Adesso è il tempo delle relazioni

Nella Solennità del Corpus Domini, il discorso alla città pronunciato in Cattedrale dal vescovo Pierantonio Tremolada

“Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”. Sono le parole che ascoltiamo ogni volta che si celebra l’Eucaristia. Il gesto si ripete in obbedienza al comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” e il dono si rinnova. Ai credenti di tutte le generazioni è dato il corpo del Signore. L’Eucaristia che celebriamo, l’Eucaristia che adoriamo, che custodiamo nei nostri tabernacoli e che portiamo per le strade delle nostre città e dei nostri paesi è il corpo del Signore: Corpus Domini!

Dal racconto dei Vangeli veniamo a sapere che Gesù attese il momento della sua ultima cena con i discepoli con grande intensità, proprio per lasciare loro il suo memoriale e consegnare nel nuovo rito liturgico il suo corpo: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22,15) – leggiamo nel Vangelo secondo Luca. Perché il Signore ha tanto desiderato quel momento e quel gesto? Perché ha voluto donarci il suo corpo nel segno misterioso del pane consacrato?

L’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere quando – l’abbiamo ascoltato nella seconda lettura – scrive ai cristiani di Corinto: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 11,16-17). Mangiare l’unico pane spezzato nella celebrazione dell’Eucaristia consente dunque di entrare in comunione con il corpo di Cristo e, in questo modo, di formare in lui un unico corpo.

È questo che desidera il Cristo per noi, stringerci nella comunione con sé oltre i limiti dello spazio e del tempo e fare di noi, della sua Chiesa, dell’intero genere umano l’unica grande famiglia dei figli di Dio. “Che siano una cosa sola come noi lo siamo” – aveva chiesto Gesù al Padre nella preghiera sacerdotale prima della sua passione (cfr. Gv 17,11.21-22). E ancora prima, usando l’immagine suggestiva della vite e dei tralci, aveva raccomandato ai suoi discepoli. “Rimanete e in me ed io in voi” (Gv 15,4), perché trovassero compimento le suggestive parole del salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

È donando il suo corpo che il Signore della gloria rende possibile una comunione perenne con lui e tra di noi, perché è tramite il corpo che nell’esperienza umana si entra in relazione gli uni con gli altri. Il corpo umano è dono del Creatore per la relazione e per la comunione, è quella imprescindibile dimensione della soggettività umana che consente a ciascuno di noi di vivere coscientemente e liberamente l’incontro con l’altro e con il mondo. Creati a immagine e somiglianza di Dio, nessuno di noi è pensato come un essere chiuso in se stesso, orgogliosamente autonomo, ripiegato sui suoi bisogni, proteso alla propria egoistica gratificazione. Siamo invece pensati da sempre come soggetti in relazione, aperti ad accogliere il mondo che ci circonda, la terra degli uomini e il cielo di Dio.

Quanto sia importante la relazione tra di noi e quanto sia per noi vitale la reciproca comunione l’abbiamo meglio compreso in questi tre mesi drammatici, nel turbine di una epidemia che ci ha sconvolti. Guardando indietro, siamo ora maggiormente consapevoli del valore che ha il corpo nel nostro vissuto quotidiano. Ce ne siamo resi conto proprio a causa delle limitazioni che abbiamo dovuto subire: ci è stato impedito di stringerci la mano e di scambiarci un abbraccio; abbiamo dovuto e dobbiamo ancora portare una mascherina che ci copre metà del volto; siamo stati invitati a mantenere tra noi le distanze, per non essere un pericolo gli uni per gli altri. Queste restrizioni doverose hanno reso ancor più evidente il bisogno vitale che tutti noi proviamo di entrare in contatto gli uni con gli altri, di farci vicini, di esprimerci e di comunicare. Con un certo imbarazzo ci siamo a volte sorpresi a trattenerci dal compiere gesti che fino a poco tempo fa erano assolutamente spontanei. E tutto questo ora ci manca: sentiamo che questa impossibilità ci impoverisce, ci toglie qualcosa di essenziale.

