Giovani, pastorale e vocazioni

“In che modo la pastorale giovanile deve essere vocazionale?”. Don Michele Falabretti è intervenuto in Seminario

Il Sinodo è stata un’occasione per ribadire che la pastorale giovanile è anche pastorale vocazionale. E questo è uno dei temi che sta molto a cuore al Vescovo come ha evidenziato lunedì 5 novembre nell’incontro (molto partecipato) in Seminario con i sacerdoti. Per approfondire questo tema, è stata costituita anche una commissione che farà da filo conduttore ai lavori dei diversi organismi (consiglio pastorale diocesano, consiglio presbiterale,…). Di fatto la diocesi di Brescia si prepara a vivere un piccolo Sinodo sulla pastorale giovanile e di conseguenza ad affrontare i percorsi vocazionali. “Forse il Sinodo ci ha aiutato ad aprire gli occhi, ci ha costretto a prendere la situazione in mano”. Questa ammissione di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana, riassume bene i frutti di un lavoro partito da lontano e partito, soprattutto, dall’ascolto dei giovani.

In passato, abbiamo perso molto tempo, sempre secondo Falabretti, a trasformare la cura dei giovani in una questione tecnica: sostanzialmente “abbiamo dato una patina di bianco alle cose che già facevamo. Quando Giovanni Paolo II nel 2000 lanciò i laboratori della fede, noi abbiamo semplicemente dato un nome nuovo alle cose che già facevamo”. Nonostante tutto, non bisogna lasciarsi prendere “dalla depressione pastorale: abbiamo mezzi e strumenti che ci vengono dalla tradizione che ci permettono di vivere questo tempo come un’opportunità”. Del resto il messaggio del Vangelo non cambia e non muta. L’obiettivo è quello di trasmettere la bellezza di vivere da cristiani nel mondo. “I ragazzi hanno bisogno di non sentirsi soli” e devono comprendere che la Parola li aiuta a crescere. Di fronte a una cultura che ha premiato, soprattutto negli ultimi 25 anni, “l’uomo che si è fatto da solo” e ha trasmesso il messaggio che “ognuno è artefice del proprio destino, per noi cristiani la vocazione ha a che fare con una Parola che scende dall’alto e ti chiede di rispondere”.

Le indicazioni del Sinodo. Falabretti ha individuato anche alcuni scogli (semafori rossi come li ha chiamati) emersi durante i lavori del Sinodo: sono i punti sui quali si sono registrate più divergenze e osservazioni. Tra questi, ha elencato: la coscienza nel discernimento della fede e della vita con il grande tema della secolarizzazione; la sinodalità, cioè cosa vuol dire lavorare insieme; la sessualità (i giovani chiedono che la Chiesa si apra al dialogo). Se don Falabretti ha illustrato i punti salienti della riscoperta del rapporto fra pastorale giovanile e vocazioni, don Enrico Parolari ha cercato, invece, di indicare gli aspetti del Sinodo che hanno maggiormente coinvolto la formazione dei seminaristi.

Da oggi preti a convegno sulla santità

All’Istituto Paolo VI di Concesio il convegno del clero che apre l’anno pastorale. È il primo presieduto dal vescovo Tremolada. La lettera pastorale “Il bello del vivere” e il tema della sinodalità al centro dei lavori. Giovedì 6 la conclusione in Cattedrale. Il Vescovo spiega in un’intervista la scelta del tema della santità

Prende il via oggi, all’Istituto Paolo VI di Concesio, l’annuale convegno del clero, l’incontro tra il Vescovo e i preti bresciani che segna da sempre l’avvio di un nuovo anno pastorale. É il primo convegno del clero che mons. Pierantonio Tremolada presiede dal suo arrivo a Brescia, l’8 ottobre dello scorso anno. Nel corso delle prime due giornate il Vescovo si confronterà con i sacerdoti bresciani su temi che gli stanno particolarmente a cuore, quasi delle linee guida a cui intende informare il suo episcopato: la santità e la sinodalità. Sin dalla prima omelia, quella dell’ingresso in diocesi, mons. Tremolada li ha messi al centro della sua riflessione. Alla santità ha scelto di dedicare la sua prima Lettera pastorale (“Il bello del vivere. La santità dei volti e i volti della santità”) e la prima giornata del convegno del clero, mentre sul tema della sinodalità è tornato più volte nel corso dei suoi primi mesi a Brescia, riassumendo gli interventi più significativi nella pubblicazione “L’arte del camminare insieme” che sarà presentata ai sacerdoti nella giornata di mercoledì 5 settembre. La terza e ultima giornata del convegno si terrà, invece, nella Cattedrale di Brescia. Ogni giornata del convegno si aprirà alle 9.30 con la recita dell’Ora media.

