriori. Quella che gli occhi percorrono non è solo la cartografia del paesaggio. Spostarsi, che lo si voglia o no, implica un cambio di posizione; un’alterazione della prospettiva abituale; una maturazione del proprio sguardo; un riconoscimento del fatto che ci manca qualcosa; un adattamento a realtà, tempi e linguaggi, o la scoperta dell’incapacità di farlo; un inevitabile confronto; un dialogo faticoso o affascinante che ci assegna, necessariamente, un nuovo compito. L’esperienza del viaggio è l’esperienza della frontiera e dell’aperto, di cui in ogni tempo, abbiamo bisogno. Il cammino emerge come dispositivo ermeneutico fondamentale.

Il tempo della missione

Leggi la prima parte:
https://www.oratorioleno.it/vocazioni-il-tempo-della-profezia-della-missione-e-della-speranza

Leggi la seconda parte:
https://www.oratorioleno.it/il-tempo-della-profezia/

Nella suggestiva immagine di Franco Michieli si disegna una sorta di processo in tre tappe per parlare dell’esperienza del viaggio: rischiare la relazione, abbracciare lo sconosciuto, lasciare che la rivelazione avvenga. Credo siano parole chiave anche per pensare la missione. Prima di tutto viene la relazione. Non dimentico che la filosofa Simone Weil suggeriva che la traduzione del versetto iniziale del prologo di Giovanni – «In principio era il logos» – dovesse essere: «In principio era la relazione». La missione non è una realtàastratta, gestita a distanza o compresa teoricamente. La missione, come insegna Gesù, come non cessa di ricordarci Papa Francesco, è accettare il rischio della relazione. E non possiamo restare in attesa di garanzie, o di sapere tutto in anticipo.

È vero che siama solo quel che si conosce. Ma la nostra conoscenza non può pretendere di fissare per sempre l’altro in una determinata immagine. Amare è anche abbracciare lo sconosciuto, cioè la possibilità, quello che è ancora aperto, quella irriducibile libertà che rende ciascunounico e ogni momento della storia un’opportunità per la Grazia. È sintomatico il fatto che Gesù non fornisca ai discepoli molte indicazioni sulla missione. Si limita a dire loro: «Andate… Non portate borsa, né sacca, né sandali… In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”… Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno… Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”» (Lc 10,3-9).I discepoli non portano né borsa né bisaccia: non vivono né della loro autosufficienza né di elemosine. I predicatori cinici dell’epoca di Gesù andavano mendicando il proprio nutrimento. E, nella tradizione giudaica, erano note altre forme per ottenere una giusta remunerazione per l’attività missionaria. I discepoli di Gesù, dal canto loro, condividono un annuncio e ricevono una comunità, che è rappresentata dalla tavola e dalla casa. Entrano in contatto diretto con la realtà. Si pongono a fianco degli uomini. Hanno fiducia. Entrano nelle loro case e nelle loro vite. Camminano con loro. La tavola, per esempio, è una sorta di frontiera simbolica: ci pone radicalmente dinanzi all’altro, davanti all’ignoto dell’altro che si apre.