Ci è ora più chiaro – mi sembra di poter dire – che il nostro corpo ha un suo proprio linguaggio, naturale e istintivo, e che questo linguaggio ci svela una verità tanto semplice quanto profonda: il mondo è molto di più di ciò che si vede e proprio ciò che non si vede è essenziale. I vincoli imposti dall’epidemia ci hanno svelato più chiaramente la dimensione simbolica dell’intera realtà, resa evidente proprio dai gesti che spontaneamente compiamo attraverso il nostro corpo. Una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, una carezza, il prendere in braccio o sotto braccio, il caricare sulle spalle, l’avvicinarsi per parlare in confidenza, il consegnare tra le mani un dono: tutto questo rimanda ad una dimensione insieme segreta e profonda della realtà, al mondo interiore di ogni persona ma anche all’esigenza imprescindibile di comunicare con gli altri, di sentirsi accolti e amati.

Grazie al corpo noi trasmettiamo i sentimenti e viviamo le relazioni e così diamo piena espressione alla nostra umanità. Perché in questo sta l’essenziale del vissuto umano: nel sentimento e nella relazione, in ciò che proviamo e in ciò che doniamo. Nel disegno provvidenziale di Dio, l’uomo è anzitutto anima palpitante d’amore; è cuore che attinge ad un mistero invisibile e trascendente; è segreta percezione del proprio essere e slancio d’amore verso gli altri e verso il mondo, nell’amore stesso di Dio. Questo sentire amorevole, non puramente emotivo ma ricco di intelligenza e di memoria, trova espressione in un vissuto che è costantemente mediato dal corpo, dai cinque sensi che lo costituiscono ma anche concretamente dall’organismo che permette ai sensi di attivarsi. Le parole che pronunciamo e i gesti che compiano sono sempre e contemporaneamente attività del corpo e del cuore, dei sensi e dell’anima.

La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” (Mt 6,25) – aveva detto Gesù ai suoi discepoli e alle folle nel Discorso della Montagna. È proprio così! Il corpo è un dono della provvidenza di Dio a ciascuno di noi, grazie al quale veniamo rimandati al senso profondo del vivere, alla sua autentica misura e bellezza, che provengono dalla dimensione simbolica del mondo. Vivere per il cibo e per il vestito significa mortificare la nobiltà della persona umana, mettere il sentimento e la relazione dopo i beni di consumo. Il corpo, con i suoi gesti carichi di risonanza affettiva, ci ricorda che la vita ha una sua altezza e una sua profondità e che queste oltrepassano infinitamente i confini del benessere economico, per cui troppo spesso ci affanniamo.

La salute vale molto più delle proprietà, eppure la salute è ancora poca cosa rispetto alla vita: la salute del corpo consente infatti a una persona di esprimersi in tutte le sue facoltà e capacità, ma anche quando la salute è precaria, il corpo non cessa di svolgere la sua funzione essenziale, quella di esprimere i sentimenti e di promuovere relazioni. L’esperienza della fragilità e della malattia – che abbiamo dolorosamente sperimentato in questi mesi – non ha forse reso ancora più intensa la consapevolezza che la socialità umana si fonda sulla nobiltà dei sentimenti e sulla profondità delle relazioni? La grandezza della persona umana non viene intaccata dal manifestarsi evidente della sua debolezza. Può anzi venirne esalta. Davanti alla fragilità umana il sentimento si affina e diventa fortezza, coraggio, sacrificio ma anche solidarietà, cura, generosità. In una parola, diventa virtù. E il desiderio di relazioni profonde si fa ancora più intenso e suscita testimonianze d’amore in alcuni casi semplicemente meravigliose.

Ecco dunque un’importante lezione di vita che ci giunge dai giorni dolori che abbiamo trascorso: il primato dei sentimenti e delle relazioni, la nobiltà delle virtù, l’importanza dei gesti che fanno grande il corpo perché lo mantengono collegato al cuore, la dimensione simbolica del mondo che rinvia alla gloria di Dio e al suo disegno di grazia.