È lo stesso mons. Tremolada, sull’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, a spiegare le ragioni che l’hanno spinto a dedicare la sua prima Lettera pastorale al tema della santità e a illustrare il modo in cui ha concepito e realizzato questo documento.  Il Vescovo presenterà la lettera inaltri appuntamentii: al Convegno dei Consacrati delll’8 settembre, in mattinata, e a quellodegli operatori pastorali laici nel pomeriggio di sabato 8 settembre, alla Festa della Voce del Popolo lunedì 10 settembre e con una serie di incontri nei Vicariati territoriali secondo il programma allegato. Ecco l’intervista

Una prima domanda, forse un po’ banale: perché una Lettera pastorale sulla santità? È forse la risposta alla domanda: “Da dove vuoi partire” che lei si è posto pensando al suo episcopato e che ha riportato nelle prime pagine della stessa lettera?

Sì, lo è. È una domanda che sentivo come particolarmente importante perché è proprio l’inizio di un cammino che segna sin da subito il suo svolgimento. Per questo mi sono lasciato interrogare dalle domande: “Cosa ti sta veramente a cuore? Come vorresti impostare il cammino? Su cosa ritieni necessario concentrarti?”. Da subito ho immaginato che la risposta dovesse abbracciare un orizzonte ampio. Non si trattava semplicemente di mettere a tema un argomento, il primo di tanti, ma di delineare un cammino, di indicare un percorso. In questo mi è stata di grande aiuto la tesi di fondo della Novo millennio ineunte che San Giovanni Paolo II scrisse all’inizio del millennio: la Chiesa nel nuovo millennio doveva camminare su due binari. Il primo era quello della contemplazione del volto di Gesù; il secondo era quello della testimonianza della santità. La sopraggiunta conferma della canonizzazione di Paolo VI ha fatto il resto; ho capito che anche questa bella notizia era un messaggio importante da non sottovalutare. Forse, anche grazie a lui dobbiamo metterci in questa strada e interrogarci su cosa significhi per noi camminare nella santità.

La santità è “il bello del vivere”. Eppure nelle nostre comunità, nei nostri cuori, facciamo fatica a comprendere questa bellezza…

Già nelle prime pagine della lettera ricordo come la parola “santità” rischia, se non viene intesa in modo corretto, addirittura di provocare una sorta di rifiuto, di allontanamento: non è cosa alla mia portata! È poi radicata l’idea che la santità porti con sé il sacrificio nella sua forma estrema. Per questo mi preme in modo particolare far capire che, in realtà, la santità riguarda tutti perché è la forma bella della vita, o meglio, è la vita stessa nella sua forma più autentica: è l’umanità così come Dio l’ha pensata all’inizio e come il frutto della redenzione, liberata da tutto ciò che la offende, la ferisce, la intristisce, la rende crudele e volgare, quell’umanità che non ci fa paura, che abbiamo piacere di incontrare. I santi non sono soltanto sacerdoti, religiosi, religiose, vescovi, cardinali o papi. Sono persone che hanno avuto ruoli diversi nell’ambito della società, che hanno vissuto semplici esperienza quotidiane, persone che hanno avuto grandi responsabilità a livello sociale, che hanno avuto responsabilità educative… È questo che mi sta particolarmente a cuore: far capire che la santità si fonde con la vita stessa quando questa vita manifesta la sua bellezza.

In un passaggio della Lettera lei scrive che la “santità non è un argomento di cui trattare o un tema di cui discutere”: affermazioni che le avranno richiesto un impegno particolare nel concepirla. Come ha impostato questa sua prima lettera?

C’è un passaggio della lettera in cui ricordo che se volessimo essere rigorosi dovremmo parlare di santi e non di santità. Non esiste la santità, esistono i santi che hanno un volto, un nome. Non a caso, dunque, il sottotitolo della lettera è “La santità dei volti e i volti della santità”: la santità si vede, infatti, nel volto, nella concretezza del vissuto di ogni singola persona, con il suo nome, con la sua esperienza. Dall’altra parte, però, non possiamo dimenticare che diversi sono i modi in cui si manifesta e si presenta la santità. La lettera, dunque, non si limita a raccontare episodi ma cerca di sviluppare una riflessione. Ho, così, voluto corredarla con alcune video interviste (disponibili a partire dai prossimi giorni, ndr). Nella lettera ci sono dei volti, dei ritratti di persone reali che si raccontano. Sono persone della nostra diocesi che dicono e presentano se stesse e la loro vita cercando di fare emergere quel frutto della grazia che poi ha reso la loro vita testimonianza di bellezza. Anche il linguaggio che ho cercato di utilizzare non è quello di un’argomentazione sistematica, elaborata e rigorosa, ma quello di una comunicazione più diretta. Ho cercato di descrivere ciò che si può sentire e sperimentare mettendo per iscritto un’esperienza che tutti possiamo condividere.

