Cosa significa avere fede in Dio come coppia di sposi?

Vogliamo proporre alle nostre famiglie alcune riflessioni scritte da don Renzo Bonetti, esperto di pastorale familiare e presidente della Fondazione Famiglia Dono Grande, da anni impegnato al servizio delle famiglie tramite il progetto Mistero Grande.

Usando le parole di Benedetto XVI: “Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico. Il matrimonio come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene da Dio Uno e Trino, che in Gesù ci ha amati d’amore fedele fino alla croce”. Cosa significa nella vita quotidiana “aver fede”? Aver fede, credere in una persona, significa fidarsi di lei, poterci contare al 100%. Si vivono sentimenti di questo genere tra i coniugi, tra genitori e figli (e viceversa). Anche il salmista (Salmo 130) parlando di abbandono nel Signore usa le parole: “Come un bimbo in braccio alla madre”. E trovarsi accanto persone di cui fidarsi è un grande dono. La persona fidata ascolta, consiglia, aiuta nel bisogno. Inoltre  non la speranza, qualunque speranza, pone la sua radice nella fede, nella certezza che qualcosa che non vediamo  possa accadere.

Cosa significa avere fede cristiana?

Significa scoprire di avere il dono del Signore Gesù. È Lui la persona di cui mi posso fidare ciecamente, che fa il mio bene, che mi ama al 100%. È Lui che mi fa conoscere l’amore del Padre e mi dona lo Spirito Santo.

Da lui, Gesù di Nazareth vivo e risorto, mi posso far consigliare, istruire, guidare.

Il Signore Gesù è una persona quindi da scoprire e necessariamente da accogliere per poter sperimentare quanto valga la pena affidarsi totalmente a Lui. Per rendere ancor meglio questo aspetto possiamo usare una situazione che può accadere in ambito familiare. Un papà straordinario, capace di cose straordinarie per i propri figli, molto preparato per accompagnarli nella crescita per ottenere il meglio di loro; ma se quel padre non è accolto e stimato dal figlio, se quest’ultimo non legittima il papà ad essere voce autorevole, meritoria di essere ascoltata, escluderà questa voce dalla sua vita seguendo solo quella degli amici che lo invitano ad essere libero dai condizionamenti. Il figlio perderà un’occasione (magari unica) per diventare grande. Il dono c’è stato, ma per mancanza di fiducia, non è stato accolto dal figlio. Quindi, potremmo anche dire, che la Fede è il terreno in cui avvengono gli scambi di doni tra noi e Dio (e se non solchiamo questo territorio, non potremmo mai gustare i suoi doni).

Fede non significa sommessamente piegarsi alla potenza di un Dio forte che schiaccia bensì accettare di metterlo al di sopra della nostra intelligenza e volontà perché possa guidare il nostro agire. È lasciarsi andare, anche oltre la nostra persona, riconoscendo in Gesù un amore così grande per cui valga la pena metterci in fedele ascolto del Consigliere.

Alla luce della fede qual è l’identità degli sposi?

Gli sposi, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Sacramento del Matrimonio, sono riflesso dell’amore Trinitario. E questo indipendentemente dai loro tradimenti, dalle loro discussioni, dai loro difetti. Essi hanno infatti lo stesso amore Divino Trinitario per loro e “per tutti”: sono pertanto anche chiamati a diffondere questo amore a quanti incontrano. Gesù, anche dietro al fango che può offuscare e sommergere la peggiore delle coppie, vede la presenza di quell’Amore che dice Trinità. Privi di questa consapevolezza, è improbabile lasciarsi andare nel donare oltre la propria casa e famiglia. Gli sposi, ogni giorno, devono riscoprire coscienza di questa “dignità divina”, del loro essere qui sulla terra riflesso di Dio Trinità, del loro essere ri-espressione del Gesù che ama fino a dare tutto per amore.

Cosa significa per gli sposi vivere questa nuova identità?

Per vivere il sacramento del matrimonio con fede gli sposi devono fare vita di coppia con Gesù, avere con Lui una unità tanto profonda da vivere ogni aspetto della vita coniugale con il Suo stesso Spirito. Lo Spirito Santo donerà pienezza d’amore ad ogni loro gesto e capacità di trasmettere l’amore di Dio. Gli sposi si ritrovano così famiglia per far famiglia più grande, famiglia Chiesa, con gli altri sposi ugualmente uniti profondamente a Gesù.