Si dovrà soltanto aggiungere che tutto questo domanda vigilanza, perché è dono di Dio consegnato alla libera determinazione degli uomini. Il pericolo della contaminazione reciproca, il dovere della giusta distanza, il rigore nell’osservare le regole per la sicurezza di tutti: anche questi sono aspetti di un’esperienza che ci consegna un insegnamento di vita. La relazione autentica tra le persone va difesa e preservata, perché i sentimenti che il cuore coltiva la possono inquinare e gli stessi gesti che compiamo attraverso il corpo possono diventare offensivi. Questo succede quando si cede alla logica del tornaconto e allo stile della violenza. “Siate vigilanti” – raccomanda Gesù ai discepoli (Cfr. Mc Mc 13,33). Ogni relazione ha infatti bisogno della giusta distanza e ogni sentimento di affetto suppone anzitutto il rispetto. La mascherina sul volto, il gel igienizzante, il metro di distanziamento ci ricordano che possiamo purtroppo diventare minaccia per gli altri e questo, di nuovo, anzitutto in una visione simbolica della realtà. È dalla dimensione invisibile del nostro io, dal nostro cuore, che può sorgere il pericolo per gli altri e per l’ambiente. Quei sentimenti che ci caratterizzano come persone umane, se asserviti alla brama vanitosa del nostro io, si trasformano in energia distruttiva: abbiamo così lo spettacolo deprimente dell’ingordigia, della corruzione, dell’arroganza, della faziosità, della litigiosità, della volgarità. L’esercizio delle virtù domanda grande forza di volontà e impegno di purificazione nei confronti di se stessi, in vista della costruzione di una società più vera e più giusta. La sofferenza patita in questi mesi e la perdita di tante persone care, ci porta a dire che un simile impegno non dovrebbe essere è semplicemente auspicabile: è assolutamente doveroso.

Ritornando a contemplare il mistero eucaristico, il nostro cuore si apre alla gratitudine. Il mistero del corpo del Signore – Corpus Domini – offerto per noi e a noi donato, ci rinvia ai sentimenti del suo cuore e al suo desiderio di comunione con noi, ci ricorda il suo sacrifico d’amore, ci assicura la sua presenza vitale e perenne, ci attrae con la forza della sua mirabile testimonianza. In lui la virtù ha raggiunto la sua misura più alta, è divenuta santità, e grazie a lui si è aperta per noi la via della salvezza. Il suo corpo glorificato è ora la nuova dimora dell’umanità redenta.

“Attiraci dunque a te o Signore, accoglici nel tuo abbraccio benedicente, stringi forte la nostra mano quando il sentiero si fa buio, facci sentire la tenera carezza della tua misericordia, prendici sulle tue spalle quando ci assale la stanchezza, fatti vicino per svelarci nel segreto la verità della tua Parola. Uniti a te nel segreto del nostro cuore, posto in piena sintonia con il tuo, noi potremo diffondere nel mondo il buon profumo del Vangelo e contribuire così all’edificazione di una società dove i sentimenti e le relazioni abbiamo il posto che meritano e la virtù l’onore che le spetta.

Ci sostengano nel nostro cammino e ci custodiscano in questo desiderio di bene la Beata sempre Vergine Maria, tua e nostra Madre, i nostri santi Patroni e tutti coloro che, con la loro luminosa testimonianza, hanno onorato la storia di questa nostra città e della nostra amata terra.

Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

I Santi sono modelli da imitare

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova. È l’occasione per guardare a tutti quei fratelli e sorelle che nella fede che hanno fatto della loro vita, nella grazia di Dio, un capolavoro di bellezza. È l’occasione per chiederci ancora volta chi sono i santi per noi, come dobbiamo guardare a loro, cosa da loro possiamo ricevere.

La liturgia ci viene incontro. Tra poco, nel solenne Prefazio diremo: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città santa del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci ha dato come amici e come modelli di vita”. Membri eletti della chiesa che Dio ci ha dato come amici e modelli di vita: ecco dunque chi sono per noi i santi che oggi ricordiamo. Santi di ogni tempo e di ogni luogo, santi di ogni popolo e nazione, santi di ogni lingua e cultura, santi di ogni ceto sociale, santi dalle diverse personalità e dai differenti caratteri; santi della Chiesa universale, santi di cui l’intera umanità può andare fiera e di cui potrà sempre conservare grato ricordo.

