Sono qui con voi nel nome del Signore

Ecco carissimi,

Anzitutto desidero salutarvi di vero cuore e desidero anche ringraziarvi per il fatto che, per appartenenza alle parrocchie o per amicizia, di fatto siamo qui tutti a pregare e quest’oggi siete qui a pregare soprattutto per me. Di questo vi ringrazio. Per il fatto che come ci diceva la prima lettura, la preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta finché non sia arrivata a destinazione. Per questo vi dico grazie e vi invito a continuare a pregare e a farlo con l’atteggiamento tipico dell’umile e del povero, perché è questo che piace a Dio ed è questo che fa sì che la nostra preghiera giunga più facilmente al cuore di Dio, così come ci ha fatto capire il testo del vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Permettete però che in modo particolare mi rivolga ai fedeli delle parrocchie che mi sono affidate: alla parrocchia di Leno, di Milzanello e di Porzano. Carissimi parrocchiani, ecco che vengo a voi profondamente cosciente della mia debolezza, della mia povertà, della mia fragilità, anzi anche del mio peccato. La debolezza e la povertà si capiscono pensando anche semplicemente all’età che mi porto dietro. Dicevano gli antichi che “la vecchiaia è già di per se stessa una malattia”. Ecco quindi che ho diversi acciacchi, che fanno parte della mia età. Così come vi sarete accorti che la mia voce è piuttosto fragile, insicura, debole.

Ho poca memoria e potrei continuare con tutti i difetti che ho, ma lascio a voi la possibilità di scoprirli un po’ alla volta. Sta di fatto che vengo a voi cosciente della mia debolezza, povertà e fragilità. E proprio per questo, così come il pubblicano al tempio che chiedeva a Dio “abbi pietà di me”, io chiedo anche a voi:

Abbiate pietà di me

Che la vostra preghiera sia sempre anche una richiesta a Dio che abbia pietà di me, della mia fragilità, dei miei peccati e nonostante questo continui ad aiutarmi e a sostenermi. Nello stesso tempo, però, vi devo dire con molta schiettezza che vengo a voi carico di fiducia. Vengo a voi con il cuore pacato e sereno, perché vengo a voi nel nome del Signore. Il fatto di aver detto di sì al Vescovo, dietro alla sua insistenza e alla sua perorazione, mi ha dato pace perché io sono profondamente convinto che dietro alla richiesta esplicita, sollecita e ripetuta del Vescovo si nasconda la volontà di Dio. E diceva già Dante Alighieri che “nella sua volontà, è la nostra pace”.

Ecco per questo mi potete cogliere, nonostante la preoccupazione e l’ansia inevitabile, in uno stato di pace e serenità perché sono convinto che con questa decisione non ho fatto altro che rispondere alla volontà di Dio.

Quindi sono qui con voi nel nome del Signore

Non sono qui perché l’ho voluto io, ma nel nome del Signore. Per questo ripeto quanto ho detto all’inizio: continuate a pregare per me, continuate a pregare perché al termine del mio servizio in mezzo a voi io posso dire come diceva l’apostolo Paolo nella seconda lettura “il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del vangelo”. E allora ecco che al termine di questo servizio, quando piacerà a Dio, insieme, potremo benedire il Signore. Ancora grazie, abbiate pazienza e abbiate misericordia e continuate ad accompagnarmi. 

Grazie o Signore per il dono dei figli

Ti ringraziamo o Signore per averci sostenuti nei momenti in cui sembrava che non fossimo destinati a diventare genitori e quando le gravidanze si sono interrotte nonostante i nostri sforzi.

Ti ringraziamo o Signore perché poi sono arrivati due splendidi tesori e con loro un carico di gioia, speranza, fatiche e preoccupazioni.

Ti ringraziamo o Signore di donarci la sapienza affinché possano crescere amando e apprezzando la vita, affinché possiamo donare loro tutti gli strumenti per vivere in questa bellissima ma complicatissima società, affinché possiamo insegnare loro che la vita è meravigliosa se vissuta con gli altri, affinché possiamo far comprendere che le difficoltà sono parte della vita e vanno affrontate perché anche la fatica ha un valore e sopra ogni cosa affinché possano imparare a vederti e ad incontrarti in ogni fratello e in ogni piccolo gesto che segnerà la loro vita.