Cosa significa educare?

L’episcopato italiano per il decennio 2010-20 ha scelto come tema la questione educativa.

 “Noi non abbiamo bisogno di un’educazione!”, esclamano i Pink Floyd in Another break on the wall. Pur senza volerlo, emerge un doppio messaggio significativo in questo come in ogni manifesto della trasgressione: anche la non educazione è pur sempre un’educazione, e il ruolo dell’educatore rimane imprescindibile, perché i bambini imitano e ripetono  ciò che vedono fare dagli adulti.

Non c’è dubbio che le società occidentali attraversino una crisi di credibilità, più che di valori, di coloro che sono chiamati a trasmetterli. La crisi è soprattutto degli educatori, degli “adulti”; crisi infine dell’autorità.

Viviamo in una società dove sembra che tutto sia possibile indifferentemente; dove qualsiasi idea o stile di vita sembra avere lo stesso valore; dove i desideri sembrano diventare diritti e l’estetica sembra prendere il posto dell’etica.

L’educazione, dunque, oltre che indispensabile, è legata a un’assunzione di responsabilità, a una testimonianza, perché i valori si comunicano anzitutto con la vita, consentendo alla persona di poter a propria volta educare gli altri.

Cosa significa educare?

La parola “educazione” indica anzitutto la capacità di favorire e aiutare la crescita, portando alla luce la verità di se stessi.

Essere adulti ed essere maturi non significano propriamente la medesima cosa. Mentre la nascita biologica è un fatto ben preciso e osservabile, la nascita psicologica è il frutto di un lento e talvolta sofferto cammino cognitivo, psicologico e spirituale.

La persona affettivamente matura è quella che sa integrare la sua capacità riflessiva e intellettuale con le corrispondenti emozioni, in modo che le scelte compiute siano espressione concreta degli ideali proclamati.

L’educazione intellettuale come capacità di differenziare

L’esercizio stesso dell’apprendimento abilita infatti a compiere scelte e rinunce, perché l’intelligenza è selettiva (intus-legere) è capacità di leggere tra le righe, operando scelte.

“Che cosa cercate?” (Giovanni 1,38).

L’invito a fare chiarezza è alla base do ogni possibile scelta e decisione, imparare a dare un nome a ciò che egli sta cercando.

Un documento sulla situazione vocazionale in Europa rilevava proprio nella difficoltà a differenziare/decidere la radice dell’incertezza e del disagio propri di tanti giovani, pur generosi e capaci, ma smarriti, non perché privi di ideali, ma per la mancanza di educatori e di modelli: “l’Europa moderna sembra simile a un pantheon, a un grande “tempio” in cui tutte le “divinità” sono presenti, o in cui ogni “valore” ha il suo posto e la sua nicchia.

“Valori” diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti, senza una gerarchizzazione precisa. Risulta difficile, in tale contesto, avere una concezione o una visione del mondo unitaria, e diventa dunque debole anche la capacità progettuale della vita. Quando una cultura pone tutto sullo stesso piano, cade ogni possibilità di scelta progettuale e tutto diviene indifferente e piatto.

Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel gioco o nel dramma della vita, quasi dimissionari nei confronti di essa, smarriti lungo sentieri interrotti e appiattiti sui livelli minimi della tensione vitale.

La crisi, nelle decisioni e nelle scelte, è soprattutto legata a questa incapacità di riconoscere il desiderio profondo, ciò che davvero conta nella propria vita, e di essere disponibili a “pagarne il prezzo”, operando alcune rinunce.

L’importanza decisiva della famiglia

L’ambito familiare presenta in sede educativa compiti e possibilità insostituibili. La fiducia di fondo, cresce e si sviluppa anzitutto nella relazione genitoriale: “Spetta ai genitori assicurare loro la cura e l’affetto, l’orizzonte di senso e l’orientamento nel mondo. È proprio la differenza e la reciprocità tra il padre e la madre a creare lo spazio fecondo per la crescita piena del figlio.”

L’essere umano non è in grado di svilupparsi senza un ambiente favorevole, all’insegna del senso, dell’ordine, della fiducia e della stabilità.