Amici anzitutto. I santi sono uomini e donne a cui ci sentiamo legati da un affetto spontaneo e profondo, a cui guardiamo con ammirata simpatia, di cui sentiamo volentieri la presenza. Siamo infatti una cosa sola con loro nel mistero santo della Chiesa, che è per definizione la “comunione dei santi”. Santi siamo tutti per grazia, in forza del nostro Battesimo: alcuni lo sono come pellegrini qui sulla terra, nel travaglio delle lotte che richiede la fedeltà alla propria vocazione battesimale: siamo noi; altri lo sono come cittadini del cielo, nella gloria luminosa e felice della Gerusalemme nuova: sono i santi per i quali oggi facciamo festa. C’è un già e non ancora nella santità della Chiesa, una tensione tra presente e futuro che dà sostanza alla nostra speranza. Come dice bene san Paolo agli Efesini: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Noi siamo concittadini dei santi, mentre ancora camminiamo nelle molte città e nei molti paesi di questa terra che non è ancora la nostra patria. Nei santi che oggi onoriamo, ha trovato piena espressione quella beatitudine che Gesù ha annunciato nella pagine evangelica che abbiamo ascoltato. Davvero essi sono beati! Sono saliti sulla montagna del Signore, sono entrati nella sua santa dimora. In loro si è compiuto il grande desiderio che ogni cuore umano da sempre porta in sé e che il Salmo esprime così: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario”. I santi sono entrati per sempre nella casa del Signore. Hanno potuto farlo perché le loro vesti sono state immerse nel sangue dell’Agnello, cioè nella carità del cuore di Cristo crocifisso e risorto. Il mistero di bene che è Dio stesso li han accolti e li ha resi totalmente simili a sé: le loro vesti sono diventate candide e nelle loro mani è stata posta la palma della vittoria. Essi costituiscono quella moltitudine meravigliosa di cui ci ha parlato nella prima lettura il Libro dell’Apocalisse. Una moltitudine che non è separata da noi. Un legame misterioso ma intenso ci lega a loro. Li sentiamo vicini, solidali, amorevoli. Li sentiamo fratelli e sorelle nel Signore, compagni di cammino oltre i confini del tempo e nella luce dell’eternità. Sono gli apostoli e i profeti, i martiri, i pastori e i dottori, le vergini consacrate al Signore, i soccorritori dei poveri, i grandi educatori, i missionari coraggiosi, ma anche gli innumerevoli testimoni del Vangelo a cui noi siamo in grado di dare un volto e un nome ma che hanno seminato bellezza e bontà nella epoche in cui sono vissuti. Questi sono i nostri amici, i santi di cui ci vantiamo e a cui ci sentiamo profondamente uniti nella fede.

Questi stessi santi sono però per noi anche dei modelli. A loro noi guardiamo con il desiderio di imitarli. Il loro amore per il Signore Gesù li ha portati ad assumere uno stile di vita che lascia ammirati ma insieme spinge a guardare in alto, suscita il desiderio di essere almeno un po’ come loro. Potessimo anche noi dare alla nostra vita questa forma così nobile e attraente. Potessimo anche noi conferire alla nostra esistenza questa bellezza, questa umile grandezza. I santi hanno gustato la beatitudine premessa dal Signore perché ha indirizzato il loro cuore e la loro volontà verso gli ideali che lui ha indicato come meta all’umana libertà: sono stati poveri in spirito, miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace; hanno avuto fame e ste e di giustizia; hanno accettato di venire perseguitati per causa della giustizia. Dei santi si dovrà dire che hanno vissuto facendo del bene. In ogni momento, in ogni circostanza, in qualsiasi condizione, hanno reso testimonianza a questa semplice verità: Dio solo è buono e grazie a lui tutto può trasformarsi in bene. Tutto concorre al bene di coloro che lo amano e, per coloro che lo amano, tutto può diventare occasione per rivelare la sua bontà: anche la sofferenza, anche la colpa, anche la male subito ingiustamente, anche la disgrazia improvvisa e la pena che dura nel tempo. I santi sono ambasciatori della carità divina nella nostra valle di lacrime. Sono il sale della terra e la luce del mondo. Sono annunciatori di una speranza che non delude perché fondata sull’esperienza costante e vittoriosa dell’amore del Cristo crocifisso e risorto. “Chi ci potrà separare dall’amore di Cristo?” – si chiede san Paolo scrivendo ai Romani. Se anche pensiamo alle prove più pesanti dovremo sempre concludere: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati”. L’amabilità e la serenità dell’animo sono le caratteristiche più evidenti dei santi. Esse sono il guadagno di una lotta quotidiana che avviene nel profondo del loro cuore.