Grazie

Chiara e Enrico

Il Signore vuole fare cose meravigliose

Classe 1993, di Provaglio d’Iseo, don Nicola Ghitti ha prestato servizio a Zanano, Castegnato, in Seminario minore, a Roè Volciano e a Quinzano d’Oglio. Sabato 8 giugno è stato ordinato sacerdote dal vescovo Pierantonio

Un’infanzia felice vissuta fra la scuola e la parrocchia di Provaglio d’Iseo, dove ha fatto il chierichetto, l’incontro con l’Azione Cattolica dei ragazzi e una curiosità smisurata nei confronti del mondo del seminario. È con queste premesse che don Nicola Ghitti, nato a Brescia l’11 marzo 1993, ha pronunciato il suo “per sempre”, sabato 8 giugno in Cattedrale.

Il cammino di discernimento l’ha portato a varcare la soglia del seminario nel 2012. Da allora, ha prestato servizio in diverse realtà: Zanano, Castegnato, Prefetto in Seminario Minore, Roè Volciano e diacono a Quinzano d’Oglio. Il percorso di maturazione che lo ha portato a fare il suo ingresso in Seminario è stato “lineare”, “un’idea maturata nel tempo”. Comunicare la decisione ai genitori, però, non è stato facile. Sin dalla giovane età aveva esplicitato il suo desiderio: “Sapevo – ha sottolineato – che non erano molto d’accordo. All’epoca dovevo iniziare la prima superiore. Proseguii, però, a coltivare la mia vocazione continuando a fare il chierichetto, frequentando l’Acr”. Negli anni il percorso di discernimento proseguiva, nel ruolo di ministrante: “Facevo ancora il chierichetto e spesso mi chiedevo se fosse questo quello che il Signore voleva da me: trasformare il piccolo servizio nel significato di tutta una vita”. Terminate le superiori, il Liceo scientifico Antonietti a Iseo, ha potuto coronare il sogno di entrare in seminario. La ritrosia iniziale di mamma e papà, con il tempo, era infatti andata trasformandosi: “Anche nei miei genitori – ricorda – era maturata la volontà di lasciarmi libero di scegliere. Del resto è bastata la pazienza. La mia vocazione è stata l’occasione, anche per loro, di intraprendere un cammino di fede”. Perché a nostro figlio viene in mente una scelta simile? Cosa può esserci di così forte e attrattivo? Erano queste le domande che albergavano in loro. “Si sono quindi messi un po’ in discussione, riavvicinandosi alla fede. Oggi sono entusiasti della mia scelta”.

Cosa lo attraeva della vita sacerdotale? “Ero in seconda media – racconta – e durante un campo scuola per chierichetti, un sacerdote, don Daniele Faita, padre spirituale del Seminario minore, mi chiese se avessi l’intenzione di entrare in Seminario”. Era una domanda diretta quella che gli venne posta: “Probabilmente mi aveva visto particolarmente attento, con un interesse maggiore rispetto a quello degli altri. Del resto io continuavo a fare domande sulla vita in seminario, sul cosa significasse essere sacerdote. Lui non ha fatto altro che cogliere il mio interesse ed esplicitare quella fatidica domanda alla quale non potevo che rispondere affermativamente”. Don Nicola ha quindi proseguito a frequentare il “Piccolo Samuele”, un cammino di orientamento e accompagnamento vocazionale, per ragazzi dalla V elementare fino alla III media. Da allora sono passati diversi anni, un periodo accompagnato da una presenza costante a cui guardare, quella di San Giovanni Bosco. La sua pedagogia era attenta ai giovani nella loro interezza. Erano importanti i momenti di gioco e di svago. Del resto nelle case salesiane non può mancare lo sport, la ricreazione movimentata e chiassosa. Viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione. “Amate le cose che amano i giovani” ripeteva ai suoi ragazzi. Ed è questo uno degli aspetti che attraevano don Nicola, soprattutto dopo aver visitato i luoghi dove don Bosco operò, lasciando segni indelebili: “Mi ricordo che abbiamo fatto un viaggio a Valdocco con la parrocchia. Mi aveva colpito molto l’ambiente. Penso alla grande Basilica, al cortile, alla serenità che permeava l’aria. Mi sono così immaginato la vita di questo santo con i suoi ragazzi. San Giovanni Bosco era una figura molto attenta ai ragazzi, alle loro necessità, ma soprattutto alla loro fede, alla loro crescita spirituale. Non si preoccupava solo di farli giocare. Il gioco era un mezzo per portarli a Dio. È un aspetto che mi ha molto colpito. Spero, per quanto il Signore mi renderà capace, di poter fare ugualmente”. L’altra figura a cui don Nicola guarda con particolare attenzione è il capolavoro educativo del sacerdote di Castelnuovo d’Asti, San Domenico Savio, “un altro grande Santo”.

