Il punto su Messe e attività in oratorio

Il Vicario Generale, mons. Gaetano Fontana, dopo il DPCM del 13 ottobre 2020, fornisce alcune indicazioni alle parrocchie della Diocesi di Brescia.

In sostanza, non cambia nulla rispetto alla prassi definita con il “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”, sottoscritto dal Presidente della CEI e dal Presidente del Consiglio dei ministri lo scorso 7 maggio 2020 e in vigore da lunedì 18 maggio al netto delle successive modificazioni concordate dalla CEI con il Comitato tecnico-scientifico e subentrate durante l’estate.

In particolare va ricordato che è responsabilità di tutti applicare con scrupolo il Protocollo e le successive modificazioni al fine di “tenere unite le esigenze di tutela della salute pubblica con le indicazioni accessibili e fruibili da ogni comunità ecclesiale” e restando vigili circa i temi della distanza, delle protezioni, dello scaglionamento e del controllo. A fronte di diverse segnalazioni stiamo avvertendo il rischio reale che queste misure, necessarie e giustamente obbligatorie, in alcuni casi siano state “adattate” o “applicate con troppa superficialità” provocando disorientamento in alcuni fedeli. Per questo si raccomanda, in particolare ai sacerdoti, di vivere la celebrazione della Santa Messa e dei sacramenti con quella sapienza pastorale e con quella sensibilità liturgica che consente di valorizzare al meglio le possibilità offerte, ma anche con la prudenza e il rigore richiesto dai limiti imposti dalle circostanze.

Nello specifico circa la Santa Messa, il Vicario Generale chiede di fare attenzione su alcuni punti: l’effettiva capienza della Chiesa; il controllo, lo scaglionamento in entrata e in uscita e la sanificazione. Al temine di ogni celebrazione, bisogna procedere alla sanificazione dell’ambiente.

Si ritiene opportuno privilegiare la distribuzione senza lo spostamento dei fedeli dai banchi. Chi intende ricevere la Comunione la riceverà sulla mano. Il ministro, dopo aver indossato la mascherina e sanificato le mani, procede alla distribuzione secondo le indicazioni stabilite la scorsa estate.

Si chiede ai sacerdoti la disponibilità per la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione nella sua forma tradizionale, seguendo con rigore le indicazioni riguardanti la sicurezza sanitaria e riportate nel Protocollo. Rimane tuttavia in vigore, da parte di tutti i fedeli e degli stessi sacerdoti, il ricorso al Votum Sacramentii.

All’ingresso di ogni chiesa deve essere affisso un avviso con le indicazioni essenziali, tra le quali non dovranno mancare: il numero massimo di partecipanti consentito in relazione alla capienza della chiesa; il divieto di ingresso per chi presenta sintomi influenzali/respiratori, per chi ha la temperatura corporea uguale o superiore ai 37,5° C, per chi è stato in contatto con persone positive a SARS- CoV-2 nei giorni precedenti; l’obbligo di rispettare sempre, nell’accedere alla chiesa, il mantenimento della distanza di sicurezza; l’osservanza di regole di igiene delle mani; l’uso di idonei dispositivi di protezione personale a partire da una mascherina che copra naso e bocca.

È confermata la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimi, cresime e prime comunioni). In particolare per i battesimi: in questa fase siano amministrati preferibilmente fuori dalla celebrazione eucaristica.

Si lascia al parroco il discernimento sapienziale, vista la situazione contingente, di vivere i Sacramenti della Confermazione e della Prima Comunione, frutto del cammino dell’ICFR, secondo la data stabilita, oppure rimandarli all’anno prossimo.

Non è cambiato nulla circa la prassi dei funerali, né nella forma né riguardo al numero dei partecipanti. Restano vietate le veglie funebri sia nelle abitazioni che nelle case del commiato o obitori.  I sacerdoti visitino privatamente le famiglie per la benedizione del defunto; restano vietati i cortei funebri dalla casa alla Chiesa e dalla Chiesa al cimitero come stabilito in precedenza. Visto l’andamento dei contagi, spetta ad ogni sacerdote il discernimento circa l’opportunità di portare la Comunione agli ammalati. In alternativa si invitano gli ammalati a vivere la Comunione spirituale. Si chiede ai Diaconi e ai Ministri straordinari della Comunione di sospendere momentaneamente questo prezioso servizio.