Nella lettera lei parla di “forma comunitaria della santità”: si tratta di un’immagine suggestiva, ma anche impegnativa. Le sue parole sembrano quasi chiedere alla Chiesa bresciana, alla comunità diocesana di verificare quanto si sia impegnata o si stia impegnando per vivere questa esperienza…

Sì. La Chiesa che si definisce “una, santa, cattolica e apostolica”, e lo è per grazia, deve anche dimostrare di esserlo. A volte gli uomini di Chiesa rischiano di tradire la sua santità. Non bisogna, però, dimenticare che tutti siamo uomini di Chiesa; ogni battezzato è chiamato a portare la propria testimonianza di quella santità che è propria della Chiesa. Per questo ho voluto sottolineare la dimensione comunitaria della santità. Quando pensiamo ai santi normalmente immaginiamo singole persone. In realtà c’è anche la comunione di santi. Si tratta di un’espressione che la Chiesa utilizza per indicare la comunità di tutti coloro che vivono nella luce della grazia. Ci sono quei santi che onoriamo e che abbiamo messo nei calendari e sugli altari; insieme a loro, però, ci siamo anche tutti noi, chiamati a vivere l’esperienza della santità. La Chiesa, poi, ha dei momenti in cui percepisce in modo chiaro la sua santità, a prescindere dai comportamenti di ciascuno: sono i momenti in cui celebriamo l’eucaristica, il battesimo, la cresima, quando sostiamo in preghiera tutti insieme. Qui c’è qualcosa che non può essere ricondotto alle dinamiche di quel vissuto socio-politico che normalmente utilizziamo per definire la convivenza tra le persone. C’è quello che il Concilio Vaticano II ha chiamato il mistero della Chiesa, che rimanda a quella che è la sua sorgente, l’opera stessa di Cristo, la sua passione e la sua resurrezione.

“Il bello del vivere” può interpellare anche la società civile?

Dalla santità intesa come attuazione di quella chiamata che per i credenti deriva dal dono del battesimo, scaturisce anche una visione della realtà, un modo diverso di guardare il mondo. Ho fatto riferimento in modo particolare alla Laudato si’ in cui papa Francesco parla di “paradigma alternativo”, di un mondo diverso non solo per guardare alla realtà, ma anche per costruirla, un paradigma che va a contestare quello che si sta imponendo e che il Papa definisce “economico e tecnologico”, in cui c’è un’economia che viene assolutizzata a partire dal principio del profitto e che finisce col governare un po’ tutto, e una tecnologia che viene enfatizzata. Non può essere, però, questa la prospettiva nella quale ci collochiamo, anche perché corriamo il rischio di cadere in una logica consumistica che finisce per portare alla distruzione della nostra profondità. Parlare allora di santità significa andare a recuperare il ricordato primato dell’interiorità a cui corrisponde un’esperienza del bello del vivere che è capace di contestare quel paradigma economico e tecnologico senza però privare l’uomo del positivo che questo può anche offrire. In questa prospettiva credo che parlare della santità non sia stare sulle nuvole, ma offrire una chiave interpretativa del tutto e della convivenza umana che poi ha delle conseguenze anche molto concrete sul piano della gestione della socialità.

Lei indica la preghiera come via per la santità e per primo si assume l’impegno continuativo di un appuntamento settimanale alle Grazie. Non riusciamo a comprendere e a vivere sino in fondo la chiamata alla santità perché preghiamo poco?

Credo proprio di sì. Parlare della preghiera e della sua importanza potrebbe dare l’impressione di non avere il senso della realtà e di non comprendere il compito e le responsabilità che la vita mette davanti. In realtà non è così. Dobbiamo recuperare l’importanza e il primato di questa relazione con Dio che poi riempie l’interiorità di ogni uomo e lo mette nella condizione di affrontare le proprie responsabilità dentro un mondo a cui ci si accosta con un grande affetto e con un alto senso critico.

Care famiglie, camminiamo insieme

Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Questo è l’invito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, pubblicata il 19 marzo 2016. I Vescovi lombardi, si rivolgono con una lettera ai sacerdoti, diocesani e religiosi, agli operatori pastorali e alle famiglie delle Chiese locali per esprimersi sulla ricezione dell’Amoris Laetitia

È stata pubblicata la Lettera dei Vescovi lombardi ai sacerdoti, alle famiglie, alle comunità sulla ricezione dell’Amoris Laetitia. Ne parliamo con don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio per la famiglia.

Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare. Il titolo della Lettera riprende la parte finale dell’Amoris Laetitia.

Nel testo si fa un riferimento esplicito alla promozione della vocazione al matrimonio e alla famiglia… Sorprende, scrivono i Vescovi, che in queste condizioni esistenziali il cuore di tanti sia anche oggi riscaldato dal desiderio di un amore vero.