Fra le esperienze che hanno segnato indelebilmente il cammino di don Nicola figurano “le attività con l’Azione Cattolica. Ho sempre fatto l’educatore, preparando i bambini a ricevere i sacramenti. Sono rimasto molto legato all’AC, alla sua dimensione diocesana”. Il gruppo parrocchiale e le sue proposte hanno accompagnato il suo cammino di discernimento.

La vita è fatta di incontri e di esperienze. Così è stato anche per don Nicola che lungo il suo cammino ha trovato figure carismatiche che gli hanno indicato la strada da percorrere, a partire dagli uomini di Chiesa della diocesi bresciana. “Tanti sacerdoti hanno influito sulla mia formazione. La Chiesa diocesana è ricca di tanti bravi sacerdoti”. Alcuni di loro, in particolare, gli sono rimasti impressi nella memoria per il loro operato: “Non posso non citare il curato della mia infanzia, don Giuliano Massardi, oggi parroco di Villa di Erbusco. Mi ha accompagnato durante tutta la mia giovinezza. Ricordo i tanti anni di collaborazione, la presenza in oratorio, i campi scuola. Poi, una volta giunto in seminario, ho conosciuto don Mattia Cavazzoni. Con lui ho servito per due anni nella parrocchia di Castegnato, ritrovandolo poi in Seminario minore. Dei sette anni di Seminario, 3 li ho fatti con lui. È stata una parte considerevole della mia vita. Il suo modo di essere sacerdote e la sua presenza in oratorio mi hanno aiutato molto. Del resto era sempre disponibile per tutti”.

Se gli si chiede che tipo di sacerdote vorrebbe essere, se c’è un aspetto pastorale a cui tiene particolarmente, la risposta di don Nicola è lapidaria: “ Vorrei essere sacerdote e basta. Mi piace stare fra la gente, con tutte le gioie e le sofferenze che la nostra gente vive. È così che si sperimenta la vita cristiana, quella più semplice ma anche quella più vera”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto, figura “l’esperienza bellissima del Seminario minore. Non è di certo un campo scuola perenne, ma per molti aspetti tende a sembrarlo. Mi ricordo la bellezza della collaborazione fra noi educatori, il modo tutto particolare che hanno i ragazzi di esprimere il loro affetto attraverso scherzi talvolta stupidi. Sono trovate che magari, al momento, ti fanno arrabbiare, ma poi, ripensandoci, sono un bel ricordo da portare nel cuore”.

Nei giorni precedenti all’ordinazione sacerdotale, la gioia e la serenità che lo pervadono derivavano dalla certezza di fare la volontà del Signore. Don Nicola ne è convinto. È uno stato d’animo, il suo, che traspare dallo sguardo: “È lui – chiosa – che mi ha guidato sino a qui. Lo faccio con la consapevolezza e la certezza che questa è la sua volontà. È qui che risiede la fonte della serenità che mi ha accompagnato verso un passo così decisivo. Non sono mancate ovviamente un po’ di ansie, ma sono quelle che ci portiamo dietro un po’ tutti, quotidianamente. Non sono niente rispetto alla gioia di dire che tutto ciò che sto facendo è rivolto al Signore. Questa è la Sua volontà. Il Signore vuole compiere delle meraviglie con tutte le nostre vite”.

Ora, Signore, manda il tuo Spirito che ci rinnovi

Una riflessione in margine all’esperienza degli esercizi spirituali del 12/15 marzo 2019

Gli esercizi spirituali vissuti insieme con le tre comunità di Milzanello, Porzano e Leno sono state una vera ventata dello Spirito; un’ottima occasione per fermare il ritmo quotidiano, stare “faccia a faccia” con il Signore, ascoltare e diventare più famigliari con la sua parola ed intensificare il cammino quaresimale.

Coloro che hanno proposto la lectio dei testi biblici mi hanno aiutato a penetrare in profondità la Parola, gustare la dolcezza del suo messaggio, riscoprire la pregnanza di alcuni passi biblici meno noti e a trovare spunti nuovi per la mia vita.