L’elemosina molte volte è l’ultimo grande rifugio della coscienza davanti alla paura e al disturbo che la commensalità rappresenta. La tavola avvicina, espone, genera reciprocità. Per questo il viaggio missionario di quei primi discepoli rappresenta la più lunga traversata del mondo greco-romano, o forse di qualsiasi mondo: il passaggio dalla soglia della porta all’ignoto della tavola.Le regole della purità e i codici d’onore, vitali nella strutturazione delle società mediterranee del primo secolo, saranno scossi dallo sviluppo delle comunità cristiane, che assorbono, in una pratica fraterna, genti e costumi dalle più svariate provenienze.Il cristianesimo è nato e si è affermato contrastando la paura dello sconosciuto. Tentando con lui una relazione, che solo può essere una relazione di amore, di tempo condiviso, di compagnia. Nella parabola del buon samaritano (che dobbiamo leggere pure in chiave vocazionale, perché è la chiamata che Dio cifa nel fratello più povero e bisognoso), non possiamo dimenticare che il samaritano trascorre tutta la notte accanto all’uomo ferito e«si prese cura di lui» (Lc 10,34). Solo il giorno seguente tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi adesso tu cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno» (Lc 10,35). La notte del samaritano è icona della vita intera di un pastore che insegua lo stile di Gesù. La vocazione alla missione, secondo il modo di Gesù e seguendo i suoi passi, altro non è se non una vocazione di perdersi. In questa linea si pone la richiesta di Papa Francesco ripetuta ai pastori. «Questo io vi chiedo: siate pastori con l’“odore delle pecore”, che si senta quello». L’odore sollecita un contatto “fusionale”, un contatto al tempo stesso immediato e profondo. Un odore, per esempio, è molto diverso da un’immagine: nell’immagine, la relazione tra soggetto e oggetto è dell’ordine della rappresentazione, mentre la percezione olfattiva ci si incolla addosso, è puro impregnarsi. L’immagine parla di un oggetto che è fuori da noi, ma quando l’olfatto segnala un profumo è perché lo abbiamo già addosso. In alcuni testi profetici troviamo una variazione significativa.

Nel libro del profeta Ezechiele, parlando del popolo che dovrà tornare dall’esilio, «così dice Dio: Io vi accetterò come soave profumo» (Ez 20,41). Qui, chiaramente, il soave profumo è quello del popolo stesso. A Dio non basta l’odore delle nostre greggi o quello della rugiada sui nostri campi. Gradito a Dio è l’odore del suo popolo, quel segnale di presenza, quella biografia scritta in modo tanto intenso senza neanche una parola.Più tardi, nel Nuovo Testamento, per l’esattezza nelle parole di Paolo, viene detta la stessa cosa, ma con una veemenza e con un ampliamento semantico che danno molto da pensare. Nella seconda Lettera ai Corinzi l’apostolo scrive: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Così come Ezechiele, Paolo fa dell’odore una metafora della vita. Noi siamo odore, l’odore è la nostra vita, è il dono ricevuto da Dio. Ma dice qualcosa che il profeta non poteva indovinare, infatti se siamo «dinanzi a Dio il profumo di Cristo», allora è Cristo in noi a permettere l’oblazione, ad assicurare l’offerta, a fare della nostra vita un dono. Ciò che deve entrare nelle nostre narici è questa buona novella: siamo diCristo. È attraverso Cristo, con Cristo e in Cristo (la formula tanto cara alla teologia di Paolo) che siamo quel profumo che sale fino a Dio (2Cor 2,14).

Vocazioni: il tempo della profezia, della missione e della speranza

Permettetemi di cominciare con una sorta di parabola. Qualche mese fa mi sono ritrovato fra le mani un libricino – una vera e raffinata perla – sulla filosofia del viaggio (argomento assaiutile per un pastore!) e con un titolo piuttosto curioso: La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti. Ne è autore un geografo italiano.Ricordiamo tutti il personaggio del geografo ne Il Piccolo principe di Saint-Exupéry. È un saggio, totalmente sedentario, che rimane in attesa delle testimonianze che gli portano gli esploratori per poter disegnare le carte dei territori. Sono gli esploratori che valicano fiumi, montagne, oceani e deserti, e i loro racconti servono a lui per immaginare il mondo. Lui è un geografo, non un esploratore. Per questo, quando il piccolo principe gli chiede alcune informazioni concrete sul suo pianeta, non sa dire nulla.