L’importanza dell’ambiente familiare e della relazione genitoriale si mostra anche in negativo, qualora essa venga disattesa: molti figli, una volta adulti, non intendono ripetere la storia dei propri genitori, scegliendo forme alternative di vita insieme. In questi casi la motivazione primaria è per lo più negativa: al posto dell’ideale smarrito, c’è il tentativo di ridurre i rischi e i possibili danni, insieme alla paura di fallire.

Il cammino verso la maturità affettiva

Essere affettivamente maturi significa in primo luogo aver superato quella fase che Freud chiamava “principio del piacere”. Il principio del piacere non riguarda soltanto le espressioni apertamente sessuali, ma anche giustificazioni di altro tipo, più sottili ma non meno deleterie, legate al potere, ai ricatti affettivi, alla compiacenza, al non poter dire ciò che si pensa perché timorosi di essere esclusi dalla considerazione altrui. Il centro di tutto rimane comunque il soggetto e il suo bisogno di riconoscimento.

Un altro punto di valutazione è dato dal proprio carattere o temperamento di fondo. “Sono fatto così”, si dice spesso, come motivo sufficiente per non intraprendere inutili e frustranti tentativi di cambiamento. In realtà il vero elemento discriminante, come si è notato, è dato dal desiderio di migliorarsi, mettendo in conto il possibile costo.

Uno degli aspetti è l’educazione sessuale. La crescita di informazioni oggi a disposizione non ha certamente reso il giovane più maturo e responsabile.

Va inoltre chiarito un frequente equivoco: la sessualità, intesa come genitalità, può essere manifestazione privilegiata dell’affetto, ma non necessariamente. L’affettività può d’altra parte non avere espressioni sessuali, come è appunto il caso della vita consacrata e del celibato, ma trovare altre forme di espressione come le relazioni all’interno della vita comunitaria, i ministeri apostolici, l’amicizia. Per questo alla base di ogni vocazione, al matrimonio come alla vita religiosa, si richiede un atteggiamento affettivo fondamentale: la castità.

Che la castità consista nella capacità di vivere l’affettività come dono, alla base di ogni possibile vocazione, può trovare conferma nel fatto che lo smarrimento di questo spazio sacro mette ugualmente in crisi il celibato come il matrimonio: “la crisi del celibato e la crisi della vita di coppia sono comparse insieme. Difatti matrimonio e celibato sono due modi di vivere nella comunità cristiana che si sostengono l’un l’altro”.

Il punto di arrivo: la generatività

La crisi investe la capacità di trasmetterli in maniera significativa alle nuove generazioni, offrendo anzitutto un aiuto e un modello.

L’uomo e la donna diventano veramente adulti quando generano, dando vita a un essere distinto da loro che li continua nel tempo.

Al cuore dell’educazione sta la dimensione generativa umana, che è genesi e legame, relazione e riconoscimento, trasmissione e tradizione, responsabilità e fedeltà, interessamento e cura.

Generare implica un “lasciar andare”, non trattenere  preso di sé. Questo lasciare è anche alla base del compito educativo: rendere capace il figlio di autonomia e responsabilità.

Seguendo questa tendenza, la popolazione italiana dovrebbe passare da 55 a 20 milioni di abitanti alla fine del XXI secolo.

La crisi della generatività non emerge soltanto dal drastico calo delle nascite. Si pensi alla vita politica e sociale: sempre più di rado un uomo di governo, un leader,il fondatore di un movimento o di un’opera pubblica, si mostra capace di preparare qualcuno in grado di continuare la sua opera.

Esse si attaccano con morbosità al proprio incarico, al posto di comando, senza rendersi conto che è giunto i momento di “passare il testimone”. Anche questa è una sconfitta educativa.

Come recita un detto orientale: “Sappi fermarti un passo prima che un altro ti dica: basta! Sappi lasciare il posto a lungo occupato, prima che un altro ti dica: basta!”

Senza generatività, senza capacità di affidamento, anzitutto a Colui che regga la storia e conosce il cuore di ogni uomo, l’educatore cessa di essere tale per diventare concorrente, zavorra, ostacolo che rende difficile il cammino e impedisce il rinnovamento.