È una sorpresa molto piacevole e di sapore evangelico: il bene non viene mai cancellato del tutto. L’aspirazione a un amore sempre più autentico è davvero nel cuore umano di tutti, nonostante le indicazioni culturali (quelle gridate con voce più tonante) dicono tutt’altro, cioè invitano a usare o abusare delle relazioni o delle altre persone oppure a non fidarsi e a non innestare legami duraturi. In queste condizioni ci sono ancora uomini e donne che sfidano il tempo, la cultura e le condizioni avverse (politiche ed economiche) per sposarsi.

Si parla anche di affinare la pastorale per parlare di sessualità e affettività alle nuove generazioni…

Questa è una delle questioni centrali dell’annuncio cristiano. Lo si vede maggiormente nella fase educativa, oggi più prolungata nel tempo, per accompagnare una persona adulta magari verso proprio il matrimonio. La questione dell’amore di Dio nell’amore umano è centrale per i cristiani. Tanto è vero che noi crediamo in un Dio che è amore e nel suo figlio, Gesù Cristo, che ha dato tutto se stesso per amore. La sessualità è uno dei linguaggi privilegiati per esprimere amore soprattutto attraverso bellezza, piacere e responsabilità per raggiungere piena comunione e piena fecondità. Questo linguaggio ha bisogno sempre evangelizzato. E ogni epoca presenta sempre nuove sfide. Questo documento esorta ad accettare le sfide in quanto tali e a non piegarsi alle logiche del tempo, ascoltando soprattutto il Vangelo che fa bene a tutti.

Accompagnare, discernere, integrare. Le prospettive aperte dal capitolo VIII chiedono di tener conto anche delle situazioni reali delle famiglie…

Le situazioni reali sono molteplici e sono segnate da particolari gioie e da particolari fragilità. Il capitolo VIII di Amoris Laetitia punta l’attenzione su una specifica fragilità (non è l’unica) che appare preponderante: la fatica del giungere al matrimonio, la tenuta del matrimonio, le fratture e i nuovi cammini di unione dopo una separazione o un divorzio. Il capitolo VIII dice: annunciamo la bellezza di Dio nell’uomo ma teniamo conto delle storie concrete. I Vescovi non forniscono ricette già pronte con leggi uguali per tutti, ma si rifanno a una criteriologia diffusa da affinare per ogni persona e un accompagnamento che tenga conto delle storie individuali. Per tutti c’è speranza: è necessario che ciascuno riceva il messaggio della comunione e dell’integrazione nella Chiesa e della speranza a essere loro stessi evangelizzatori.

Nel testo non si presentano volutamente ricette pronte per il discernimento. Si chiede di continuare come singole Diocesi a studiare e approfondire. A Brescia qual è l’approccio pastorale?

A Brescia, ancora prima di Amoris Laetitia, ci siamo attivati con degli strumenti di accompagnamento. Adesso ci stiamo orientando verso un accompagnamento che prima di tutto cercherà di diffondere l’opera pastorale molto preziosa chiamata Gruppo Galilea (è un accompagnamento di fede per persone che sono in situazioni difficili o hanno situazioni matrimoniali irregolari, che hanno subito gravi fratture e magari tentativi di ricomposizione familiare): si tratta di un bel tavolo di fede, di amicizia sincera e di costruzione di grandi legami ecclesiali. L’obiettivo è diffonderlo in tutta la Diocesi, perché, ad oggi, abbiamo solo tre esempi che non sono sufficienti per coprire tutto il territorio. Accanto a questo si pensa a una formazione per i sacerdoti. Alcuni di questi potrebbero essere incaricati per un accompagnamento di “secondo livello”: dopo un primo approccio nella propria comunità locale, può darsi che serva un accompagnamento più costante. Serviranno, quindi, dei luoghi di misericordia. Insieme a questo è necessario far crescere la comunità cristiana. Non basta un documento. La comunità cristiana deve comprendere il messaggio di Dio del matrimonio ma deve anche saper curare le ferite dei propri fedeli dentro la comunità cristiana. Serviranno, quindi, cammini specifici sia nell’ambito liturgico sia nell’ambito catechetico.

Il documento dei Vescovi è un invito, prima di tutto, a guardare con coraggio alle sfide del nostro tempo…

Le situazioni personali o familiari segnate dal dolore o dalla divisione ci stanno dicendo, se guardate da un punto di vista profetico, che c’è bisogno di annunciare di più e meglio anche con opere e non solo con parole la grandezza dell’amore di Dio, di quanto è desiderabile e bello, e quanto il matrimonio-sacramento sia ancora una grande storia di vita per la quale ci si può spendere e una grande e necessaria missione nella Chiesa. Insieme al sacerdozio, il matrimonio è il fondamento della Chiesa.

Incontro dei giovani italiani con papa Francesco

Nelle giornate di sabato 11 e domenica 12 agosto 2018, il Santo Padre incontrerà i giovani italiani, chiamati passo dopo passo a raggiungere “per mille strade” il luogo del martirio petrino. I giovani raggiungeranno Roma accompagnati dai loro educatori dopo aver camminato tra le bellezze della storia italiana. La Parola e l’Eucaristia sosterranno questo loro cammino cha sarà ricco anche di momenti di festa e condivisione.
Per noi, il programma prevede un pellegrinaggio che va dal 09 al 12 agosto.
Destinatari: giovani dai 17 ai 29 anni e i loro educatori.