Le attività parrocchiali, oratoriane e sportive

Il DPCM del 13 ottobre 2020 aggiorna le linee di riferimento che riguardano anche l’attività dei nostri oratori senza toccare né precludere la catechesi, i momenti formali con bambini e ragazzi, gli incontri di programmazione e formazione.

  • Anzitutto conferma l’obbligo di indossare le mascherine anche all’aperto, con le sole eccezioni dei soggetti che stanno svolgendo attività sportiva, dei bambini sotto i sei anni e dei soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina (si veda protocollo generale e protocollo cortile). Rimane confermato, come da indicazioni già offerte, l’obbligo di indossare le mascherine in luoghi chiusi in ogni situazione (catechismo, doposcuola, etc…) con l’eccezione del locale bar, quando si è seduti al tavolo per la consumazione.
  • Per il bar viene introdotto l’obbligo di consumazione dopo le 21 solo con servizio al tavolo, non sarà possibile dopo quell’ora la consumazione al banco. La chiusura di ogni servizio di ristorazione e bar è prevista per le 24.
  • Il cortile può rimanere aperto, i giochi di contatto e gli sport di contatto sono vietati (nel cortile e negli impianti sportivi, sia per i minori, che per i maggiorenni) tranne nei seguenti casi:
  • l’attività sportiva organizzata direttamente dalla Parrocchia (ad esempio GSO) o da associazioni sportive in entrambi i casi solo se aderenti a Federazioni o Enti di Promozione Sportiva affiliati al CONI (nei nostri oratori CSI e PGS) e dotati di protocolli Anti-Covid.
  • l’attività ludica organizzata e seguita da educatori (anche volontari), a piccoli gruppi, organizzati con mascherine, con attenzione alla frequente disinfezione degli strumenti (es. Summerlife).
  • Si sconsiglia per questo la cessione di spazi di proprietà della Parrocchia a gruppi di amici, attività di corsi sportivi o simili che non rientrino nei casi sopra indicati.
  • Sono vietate le feste, fatto salvo il caso di un numero di presenze inferiore alle 30 persone e in concomitanza con cerimonie civili e religiose.
  • È fatto divieto di assembramento all’esterno dei locali dell’oratorio.
  • Si sconsiglia l’organizzazione di viaggi organizzati superiori ad un giorno (Es. campi invernali, uscite, pernottamenti in oratorio).

Cosa dice lo Spirito alla Chiesa

L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata. Il vescovo Tremolada rilegge la situazione che stiamo vivendo nella diocesi. Per il Vescovo è un errore pensare, anche dal punto di vista pastorale, alla fase due come a un semplice ritorno alla situazione precedente

In questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste. Invito perciò tutti i parroci a convocare a questo scopo, nei modi consentiti, i Consigli Pastorali parrocchiali o delle Unità Pastorali. Chiederei che a tale scopo venissero anche convocati prima di Pentecoste in una seduta straordinaria opportunamente pensata le Congreghe Zonali, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano. Questo confronto sinodale sull’esperienza vissuta in queste drammatiche settimane sarà prezioso anche in vista della definizione delle linee di azione per il prossimo anno pastorale e per me sarà molto utile in ordine alla stesura della lettera pastorale che lo dovrebbe ispirare. Ai responsabili della pastorale diocesana raccomando di fornire il supporto necessario a un simile confronto.

