La vocazione del sofferente

Trasmettere la fede nel tempo del dolore
“Anche gli infermi sono inviati dal Signore come lavoratori nella sua vigna”

Quale attenzione e compito della parrocchia?

Operiamo in un mondo in continua trasformazione, per alcuni versi molto difficile e complesso e qualche volta anche conflittuale. Cosa deve fare la Chiesa, come deve orientare la sua presenza, come può essere segno e testimonianza di evangelizzazione? L’interrogativo si fa ancora più esigente se, lasciando parlare l’esperienza, constatiamo che la persona sofferente è stata considerata per lungo tempo quasi come “cittadino invisibile”. É il “fratello in difficoltà” che ci mette in difficoltà, perché costituisce un caso inedito, non programmato, che disturba l’ordinario modo di venire incontro all’altro, che ci obbliga a scelte alle quali non eravamo preparati e mette a nudo la nostra poca, dimezzata disponibilità, che andava bene fino ad un certo punto ma che poi si scopre inadeguata. La parrocchia si è spesso trovata in momenti di timore, di disagio, perché non si sentiva pronta e disposta ad accogliere la totalità dei bisogni. La comunità può essere tentata di rispondere con un atteggiamento rinunciatario, trovando difficoltà nel colloquio col fratello. C’è, inoltre, un altro fatto: alcune comunità, di fronte a coloro che sono in difficoltà, non riescono a vivere una piena condivisione della situazione e non si sentono investite a livello comunicativo. Si limitano a sentimenti di compassione… Se la vicenda della persona sofferente psichicamente è solitamente un problema difficile, dobbiamo prendere coscienza anche delle difficoltà di chi è chiamato ad intervenire, della Chiesa stessa, della comunità cristiana, del singolo cristiano. Occorre seguire un itinerario di maturazione cristiana per risolvere questo problema non solo occasionalmente, nella spontaneità di qualche gesto, ma in modalità che sappiano ricollegare il servizio a chi è in difficoltà con il cuore, la vita quotidiana, la maturazione della comunità.

Radicati in una vocazione esigente

La presenza vocazionale e ministeriale dei sofferenti è preziosa per tutta la comunità. Prima di tutto essi ci aiutano a dare un senso al nostro soffrire, ci dicono che i momenti della sofferenza possono diventare preziosi sul versante dell’evangelizzazione e della salvezza. Il sofferente, alla luce della fede, dell’insegnamento e della vita di Gesù, ci fa comprendere che la sofferenza, assume un significato che va oltre la semplice considerazione e valorizzazione umana, in quanto apre la via della partecipazione alla salvezza. É la sofferenza di Cristo che viene a porsi accanto alla sofferenza dell’uomo. La croce di Cristo illumina la sofferenza umana e la rende grande ed efficace. E’ dal mistero pasquale di Cristo, morto e risorto – che il malato ci richiama con la sua fede – che impariamo a dare senso al dolore, a rendere il momento della sofferenza come un annuncio del Vangelo, un annuncio che Dio non ci abbandona ma che ci circonda del suo amore. E possiamo dire con sicurezza  che tanti malati, educati nella fede ad unire la loro sofferenza a quella di Cristo, sono capaci di aiutare malati e sani a vivere nella fede la loro sofferenza. 

Il malato: lavoratore nella vigna del Signore

É, poi, compito importante della comunità ecclesiale la promozione della persona sofferente. Si tratta di rendere operativa l’affermazione di Giovanni Paolo II, secondo cui l’uomo sofferente è “soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza”. Tale affermazione indica il riconoscimento del carisma dei sofferenti e il loro apporto creativo alla Chiesa e al mondo: “Anche gli infermi sono inviati (dal Signore) come lavoratori nella sua vigna”. A nessuno sfugge l’importanza di questo passaggio del malato da oggetto di cura a soggetto responsabile della promozione del Regno. Questo cambiamento di accento nella considerazione dell0infermo diventa credibile allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che curano con amore i sofferenti, sia di questi stessi, resi sempre più coscienti e responsabili del loro posto e del loro compito nella Chiesa e per la Chiesa. La valorizzazione della presenza dei malati, della loro testimonianza nella Chiesa e dell’apporto specifico che essi possono dare alla salvezza del mondo, richiede un lavoro di educazione amorosa da realizzarsi non solo nelle istituzioni sanitarie attraverso un accompagnamento appropriato, ma anche e in modo tutto speciale nelle comunità parrocchiali. La comunità, infatti, deve aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della “presenza”, partecipa alla sua situazione di debolezza e prega con lui. I segni della misericordia divina sono: il sacramento di una fraterna presenza, la qualità di una sincera comunicazione, la proposta della Parola di Dio, della preghiera, l’offerta dei sacramenti, l’aiuto concreto. Di grande importanza è il ricorso a una teologia della sofferenza che, evitando di cadere nel dolorismo, sappia comunicare che anche gli eventi negativi della vita sono “realtà redenta” dal Cristo e da lui assunta come “strumento di redenzione”. Il cristiano, infatti, mediante la viva partecipazione al mistero pasquale di Cristo può trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nell’infermità “una vocazione a amare di più”, una chiamata a partecipare all’infinito amore di Dio verso l’umanità.