La partecipazione è stata consistente, ma soprattutto sentita e vissuta con grande intensità in tutti i momenti che hanno scandito gli incontri delle quattro serate. Il momento dell’accoglienza mi ha aiutato a sentirmi in famiglia e mi ha preparato a vivere l’esperienza in spirito di comunione. Il momento dell’ascolto è stato caratterizzato da un silenzio attivo e accogliente. Lo spazio del silenzio personale dopo l’annuncio mi ha permesso di lasciar penetrare la Parola ascoltata come una pioggia leggera che penetra gradualmente e feconda la terra. La condivisione mi ha sollecitato ad aprirmi con fiducia a Dio e ai fratelli per offrire e ricevere ulteriore ricchezza dalla Parola. Mi pare che la struttura degli incontri e la scansione dei tempi sia stata proprio indovinata e abbia aiutato a rendere positiva la proposta.

Un tempo ricco di grazia di cui sono riconoscente a Dio e alla comunità. Ora chiedo allo Spirito Santo che faccia maturare in me e nella comunità i frutti di bene che il Signore si attende.

Alessandro

Grammatica italiana insieme al Signore!

I brani della Parola di oggi, infatti, possiamo semplificarli coniugando il verbo amare al presente, al futuro e anche all’infinito!

Proviamo insieme il presente, che troviamo nel salmo di oggi:

io amo, tu ami, egli ama, noi amiamo, voi amate, essi amano.

Rispolveriamo anche il futuro, che troviamo nella prima lettura  e nel Vangelo:

io amerò, tu amerai, egli amerà, noi ameremo, voi amerete, essi ameranno.

Nella seconda lettura, quella agli Ebrei, troviamo invece il verbo amare all’infinito, ma non l’infinito come lo insegnano a scuola, l’infinito di Gesù: AMARE da sempre, oggi e per sempre.

Già, perché così dice la Lettera agli Ebrei : ”Egli, una volta per tutte ha offerto se stesso”. Qui si parla di Gesù che non è venuto sulla terra per insegnarci a fare sacrifici a Dio. Gesù ha dato tutto per amore. Gesù ha amato così tanto ognuno di noi da dare tutta la sua vita e ha tanto amato il Padre da offrirgli tutta la sua vita. Questo Amare di Gesù è amare all’infinito!

Se abbiamo capito questo e cerchiamo di metterlo in pratica, ci sentiremo dire da Gesù quello che nel Vangelo di oggi abbiamo sentito dire dallo scriba: “ Non sei lontano dal regno di Dio”.

Che bello! Che felicità!

Perché il Regno di Dio, quello che invochiamo ogni volta che preghiamo con la preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre Nostro, è il Regno dove continuamente si coniuga il verbo AMARE  e dove, per chi AMA, il premio è essere FELICE! Lo ha detto Dio a Mosè e a tutto il popolo d Israele; lo abbiamo sentito nella prima lettura: “ Ascolta, Israele, amerai.. perché tu sia felice”.

Ma noi preghiamo così: “ Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo e così in terra”. Quando nell’eternità saremo con Dio, ameremo come Lui e sarà facile perché saremo con Lui.

Ma il suo Regno è già qui, oggi! Noi, nella nostra vita di tutti i giorni, dobbiamo coniugare il verbo AMARE.

Ross

“Istituiamo una scuola al servizio del Signore”

La Regola, Benedetto l’ha adattata con saggezza e discrezione al mondo latino.  Essa apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana.

In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura della Parola di Dio e la lode liturgica, alternate con i ritmi del lavoro in un clima di intensa carità fraterna e di servizio reciproco. Insomma: Egli non fonda un “ordine”, ma famiglie di monaci, cioè singoli monasteri con a capo, come padre, un monaco che egli chiamerà “abate”, nome biblico.

Dal Prologo all’ultimo capitolo della sua Regola, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci, ma soprattutto li ama. Il suo stile è calmo e sereno, come un vero discorso familiare fin dalle sue prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama…” (Prologo, 1).

Perché Benedetto fa questo e dice questo? Perché egli conosce molto bene il Vangelo; conosce molto bene Gesù e lo ama sopra ogni altra realtà.

Infatti, poiché ha voluto incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (Lc 1,26-38) e un padre (Mt 1, 18-25).  Se nel grembo di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato a diventare uomo. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della famiglia di Nazareth un focolare di umanizzazione del Figlio di Dio (Lc 2,51-52). L’incarnazione del Figlio di Dio ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, l’accompagna, che l’ama e collabora nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che lo rendono veramente “persona umana”.  Così coloro che vogliono dedicarsi totalmente a Dio Padre, che vogliono “amarlo sopra ogni altro”, hanno bisogno di una Famiglia dove imparare e maturare tutto questo; questa Famiglia-scuola è il Monastero. 