Programma 09-10 agosto

Giovedì 09 agosto: partenza da Leno per Brescia. Viaggio in treno verso Roma. Passeremo il pomeriggio a Roma e in serata spostamento in treno verso Ronciglione dove pernotteremo presso la casa delle Suore Maestre Pie Venerini.

Venerdì 10 agosto: inizio pellegrinaggio a piedi che ci vedrà in viaggio verso il lago di Bracciano dove pernotteremo e poi verso Roma.

Programma 11-12 agosto

Sabato 11 agosto: arrivo a Roma al termine dei pellegrinaggi
Ore 13.00: apertura cancelli per accedere al Circo Massimo (dal lato del Colosseo dove si trova la stazione della metropolitana)
Ore 16.30-18.30: momento di racconto/testimonianze dei cammini (pellegrinaggi)
Ore 18.30: arrivo di Papa Francesco
Ore 19.00: veglia di preghiera per il Sinodo con Papa Francesco
Ore 21.00: cena
Ore 21.30: festa
Ore 23.30: fine festa
Ore 24.00: inizio della Notte bianca della fede in vari luoghi di Roma: possibilità di adorazione, confessione, incontri… Ai gruppi non verranno assegnati dei settori specifici: si procederà a riempimento.
Chi lo vorrà potrà dormire al Circo Massimo portando con sé materassino e sacco a pelo (l’invito è comunque quello di partecipare alla Notte bianca della fede); al Circo Massimo non sarà possibile allestire delle tende.

Domenica 12 agosto: (Colazione)
Ore 6.00: apertura di piazza S. Pietro e ingresso
Ore 9.30: S. Messa con Papa Francesco e Angelus
(Pranzo) Ai gruppi non verranno assegnati dei settori specifici: si procederà a riempimento.

Pacchetto di partecipazione A (con giornata alimentare) Costo: 50,00 €.

Il pacchetto comprende:
Pass (senza il quale non si potrà accedere ai luoghi dell’incontro: Circo Massimo e piazza S. Pietro).
Giornata alimentare: cena di sabato 11 agosto, colazione e pranzo di domenica 12 agosto.
Kit contenente croce, rosario, diario-libro, un telo della Sindone, un cappello con alette, una lampada da fronte, una bisaccia, un porta badge (a tempo debito daremo indicazioni circa il suo ritiro).
Biglietto Atac dei trasporti su Roma per le due giornate (valida 48 H). Quota solidarietà e Assicurazione.

Scarica il modulo di iscrizione.

Giovani: un ascolto che sorprende

È questo il primo dato che emerge dal lavoro condotto, su invito del vescovo Tremolada, nei mesi scorsi grazie a rapporti personali e in contesti informali.

Ascoltarli. Questa era la sfida proposta per l’anno di preparazione al Sinodo dei Vescovi sui giovani. Ascoltare i giovani. Scelta onesta e seria, di fronte ad un Sinodo che non vorrebbe essere – e preghiamo perché non lo sia – il classico momento nel quale enunciare i problemi di un’età e, nello stesso tempo, dichiararla futuro della Chiesa e dell’umanità. No, il sinodo dei Vescovi sarà vento per la Chiesa se saprà cogliere dai giovani spunti interpretativi, direzioni, esigenze gridate e sussurrate. Un po’ nello spirito, a volte dimenticato, della regola di s. Benedetto, quella regola che inizia proprio “Ascolta, figlio” e ricorda: “Abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore”. Quindi: ascoltare. E questa necessità profonda l’abbiamo avvertita nelle parole del vescovo Tremolada, quando il 5 novembre si è presentato di fronte ad una cinquantina di giovani per dialogare con loro e farsi suggerire come ascoltare i loro coetanei, legati o meno alla vita della chiesa bresciana.

A quell’incontro il Vescovo portò quattro domande, l’ultima delle quali era: “Come metterci in ascolto? Come possiamo ascoltare le domande sulla fede, sulla vita? Come raggiungerli con semplicità e simpatia?”. Stesse domande rivolte poi, ad una quindicina di giorni di distanza, ai curati riuniti in Assemblea. Non faccio fatica a immaginare che il Vescovo qualche risposta avesse provato ad abbozzarla, eppure, con la libertà di un ascolto sincero, abbia scelto di ripiegarla e metterla in tasca. Perché i giovani presenti quella sera hanno indicato una strada per l’ascolto: non con i sondaggi e i questionari! Di indagini sociologiche – anche ottime – ne abbiamo molte. Non con i social, di queste cose si parla di persona. Non attraverso grandi eventi. Ci si ascolta davvero guardandosi negli occhi, mettendosi vicini.