Armando – un ammalato

La preghiera del rosario

La Lettera Apostolica Il Rosario della Vergine Maria inviata da Giovanni Paolo II il 16 ottobre 2002, a tutto il mondo, fornisce lo spunto per ricordare storie importanti della tradizione associativa. Al n. 7 della lettera, con il titolo Ecco la tua madre! (Gv 19,27) leggiamo:

Numerosi segni dimostrano quanto la Vergine Santa voglia anche oggi esercitare, proprio attraverso questa preghiera (il Rosario), la premura materna alla quale il Redentore moribondo affidò, nella persona del discepolo prediletto, tutti i figli della Chiesa: “Donna, ecco il tuo figlio!” (Gv 19,26). Sono note le svariate circostanze, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, nelle quali la Madre di Cristo ha fatto in qualche modo sentire la sua presenza e la sua voce per esortare il Popolo di Dio a queta forma d’orazione contemplativa. Desidero in particolare ricordare, per l’incisiva influenza che conservano nella vita dei cristiani e per l’autorevole riconoscimento avuto dalla Chiesa, le apparizioni di Lourdes e di Fatima, i cui rispettivi santuari sono meta di numerosi pellegrini, in cerca di sollievo e di speranza.

Sappiamo quanta importanza abbiano nel Centro Volontari della Sofferenza i Messaggi di Lourdes e di Fatima e la preghiera del Rosario. Parliamo quindi del Rosario a Lourdes ed a Fatima attraverso l’esperienza di Bernardetta e dei tre pastorelli. I messaggi di Lourdes e di Fatima sono dei pressanti inviti alla preghiera e sappiamo come sia la Grotta sia la “capelinha” siano luoghi di grande preghiera. Sia a Lourdes (1858) sia a Fatima (1916) la Madonna insegna ai veggenti la preghiera del Rosario che vuole si diffonda tra tutti i cristiani. A Lourdes, la Madonna si presenta come Madonna del Rosario e a questo titolo mariano è dedicata la prima Basilica di Lourdes, quella del Rosario. L’invito della Madonna a Bernardetta di recitare il Rosario non vu accolto solo dalla veggente ma anche da tutti quelli che si recavano alla Grotta e pregavano il Rosario assieme a Bernardetta. Rileggiamo il resoconto di Bernardetta su quella prima apparizione, 11 febbraio 1858: “Recatami sulla riva del  fiume Gave, per raccogliere legna sentii un rumore, alzai la testa e guardai la grotta.

Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del Rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo in un abbaglio. Misi le mani nel grembiule, dove trovai la corona del Rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte ma non riuscii ad alzare la mano che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce anch’io vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il Rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo Rosario, senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il Rosario la visione subito scomparve”. Alla terza apparizione la Madonna chiederà a Bernardetta di recarsi da Lei per quindici giorni e sarà all’ultima apparizione che svelerà il Suo nome “Io sono l’Immacolata Concezione”. Nelle prime due, l’unica azione che la Madonna compie è la recita del Rosario, come se volesse farcene comprendere l’importanza (anche se poi Rosario sarà presente in ogni apparizione). A Fatima la Madonna si presenta come Madonna del Rosario quasi a sostenere l’impegno dei Pontefici nel diffondere questa preghiera come antidoto dei guasti che l’emarginazione del Vangelo causava al mondo.

Basti pensare che il solo Leone XIII con nove Lettere encicliche e numerosi scritti chiedeva questa preghiera inserendo nelle Litanie Lauretane l’invocazione “Regina del Santo Rosario”. É domenica il 13 maggio 1917 quando la Madonna appare ai tre pastorelli: Lucia di 10 anni, Giacinta di 7 anni e Francesco di 9. Sono a Cova da Iria ove hanno portato a pascolare il gregge. É mezzogiorno e sospendono i loro giochi per la recita del Rosario. Dicendo solo “Ave Maria” e “Santa Maria” lo terminano ben presto e stanno per riprendere il gioco allorché vi è un lampo. Con meraviglia vedono su un elce, alto circa un metro, una bellissima giovane Signora, avvolta in una luce meravigliosa. Raccomanda ai tre di recitare molte corone se vogliono raggiungere il Paradiso e che avranno molto da soffrire “ma la grazia di Dio vi assisterà e vi sosterrà sempre. Recitate il Rosario tutti i giorni con devozione per ottenere la pace nel mondo.”. Anche nella seconda apparizione, mercoledì 13 giugno, invitando i pastorelli a tornare anche il 13 luglio raccomanda nuovamente di “recitare il Rosario tutti i giorni!”. Il 13 luglio nuovamente: “recitate ogni giorno la corona in onore di Nostra Signora del Rosario. Ditela con l’intenzione di ottenere la fine della guerra. Soltanto l’intercessione della Vergine Santa può ottenere questa grazia”.

Ed avendo Lucia chiesto la guarigione di un ammalato risponde: “L’ammalato non lo guarirò né lo libererò dalla povertà. Reciti piuttosto tutti i giorni la corona con la famiglia; non abbia fretta. Otterranno le grazie desiderate ma bisogna che recitino la corona”. É in questa apparizione che raccomanda di dire, alla fine di ogni decina la preghiera: “O Gesù perdona le nostre colpe ecc.”. Nell’ultima apparizione si presenta “Io sono la Madonna del Rosario!”. Anche durante le apparizioni di Fatima, la Madonna ha con sé il Rosario pure se non lo prega. Neanche i pastorelli, a differenza di Bernardetta, lo pregano durante la visione. Abbiamo già detto, però, che ne raccomanda la recita quotidiana. Indica anche l’intenzione per cui pregare “ottenere la fine della guerra” perché “solo l’intercessione della Madonna può ottenere questa grazia”. I pastorelli comprendono tanto bene l’insegnamento della Vergine Santa che subito dopo la prima apparizione diverrà la loro continua preghiera. La Madonna sia a Lourdes sia a Fatima fornisce alcuni insegnamenti cui faremo bene ad essere attenti anche noi. Nell’apparizione del primo marzo un’amica di Bernadette le presta il suo Rosario perché possa usarlo.