Il Matrimonio, ultimo simbolo di eternità

Che cosa significa sposarsi?

Il matrimonio non sembra godere di buona salute, anzi qualcuno già da tempo lo ha dato per spacciato. Negli anni ‘70 si era profetizzata la morte del matrimonio e della famiglia, vista come il simbolo dell’oppressione che penalizza la libertà dell’individuo.

Si tratta di un fenomeno che si estende al di là del periodo della contestazione legato al ’68, ma che esprime un malessere maggiore di cui il matrimonio e la famiglia sono probabilmente l’indicatore più significativo.

Come osservava E. Durkheim nel 1888, «la famiglia non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».

Ma che cosa significa sposarsi?

Sposarsi è inserirsi all’interno di una storia ci precede e che ci accompagna. È scrivere la propria storia all’interno di questa Storia più grande. Ogni matrimonio ha una dimensione pubblica, è un rito e una festa.

Matrimonio significa letteralmente matrismunus, il dono della maternità: la parte più intima e segreta di noi, la sessualità e l’affettività assumono nel matrimonio, una veste pubblica.

Gli sposi vi sono coinvolti come persone fisiche: non ci si sposa per fax (mentre invece oggi ci si può lasciare per fax o per sms) o semplicemente inviando una richiesta in carta bollata.

Il matrimonio rimanda essenzialmente a una richiesta di stabilità, di cui gli sposi sono portatori ma che, proprio come l’amore, l’amato, non si può possedere. Tuttavia, senza questa esigenza di stabilità e di fedeltà, non è possibile accedere a tale dimensione.

Non ha senso domandare alla persona: “vogliamo amarci per due anni?”.

 L’amore non conosce la scadenza come i prodotti del supermercato, anche se può morire: questo dice che non è la coppia la fonte e il criterio dell’amore, ma che esso è altro da loro, è una realtà più grande, con cui rimanere in comunione.

L’amore umano è segnato dalla tensione tra il presente e l’eterno, perché l’amore che gli innamorati si giurano vuol significare qualcosa di duraturo che sopravvive alla morte; ma un “amore eterno” “a termine” è una contraddizione che non può essere vissuta.

Questa tensione strutturale è la peculiarità del matrimonio, ma anche la sua debolezza, perché è un’esperienza di eternità nel presente, una freschezza che il trascorrere del tempo non può cancellare.

Dire a qualcuno “ti amo” è come dirgli “tu non morirai”.

In tal senso il matrimonio è stato definito l’ultimo simbolo di immortalità ancora accessibile all’uomo occidentale: la promessa di un impegno definitivo per amore di un’altra persona, che si vorrebbe sempre con sé, presenta una stabilità che offre riparo alla relazione, chiedendo però il sacrificio della propria libertà l’impegno della propria fiducia (espresso dagli anelli, chiamati con il termine significativo di fedi.

L’incontro fra il tempo e l’eternità può essere possibile soltanto se gli sposi sono disposti a giocarsi per questo rischio e vivere in pienezza tale esperienza, che richiede la fiducia, il dono totale di sé.

La crisi del matrimonio come crisi epocale

Collocata nell’odierno contesto di una società “liquida”, la crisi del matrimonio dice di una più generale crisi di civiltà, crisi di senso, di appartenenza, che nella generale instabilità si manifesta anche nel matrimonio.

Tale situazione di incertezza è un segno sintomatico dello stato di salute di una società, che mostra problemi più generali, come la stabilità e la maturità affettiva, la capacità di affrontare le difficoltà in genere.

La crisi del matrimonio esprime la crisi più grande dell’idealità e dell’identità: la si nota soprattutto nell’appiattimento generazionale, che vede adolescenti, giovani, adulti, anziani, genitori e figli spesso alle prese con i medesimi problemi affettivi.

È una crisi che manifesta in secondo luogo una grande paura del futuro, a motivo della precarietà che attraversa in maniera rilevante generazioni (Generazione mille euro, come recita un recente film italiano), che con sempre maggiore difficoltà trovano cosa di bello e di grande per cui valga la pena spendersi, anche per mancanza di modelli credibili.

Alcuni sintomi allarmanti di questa instabilità ci vengono presentati dalla parte più debole del matrimonio, che è a più sensibile: i figli.