Già questo primo approccio con la Regola benedettina, ci mostra la grandezza di san Benedetto e ci dice come egli ami la vita di famiglia, amore attinto dalla propria famiglia. Egli sa che Gesù è in famiglia dove ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha imparato a dare a Dio il primo posto; è in famiglia che Gesù, cosciente d’essere Figlio di Dio, ha voluto inserirsi per crescere, come uomo, “in età, sapienza e grazia”.

Per questo Benedetto non ha fondato un “ordine”, ma una famiglia, dove tutti sono fratelli, curati da un padre che li ama. Ma da tutto ciò perché le nostre famiglie non imparano? Perché non conoscono più il Vangelo come lo incarna la Regola del santo Padre Benedetto?

Perché oggi la famiglia vacilla?

I genitori si separano, non tengono più fede alla promessa di fedeltà fatta davanti agli uomini e a Dio? Per questo, vedremo, che Benedetto ha fatto un grande dono ai suoi monaci per essere per sempre fedeli, sperando, che da questo dono le famiglie apprendano e lo facciano proprio per essere luoghi di serenità, amore, bellezza, stabilità e santità. Vivi per gli altri, con gli altri, e ritornerai a vivere. 

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il Signore è la nostra parte di eredità

Dall’udienza nella primavera del 1978 alla conoscenza di Montini attraverso le carte dell’Istituto. Leggi la testimonianza del Presidente dell’Istituto Paolo VI

Nella primavera del 1978, insieme a un gruppo di studenti liceali del Seminario di Brescia, ho avuto la possibilità di fare un viaggio a Roma. Durante i giorni del soggiorno romano abbiamo partecipato all’udienza generale del mercoledì. È stata per me quella l’unica occasione di un incontro diretto con Paolo VI, seppure a una certa distanza e condividendo l’incontro con le migliaia di pellegrini che affollavano l’Aula oggi intitolata al papa bresciano. Di quel momento conservo un ricordo vivo. È rimasta impressa nella mia memoria anzitutto l’immagine dell’ingresso del papa nell’aula delle udienze sulla sedia gestatoria, a causa della difficoltà a camminare che si era aggravata negli ultimi mesi di vita di Paolo VI.

Ricordo anche l’emozione di trovarsi di fronte al pastore della chiesa che da giovani seminaristi avevamo imparato a conoscere e ad apprezzare per la limpidezza dell’insegnamento e la generosità del servizio alla Chiesa in un’epoca storica complessa e tormentata come quella degli anni successivi al Vaticano II. Ricordo infine il saluto che al termine dell’udienza Paolo VI aveva rivolto al Seminario della sua diocesi d’origine, esortandoci a camminare con perseveranza sulla via intrapresa e a non dimenticare che “il Signore è la nostra parte di eredità”.

Quei giorni trascorsi a Roma alla fine di aprile del 1978 furono segnati da un clima pesante che gravava su una città in stato di assedio, nella quale di lì a poco si sarebbe compiuto l’epilogo del sequestro Moro. Della partecipazione di Paolo VI al dramma di Aldo Moro e dell’Italia avevamo notizia dai giornali che riferivano delle iniziative tentate per ottenerne la liberazione.

L’intensità con cui il Papa era coinvolto nella vicenda si avvertiva chiaramente dai riferimenti alla sorte di Moro che ritornavano nei discorsi domenicali all’Angelus e che noi stessi avevamo potuto ascoltare in Piazza san Pietro. Ma è stata soprattutto la preghiera di Paolo VI nella basilica di san Giovanni in Laterano in occasione delle esequie di Aldo Moro che ha destato una profonda impressione, un’impressione che si rinnova ogni volta che si riascoltano queste parole. Paolo VI infatti attingeva alle antiche parole della Scrittura per chiedere a Dio ragione di una preghiera che non era stata esaudita e, al tempo stesso, si faceva voce di un popolo ammutolito e senza parole per la tragedia che si era consumata.

Le parole del credente e del pastore che chiedevano con insistenza a Dio di ascoltare la preghiera assumevano così al tempo stesso un grande valore civile perché si facevano interpreti dell’invocazione di un popolo e, insieme, indicavano nel rispetto per la vita e nel ripudio della violenza le condizioni irrinunciabili per ogni convivenza umana. Se l’incontro con Paolo VI nella primavera del 1978 è avvenuto negli ultimi mesi di vita del papa bresciano, la collaborazione con l’Istituto Paolo VI iniziata alcuni anni dopo mi ha messo a contatto con i documenti della fase iniziale della vita di Giovanni Battista Montini e con il periodo della sua formazione bresciana. L’incontro con il giovane Montini è stato naturalmente mediato dagli scritti e dai documenti relativi al tempo della sua formazione e ai primi anni del suo ministero. Questi scritti restituiscono però con grande freschezza le sue riflessioni, le esperienze fatte e i progetti per il futuro da lui coltivati.