La Madonna pare notare nulla ma, prima di scomparire, domanda a Bernadette  dove avesse il Rosario. La veggente risponde di averlo in tasca. La Madonna insiste “voglio vederlo”. Bernardetta lo tira fuori e lo mostra alla Madonna che le raccomanda: “servitevi di questo Rosario”. Come Bernadette dobbiamo vivere la duplice raccomandazione dell’Immacolata di avere sempre con noi il nostro Rosario e di servircene tanto. A Fatima ogni volta che Lucia chiede alla Madonna qualche grazia che le hanno raccomandato, la risposta è la stessa: “la grazia vi sarà se chi chiede sarà fedele nella preghiera del suo Rosario”. Inoltre sia a Lourdes sia a Fatima i fortunati presenti alle apparizioni si recavano al luogo indicato sempre con il Rosario: “vi è una visione del cielo che chiede di pregare il Rosario”. Davvero il Rosario è un legame forte tra Fatima e Lourdes. Ed è un legame forte tra l’umanità e Dio per mezzo dell’Immacolata: “Catena dolce che ci leghi a Dio!”. Sempre, anche oggi, alla Grotta o alla “capelinha” vi sia un pregare continuo del Rosario. Abbiamo visto che un’intenzione particolare della preghiera del Rosario è “la pace”.

Ecco come Giovanni Paolo II ce ne ricorda l’urgenza:

A dare maggiore attualità al rilancio del Rosario si aggiungono alcune circostanze storiche. Prima fra esse, l’urgenza di invocare da Dio il dono della pace. All’inizio di un Millennio, che è cominciato con le raccapriccianti scene dell’attentato dell’11 settembre 2001 e che registra ogni giorno in tante parti de mondo nuove situazioni di sangue e di violenza, riscoprire il Rosario significa immergersi nella contemplazione del mistero di Colui che “è la nostra pace”, avendo fatto “dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14). Non si può quindi recitare il Rosario senza sentirsi coinvolti in un preciso impegno di servizio alla pace, con una particolare attenzione alla terra di Gesù, ancora così provata, e tanto cara al cuore cristiano.

É più che naturale che il Fondatore del Centro Volontari della Sofferenza e dei Silenziosi Operai della Croce, il Servo di Dio monsignor Luigi Novarese, l’avesse come preghiera tanto cara ed importante da fargli scrivere nell’Ancora del marzo 1963: “Il soave e caro insegnamento di Lourdes e di Fatima dona tanto conforto ai nostri cuori. La Vergine Santa si presenta a noi nel Suo materno atteggiamento di mediatrice nostra presso il Suo divin Figlio. É la mamma che prende tra le Sue braccia e fa Suo tuto ciò che vogliamo indirizzare a Dio e, impreziosendolo con le Sue virtù, lo presenta in modo gradito ed accetto all’Eterno Padre”. Mentre la piccola Bernardetta recita la corona, la Madonna fa parallelamente scorrere tra le Sue dita i grani del Santo Rosario, il che vuol dire, fa Sue le preghiere della piccola Bernardetta e le presenta al trono di Dio. A Fatima, la Vergine benedetta incoraggia la nostra pochezza ad andare da Lei, a sforzarci d’imitarLa, a restarLe vicini nella meditazione dei misteri del Santo Rosario e quale premio per la nostra filiale confidenza promette espressamente: “Queste anime saranno predilette da Dio e come fiori saranno collocate da Me dinanzi al Suo trono”. Quante Ave Maria e quanti Rosari abbiano intessuto le giornate di monsignor Novarese a noi non è dato sapere. Certamente un numero enorme. Ce lo sottolinea la bella foto che lo ritrae alla Grotta di Lourdes mentre, con il Rosario in mano accoglie i Sacerdoti ammalati per la concelebrazione. Veramente possiamo affermare, come Lui ha scritto, che “queste anime saranno predilette da Dio”.

a cura di Maria Piccoli

La vocazione del sofferente “apostolo nella Chiesa”

La pagina dell’ammalato

Il fatto che il beato Luigi Novarese affermasse ed annunciasse la vocazione e la missione proprie alla persona sofferente o disabile, gli ha procurato per parecchi anni contraddizioni, se non addirittura aperta incomprensione ed ostilità; egli, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di proporre ai sofferenti un’idea: il malato, il sofferente è un “chiamato” da Dio a valorizzare la sua sofferenza unitamente a quella di Cristo. Egli non ha mai considerato il dolore, un bene a sé, un elemento positivo e costruttivo; anche per lui tale realtà acquisiva il suo valore dal Vangelo: “É chiaro che l’uomo non può intrinsecamente avere una vocazione al dolore, essendo il dolore in sé stesso una disperata inutilità. Dio non ha creato il dolore e non è stato lui ad introdurlo nella storia dell’umanità, come risulta dal protovangelo (cfr. Gen. 3,14-19).