Nel frattempo verranno date indicazioni puntuali circa i vari aspetti della vita della nostre comunità parrocchiali e dell’intera diocesi. Questa vita, infatti, domanda di essere opportunamente riavviata. È evidente che le decisioni riguardanti la ripresa delle attività pastorali non potranno prescindere dal riferimento costante ai decreti del governo nazionale e regionale e alle comunicazioni della Conferenza Episcopale Italiana e Lombarda. È mia intenzione convocare settimanalmente – ogni martedì mattina – il Consiglio Episcopale della nostra diocesi, per seguire da vicino gli sviluppi della situazione. A questa convocazione seguirà ogni giovedì mattina una comunicazione ufficiale a firma del Vicario Generale, che farà il punto sulle questioni riguardanti i diversi ambiti della vita ecclesiale. Mi riferisco in particolare alle celebrazioni delle Sante Messe feriali e domenicali, ai funerali, ai matrimoni e ai battesimi, all’amministrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, alle attività degli oratori e degli altri nostri ambienti nei prossimi mesi estivi, alle nomine e destinazioni dei sacerdoti ed ad altro ancora. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle situazioni di difficoltà dei singoli, delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose, ma anche delle scuole e degli altri enti assistenziali ed educativi. A questo riguardo saranno date precise informazione circa la gestione del Fondo Diocesano di Solidarietà e del Fondo costituito con il contributo CEI proveniente dall’8 per mille. Fermo restando che fino al 3 maggio p. v. nulla cambierà, essendo questa una precisa indicazione governativa, si avrà modo sin dalla prossima settimana di cominciare a prospettare le aperture possibili e opportune.

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

Siamo provati ma restiamo in piedi

La situazione evolve così velocemente che è difficile riuscire ad avere un quadro aggiornato della diffusione del contagio dal coronavirus Covid-19 nel Bresciano. Il Sir, l’agenzia stampa della Cei, ha intervistato il vescovo Tremolada

“C’è tanta paura, tanta preoccupazione. I bresciani sono gente fiera, forte. Brescia è conosciuta come la ‘Leonessa d’Italia’ per le vicende della sua storia. La gente non tende a manifestare sentimenti di disorientamento, rimane sempre in piedi. Però si vede che siamo molto provati”. Parte da qui il vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, per raccontare – con parole intense e accorate – quanto la città e la diocesi stanno vivendo in piena emergenza per il diffondersi del coronavirus Covid-19. I numeri diffusi l’altroieri dalla Protezione civile indicano Brescia come la seconda provincia d’Italia per numero di contagi (3.784) dopo Bergamo (4.305) con un’escalation preoccupante di decessi negli ultimissimi giorni.

Eccellenza, com’è la situazione attuale?
Stiamo vivendo giornate molto difficili, siamo in una situazione molto grave. È davvero un momento di prova e il segnale è dato dal fatti che di buon mattino prestgo, si sente il rumore degli elicotteri che trasportano i malati nei centri ospedalieri più importanti della città. E poi le ambulanze: ogni giorno il suono delle sirene putroppo ci accompagna. Per fortuna qui ci sono strutture ospedaliere molto buone, direi di alto livello. Tuttavia adesso stanno sostenendo un peso che è grave. I responsabili mi dicono che il livello si alza continuamente, occorre far fronte ad un’emergenza crescente. Occorre trovare nuovi spazi per collocare i malati. Si sta davvero facendo l’impossibile.

Anche a Brescia il personale medico-sanitario è in prima linea e non si risparmia…
Ci sono degli esempi di dedizione eccezionali, un impegno che merita di essere ricordato. Sono convinto che quando questo, grazie a Dio, finirà, avremo delle cose straordinarie da raccontare. Ora sono nascoste, ma i nostri medici, i nostri infermieri sono ammirevoli.

In questa situazione, in che modo la Chiesa bresciana ha cercato e potuto essere vicino alla “sua” gente?
Abbiamo innanzitutto offerto degli ambienti. Su richiesta delle autorità è stato messo a disposizione il nostro Centro pastorale, con opportunità di accoglienza alberghiera, per coloro che usciti dall’ospedale hanno comunque bisogno di un tempo ulteriore di convalescenza sotto osservazione. Poi, ovviamente, abbiamo messo a disposizione le nostre chiese e succursali, in tutta la diocesi, perché in questo momento abbiamo anche un’emergenza salme: il numero dei decessi è alto, e prima che si possano compiere tutte le onoranze funebri c’è bisogno di un posto dove accogliere le bare. A questo, per quanto possibile e rispettando i vincoli, si affianca il rapporto personale: abbiamo garantito una presenza spirituale nei nostri ospedali, soprattutto i due principali in città, con i frati minori e sacerdoti giovani. Ma l’aiuto è dato soprattutto al personale.In una lettera che ho inviato a medici e infermieri ho chiesto loro di essere “ministri di consolazione” perché solo voi potete stare vicino ai ricoverati nella malattia e negli ultimi istanti. E poi i nostri sacerdoti sono encomiabili nella benedizione delle salme.