Le lettere e gli scritti giovanili sono particolarmente importanti per conoscere l’animo del futuro papa perché in essi egli si esprime con grande libertà, ancora privo dei condizionamenti istituzionali che nelle stagioni successive gli incarichi via via assunti porteranno con sé.

Colpisce in particolare negli scritti del giovane Montini la passione per l’annuncio del vangelo che traspare, ad esempio, dalla critica severa rivolta ai metodi e ai linguaggi seguiti dall’apologetica del tempo: le parole sono incomprensibili, gli argomenti non convincono e l’insegnamento cristiano, pur formulato in modo concettualmente rigoroso e ineccepibile, non riesce a fare breccia nella coscienza contemporanea, in particolare in quella dei giovani. A questa incomunicabilità non ci si può rassegnare, ma bisogna porre rimedio cercando anzitutto di comprendere i linguaggi e il pensiero della modernità, così come esso trova espressione nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. Affonda le radici in questa sensibilità maturata negli anni giovanili l’importanza attribuita al dialogo che molti, con buoni motivi, indicano come caratteristica dello stile pastorale di Montini.

Non è un caso che il dialogo sia proposto come uno dei cardini dell’azione della Chiesa nell’enciclica Ecclesiam suam nella quale Paolo VI delinea il programma del suo pontificato.

Siate pellegrini sulla strada dei vostri sogni

Queste sono le parole che Papa Francesco ha rivolto ai pellegrini del Sinodo dei Giovani dell’11 e 12 agosto. Ci ha esortati a sognare in grande, a creare un progetto di vita che comprenda non solo noi stessi e che porti pace. 

Sognare spesso non è facile e per farlo abbiamo bisogno di speranza: affidarci a Dio e porre i nostri desideri nelle Sue mani ci dà la forza di rischiare e proseguire sulla nostra strada, senza accontentarci delle comodità di tutti i giorni. Abbandonare la tranquillità costa sforzo e ci fa paura, per questo Papa Francesco ha invitato noi giovani ad “alzarci dal divano” e camminare con Dio per realizzare i nostri sogni.

Abbiamo accolto la proposta del Papa e iniziato il pellegrinaggio verso Roma il 9 agosto; durante il viaggio abbiamo faticato, ma il percorso ci ha permesso di capire che con un po’ di determinazione e un buon gruppo di amici si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Nel corso del cammino siamo stati ospitati prima a Ronciglione con gran gentilezza e disponibilità, quindi abbiamo proseguito a piedi per 25 kilometri verso Trevignano. Da qui abbiamo raggiunto il Circo Massimo dove abbiamo condiviso un momento di preghiera e di riflessione con Papa Bergoglio. Durante la notte tra l’11 e il 12 si è svolta la Notte Bianca della Fede, che offriva la possibilità di visitare varie chiese di Roma partecipando a esercizi di spiritualità. 

La domenica mattina tutti i pellegrini si sono riuniti in Piazza San Pietro per assistere alla Santa Messa e all’Angelus, in cui il Papa ci ha esortato a essere coerenti con il nostro credo facendo del bene sulla strada verso i nostri desideri.

Alla fine di questo pellegrinaggio, quindi, ci auguriamo di realizzare i nostri sogni e di continuare a “camminare nella carità e nell’amore”.

Emma e Gaia

Guarda la galleria:

Pellegrinaggio a Roma 2018

Affido al Signore il mio nuovo servizio

Le prime parole del nuovo Vicario generale mons. Gaetano Fontana dopo la nomina annunciata il 16 maggio in Episcopio dal vescovo Tremolada

Mons. Gaetano Fontana, 61 anni, dal 2010 abate di Montichiari, è il nuovo vicario generale e apre idealmente la “squadra” degli altri sette viari episcopali annunciati il 16 maggio dal vescovo Tremolada. Originario della parrocchia di Verolanuova, è nato l’1 marzo del 1957. È stato ordinato sacerdote nel 1988. La sua prima destinazione sacerdotale è stata Pisogne, dove è rimasto come curato dal 1988 al 1997. È stato poi a Chiari, sempre come curato, dal 1997 al 2002, anno in cui è stato nominato parroco di Cologne. All’ombra del Monte Orfano è rimasto sino al 2010, quando è stato nominato parroco di Montichiari; dal 2012 ha assunto anche la guida della parrocchia di Vighizzolo. Dal 2017 è parroco anche di Novagli e assistente ecclesiastico dell’Associazione Laicale Piccole Apostole.