L’uomo è stato la causa del male del mondo; Dio invece è l’eterna carità, sempre in cammino, infinitamente geniale nelle sue manifestazioni, le quali nei nostri riguardi diventano espressioni della sua infinita misericordia. Egli bussa alla porta del nostro cuore perché si spalanchi al sole della sua infuocata carità, che brucia, sana, vivifica, valorizza” (Luigi Novarese, Un dono del papa ai sofferenti, Ed. CVS, Roma 1983, pp. 14-15). Ciò che dà valore alla sofferenza non è certamente il dolore in se stesso, ma l’accettazione e l’offerta di esso, vissute per amore in unione all’offerta del Cristo.

Nella Salvifici Doloris viene esplicitata la prospettiva della partecipazione dell’uomo al mistero della redenzione, proprio in virtù della specifica “chiamata” che ogni sofferente riceve dal Cristo: “La sofferenza, infatti, non può essere trasformata con la grazia dall’esterno ma dall’interno (…), questa è, infatti, soprattutto una chiamata. É una vocazione.

Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza, per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza” (SD, n. 26). Le persone sofferenti hanno bisogno solamente di una spiritualità ecclesiale. Si deve smettere di rivolgersi a loro e di parlare loro “in quanto ammalati”; prima di essere malati sono degli uomini e dei figli di Dio, perché quindi metterli ancora da parte nella Chiesa?

Il cardinale Jean Danielou così descrive il ruolo del malato nella Chiesa: “Ciascuno ha il suo ruolo nella Chiesa. Ma se è vero che il Cristo ha salvato il mondo più con la sua passione che con la sua predicazione, bisogna dire che il ruolo della sofferenza in generale, ed in special modo il ruolo dei malati per contribuire alla salvezza del mondo, cooperando alla passione di Cristo, è del tutto essenziale. La vocazione generale diventa personale allorché la persona determinata per mezzo del Battesimo viene innestata nel Corpo Mistico. In questa dimensione misteriosa ma reale, il fedele porta con Cristo la propria croce vivendo quanto la sofferenza, in ordine morale e fisico, vi è nella vita stessa (L. Novarese, La vocazione del sofferente, in L’Ancora, 4-5 1071, p.2).

(Cristian C. un ammalato)

Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXVI Giornata Mondiale del Malato

Mater Ecclesiae: «”Ecco tuo figlio … Ecco tua madre”.
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé …» (Gv 19, 26-27)

Cari fratelli e sorelle,
il servizio della Chiesa ai malati e a coloro che se ne prendono cura deve continuare con sempre rinnovato vigore, in fedeltà al mandato del Signore (cfr Lc 9,2-6; Mt 10,1-8; Mc 6,7-13) e seguendo l’esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro.
Quest’anno il tema della Giornata del malato ci è dato dalle parole che Gesù, innalzato sulla croce, rivolge a sua madre Maria e a Giovanni: «“Ecco tuo figlio … Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).

1. Queste parole del Signore illuminano profondamente il mistero della Croce. Essa non rappresenta una tragedia senza speranza, ma il luogo in cui Gesù mostra la sua gloria, e lascia le sue estreme volontà d’amore, che diventano regole costitutive della comunità cristiana e della vita di ogni discepolo.

Innanzitutto, le parole di Gesù danno origine alla vocazione materna di Maria nei confronti di tutta l’umanità. Lei sarà in particolare la madre dei discepoli del suo Figlio e si prenderà cura di loro e del loro cammino. E noi sappiamo che la cura materna di un figlio o una figlia comprende sia gli aspetti materiali sia quelli spirituali della sua educazione.

Il dolore indicibile della croce trafigge l’anima di Maria (cfr Lc 2,35), ma non la paralizza. Al contrario, come Madre del Signore inizia per lei un nuovo cammino di donazione.

Sulla croce Gesù si preoccupa della Chiesa e dell’umanità intera, e Maria è chiamata a condividere questa stessa preoccupazione.

Gli Atti degli Apostoli, descrivendo la grande effusione dello Spirito Santo a Pentecoste, ci mostrano che Maria ha iniziato a svolgere il suo compito nella prima comunità della Chiesa. Un compito che non ha mai fine.

2. Il discepolo Giovanni, l’amato, raffigura la Chiesa, popolo messianico. Egli deve riconoscere Maria come propria madre. E in questo riconoscimento è chiamato ad accoglierla, a contemplare in lei il modello del discepolato e anche la vocazione materna che Gesù le ha affidato, con le preoccupazioni e i progetti che ciò comporta: la Madre che ama e genera figli capaci di amare secondo il comando di Gesù. Perciò la vocazione materna di Maria, la vocazione di cura per i suoi figli, passa a Giovanni e a tutta la Chiesa. La comunità tutta dei discepoli è coinvolta nella vocazione materna di Maria.

3. Giovanni, come discepolo che ha condiviso tutto con Gesù, sa che il Maestro vuole condurre tutti gli uomini all’incontro con il Padre. Egli può testimoniare che Gesù ha incontrato molte persone malate nello spirito, perché piene di orgoglio (cfr Gv 8,31-39) e malate nel corpo (cfr Gv 5,6). A tutti Egli ha donato misericordia e perdono, e ai malati anche guarigione fisica, segno della vita abbondante del Regno, dove ogni lacrima viene asciugata. Come Maria, i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri, ma non solo. Essi sanno che il cuore di Gesù è aperto a tutti, senza esclusioni. A tutti dev’essere annunciato il Vangelo del Regno, e a tutti coloro che sono nel bisogno deve indirizzarsi la carità dei cristiani, semplicemente perché sono persone, figli di Dio.