Nonostante l’emergenza non manca la prossimità…
Le nostre chiese sono rimaste aperte nel rispetto delle disposizioni, i sacerdoti celebrano ogni giorno la messa. Quando suoniamo le campane prima delle messe la gente sa che il sacerdote sta celebrando per tutti e diverse sono le persone che partecipano grazie alle dirette streaming. E poi c’è un uso intelligente dei nuovi mezzi di comunicazione Attraverso i social, in modo artigianale ma molto saggio si cerca di tenere unite le persone, di farci sentire Chiesa.

Anche la Chiesa bresciana è stata toccata, come altre, dalla morte e dalla malattia di sacerdoti…
Tre sono quelli deceduti, altri sono ricoverati in questo momento. Li stiamo seguendo molto attentamente. Purtroppo non è facile capire da subito chi viene colpito, c’è una gradualità nella percezione della malattia. Alcuni sacerdoti non sono in perfette condizioni, speriamo che le cose non peggiorino.

L’impossibilità del conforto per i malati gravi così le persone morte che non possono avere un funerale aggiungono ulteriore sofferenza ad un dolore già grande…
Questo ci costa tantissimo. Quando parliamo di prova, perché noi siamo nella prova, dobbiamo includere anche questo: non è un aspetto secondario. È proprio della Chiesa sentirsi uniti, in comunione, soprattutto quando si soffre nei momenti in cui vengono a mancare persone care. Stiamo cercando di vivere questa presenza, questa vivicinanza in forme diverse, quelle che ci sono consenstite in questo momento. Peché non possiamo assolutamente rendere più grave la situazione.Bisogna stare attenti, è un obbligo di coscienza non contribuire in nessum maniera ad un incremente del contagio.Ma questo la gente l’ha capito.

Ieri sera  in tutta Italia per iniziativa della Cei siamo stati invitati a recitare il Rosario…
Ogni giorno lo prego alle 20.30 in diretta Facebook e mettiamo un lume sul davanzale. Ieri ci siamo uniamo alla Chiesa italiana. Sono piccoli segni che fanno sentire un’appartenenza, in una condizione che non è quella normale. Nella prova sono i segni della Provvidenza a permetterci di non essere travolti: sono gesti della carità, gesti di coraggio, di dedizione, di cura e di affetto.Lo stiamo vedendo negli ospedali, nelle famiglie, nei messaggi che ci arrivano anche da fuori diocesi: c’è un senso di unità che è molto forte.

L’altro giorno ha voluto elevare una preghiera al bresciano san Paolo VI e ha invitato anche i fedeli a farlo. Che significato ha questa supplica?
Verso Paolo VI abbiamo sempre avuto un grande affetto, che sta sempre più crescendo. La Chiesa bresciana ha certe caratteristiche che Montini ha incarnato molto bene. La sua è una figura discreta, di un grande cuore; tuttavia, piuttosto riservato: così era Paolo VI, così sono i bresciani. Lo sentiamo molto vicino perché è figlio di questa terra. È il Papa che ha difeso la vita e l’ha cantata nella sua bellezza; aveva uno sguardo sul mondo molto affettuoso e molto dei testi conciliari risentono di questo sguardo amico; e poi ha vissuto l’esperienza della perdita di persone care, ha vissuto lo strazio della morte di Aldo Moro… Anche per queste ragioni lo sentiamo molto vicino e ci siamo affidati a lui.

C’è un segno, un impegno che si è concretizzato in questi giorni che Le fa avere speranza?
Nel giro di una settimana i bresciani hanno raccolto 10 milioni di euro che sono stati messi a disposizione delle strutture. E le donazioni ancora continuano. Da una parte c’è la consapevolezza della sfida che dobbiamo affrontare, dall’altra c’è davvero un grande cuore. Fuori dall’Ospedale civile, il più grande cittadino, c’è uno striscione dei tifosi del Brescia “Un grazie non è sufficiente, onore a chi salva la nostra gente”. Anche questo dice di come stiamo vivendo questa emergenza.