Ma un’ultima parola dobbiamo aggiungere. Se i santi sono i nostri amici e i nostri modelli, sono anche i nostri intercessori. Questo ci dice la liturgia per il semplice fatto che ci invita a celebrare questa solenne festività. Tra poco noi li invocheremo proprio così, come nostri intercessori. Canteremo le litanie dei santi e chiederemo a loro di pregare per noi. Mi piace intendere questa parole “intercessori” nel duplice senso di difensori e di promotori. Difensori contro il maligno, contro la tentazione che ci travolge e ci rovina, contro i nostri egoismi che ci incatenano, contro le diverse forme di dipendenza cui siamo pericolosamente esposti. Custodi del nostro cuore e delle dei nostri ambienti di vita, baluardo contro le paure che ci paralizzano: paura delle disgrazie e delle malattie, paura di non essere all’altezza dei nostro compiti e delle nostre responsabilità; paura del mondo e della sua violenza; paura del passato, del presente e del futuro. Promotori del bene nella nostra vita. Amici che ci esortano, ci spronano, ci sostengono; ci invitano costantemente a fare della nostra vita un sacrificio di lode gradito a Dio, una vera liturgia; ci sollecitano a dare sempre il meglio di noi, a guardare il mondo con coraggio e benevolenza, ad aprire il nostro cuore alla potenza dello Spirito santo, l’unico capace di portare a compimento la nostra vocazione e fare di noi un capolavoro di bellezza.

Su questa parola “bellezza”, vorrei che si fissasse il nostro pensiero mentre termina la nostra meditazione. La bellezza che viene da Dio è il vero segreto di ogni santità umana.  Sia così anche per ciascuno di noi. E voi, cari fratelli e sorelle, che siete ormai nella gloria del Signore, voi nostri amici, modelli e intercessori, pregate per noi, perché anche la nostra vita sia riflesso di quella limpida bellezza che voi così bene avete conosciuto quando eravate tra noi e che ora vi rende beati.

La solennità di San Francesco

Sono partite giovedì 27 settembre una serie di iniziative dedicate al patrono d’Italia, in particolare per riflettere sulla chiamata alla santità

Sono partite giovedì 27 settembre le iniziative promosse dai Frati Minori Conventuali di Brescia per la solennità di San Francesco d’Assisi. Alle 20.45 nella chiesa di San Francesco, infatti, si è tenuta la Veglia ecumenica di preghiera per la custodia del Creato dal titolo: “Coltivare l’alleanza con la terra”. Domenica 30 settembre alle ore 16.30 Ibrahim terrà un incontro nella Sala Fra Giacomo sulla situazione dei cristiani in Siria, del Convento e presiederà la Santa Messa delle ore 18.30. Fra Ibrahim Alsabagh è il parroco di Aleppo, è nato a Damasco e dopo gli studi a Roma è tornato in Siria per stare con la sua gente.  Mercoledì 3 ottobre alle ore 20.45 si ricorderà il Transito di San Francesco. La liturgia ripercorre gli ultimi istanti di vita del Serafico Padre per coglierne l’insegnamento. La cerimonia si svolgerà nel Chiostro e sarà animata dal Postulato. Al termine verrà consegnato il pane benedetto.

Molto ricco il programma della solennità di San Francesco anche giovedì 4 ottobre: alle 7.30 si officeranno le Lodi solenni e saranno celebrate le Sante Messe con il seguente orario: 8.00; 9.30 e 10.30; (è sospesa la Messa delle 11.30). Nel pomeriggio alle ore 16.00 ci sarà la benedizione degli animali nella piazzetta antistante la Chiesa. La Messa Solenne si terrà alle ore 18.30, preceduta alle 18.00 dai Vespri Solenni. L’olio per la lampada della Pace è offerto quest’anno dalla comunità di Cazzago San Martino, richiamando quello che ogni anno si svolge ad Assisi quando il 4 di ottobre una regione italiana offre l’olio alla lampada che arde davanti alla tomba del Serafico Padre Francesco. Quest’anno è il turno della Regione Campania.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la portineria del Convento al numero di telefono 0302926711.

Come entra Dio nella tua vita?

11 giugno 2017

La solennità odierna ci dà modo, cioè ci offre, l’opportunità di intensificare la conoscenza e la ricerca di Dio; una ricerca che deve orientarsi non solo nell’ordine dell’identità di Dio, ma anche nel comprendere che valore Dio ha nella nostra vita. Capire chi è Dio non è facile, comprendere Dio e capirlo fino in fondo è cosa ardua. Facciamo, però, un esperimento molto pratico e semplice dal punto di vista dell’immaginario: pensate ad un bambino che vi guarda negli occhi e vi chiede chi è Dio, voi cosa rispondete?