4. Questa vocazione materna della Chiesa verso le persone bisognose e i malati si è concretizzata, nella sua storia bimillenaria, in una ricchissima serie di iniziative a favore dei malati. Tale storia di dedizione non va dimenticata. Essa continua ancora oggi, in tutto il mondo. Nei Paesi dove esistono sistemi di sanità pubblica sufficienti, il lavoro delle congregazioni cattoliche, delle diocesi e dei loro ospedali, oltre a fornire cure mediche di qualità, cerca di mettere la persona umana al centro del processo terapeutico e svolge ricerca scientifica nel rispetto della vita e dei valori morali cristiani. Nei Paesi dove i sistemi sanitari sono insufficienti o inesistenti, la Chiesa lavora per offrire alla gente quanto più è possibile per la cura della salute, per eliminare la mortalità infantile e debellare alcune malattie a larga diffusione. Ovunque essa cerca di curare, anche quando non è in grado di guarire. L’immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, accogliente per tutti quanti sono feriti dalla vita, è una realtà molto concreta, perché in alcune parti del mondo sono solo gli ospedali dei missionari e delle diocesi a fornire le cure necessarie alla popolazione.

5. La memoria della lunga storia di servizio agli ammalati è motivo di gioia per la comunità cristiana e in particolare per coloro che svolgono tale servizio nel presente. Ma bisogna guardare al passato soprattutto per lasciarsene arricchire. Da esso dobbiamo imparare: la generosità fino al sacrificio totale di molti fondatori di istituti a servizio degli infermi; la creatività, suggerita dalla carità, di molte iniziative intraprese nel corso dei secoli; l’impegno nella ricerca scientifica, per offrire ai malati cure innovative e affidabili. Questa eredità del passato aiuta a progettare bene il futuro. Ad esempio, a preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri.

L’intelligenza organizzativa e la carità esigono piuttosto che la persona del malato venga rispettata nella sua dignità e mantenuta sempre al centro del processo di cura.

Questi orientamenti devono essere propri anche dei cristiani che operano nelle strutture pubbliche e che con il loro servizio sono chiamati a dare buona testimonianza del Vangelo.

6. Gesù ha lasciato in dono alla Chiesa la sua potenza guaritrice:
«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: […] imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). Negli Atti degli Apostoli leggiamo la descrizione delle guarigioni operate da Pietro (cfr At 3,4-8) e da Paolo (cfr At 14,8-11). Al dono di Gesù corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore. La pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. Non possiamo qui dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. É una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno.

7. A Maria, Madre della tenerezza, vogliamo affidare tutti i malati nel corpo e nello spirito, perché li sostenga nella speranza. A lei chiediamo pure di aiutarci ad essere accoglienti verso i fratelli infermi. La Chiesa sa di avere bisogno di una grazia speciale per poter essere all’altezza del suo servizio evangelico di cura per i malati. Perciò la preghiera alla Madre del Signore ci veda tutti uniti in una insistente supplica, perché ogni membro della Chiesa viva con amore la vocazione al servizio della vita e della salute. La Vergine Maria interceda per questa XXVI Giornata Mondiale del Malato; aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con il Signore Gesù, e sostenga coloro che di essi si prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Francesco

La sofferenza ha un senso e salva il mondo

La spiritualità e l’insegnamento del Beato Luigi Novarese

La sofferenza ha un senso. “Il cristiano sa, dalla fede, che la malattia e la sofferenza partecipano dell’efficacia salvifica della croce del Redentore”. E ancora: chi cura il malato deve saper unire alla competenza professionale “una coscienza di valori e significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni caso clinico un incontro umano”. Parole che si riferiscono ad aspetti importanti nella pastorale della salute: chiamano in cauusa il rapporto fra medico e paziente, sottolineano il valore terapeutico della fede, riportano l’attenzione degli operatori sanitari sulla visione integrale della persona, che è formata da corpo e spirito, fisicità e psiche. Parole che ricordano da vicino la spiritualità e l’insegnamento del beato Novarese. Interessanti, a questo proposito, sono gli spunti che si ricavano dalla lettura delle 140 pagine della Nuova Carta: sia per quello che riguarda i tempi centrali della fede (dalla difesa della vita al valore inviolabile della persona, al rispetto della legge morale) sia per quel che concerne l’accompagnamento spirituale del malato. Al paragrafo 31 si legge: “E’ dimostrato che in ogni patologia la componente psicologica ha un ruolo più o meno rilevante, sia come con-causa sia come risvolto sul vissuto personale. Di ciò si occupa la medicina psicosomatica che sostiene il valore terapeutico della relazione personale tra l’operatore sanitario e il paziente”.

Sessant’anni fa Novarese invitava i medici a non sottovalutare il modo con il quale il malato reagiva psicologicamente alla malattia. Sottolineava che alcune patologie erano il frutto di malesseri spirituali profondi. E, per quanto riguarda il rapporto fra medico e malato, sosteneva il valore di quella che oggi definiamo come “empatia”, il termine che indica la capacità del dottore di dedicare tempo e ascolto al paziente, di trasformare il rapporto umano in terapia. Altre voci della Nuova Carta intitolate “Psicofarmaci”, “Psicoterapia”, “Salute” ricordano, per alcuni aspetti, l’insegnamento di Novarese. Come la voce “Cura”, al paragrafo 3: “Nessuna istituzione assistenziale, per quanto importante, può sostituire il cuore umano quando si tratta di farsi incontro alla sofferenza dell’altro”.