Ora, il caso di Franco Michieli, che è geografo ma anche esploratore, è molto diverso. I suoi libri sono narrazioni in prima persona e costituiscono inediti esercizi di cammino e di riflessione sulle esperienze che egli stesso ha vissuto.Il nostro tempo si caratterizza per una onnipresente tecnologia di mappatura e di comunicazione, alla quale noi tutti ricorriamoper i piccoli e grandi spostamenti quotidiani. Sembra che, senza, non sappiamo più vivere, né viaggiare, né pensare. Oggi uno smartphone connesso a internet fornisce informazioni più dettagliate di un atlante; con il GPS ci sentiamo confortevolmente guidati per territori complessi e sconosciuti; e dello stesso modo ci affidiamo completamente agli itinerari che ci vengono proposti da “GoogleMaps”. Si direbbe che il mondo abbia smesso di avere necessità di esploratori! Proprio di questo parlava Papa Francesco nell’omelia del primo gennaio 2017, ricordandoci che «non siamo… terminali recettori di informazione». Cioè, nonpossiamo diventare sedentari dal punto di vista spirituale ed esistenziale dimenticando la nostra vocazione di esploratori! È vero che non possiamo essere dicotomici al punto di rifiutarci di vedere nell’attrezzatura tecnologica che abbiamo oggi a nostra disposizione anche un importante sussidio per le funzionalità della vita. Allo stesso tempo, non possiamo essere così ingenui da non percepire le mutazioni che, da questa esplosione tecnologica, vengono accelerate. A proposito del telefonino, per esempio, il filosofo Maurizio Ferraris parla addirittura di una nuova ontologia! E non lo fa per scherzare, dal momento che la telefonia mobile effettivamente modifica il comportamento umano. Immaginiamo che una persona ci chiami al telefono fisso e ci chieda: «Dove sei?». La risposta sarebbe stupita e scontata: «Dove vuoi che sia? Sono lì, dove mi chiami». Con il telefonino è tutta un’altra storia: si incomincia proprio chiedendo: «Dove sei?», visto che l’interlocutore può essere dappertutto. A questo punto, chiedersi che tipo di oggetto è il telefonino diventa interessante. La verità è che siamo assediati da un eccesso di tecnologia (e penso alla tecnologia in senso materiale ed immateriale: le idee fatte, la cultura dominante, le abitudini, le mode…). Dobbiamo domandarci fino a che punto questo diventa un ostacolo ad una espe-rienza originale, radicata nella profondità, disponibile per il dono che compromette l’intera vita?

Alle volte sembra che ci troviamo ad una crescente distanza da noi stessi e di conseguenza anche da Dio e dagli altri. Ci affidiamo senza un vero senso critico alle tecnologie varie e smettiamo di affidarci ai nostri occhi, al nostro tatto, al nostro udito. Ci allontaniamo così dall’esperienza. Diminuiscono le nostre competenze per il rapporto, per la vita condivisa, per le pratiche collaborative e comunitarie. Abbandoniamo velocemente la cultura dell’incontro. E, come dice Papa Francesco nella stessa omelia, diventiamo catturati per la «orfanezza autoreferenziale», per una pericolosa «orfanezza spirituale», «dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno, (…) facendo perdere la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione». Questa sembra la fatalità del nostro presente.La proposta di Franco Michieli va salutarmente in senso contrario. Per questo introduce un’espressione che può suonare strana, ma molto ricca di suggerimenti. Lui parla della vocazione di perdersi. Con questa espressione ci raccomanda di rinunciare a carte, bussole e GPS per consegnarci, disarmati, all’avventura del cammino, senza altri strumenti di navigazione se non l’osservazione del sole e delle stelle, l’attenzione alla configurazione del territorio e alle sue linee, e soprattutto il radicale affidarsi del viaggiatore al viaggio, lasciando che sia il cammino a rivelarsi e a guidare i suoi passi lungo il percorso. Si tratta di un elogio della esperienza, di un ritorno alla necessità intramontabile dell’esperienza. Senza di lei perdiamo di vista la vitanella sua sorprendente originalità, nella sua capacità di esprimere la grande chiamata dell’assoluto. La vita diventa autoreferenziale, piccola, piena dicontraffazioni e svuotata di senso e di amore.