Desta preoccupazione, ad esempio, il continuo aumento, nei bambini e negli adolescenti, dei disturbi dell’ alimentazione e del linguaggio, due aree in cui la dimensione affettiva e di comunicazione è fondamentale. Due disturbi che dicono di un disagio a livello somatico, un disagio che ancora essere stato colto nella sua gravità a livello di cura e trattamento psicologico, ma che manifestano un notevole senso di precarietà, «un senso di impotenza di fronte ai problemi della vita» come si esprime H. Bruch parlando dell’anoressia.

Un altro sintomo di tale disagio è la bassa natalità del nostro Paese, che presenta uno degli indici più bassi al mondo.

Il calo di natalità porta con sé altre conseguenze psicologiche levanti. Nelle famiglie italiane il figlio, quando c’è, è unico, anche per evidenti ragioni di tipo economico, dovute pure al mancato sostegno da parte dello Stato, che devolve pochissime risorse del suo bilancio per sostenere le famiglie in difficoltà.

 E il figlio unico è per lo più solo: “Il figlio unico raccoglie su di preoccupazioni, le aspirazioni e le frustrazioni dei genitori che non le possono distribuire equamente su più figli.

Ma, soprattutto, crescendo conoscerà solo il tratto “verticale” genitori-figli, e non quello “orizzontale” tra fratelli. Per quanti amici si potrà fare nella vita, questi non riusciranno mai a compensare il buco della “socializzazione primaria” che avviene tra fratelli, mangiando insieme, dormendo nella stessa stanza, mescolando intimità che non si possono condividere con gli amici. Tutto ciò crea premesse per una socializzazione difficile.

 La responsabilità di cui inconsciamente sono investiti da parte dei genitori rende questo figlio ansioso se, pur volendolo, non riuscirà a corrispondervi, oppure depresso se già da subito intuisce di non poter corrispondere.

Forse per questo la depressione investe ormai in Italia un bambino su cinque e, guarda caso, quel bambino è quasi sempre figlio unico” (U. Galimberti da La Repubblica del 19 aprile 2001)

Ma è soprattutto a motivo di un’incresciosa esperienza vissuta in famiglia che molti figli, una volta adulti, non intendono ripetere la storia dei propri genitori, scegliendo forme meno traumatiche di vita insieme.

L’unicità del legame matrimoniale

Con il matrimonio l’umanità ha elaborato nel corso dei luoghi e delle culture più diverse, una forma di legame stabile che nulla può uguagliare. Il fatto che sia difficile trovare alternative a questo tipo di unione dal punto di vista terminologico, dice che esso non può una mera tradizione e consuetudine storica, d’altronde attestata nelle culture di tutti i tempi.

Le stesse convivenze, pur in aumento, non costituiscono una possibile alternativa, perché mostrano una fragilità a maggiore: questo tipo di unione registra infatti uno scioglimento del legame dieci volte superiore al matrimonio. E un tipo di unione in cui si è smarrita la dimensione dell’eterno propria dell’amore, per farne un contratto a tempo. La convivenza prematrimoniale non è una garanzia di lunga durata dell’unione, anzi essa sembra favorirne lo scioglimento perché considera l’avvenire coniugale a breve scadenza. Questo spiega sia perché le convivenze si spezzino più frequentemente dei matrimoni, sia perché questi ultimi, quando sono preceduti da un’unione libera, si dimostrino più fragili degli altri. In questi casi infatti la motivazione primaria è per lo più negativa: al posto dell’ideale smarrito c’è il tentativo di ridurre i rischi e i possibili danni, insieme alla paura di fallire.

In questo senso le convivenze sembrano essere un specchio del nostro tempo; esse sono, come è stato osservato “le figlie dell’ansia, della paura condivisa da uomini e donne che anche il proprio matrimonio finisca a pezzi come quello dei genitori o degli amici”.

Una volta rifiutato il matrimonio come valore, diventa molto difficile trovare qualcosa capace di sostituirlo. E significativo che in Francia i patti sociali (pacs), anche se approvati in sede giuridica da più di dieci anni, sono ben presto decaduti, al punto che vengono scelti attualmente da pochissime coppie: “Nella sostanza tale patto non è un’alternativa al matrimonio, ma un matrimonio depotenziato”.