La cura di sé per salvare l’anima

In una delle sue riflessioni spirituali, Paolo Marchiori, malato di SLA e responsabile del Centro Volontari della Sofferenza di Brescia, racconta il suo incontro con il Signore: “La sofferenza non deve spaventarci. Nel momento in cui soffriamo e abbiamo paura dobbiamo avere fede: Gesù arriva e ci prende per mano, scende dalla sua croce e carica sulle sue spalle la nostra”. Davanti alla malattia il beato Novarese invita il paziente a guardare dentro di sé e a fare leva sulle proprie potenzialità interiori. “Se il corpo è impedito, o spirito è libero…”. La vita spirituale è una risorsa potente: essa può essere indirizzata lungo il percorso interiore che Novarese ha sperimentato su di sé, durante la malattia. É così che l’infermo scopre la Via, Gesù risorto, che cambia la sua esistenza. “Infatti come sono esercizi corporali il passeggiare, il camminare, il correre, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di preparare e disporre l’anima a togliere da sé tutti i legami disordinati e a trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita”.

Per “preparare e disporre l’anima a trovare la volontà divina”, ci spiega Novarese, abbiamo bisogno di aiuto: possiamo affidarci a una guida spirituale, a un maestro di vita interiore che ci conduca ad aprire le porte più intime di noi stessi per fare spazio alla presenza del Signore. É questo un insegnamento utile per i nostri tempi. Nella società di oggi il malessere psicologico è diventato un business. Si prescrivono farmaci antidepressivi per curare le delusioni d’amore, gli stress scolastici, gli insuccessi professionali. I problemi umani sono diventati problemi medici: le difficoltà del vivere non si affrontano più con la formazione spirituale e il lavoro su se stessi, ma correndo in farmacia. Il beato Novarese ci propone un’altra strada. Ci invita a prenderci cura della nostra vita interiore per incontrare nella profondità di noi stessi Gesù e fare di lui il nostro maestro.

A cura di Maria Piccoli

I Volontari della Sofferenza

Il movimento dei «Volontari della Sofferenza» è sorto in Italia nel maggio 1947, per opera del Rev.mo Mons. Luigi Novarese e di un manipolo di generosi che ne attuarono per primi il programma.
Il «Centro Volontari della Sofferenza», che oggi conta 5.000 iscritti, fu approvato, benedetto e incoraggiato ripetutamente dal grande Pontefice Pio XII di v. m., il quale, in un indimenticabile discorso, rivolto a 6.000 «Volontari della Sofferenza» convenuti a Roma per il primo decennale del Centro, ne illustrò autorevolmente l’importanza, la bellezza e la preziosità.

Il Santo Padre Giovanni XXIII, elevando in perpetuo – con «Breve Apostolico» in data 24 novembre 1960 – la Pia Unione dei «Silenziosi Operai della Croce» alla dignità di «Primaria» insieme con le consociazioni della «Lega Sacerdotale Mariana», dei «Volontari della Sofferenza» e dei «Fratelli degli Ammalati», ha conferito a questo movimento apostolico la piena personalità giuridica ecclesiastica, inserendolo ufficialmente nella grande corrente dell’apostolato cattolico, lodandone la preziosa attività e arricchendolo di copiose indulgenze.

Superiore Generale della Pia Unione è lo stesso Fondatore, Mons. Luigi Novarese, della Segreteria di Stato di Sua Santità. La Direzione Centrale è Roma (Piazza Monte Savello, 9).

Mezzi di apostolato del centro
Stampa: a tutti gli iscritti viene inviata gratuitamente, dalla Direzione di Roma, «L’Ancora», rivista di    formazione che illumina, ricrea, conforma, sostiene e unisce. Alla rivista si aggiunge periodicamente l’invito di circolari inerenti ai problemi dei sofferenti e al loro apostolato.

Radio: ogni venerdì alle ore 17.00 la Radio Vaticana mette in onda un programma speciale per i «Volontari della Sofferenza», chiamato «Quarto d’ora della serenità» (onde medie: 196 e 384; onde corte: 48, 47, 41, 21, ,31, 10).

Esercizi spirituali e giornate di studio: presso la grandiosa «Casa Cuore immacolato di Maria» a Re, in Val Vigezzo ( Novara ), una delle più stupende e sorprendenti realizzazioni della vita cristiana.

A Brescia, la Direzione diocesana è fraternamente vicina agli iscritti e, li tiene uniti tra loro mediante «Voce del Popolo» (pagina periodica per i malati e comunicazioni circa l’attività dei «Volontari»), con circolari mensili, corrispondenza personale, convegni parrocchiali e di zona, feste degli ammalati, organizzazione di pellegrinaggi a Re per gli Esercizi, ecc.