Messaggio di monsignor Renato per la II domenica di Quaresima

Il messaggio di monsignor Renato Tononi per la seconda domenica di Quaresima. Una considerazione sulla situazione dovuta al Coronavirus.

Scusi, signora

Breve riflessione a partire dalla situazione di emergenza dovuta alla diffusione del coronavirus.

“Scusi, signora, devo chiederle la cortesia di uscire dalla chiesa”.
“E perché?” risponde lei.
“Dobbiamo celebrare la Santa Messa!”.

Insieme, abbiamo accennato un sorriso che faceva trasparire tutta la stranezza della situazione. Mentre quella signora usciva, concludeva il nostro breve dialogo di domenica mattina dicendo:

Tutto può servire

Quest’ultima frase è stata capace di portarmi al di là della chiesa chiusa e vuota, delle acquasantiere asciugate, della mancanza delle risposte alla celebrazione, del comprensibile disorientamento che una situazione di emergenza come questa possa aver creato in molti di noi.

Quel “tutto può servire” va inteso non nel senso che ci voglia qualcosa di doloroso o di malvagio per trarre dei benefici, ma che se ci fidiamo di Dio, possiamo sperimentare la sua potente vicinanza, soprattutto in momenti come questi. Chiediamo al Signore di essere confortati dalla sua presenza. Anche questo è quaresima.

Tremolada ridisegna la diocesi

Gli strumenti e il metodo di lavoro a cui sta pensando il vescovo Tremolada per una Chiesa che voglia essere veramente espressione del popolo di Dio. Leggi l’intervista.

Con una semplificazione giornalistica si potrebbe dire che quella intrapresa dal vescovo Tremolada è una vera e propria “riforma istituzionale” nella riorganizzazione di quegli organi su cui può contare nella guida della diocesi. Sin dal suo arrivo non ha perso occasione per indicare nella sinodalità la strada per assolvere al compito episcopale che papa Francesco gli ha assegnato, indicandolo il 13 luglio dello scorso anno quale 122° Vescovo di Brescia. E alla sinodalità ha voluto informare questo importante percorso di cambiamento, condividendo e confrontandosi su una ridefinizione della composizione e dei compiti del consiglio episcopale (il governo del Vescovo). Una riflessione analoga mons. Tremolada l’ha avviata anche sul consiglio presbiterale e su quello pastorale diocesano (i due rami del parlamento, sempre per restare nel campo della metafora politico-istituzionale). Quello intrapreso dal Vescovo è un cammino ancora in corso, segnato da alcuni momenti forti di condivisione e del confronto, come ha sottolineato lo stesso mons. Tremolada in questa intervista che si è aperta con una riflessione sulla sinodalità, la stella polare del percorso avviato.

Una della parole chiave di questa prima parte del suo episcopato a Brescia è “sinodalità”. Cos’è e come può essere vissuta all’interno della nostra Chiesa?

Sinodalità è il camminare insieme del popolo di Dio. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questa espressione, intuiamo che esistono condizioni necessarie a questo camminare insieme. La prima è quella di sentirsi popolo di Dio, come messo in evidenza dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo sentirci un gruppo di persone che si riconoscono unite in ragione della fede. La seconda è quella del procedere in una stessa direzione, verso la stessa meta, compiendo un percorso ordinato, condiviso. Senza il recupero di queste dimensioni è difficile comprendere cosa sia la sinodalità.

La sinodalità non è solo un modo di camminare insieme che necessità, però, anche di strumenti che la recepiscano. Al proposito nelle scorse settimane lei sta lavorando a un progetto molto dettagliato. Quali sono le sue linee e il metodo di lavoro con cui intende realizzarlo?