Con le sue prime parole da vicario generale, cercando di tenere a bada l’emozione, mons. Gaetano Fontanaha voluto ringraziare il vescovo Tremolada per l’apertura di credito nei suoi confronti, e il suo “predecessore” mons. Gianfranco Mascher per un dono significativo fattogli poco prima: una piccola icona da viaggio del 1865 che ha accompagnato la vita di tanti sacerdoti.  Mons Mascher, che la ricevette in occasione della sua nomina a vicario generale, gliene ha fatto dono, quasi a suggellare un passaggio di consegne “nella fede” nell’importante servizio per la Chiesa bresciana.

A margine del momento dell’ufficialità della nomina, il nuovo vicario generale non nasconde più la sua emozione. “Sto vivendo un duplice sentimento – è la risposta di mons. Fontana – . Da una parte, infatti, sento la grande gioia che deriva da questa possibilità di mettermi a servizio della Chiesa bresciana, insieme alla gratitudine per la fiducia che il vescovo Tremolada ha riposto nella mia persona. C’è anche, però, un senso di inadeguatezza a cui cercherò di rispondere con un sì forte dell’affidamento nel Signore che mi chiama a questo nuovo servizio”.

Anche il nuovo vicario generale, come gli altri vicari nominati dal Vescovo, arriva a questa nuova responsabilità dopo avere servito la Chiesa bresciana in parrocchia, prima come curato e poi come parroco. Quella del Vescovo, dunque, è stata una scelta precisa… “Beh – risponde il nuovo vicario generale che per qualche mese dovrà dividersi con la guida della parrocchia di Montichiari – la storia di ogni sacerdote è frutto del suo vissuto, che nel mio caso è rappresentato da 30 anni di servizio alle parrocchie. Le esperienze vissute a Pisogne, Chiari, Cologne e Montichiari (le comunità in cui mons. Fontana è stato curato e parroco, ndr) mi hanno formato e mi hanno consentito di vivere appieno la bellezza dell’essere sacerdote. In questo servizio, così come i confratelli nominati vicari, sono cresciuto nella fede come uomo e come prete e questo rappresenta un prerequisito importante per rispondere sì a ogni nuova chiamata”.

Annunciando i nuovi vicari episcopali, il vescovo Tremolada ha ricordato che queste nomine si collocano nella prospettiva della sinodalità. È una indicazione che ha reso meno gravoso rispondere “sì” a questa chiamata?
“Assolutamente sì, perché avere piena coscienza di cosa significhi vivere la sinodalità aiuta a stare lontano dal rischio di sentirsi delle monadi o persone che sono in grado di fare tutto da sole. È uno stimolo costante a sperimentare la bellezza del compartecipare alla stessa realtà di Chiesa, e a servirla per il suo bene, così come il vescovo Tremolada, sin dal giorno della sua nomina a vescovo di Brescia non ha mai mancato occasione di ricordare”.

Se tu non mi parli Signore, io non son capace di incontrarti

30 aprile 2017

Credo che la ricchezza della Parola che abbiamo ascoltato, che è Parola di Dio, ci convince ancora una volta che tutto  è dono, tutto è grazia. Se noi siamo qui oggi, intorno alla mensa della Parola e dell’Eucarestia, e ci sentiamo famiglia dei figli di Dio, e sentiamo il bisogno di Lui nella nostra vita, è perché anche questo desiderio ha messo dentro di noi Lui. come dono, perché possiamo vivere al meglio la nostra esistenza terrena, e poi raggiungere la vita definitiva. San Pietro ci dice questo: voi per opera sua credete in Dio, perfino la nostra fede, il fatto che noi possiamo credere, è un dono suo. Noi non sapremmo dire Gesù è il  Signore, noi non potremmo riconoscere nei segni sacramentali la sua presenza, se non perché Dio in Gesù e nello Spirito opera in noi e ci rende capaci di professare questa fede nella sua presenza non solo a parole, ma essendo intimamente convinti di quel che facciamo e di quel che diciamo.