(continua)

 

 

Gli ammalati di Leno per la “casa di Re”

L’accorato appello di Mons. Luigi Novarese per la «Casa Cuore Immacolato di Maria» di Re, oberata da impegni finanziari che ipotecano seriamente la sua altissima funzione per il futuro, ha trovato pronta risposta tra i «Volontari della sofferenza» di Leno. Tutti hanno sentito nell’appello di Mons. Novarese l’eco della voce della Madonna di Lourdes.
Hanno voluto che questa casa di conforto e di approdo per tanti sofferenti nel corpo e nello spirito sopravviva a questa prova e continui la sua confortatrice missione. È commovente constatare come tanti ammalati, bisognosi di tutto, abbiano voluto contribuire con le proprie offerte alla sottoscrizione che ha fruttato la somma notevole di L. 210.000.
Da queste colonne si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito ad un’opera cristiana ed altrettanto sociale. Gli offerenti ignoti agli uomini sono scritti nel libro della vita e la Madonna di Lourdes, sotto la cui protezione la casa di Re è sorta, non mancherà di benedirli e di assisterli con il suo materno amore.

Ai nostri cari ammalati “Volontari della sofferenza”

Nel precedente numero abbiamo pubblicato il discorso che il S. Padre ha recentemente indirizzato ai «Volontari della sofferenza».

Con il presente numero iniziamo la pubblicazione di un documento nel quale si illustreranno a puntate, le finalità del movimento tanto caro al cuore del S. Padre.
Cari ammalati, i vostri sacerdoti, fanno molto affidamento sulla vostra preziosa collaborazione e confidano che vorrete porre a disposizione della Misericordia Divina il «talento» della vostra sofferenza come moneta preziosa per il riscatto di tante anime della nostra parrocchia nell’occasione dell’imminente S. Missione.

CHI SONO I «VOLONTARI DELLA SOFFERENZA» 

Sono tutti gli ammalati e sofferenti, che, accogliendo docilmente l’invito alla preghiera e alla penitenza rivolto dalla Madonna a Lourdes e a Fatima, si riuniscono in una grande famiglia e si impegnano a vivere in grazia di Dio e ad offrire volontariamente al Signore, per mezzo di Maria, tutto il loro penare, lungo o breve che sia:

  1. Per espiare e riparare le tante offese recate al Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria;
  2. per ottenere la conversione dei peccatori e impedire che tante anime vadano all’inferno;
  3. Per sostenere, con il loro aiuto spirituale, le intenzioni del Papa e il sacro ministero dei Sacerdoti.

«PREGHIERA E PENITENZA»: MESSAGGIO DI LOURDES E DI FATIMA 

Lourdes e Fatima: due nomi e due realtà che hanno acceso, nella notte paurosa del nostro tormentato tempo, una vivida luce di speranza, per la salvezza delle anime e del mondo!
Lourdes e Fatima sono un messaggio di salvezza, che ripete, e rinnova il Messaggio del Divino Salvatore, per bocca di Colei che è la Madre della Misericordia e vive per la vita e la salvezza dei Suoi figli.
Pio XII: «…A Lourdes, la Beata Vergine Maria viene a Bernardetta, ne fa la propria confidente, la collaboratrice, lo strumento della Sua materna tenerezza e della misericordiosa onnipotenza del Suo Figlio, per restaurare il mondo in Cristo, mediante un nuovo e incomparabile effondersi della Redenzione».

Card. Giuseppe Siri: «…A Fatima la Vergine è venuta, accompagnata da straordinarie manifestazioni per portare un messaggio d’invito alla preghiera e alla penitenza, per inserirsi esplicitamente e prendere posizione nella storia del nostro secolo. Ha predetto la fine della prima guerra e squarciato il futuro sulle prove che sarebbero sopravvenute, ha indicato la via e le condizioni della salvezza. Fatima è un avvertimento, una proporzione di condizioni per la pace del mondo e la salvezza delle anime, una indicazione di alternativa, una infinita speranza».

Alla preghiera e alla penitenza sono legate la salvezza delle anime e le sorti del mondo! Nel messaggio della Madonna a Fatima, c’è un’affermazione che basterebbe da sola a orientare una vita: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Badate che molte, molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi preghi e si sacrifichi per esse».

Per spiegare la natura dei sacrifici richiesti, la Madonna aggiunse: «Volete offrirvi al Signore, pronti a fare sacrifici, ad accettare tutte le pene che Egli vorrà mandarvi, in riparazione di tanti peccati con cui si offende la Divina Maestà, per ottenere la conversione dei peccati, e in ammenda onorevole delle bestemmie e di tutte le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria?»
La Vergine è scesa dal Cielo per chiedere: si è rivolta a tutti i Suoi figli, alla loro fede, alla loro generosità. Il Suo Cuore Immacolato vuol essere via e rifugio di salvezza, e cerca ausiliari alla Sua ansia di condurre tutti i cuori della Terra a Dio, perché tutte le anime si salvino e al mondo siano risparmiate le tremende sciagure che lo minacciano.

LA RISPOSTA DEI «VOLONTARI DELLA SOFFERENZA»

«I Volontari della Sofferenza» vogliono rispondere, umilmente e con generosità, all’appello della Madre della Misericordia, mettendo a Sua totale disposizione il «talento» della propria sofferenza la più salutare e meritoria penitenza imposta da Dio all’uomo come moneta preziosa per il riscatto delle anime. Essi, infatti, non dimenticano che la redenzione dell’umanità è avvenuta nel dolore, quello di Gesù, e che la Passione redentrice del Salvatore Divino ha da continuare nelle membra del Suo Corpo Mistico, a beneficio di tutti i fratelli.