La sinodalità, oltre che un modo di essere, rimanda anche a un’azione che richiede strumenti: gli organi di sinodalità. Mi preme, però, ricordare che per definizione il Vescovo all’interno della Chiesa non è colui che comanda. È, invece, colui che serve: il suo compito nei confronti di quella porzione di popolo di Dio di cui è pastore è quello di mettersi al suo servizio perché possa sentirsi tale e camminare nella direzione che Dio desidera. Il servizio di un Vescovo consiste nel prendere quelle decisioni che consentano di realizzare questo cammino. Si tratta di decisioni che domandano un pensiero, una valutazione. Nella Chiesa, insieme al Vescovo, esistono persone che si assumono questo compito in maniera più precisa. Si tratta dei membri dei consigli episcopale, presbiterale e pastorale diocesano. Gli ultimi due hanno una funzione consultiva perché, insieme al Vescovo, sono chiamati ad affrontare i temi, gli argomenti e le domande con un respiro più ampio. Il consiglio episcopale, poi, assume con il Vescovo il lavoro svolto dai primi due organismi per aiutarlo a giungere a quella parola ultima e definitiva che ha appunto la forma della decisione per il bene del popolo stesso.

La delicatezza del compito a cui è chiamato il consiglio episcopale ha richiesto un di più di confronto e di condivisione?

Sì, mi sono fatto molto aiutare e ho cercato, in coscienza, di mettermi in ascolto di ciò che il Signore mi chiedeva. Il consiglio episcopale deve essere composto da figure che svolgono un ruolo importante proprio in vista di quell’azione di orientamento e di governo del popolo di Dio che, nel nome del Signore, sono chiamato a svolgere. Ha individuato alcune figure che anche lo stesso codice di diritto canonico prevede, dando però loro una connotazione abbastanza precisa. Ho pensato alla figura del vicario generale e a quelle dei vicari per il clero, per la vita consacrata, per la pastorale e per i laici (anche se su questa figura è necessario ancora un momento di riflessione), per l’amministrazione a cui affidare tutta la parte riguardante la gestione dei beni che la Chiesa possiede per la sua missione, e a quattro vicari territoriali, per un rapporto più diretto con le parrocchie e le unità pastorali.

Quali saranno le competenze di questi vicari territoriali?

I vicari territoriali saranno presbiteri scelti appositamente per una missione ben precisa e un incarico particolarmente rilevante. Saranno vicari episcopali a tutti gli effetti e non semplici vicari per il clero; figure il cui compito è stato individuato anche sulla scorta dei momenti di confronto avuti con il consiglio presbiterale e quello pastorale diocesano. Saranno in raccordo costante con il Vescovo, rappresentandolo a tutti gli effetti nel territorio in cui operano. Avranno a loro volta compiti di coordinamento e di guida dei vicari zonali: li riuniranno periodicamente per verificare il cammino di Chiesa in quella parte di diocesi loro affidata; saranno poi loro ad aiutare il Vescovo e il vicario generale nella destinazione dei sacerdoti e dei diaconi e ad accompagnare il cammino delle unità pastorali che ancora non sono state costituite e a verificare il loro cammino laddove esistono. Avranno poi il compito di operare un raccordo costante con le autorità civili. (Saranno quattro, secondo lo schema territoriale presentato in queste pagine, ndr) .

Nel suo progetto, infine, c’è anche un pensiero per il consiglio presbiterale e per quello pastorale diocesano…

La sinodalità trova in queste realtà due organi particolarmente importanti. A me preme che si affini sempre più al loro interno un metodo di lavoro condiviso ai fini dell’efficacia della loro azione. Credo molto nella necessità di identificare insieme gli argomenti e i temi sui cui avviare il confronto, così come in un’accurata preparazione delle sessioni di lavoro attraverso una riflessione elaborata da commissioni che andranno costituite, così che tutti i membri possano farsi una propria, chiara e precisa idea di ciò che si andrà poi a discutere insieme, in vista delle decisioni che il Vescovo dovrà assumere.

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.

Circolo ACLI di Leno

Il circolo Acli di Leno, in collaborazione con le Acli provinciali e di Ipsia Brescia Onlus, ha organizzato due incontri, con dibattito, riguardanti:

  1. L’America di Trump e lo sviluppo del Presidente;
  2. L’attuale situazione in medio oriente;
  3. L’Africa e i flussi migratori.