Facciamo, ora, un passo avanti nel tempo. Facciamo crescere quel bambino, facciamolo diventare un adolescente (che ha bisogno di altre riposte) e a partire da quella che è stata la vostra risposta, che avete dato a quel bambino su chi sia Dio, vi chiede: “Si, tu mi hai detto che Dio è questo, ma dimmi: nella tua vita che valore ha? Come entra Dio nella tua vita?” A questa domanda cosa rispondereste?

È chiaro che sono domande e risposte impegnative. Nella storia l’uomo ha cercato di raccontare Dio, di dire qualcosa su di Lui. Sono stati anche molto ampi la riflessione, lo studio, la ricerca. Ora, noi arriviamo a balbettare qualcosa di Dio, perché quello che diciamo è una verità misteriosa e pur sempre limitata.

C’è, però, un punto di partenza certo, dal quale possiamo prendere avvio per capire chi sia Dio e possiamo farlo a partire da quello che Gesù ci ha detto. Noi Cristiani crediamo un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Perché noi crediamo che Dio è Padre, Figlio e Spirito? Perché Gesù ce ne ha parlato in questi termini. È Gesù che di dice che Dio è come un padre, che è un padre che ci vuole bene a tal punto da mandarci suo Figlio e vuole che rimanga sempre con noi e lo fa attraverso il Suo spirito. È Gesù che ci rivela chi è Dio.

Conoscere come nozione chi è Dio, però, non è ancora sufficiente, occorre un passo in più, occorre un’intelligenza che sia illuminata dalla Fede, quindi amplificata, che di fronte a questa nozione (che Dio è Padre, Figlio e Spirito) possa scegliere se credere o non credere questa verità; detto in altre parole, possa scegliere se accogliere o non questa verità, perché Dio non è tanto un concetto da apprendere, ma una manifestazione da accogliere. Tutto Dio non lo comprenderemo mai, ma tutto Dio lo possiamo sperimentare, come, per esempio, attraverso i Sacramenti, nell’amore, nel prenderci cura l’uno degli altri.

Questa riflessione, sul fatto che l’intelligenza amplificata dalla fede chieda un’accoglienza, la vediamo in quello che è accaduto nel Vangelo di questa domenica, tra Nicodemo e Gesù. Chi era Nicodemo? Era un dottore della legge, era uno di quelli che interrogava Gesù, forse non uno di quelli che lo metteva in difficoltà ma era uno di quelli che voleva capire: la sua ricerca era autentica. Nonostante lui non sia, ovviamente, cristiano, sceglie di cercare Dio e si mette umilmente davanti alla verità che gli racconta Gesù (ricordiamo che Nicodemo si presterà a deporre dalla croce il corpo di Gesù).

Questo per dire che sì, ci possono essere delle difficoltà dal punto di vista cognitivo sull’essenza di Dio, ma dal punto di vista dell’esperienza (nel momento in cui noi siamo disposti a raccogliere il Suo amore) noi tutto Dio lo incontriamo.

Non sarà che, forse, noi difficilmente riusciamo a condividere la fede o vi sono sempre più persone che non si accostano alla fede perché, magari, di Dio solo ne parliamo e non lo viviamo?

La festa di oggi ci dà l’opportunità di orientare la nostra ricerca di Dio non solo nell’ordine dell’identità ma dell’esperienza (noi viviamo l’esperienza e non l’idea), per questo il nostro rapporto con Dio deve diventare anche molto concreto: se facciamo fatica a raccontarLo a parole vuol dire che deve passare sul piano dell’esperienza.

I giorni della Salvezza

DOMENICA DELLE PALME

Sei giorni prima della sua morte in croce, Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme, accompagnato dai discepoli e da una folla festante, che, agitando rami di palme, gridava: «Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna negli eccelsi!» Fu una manifestazione messianica voluta da Gesù per affermare la sua spirituale regalità, ma fu cosa modesta affinché il popolo non si confermasse nei suoi errori sull’interpretazione politica del Messia. Il rito solenne si svolge nei seguenti momenti:
– Benedizione dei rami di palma o di olivo: Il Sacerdote vestito con abiti rossi, simbolo di regalità, benedice con questa preghiera: «Benedici o Signore questi rami, e donaci la grazia di sentire in noi la Vittoria di Gesù!».
– Distribuzione dei rami: mentre i fanciulli cantano inni di gioia e di trionfo, il sacerdote passa alla distribuzione dei rami.
– Lettura del Vangelo: dove viene ricordato il fatto storico dell’ingresso trionfale di Gesù; mentre tutta la folla agitando rami, osannava al Messia. Solenne processione con i rami benedetti, per ripetere attorno alla Croce l’inno: «Gloria a Te, lode ed onore, o Re Cristo Redentore».
Al termine, la S. Messa introduce al Mistero della rinnovazione del Sacrificio sotto le misteriose apparenze del pane e del vino.