Essendo intimamente convinti che al di là dell’impossibilità di toccare con mano una presenza fisica, noi abbiamo la certezza che Gesù è qui in mezzo a noi, e ci parla, ci ascolta, ci sollecita, con le sue domande, ispirazioni, mediante lo Spirito, e ci dà la forza e il coraggio di invitarlo nella nostra vita, perché possiamo vivere di lui. E poi ci dona la capacità di contemplare quell’evento che tra poco avverrà sull’altare, di trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù il vivente, che poi nella comunione eucaristica si dona a noi. E noi diremo quando ci sarà dato il corpo di Cristo, risponderemo “Amen!”, che vuol dire è vero, lo riconosco, è il mio Signore. E tutto questo perché Gesù come ha fatto con i primi apostoli, fa anche con noi. La sera di quello stesso giorno, cioè il giorno della Pasqua. Quella Pasqua che poi si ripete per noi ogni settimana, la Pasqua settimanale, la domenica, quando il Signore ci porta qui come comunità cristiana, ci spiega le scrittura, ci aiuta a leggere i segni della Sua presenza e a riconoscerlo come il nostro Signore. E poi ci invita alla mensa dell’eucarestia, e lì noi lo riconosciamo come i due discepoli di Emmaus mentre benedice, spezza il pane e ce lo dona, e lui sparisce. Sparisce dentro di noi però. Non va lontano, e noi continuiamo a credere alla sua presenza perché siamo certi che è con noi, come han fatto i discepoli di Emmaus, i quali dal momento in cui l’hanno riconosciuto nello spezzare il pane non lo vedono più. Ma non importa più di vederlo con questi occhi, perché ormai la fede ha confermato loro la sua presenza.

Non è più il Dio fuori, ma è il Dio con noi. É il Dio che illumina le strade del buoi dell’umanità. Lo illumina con la sua presenza, il buio del nostro peccato, il buio del nostro egoismo, il buio della nostra tristezza. Lui è dentro di in per illuminare questo buio e rendere la nostra vita più vera, più simile alla sua. E ancora una volta è tutto un dono. Noi non riusciamo a conquistare la fede, non riusciamo nella nostra ricerca ad incontrare il Signore, se Lui non ci dona la fede e non si fa incontrare. Sant’Agostino in questo era profondamente convinto. Se tu non mi parli Signore, io non son capace di incontrarti. E posso ascoltarti solo perché so che tu mi parli. Credo che anche noi dovremo fare più esperienza di tutto questo, imparando ogni giorno ad aprire gli occhi della fede e ringraziare Dio per tutto ciò che siamo ed abbiamo, perché è tutto dono suo. Perfino il male, le difficoltà, diventa dono nel senso che Lui, se noi vogliamo, entra in queste realtà della nostra vita e ci aiuta a farle diventare esperienza che ci conduce al bene. Dio, lo dice anche Paolo, sa tirar fuori il bene anche dal male. Ma è necessario che noi riconosciamo la sua presenza nella nostra vita, diversamente non riusciamo a cogliere queste esperienze così grandi. E allora lasciamoci inondare da questa presenza di Gesù. E allora, come abbiamo pregato nella colletta iniziale, troveremo che al di là dei nostri anni, noi ci sentiremo dentro davvero giovani, perché chi vive nella fede di Gesù non invecchia. Il suo cuore rimane giovane, e la sua esistenza diventa continuamente un canto alla vita che è Dio Signore che vive dentro di noi. Allora potremo, come i due discepoli, uscendo dall’incontro col Signore, portare a tutti la gioia dell’incontro. E coloro che ci incontrano in noi riconoscono delle persone trasformate.

Questi due scappavano da Gerusalemme, dalla fede, dall’incontro con Gesù, ritornavano al peccato di prima, negando tutta l’esperienza che han fatto con Gesù. Capita anche a noi di voler rinnegare tutto quello che siamo e abbiamo ricevuto di fede, di doni spirituali, magari per conquistare un pezzo di terra in più, una casa in più, o per aumentare il conto corrente. Siamo capaci anche di rinnegare i doni che abbiamo avuto, ma questo ci rende tristi. E allora davvero noi che ci incontriamo col Signore la domenica, e lo riconosciamo nella parola e nello spezzare il pane, abbiamo il coraggio nell’uscire di chiesa e ributtarci  nella vita quotidiana, di manifestare la nostra gioia di essere cristiani, la volontà di convertirci, di vivere la vita convertita o comunque una vita fatta di momenti di conversione. Allora diventeremo per gli altri sacramento di Gesù, cioè segno efficace della sua presenza, e gli altri diventeranno per noi sacramento di Gesù, segno efficace della sua presenza. E questo soprattutto nella nostra famiglia, dove è più difficile vedere in colui che ci è sempre accanto, Gesù che dice “io sono accanto a te”.