E così, a partire dai giovani presenti, coinvolgendo i curati, coinvolgendo i gruppi giovanili presenti in alcuni oratori (quante sono le parrocchie in diocesi che, purtroppo, non hanno alcun cammino di formazione per i giovani sopra i 16 anni!), grazie al supporto della pastorale universitaria, di alcuni giovani dell’associazioni, l’ascolto è cominciato. Un ascolto personale. Magari con un blocchetto per le note in mano, di fronte ad una birra, oppure recuperando a casa, dopo un incontro, le parole dette. Con i Listeners’ corner nella piazza del paese. Oppure in università con i compagni di studi.

Ascoltando gli amici credenti e quelli che non lo sai. Ascoltando chi parla male dei preti e chi ha conservato una nostalgia per gli anni da ragazzino in oratorio. Tantissime risposte. Domande che generano domande. Considerazioni taglienti e libere. Affetto e indifferenza. La percezione di incontrare una generazione che non ha idea e non può immaginare con un certo grado di sicurezza (e fiducia) i lineamenti del futuro. Una generazione che sogna in grande e vive alla giornata. Che desidera credere ma non sa bene in cosa. Che ha fatto un’esperienza di chiesa in gran parte deludente. Una generazione piccola numericamente e fortissimamente dispersa in piccoli villaggi dalle opinioni forti sui singoli temi e dai pensieri sfumati su cosa tiene insieme quelle opinioni.

Di questo enorme lavoro di ascolto una breve sintesi, fatta soprattutto degli estratti delle parole dei giovani, verrà consegnata a Papa Francesco dal vescovo Tremolada durante l’udienza del 7 aprile con i ragazzi delle medie. Un lavoro davvero provvidenziale, qualsiasi cosa ne sarà, rispetto ad un Sinodo che guarderà ai giovani di tutto il mondo e alla chiesa universale. Provvidenziale perché chi ha ascoltato, sempre, ha poi deciso di incontrarsi e interrogarsi per capire il significato delle molte parole annotate e raccolte. Il lavoro sta continuando, anche perché, come potrete riscontrare in queste pagine di Voce, di fronte a quanto raccolto è difficile fare finta di nulla. È difficile non prendere sul serio gli interrogativi posti alla chiesa – e alla sua fedeltà al Vangelo e alla formazione alla fede che hanno ricevuto, che raramente ha permesso loro un incontro personale con Dio.

Un’ultima annotazione, presa a prestito da una celebre meditazione di Giuseppe Dossetti. Di fronte a quello che leggiamo due atteggiamenti sono indispensabili: “la notte va riconosciuta come notte”, cioè dobbiamo saper leggere il tempo che viviamo senza la paura di denunciarne i limiti (e le false promesse). Allo stesso tempo non ci deve essere “nessun rimpianto per il giorno precedente”. Quello che stiamo provando a comprendere e intuire da questo ascolto è una profonda richiesta di conversione alla nostra chiesa. Quella conversione – personale e comunitaria – che è l’invito continuo rivolto alla vita cristiana.

Con i giovani, verso il sinodo sui giovani

Il 5 Novembre il nuovo vescovo di Brescia ha chiesto ai giovani di Leno e a quelli di altre parrocchie della diocesi le proprie impressioni riguardo al rapporto tra i giovani e la Chiesa. Chiaramente l’incontro è stato organizzato in prospettiva del sinodo dei giovani, indetto da papa Francesco per riallacciare i rapporti con una fascia d’età che si dimostra sempre più disinteressata alla Chiesa.

Quando mi è stato chiesto di partecipare ho reagito con un po’ di sospetto e scetticismo. Senza dubbio si presentava come un bel gesto, ma nella realtà, come si sarebbe risolto? Cosa ci sarebbe stato chiesto? Probabilmente di compilare un questionario a seguito di qualche meditazione di gruppo su temi di cui, in oratorio, si parla quotidianamente. Oppure, peggio, nel tentativo di avere un quadro della “situazione giovani” in diocesi, ci avrebbero chiesto di riportare la nostra esperienza in parrocchia: che problemi vuoi rilevare nelle persone che già frequentano l’Oratorio? Avevo comunque la possibilità di dire la mia, in qualche modo, e per questo ho accettato. Beh, sentire il vescovo che nell’introduzione lamenta l’astrattezza dei questionari è stata una piccola sorpresa inaspettata. In verità tutto l’incontro ha preso una piega che non avevo previsto. Dopo un iniziale confronto divisi per gruppi, siamo tornati nel salone di Casa Foresti dove abbiamo trovato il vescovo seduto a tavolino con carta e penna, pronto ad ascoltare quanto avevamo da dire. Un’immagine insolita. Ecco che allora poco alla volta tutti quelli che volevano dire qualcosa lo hanno potuto dire e il vescovo, interessato, intesseva un dialogo con ciascuno, senza scandalizzarsi per il modo di esprimersi né per le lamentele, anche, anzi, soprattutto pesanti, rivolte alla Chiesa. Ho capito dunque che la disponibilità del vescovo era sincera e che quello voleva veramente essere un primo passo della diocesi verso noi giovani, per capire da noi quali fossero quegli errori che hanno creato distacco. Il risultato? Niente di eclatante. Non si è trovata una soluzione al “problema giovani” (espressione ingiusta ma comune) ma quelle difficoltà di cui si sarà parlato più e più volte nel nostro come in qualsiasi altro oratorio ora siam certi che il vescovo le abbia recepite.