 

GIOVEDI’ SANTO

Il Giovedì Santo è il primo giorno del «Triduo Sacro», che celebra, con solenne austerità, la memoria della passione e della morte del Salvatore e ci fa rivivere avvenimenti lontani nel tempo, ma così vivi nel nostro ricordo e tanto impressi nel nostro cuore da farceli credere e sentire come presenti e come certamente nostri. Nel Giovedì Santo si ricorda principalmente l’istituzione del Sacrificio e del Sacramento eucaristico, gesto supremo di amore compiuto da Gesù alla vigilia della sua morte, al quale l’evangelista S. Giovanni allude con parole che valgono più di ogni altro commento: «Avendo Egli amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Questo è lo svolgimento della solenne liturgia: l’altare è parato a festa ed un velo bianco copre la Croce; il Sacerdote Celebrante, accompagnato dalla solennità degli altri Sacerdoti e del canto, inizia la S. Messa; il momento più commovente è il canto del «Gloria in excelsis», poiché il suono di tutte le campane e dell’organo esplode come d’improvviso, per poi tacere fino alla gioia della notte pasquale. Quasi per rappresentare al vivo la scena narrata dal Vangelo, il Celebrante, lava i piedi a 12 ragazzi; ripetendo il gesto di Gesù prima di istituire la S. Eucaristia. Terminata la S. Messa, il Pane Consacrato viene portato in modo solenne all’altare della Adorazione, preparato con abbondanza di luci e ceri.

Il mistero di questo grande giorno dell’Amore sta riassunto in questa parola di Gesù: «Prendete e mangiate: questo è il Mio Corto sacrificato per voi. Prendete e bevete: questo è il Mio Sangue sparso per voi. Questo fate in memoria di me!»

 

VENERDI’ SANTO

È il giorno più grande che la storia ricordi. Nessun giorno come questo è giorno di morte; nessun giorno come questo è giorno di Vita. Al cospetto del monda intero sta nella maestà della morte il Crocefisso: «La vita offrì la morte per portare con la morte la vita». È in questo giorno che incominciò per l’umanità un’era nuova: dell’amore e della grazia. La solenne funzione liturgica è divisa in quattro parti:

1- Lettura di alcuni grandi fatti del Vecchio Testamento, come il racconto della Pasqua Ebrea, e soprattutto il canto della Passione di Gesù, per narrarci le innumerevoli sofferenze di Gesù per poterci salvare.
2- Sull’altare vengono poste delle tovaglie di lino bianco e poi il Sacerdote celebrante inizia le solenni preghiere per la Chiesa Santa di Dio, per il nostro Beatissimo Papa Giovanni, per i Vescovi ed i Sacerdoti, per coloro che governano i popoli, per coloro che saranno rigenerati dalla grazia del Battesimo, per la necessità dei fedeli cosi presentate al Signore: «Preghiamo fratelli dilettissimi, Dio Padre Onnipotente, affinché purghi il mondo da tutti gli errori, disperda le malattie, scacci la fame, apra le carceri, spezzi le catene, accordi ai pellegrini il ritorno, agli infermi la sanità, ai naviganti il porto della salvezza». Inoltre alza la preghiera per l’unità della Chiesa, per la conversione dei Giudei e degli infedeli.
3- La III parte della solenne liturgia assume un aspetto veramente commovente: un ministro porta all’altare la Croce Velata ed il Sacerdote celebrante ponendosi presso i gradini dell’altare e scoprendo grado grado la Croce Velata canta con tono sempre crescente questa invocazione: «Ecco il legno della Croce, dal quale dipende la salvezza del mondo»; tutto il popolo inginocchiandosi risponde: «Venite, adoriamo!».