 Il primo incontro è stato trattato da Claudio Gandolfo, giornalista ed esperto di geopolitica; il secondo, invece, da Valerio Corradi, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica di Brescia. In sintesi: l’obiettivo dei due relatori, sui tre temi trattati, è stato quello di ricercare qualche bandolo interpretativo analizzando attentamente, con professionalità ed esperienza, tutti i molteplici problemi, dal passato al presente, in una situazione internazionale sempre più ingarbugliata, complessa e, talvolta, difficile da decifrare.

1) L’America di Trump: a onor del vero, i suoi effetti, in prima analisi, sono già noti ma meglio si potrà vedere nel medio periodo anche se nulla più sarà come prima.

2) Il Medioriente: attualmente, appare senza futuro: migrazioni e terrorismo jihadista alimentano i populismi e rischiano di spezzare l’Europa non ancora stabilizzata e la globalizzazione appare in crisi.

3) L’Africa e flussi migratori: da sempre martoriata, in buona parte, da guerre, fame e miserie e di flussi migratori che, oggi, sono ormai costanti anche se, gradualmente, si evidenziano alcuni segnali in positivo per una graduale crescita di sviluppo e di sostegno.

A questa popolazione, In particolar modo, non manca la solidarietà e l’aiuto da parte di religiosi e associazioni di volontariato non profit che stanno portando aiuti economici e personale per l’insegnamento nel mondo del lavoro e l’aiuto per la costruzione di scuole e ospedali in aggiunta a medici specializzati per le cure con l’auspicio che, tali iniziative, possano generare, in futuro, crescita e sviluppo e, nondimeno, fiducia e speranza.

Infatti, Papa Francesco, sui poveri e sui bisognosi, in generale, nell’attuale e globale crisi antropologica in cui viviamo, è ritornato più volte sul tema e, non a caso, nel maggio 2015, in Vaticano, in Audizione per gli aclisti, ha ricordato e chiesto all’associazione di accorpare le storiche fedeltà in una nuova attenzione a queste persone in coerenza, innanzitutto, con le nostre fedeltà alla dottrina sociale della chiesa.

Per il circolo Acli di Leno.
Pietro Fracassi

Area comunicazione: facciamo il punto!

A qualche mese dall’ultimo aggiornamento sullo stato dell’area comunicazione dell’Oratorio ritorno per fare il punto su ciò che è stato concluso, ciò che abbiamo pensato di aggiungere nel breve periodo e sui vari progetti che abbiamo in cantiere.

La stanza comunicazione!https://www.oratorioleno.it/area-comunicazione-facciamo-il-punto

Pubblicato da Oratorio San Luigi Leno su Mercoledì 22 marzo 2017

Abbiamo da poco concluso una serie di interventi per continuare ad offrire il meglio possibile: la stanza comunicazione è stata completata, con un adeguato isolamento acustico per avere un audio ottimale, un fondale verde per effetti spettacolari con il chroma key e dei faretti per una luce che non ha nulla da invidiare alle produzioni hollywoodiane.

Di recente è stato pubblicato il primo video di una serie intitolata “Conosciamo l’Oratorio”. Sono un modo per dare visibilità a tutte le attività e i luoghi del nostro Oratorio, a chi se ne prende cura, per far conoscere tutto quello che ruota intorno alla sfera dell’educazione. É solo uno dei prodotti del nostro canale ORATube, al quale potete iscrivervi per restare aggiornati ogni volta che viene pubblicato un video. Vai alla pagina di ORATube su YouTube.

Oltre ad una rivisitazione dell’interfaccia grafica, l’aggiornamento più importante che è stato fatto al sito è l’implementazione di una pagina per facilitare l’accesso all’archivio, rendendolo oltre che più comodo anche più specifico, con la possibilità di scegliere se cercare articoli o gallerie fotografiche, scegliere le categorie o l’anno di pubblicazione per affinare la ricerca. Stiamo man mano inserendo gli articoli “storici” estratti dalle vecchie Badie, digitalizzate e trascritte. Da questo punto di vista tutti i ragazzi che fanno parte del gruppo comunicazione stanno facendo un lavoro encomiabile, sia per la quantità di materiale del quale si stanno occupando che per lo zelo con cui portano aventi il compito. La parte che riguarda le fotografie si è rivelata più impegnativa del previsto, soprattutto per la mole di immagini. Nonostante tutto la prima parte di gallerie storiche dovrebbe comunque essere pubblicata prima dell’estate.