Alla fine si è prospettata una serie di incontri organizzati dalla diocesi e rivolti a tutti i giovani (non solo ai presenti che altro non erano se non rappresentanti presi a campione) affinché al sinodo il vescovo possa presentare problemi e proposte studiate per e con i giovani.

Quel che per ora si può apprezzare e che, da parte mia, è stato apprezzato, è il tentativo sincero di improntare un dialogo tra giovani e diocesi.

Guarda il messaggio del vescovo Pierantonio ai giovani:

Messaggio del vescovo Pierantonio ai giovani in vista del sinodo 2018

Sinodo dei giovani, sinodo con e per i Giovani!

Messaggio di Papa Francesco per il Sinodo dei Vescovi con al centro della discussione i giovani

Carissimi giovani,

sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento Preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.

Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?

Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori?». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San BenedettoIII, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli Vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).

Con paterno affetto,

Francesco

Dalla mia eternità cadono segni

Il tempo che stiamo vivendo è ricco di possibilità e di bellezza. Me lo ripeto con gioia crescente mentre stiamo concludendo le attività estive e già buttiamo un pensiero al prossimo anno pastorale che si apre carico di attese e di iniziative. È un tempo buono, dove il Padre è all’opera – in maniera molto più profonda e incisiva di quanto, a volte, ci è possibile intuire – e dentro il quale chiama anche noi a seminare, a coltivare, a raccogliere. I segni della sua presenza e della sua azione sono, a volte, proprio davanti ai nostri occhi spesso incapaci di riconoscerli, oppure ancora nascosti e in attesa sotto uno strato di terra, ma pronti a rivelarsi e a sorprenderci con i loro frutti quando meno ce lo aspetteremmo. Questo per dire che non è tutto facile, chiaro e immediato – e nessuno ci ha mai assicurato che lo sarebbe stato. Ma è tutto incredibilmente vero, bello e prezioso; tutto è amato da Colui che eternamente ama, ci ama. Mi piace ripartire così, quasi stropicciandomi gli occhi stanchi e annoiati, perché si lascino illuminare e entusiasmare dalla benedetta realtà che forma il nostro vivere.

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”. Il tema per la prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per l’ottobre 2018, traccia le coordinate essenziali per un itinerario ecclesiale che si preannuncia di assoluto interesse e attualità anche per le nostre comunità cristiane.
È un itinerario che – come Chiesa bresciana – desideriamo condividere e fare nostro, perché diventi una delle linee prospettiche che orientano il cammino oratoriano
dei prossimi anni e ci aiuti a muoverci insieme, e insieme ricercare alcune ulteriori possibilità per continuare ad annunciare e testimoniare il Vangelo nel nostro tempo. Il titolo del cammino sinodale accosta infatti tre termini – giovani, fede, discernimento vocazionale – che costituiscono una sfida e nello stesso tempo una opportunità che ci sembra importante cogliere al volo. L’intenzione che sta all’origine e anima questa iniziativa di approfondimento ecclesiale riguarda infatti la missione propria della chiesa, espressa dal Documento preparatorio con queste parole: “la Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi”. Anche solo da questo breve enunciato possiamo cogliere alcune preziose e utili indicazioni operative.

Come già espresso nel titolo è innanzitutto evidente la scelta di legare insieme pastorale giovanile e vocazionale. Nel documento si parla infatti di “pastorale giovanile vocazionale”. Questa reciproca inclusione, pur nella consapevolezza delle differenze, è una prospettiva che – a livello diocesano – abbiamo fatto nostra già da qualche tempo, proprio perché diventi una delle caratteristiche che distinguono e qualificano l’opera educativa nei confronti delle giovani generazioni e, in modo ancor più specifico, il rapporto pastorale con il mondo giovanile. In secondo luogo si esprime con forza il desiderio di andare incontro ai giovani per accompagnare in modo significativo le loro scelte di vita e prendersi cura del loro percorso di fede. Tutto ciò – come ben sappiamo – non è assolutamente di facile e immediata realizzazione. Non poche sono infatti le difficoltà di incontro e dialogo, serio e continuativo, con un mondo giovanile che ci sembra sempre più sfuggente e indefinito. Si tratta dunque di avviare un “movimento di uscita” capace di incrociare le attese, i desideri, i bisogni e tutto il vissuto dei giovani, così profondamente segnato dalla elevata complessità e dai rapidi mutamenti del nostro contesto culturale. Per il prossimo anno pastorale proviamo, semplicemente ma non banalmente, a metterci in ascolto. Scegliamo l’ascolto come modalità di essere “chiesa in uscita”. L’ascolto è già fondamentalmente un atteggiamento di uscita da se stessi per lasciare spazio e prestare attenzione a ciò che è altro da sé.