La fraterna unione, poi, che si stabilisce tra i «Volontari» conferisce alla loro preghiera e alla offerta quotidiana del loro dolore una nuova, particolare potenza d’intercessione, come assicurano le parole di Gesù: «Quando due o più persone saranno riunite nel mio nome, lo sarò in mezzo a loro» (Mt. 18, 20).

(continua)

Paterno e confortante discorso del Sommo Pontefice ai Volontari della Sofferenza

Siate i benvenuti, diletti figli, nella casa del Comune Padre!

Quante volte abbiamo sentito nell’animo il desiderio di trovarci in mezzo a voi, come faceva Gesù nella sua vita terrena lungo le vie della Palestina, e come fa ora nella sua vita eucaristica, benedicendo, consolando, asciugando lacrime, destando speranze. È per questo che oggi Noi vivamente godiamo nel rivolgervi la Nostra parola e nel farvi sentire tutta, la tenerezza del Nostro affetto.

Possa il presente incontro farvi apprezzare sempre più la santità e la fecondità della missione che il Buon Dio vi ha affidato nelle vostre infermità, e sia il vostro esempio fonte di luce per tanti che vi sono fratelli nella sofferenza. Purtroppo molti hanno dimenticato che il dolore è retaggio dei figli di Adamo; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende il Signore; e dobbiamo guardare alla Croce di Gesù come la guardarono gli Apostoli, i Martiri, i Santi, maestri e testimoni che nella croce è conforto e salvezza, e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore.

Grazie a Dio, non sempre vi sono anime che si ribellano sollo il peso del dolore. Vi sono infermi che, comprendono il significato della sofferenza e si rendono conto delle possibilità che hanno di contribuire alla salvezza del mondo, e perciò accettano la loro vita di dolore come l’ha accettata Gesù Cristo, come l’ha accettata Maria Santissima e come l’ha accettata il suo fedele sposo San Giuseppe. Voi, appartenete appunto alla eletta schiera di anime fortunate. A voi pertanto diciamo: Coraggio, figliuoli! Siete i prediletti del Cuore di Gesù, perché possiamo ripetervi con San Paolo: «A voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui».

Per ricavare dalla meditazione della Croce tutto il frutto spirituale promesso alla sofferenza cristiana, occorre avere in voi il dono della grazia, che è la vita propria dell’anima cristiana. Nella grazia troverete forza, non solo di accettare le sofferenze con rassegnazione, ma di amarle come le amarono i Santi; i vostri dolori non andranno perduti, ma potranno unirsi ai dolori del Crocifisso, ai dolori della Vergine, la più innocente delle creature; e la vostra vita potrà così diventare veramente conforme alla immagine del Figlio di Dio; re dei dolori e la più sicura via per il Cielo.

Ma vi è di più. La passione di Gesù vi rivelerà altresì la fecondità immensa della sofferenza per la santificazione delle anime e la salvezza del mondo. Mirate ancora il Divin Salvatore Crocifisso! Con le sue parole e con i suoi esempi egli ha ammaestrato gli uomini, coi suoi miracoli li ha beneficati, ma soprattutto è staio con Ia sua Passione e la sua Croce che ha salvato il mondo. Volete somigliare a Gesù? Volete trasformarvi in Lui? Volete aiutarlo a salvare le anime? Ebbene ecco, nella malattia, lo strumento offerto a voi della Provvidenza, per «completare le sofferenze di Cristo… per il suo Corpo che è la Chiesa». Ecco il grande compito dei sofferenti, che anime generose attuano fino all’eroismo dell’accettazione e dell’offerta.

Il dolore e il lavoro sono la prima penitenza imposta da Dio, alla umanità caduta nel peccato; orbene, come il peccato attira l’ira di Dio, così la santificazione del lavoro e del dolore attira la misericordia di Dio sul genere umano. Attuino i sofferenti questo programma nella loro vita; non si sentiranno più soli in Paradiso vedranno i frutti immensi della loro spirituale attività, là dove non ci sono più né lacrime né dolori, né separazioni, né possibilità di offendere Dio.

Cari infermi, Noi facciamo affidamento sì sulle preghiere di tutti i fedeli, ma ancor più contiamo sulla santa sofferenza, che unita alla Passione di Gesù, darà la massima efficacia all’opera dell’uomo. Ecco, diletti Figli, Noi vi lasciamo. Ma prima di separarCi da voi, vi esortiamo con la parola di S. Pietro, il primo Vicario di Cristo: «Cari, non vi stupite della fiamma levatasi contro di voi, a vostra prova, quasi vi accada cosa strana; anzi godete, in quanto partecipate ai patimenti di Cristo; affinché anche nella gloriosa apparizione di Lui, possiate godere giubilando».

Giunga questo Nostro messaggio a tutti gli iscritti al Centro Volontari della Sofferenza, e cerchino essi di convincere i fratelli sofferenti a vivere, con questo spirito di accettazione e di offerta, la loro vita di dolori. Giunga a tutti gli altri infermi che in questo momento accogliamo nel nostro abbraccio paterno: figli e figlie languenti nei Sanatori, negli Os pedali, nelle Cliniche, nelle case private. Per tutti preghiamo la Vergine Santissima nostra affettuosissima Madre, affinché tutti consoli col suo sorriso e protegga sotto il suo manto. E questi Nostri voti e preghiere avvaloriamo con la nostra Apostolica Benedizione.

Giovanni XXIII