Anche il bot su Telegram è stato potenziato, con l’aggiunta di nuovi comandi per ricevere, oltre agli aggiornamenti, anche degli articoli dall’archivio o dalle principali categorie. Qui potete leggere l’articolo con tutti i dettagli.

L’area comunicazione non comprende solo il modo digitale però. Il cineforum è stata una scommessa, non essendoci mai stata una proposta simile non abbiamo un riscontro con passate edizioni o esperienza. L’inizio è stato sottotono: speravamo in una partecipazione maggiore. Pian piano stiamo aumentando di numero, e la speranza è quella di continuare su questo binario.

Come sempre ci tengo a ricordare che chiunque volesse contribuire alle nostre attività, fare qualche proposta per nuovi “esperimenti” o anche solo dare la propria opinione su come si potrebbe migliorare ciò che già è presente è sempre bene accetto!

El Corteàss

Carissimi di Porzano,
scrivo queste righe dopo l’assemblea che si è tenuta in oratorio lunedl 16 marzo e, sull’emozione di quell’incontro, desidero comunicarvi alcune percezioni che credo facciano bene a voi e a me.

Innanzitutto mi ha stupito positivamente l’abbondanza di presenze: non è facile trovare una risposta cosi, sia pure per preparare eventi straordinari come possono essere le “feste belle”, la ristrutturazione e consacrazione della chiesa parrocchiale. Questo dice un interesse concreto e positivo alla vita della comunità parrocchiale da parte di tanti e vi fa onore. Ho poi notato una grande attenzione alle proposte circa la ristrutturazione dell’interno della chiesa parrocchiale e circa le feste quinquennali della Madonna della Stalla, con una disponibilità fattiva a collaborare; come pure un’accoglienza unanime della sobrietà proposta nell’allestire le nostre feste per non offendere la povertà di molti.

Così abbiamo deciso di non passare casa per casa a domandare contributi, ma ciascuno, secondo la propria generosità e possibilità, contribuirà liberamente e portando direttamente ai sacerdoti ciò che intende offrire. Questo stile diventa segno forte di corresponsabilità nei confronti della comunità, che non ha solo feste da allestire e strutture da mantenere, ma soprattutto persone da amare nel nome di Gesù Cristo, le quali richiedono rispetto e attenzione, secondo la loro situazione.

Allora è nata la proposta di destinare eventuali offerte, che qualcuno avrebbe voluto fare per i giochi pirotecnIci, alle famiglie indigenti di Porzano. Complimenti! É cosi che si muove una parrocchia che si sente “famiglia dei figli di Dio”.

Anche il pranzo che faremo il 13 settembre sarà un metterci insieme a mangiare ciò che avremo portato da casa, scambiando e condividendo le diverse vivande e soprattutto la nostra fraternità. Facciamo in modo che questo stile di comunione e collaborazione diventi “corresponsabilità” e faccia desiderio di ritrovarci tutti nel “giorno del Signore” intorno al banchetto della Parola e dell’Eucaristia, perché è da lì che prende senso tutto e che riceve capacità di perseveranza il nostro operare.

É nella Messa domenicale che noi esprimiamo concretamente, nel segno del nostro riunirci intorno a Gesù, il nostro essere comunità cristiana, diventando annuncio vivente del vangelo. Dopo avere attinto qui l’amore che lo Spirito effonde nei nostri cuori, ci sarà più facile vivere la gioia della comunione tra di noi e servire in modo vero e pieno i nostri fratelli, senza rivalità o antagonismi, ma animati solamente dal desiderio di far crescere in noi e negli altri il discepolato dietro a Gesù.

Con questo stile e con questi sentimenti dl gioia ci prepariamo a vivere le più vera grande gioia pasquale, fondata sull’amore del Cristo morto e risorto, speranze della nostra vita. A tutti giunga l’augurio più sincero del sacerdoti e delle suore: il Risorto vi abbracci tuoi nel suo amore.