Ma c’è speranza! Nella grammatica degli esploratori, come spiega Michieli, non sono i viaggiatori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire, sempre e di nuovo, incontro ai viaggiatori. È l’inversione del paradigma culturale dominante. Ed è, ci permettiamo di dirlo, la visione evangelica. Molti, forse, si domanderanno cosa venga a fare un alpinista in un’assemblea come la nostra. Un geografo-esploratore che cosa potrà mai insegnare a un’assemblea di religiosi, formatori e teologi che si occupano del tema delle vocazioni nella Chiesa? Io penso che una testimonianza del genere abbia qualcosa da dirci, in primo luogo, per la sua stessa storia. È un geografo che non rimane chiuso in una scienza astratta. In effetti, la competenza per interpretare e orientare la realtà è molto importante, purché la realtà esista. Michieli è un geografo-esploratore. Ossia non mette tra parentesi l’esperienza, la relazione con il concreto, il contatto con il reale, la profondità del viaggio praticato. Domandiamoci allora se noi (religiosi, formatori e teologi) non sembriamo, in certi momenti, dei produttori di guide di viaggio per luoghi che non abbiamo visitato.

Ricordiamo l’episodio inaugurale della vocazione di Mosè nel deserto: «Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Es 3,1-4).Prestiamo attenzione al verbo che Mosè utilizza: «Voglio avvicinarmi». Cioè, mi addentrerò il più possibile, entrerò dentro, come se mi immergessi in ciò che mi sta di fronte. Quando si lasciò soddisfare dalle visioni parziali, distanti e nebulose, quando con tutte le sue forze desiderò una chiara certezza per le domande del suo cuore, il libro dell’Esodo ci dice che «il Signore lo vide… e lo chiamò». Il Signore è pronto a chiamarci. Addentriamoci. Abbandoniamo una spiritualità vaga, in cui siamo spettatori dispersi. Cerchiamo Colui che conferma, Colui che dà consistenza al nostro desiderio.Apprendiamo anche dal racconto della vocazione del profeta Samuele: «Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò Per gli esploratori non sono i viaggia-tori che vanno in cerca delle strade, ma le strade che non cessano di venire incontro ai viaggiatori.tempo della profezia, della missione e della speranza nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: ‘Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta’”. Samuele andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”». «La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti». Sembra un sommario realista della nostra esperienza: anche il nostro quotidiano si fa rarefatto, frammentario e assente in relazione alla manifestazione di Dio. Però, sottolineiamo la frase straordinaria dell’autore sacro: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Dio è fedele alla Persona umana e alla storia. Anche in situazioni ed età agitate da venti e turbolenze, la nostra fiducia risiede in questo: «La lampada di Dio non era ancora spenta». Ci dice il testo che Samuele non conosceva ancora il Signore: e noi, lo conosciamo? Samuele si sente chiamato, ma reagisce in modo equivoco, credendo che sia Eli che lo sta interpellando. Finché è aiutato a rivolgersi verso il Signore e ad affermare: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Il Signore non smette mai di comunicare con noi, ma è necessaria una pedagogia spirituale che ci aiuti a far tornare a Lui i nostri sensi interiori. «Parla,Signore, perché il tuo servo ti ascolta»: non è questa l’unica via vera e feconda di una pastorale vocazionale per tutta la Chiesa? Sottolineo tre affermazioni di Franco Michieli che possono forse dialogare con i tre tempi che costituiscono il titolo di questa conferenza: profezia, missione e speranza. Le rammento velocemente:i momenti in cui non si conosce il cammino sono i più interessanti;quando ci rapportiamo con l’ignoto, esso si rivela;non sono i viaggiatori che trovano le strade, ma il contrario: le strade trovano i viaggiatori.

José Tolentino Mendonça (teologo e poeta)

Sinodo dei giovani, sinodo con e per i Giovani!

Messaggio di Papa Francesco per il Sinodo dei Vescovi con al centro della discussione i giovani

Carissimi giovani,

sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento Preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.

Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?

Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori?». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San BenedettoIII, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli Vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).

Con paterno affetto,

Francesco