Terminato il rito dello scoprimento della Santa Croce, iniziando dal Sacerdote, tutti passano ad adorare la Croce ed a baciare il Crocefisso. Mentre con grande silenzio e raccoglimento si svolge questo rito, la Scuola di Canto ripete: «Popolo mio che ti ho fatto? O in che ti ho contristato? Rispondimi! lo ti esaltai con grande potenza e tu mi sospendesti al patibolo della Croce».
La S. Comunione termina poi il solenne rito del Venerdì Santo.

 

SABATO SANTO

Prima del tramonto di Venerdì, la salma di Gesù era nel sepolcro. La fine di colui che si era proclamato Figlio di Dio non poteva essere più ingloriosa: tradito da un discepolo, scomunicato dal Sinedrio, bestemmiato da un popolo intero, abbandonato perfino dai suoi apostoli, era morto sul patibolo degli schiavi in mezzo a due volgari malviventi. Ora il suo corpo giaceva nel sepolcro.
La vittoria dei nemici di Gesù era completa. Solo che il sedicente Figlio di Dio, ora chiuso e sigillato nel sepolcro, quando era ancora vivo aveva detto: «Dopo tre giorni risorgo!». La mattina della Domenica, le pie donne e i discepoli trovarono il sepolcro vuoto! Non il sepolcro, ma la risurrezione gloriosa è la conclusione della vita terrena di Gesù. Con le feste pasquali celebriamo solennemente il ricordo della risurrezione di Cristo; e perché questo ricordo sia veramente efficace, la Chiesa con riti solenni e suggestivi ci invita a cogliere abbondanti frutti della risurrezione di Cristo, mediante una completa e definitiva rinnovazione inferiore. I riti solenni della veglia pasquale li possiamo presentare in questo modo:

– Il canto della Luce: davanti alla porta della Chiesa viene benedetto il fuoco ed il grosso Cero Pasquale, simbolo di Cristo. Entrando poi dalla porta principale della Chiesa, il diacono che regge il cero, canta a voce solenne: «Lume di Cristo» mentre tutti rispondono: «Siano grazie a Dio». Mentre la processione della Luce entra in Chiesa con i ministri, tutte le luci vanno grado grado accendendosi. Quando il Cero è giunto all’altare, viene posto in centro e circondato da luce e incenso, viene esaltato nel suo simbolismo, con queste mirabili parole: «Si rallegri la terra irradiata da sì grandi splendori, e, illuminata dal fulgore dell’eterno Re, senta di essere finalmente liberata dalle ombre che avvolgevano il mondo intero».
– Il canto dell’acqua: mentre tutti invocano l’aiuto dei Santi, è posto davanti all’altare un recipiente d’acqua. Il Celebrante inizia la solenne benedizione e consacrazione, perché quest’acqua dovrà servire al Battesimo di tutti i nuovi bambini dell’anno. Terminato questo rito, prima che l’acqua sia portata al Sacro Fonte Battesimale, i presenti rinnovano le Promesse battesimali con le quali si rinunzia a Satana ed alle sue opere al mondo che è nemico di Dio e si promette di servire fedelmente il Signore nella Chiesa Cattolica.
– Il canto dell’Alleluia: tutto è pronto; i ministri hanno indossati gli abiti della gioia e l’altare è parato a festa con fiori e luci, ed ecco il momento solenne: con voce commossa il Sacerdote Celebrante canta il «Gloria in Excelsis», prorompe il suono dell’organo, tutte le campane sciolgono il loro concerto. È PASQUA DI RISURREZIONE! Ed allora: «Fratelli, se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, ove Cristo siede alla destra di Dio; abbiate il gusto delle cose celesti, non di quelle terrene. Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».

 

PREGHIERA DI RESURREZIONE

Per tutto il dolore sofferto ridammi, Dio, la
speranza per cui ho sognato ad occhi aperti.
Tutto un seguir di nuvole sono stati i miei
pensieri; dolce mondo di favole.

Le cose tutte hanno spesso confinato col cielo e
pur mi ritrovo distante da Te.

Non più le piante, i fiori, il mare le albe, i tramonti
mi fanno piangere di gioia: è morta al mio viso
ogni traccia d’incanto. Il tempo ha scandito coi
giorni e le ore anche il vuoto nella mia vita.

C’era nelle stelle un mistero che m’incantava ed
ora non intendo più.

Di nient’altro ho bisogno, o Signore che di
risorgere con Te, null’altro desidero che Te.
Inasprisci il dolore, ma ridonami la resurrezione!

don Pierino