Il “mettersi in ascolto” ci sembra infatti una modalità e uno stile intelligente e possibile di “uscire”, per incontrare, comprendere e accogliere il mondo giovanile. Ascoltare
ci aiuta, forse, anche ad operare un necessario cambio di prospettiva: da uno sguardo un po’ risentito e sfiduciato sui giovani (…perché non vengono alla messa, non partecipano alle iniziative, non fanno scelte sempre coerenti con la fede…), a uno sguardo più contemplativo e profondo, che ne coglie la bellezza e il valore, che pazienta, perdona, ama. “Accompagnare i giovani – precisa il documento in preparazione al Sinodo – richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite.”. Non si tratta di somministrare questionari, ma di farsi vicino, di accostare e accompagnare con discrezione, andando oltre lo steccato dei nostri pensieri, delle nostre sicurezze e ragioni, per stabilire un dialogo sincero e un rapporto di reciproca fiducia, per ricercare insieme il senso autentico dell’esistere e, in esso, del credere, dello sperare, dell’amare.

“Mettersi in ascolto”, come Chiesa, significa anche farci continuamente più attenti e disponibili ai segni della presenza del Padre dentro la realtà che viviamo, per riconoscere e discernere la sua voce e i suoi inviti, così che le nostre scelte e le nostre azioni siano sempre più conformi alla sua volontà. È una paziente e fiduciosa ricerca dell’opera di Dio, un discernimento comunitario di ciò che lo Spirito opera, suscita e chiede. Questo potrà significare e comportare l’avvio di una verifica seria e serena sulla qualità della nostra azione pastorale e, in particolare sul nostro sentire e agire l’annuncio della fede ai giovani, ma è una fatica alla quale ci sottoponiamo volentieri, perché all’annuncio della fede ai giovani e al loro accompagnamento non possiamo proprio rinunciare. Anzi è proprio al mondo giovanile che volgiamo con fiducia e speranza il nostro sguardo, consapevoli che possono essere essi stessi i protagonisti più autorevoli e efficaci dell’annuncio e della testimonianza di fede ai loro coetanei. I giovani stessi sono, per le nostre comunità cristiane e i nostri oratori, la risorsa più bella e gli alleati più validi per far incontrare Dio agli altri giovani.

Per favorire alcune occasioni di incontro e ascolto dei giovani – e possibilmente di tutti i giovani, anche di quelli che non frequentano abitualmente i nostri ambienti e itinerari – mettiamo a disposizione degli oratori, dei gruppi e delle associazioni un semplice strumento che abbiamo chiamato listeners’ corner. Si tratta di una simpatica proposta – gestita e animata da un gruppo di giovani stessi – per interagire con altri giovani attorno ad alcune specifiche questioni. L’iniziativa – presentata dettagliatamente da un apposito volantino illustrativo – è strutturata in diverse fasi con l’obiettivo essenziale di creare delle concrete occasioni di ascolto, di esposizione (metterci la faccia), ma anche di rilettura e di comprensione di quanto emerge dall’ascolto. In questo modo tentiamo di sentirci coinvolti e partecipi, anche a livello locale, di quanto la Chiesa, con il Sinodo dei Vescovi, vivrà in forma universale.
Accanto a questa specifica proposta sarà importante continuare a coltivare una sensibilità, già per altro ben presente, per la vita e la vocazione di ogni giovane. Nella proposta degli itinerari formativi, delle iniziative annuali e estive (campi, pellegrinaggi, esperienze di missione e carità…), come in ogni occasione di incontro e dialogo personale l’attenzione alla dimensione vocazionale della vita può costituire un preciso e chiaro riferimento e criterio orientativo per tutta la pastorale giovanile. In questo contesto – in modo particolare e specifico per i presbiteri – la cura all’accompagnamento personale, la disponibilità alla confessione, al discernimento e alla direzione spirituale divengono aspetti di primaria importanza per consolidare tutta l’opera di annuncio del Vangelo.

Come ogni anno il lavoro e l’entusiasmo per portarlo avanti non ci mancano. In quest’opera ci sentiamo e ci poniamo, il più possibile, in comunione con il Padre e tra di noi, per poter realmente camminare insieme. Ci aiuterà sicuramente il Vescovo Pierantonio che, con tanta gioia e simpatia, accogliamo come un dono del Cielo e
una guida sicura per la nostra diocesi.

di Giovanni Milesi