Conclusione

Dietro la crisi del matrimonio vi è il progetto di una società che voglia durare nel tempo e che richiede un centro comune condiviso, capace di dare risposte alla vita e alla morte; pertanto abbiamo bisogno di famiglie capaci di trasmettere valori quali il dono di sé, la tenerezza, la bellezza del spendersi per gli altri.

 È un modello in cui si è vinta la solitudine, tristemente in aumento, confermando la verità dell’osservazione di Tolstoj: «Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Tratto da un articolo de “Civiltà cattolica”.

Don Domenico 

La sessualità ed i suoi significati fondamentali

a) Ma la sessualità è sempre buona? Non è ancora del tutto lontano il ricordo di donne, sposate nel sacramento, oggi nonne, che vivevano con un certo timore i rapporti sessuali con il proprio coniuge, come se fossero una sorta di peccato che restava impunito.

Più di una affermava che, il mattino dopo, «non riusciva a fare la comunione». Certamente questo atteggiamento dipendeva da una concezione diffusa della sessualità come qualcosa di sporco, ma è anche vero che la tradizione cristiana si è occupata della sessualità più in ordine alla castità e alla verginità consacrata che al sacramento del matrimonio. In relazione a quest’ultimo, la riflessione si è generalmente limitata alle questioni della procreazione e del retto uso dei rapporti sessuali, non senza una buona dose di diffidenza e di negatività .

Il matrimonio era presentato nella tradizione cristiana come rimedio, una sorta di male minore rispetto alla concupiscenza, cioè alle tensioni erotiche altrimenti disordinate. Con il “rimedio” del matrimonio si metteva una pezza ai “bisogni sessuali” visti in sé come non del tutto positivi. Poiché la nostra cultura sulla sessualità oggi è ben diversa da ieri, questo modo di intendere l’affermazione “rimedio della concupiscenza” ci urta.

La nostra cultura infatti, ci spinge a pensare che non solo la sessualità è bene, ma che nel matrimonio è qualcosa di intrinsecamente e sempre “buono”: stiamo cadendo nel pericolo opposto, come se nella sessualità non ci fossero mai “problemi”.

Eppure «la valenza dell’espressione “rimedio della concupiscenza” in realtà può esser assai più significativa e positiva», può anzi porre in questione un ingenuo ottimismo che chiude gli occhi di fronte a certi aspetti, a un certo esercizio egoistico e disordinato della sessualità.

Non è vero che ogni pulsione sessuale sia per sé sana e legittima, anche all’interno del matrimonio: resta sempre vero, anche se le coppie di oggi lo dimenticano spesso, che le conseguenze del peccato d’origine si fanno sentire anche nel campo sessuale. La “concupiscenza” è presente e, come dice il teologo Walter Kasper:

Concupiscenza significa la lacerazione interiore e la disintegrazione dell’uomo che sono state causate dal peccato, la sensualità in quanto è contraria all’orientamento generale della persona”.

Un partner, anche nel matrimonio, può portare i segni della separazione tra sesso e amore, può esercitare la sessualità in senso contrario alla dignità della persona, per fini egoistici e violenti.

 In questo senso (è solo un esempio limite!) una povera donna che si sentiva oppressa dalle continue e violente richieste sessuali del marito gli propose, per essere sollevata, di pagargli una prostituta!

I partner, anche all’interno del matrimonio, possono agire scollando il “fare sesso” dall’integrazione alla persona, dal rispetto per la sensibilità e le esigenze dell’altro, possono vivere la sessualità da sopraffattori.

b) La grazia sanante del sacramento. Ebbene, è proprio la sacramentalità del matrimonio che offre una grazia sanante alla sessualità nel suo esercizio disordinato. Grazie al sacramento, la sessualità può essere in qualche modo una “creazione nuova”. Ma tutto questo non è magico e non agisce per sé solo.

Ribadiamo: la grazia sacramentale del matrimonio è un dono offerto agli sposi che lo vogliano cogliere, che si mettano nella linea del senso ultimo della sessualità, quando risponde al disegno creativo e redentivo del Padre. È in questa linea che gli sposi si scambiano sesso e tenerezza, intimità buona e comunione dei corpi.

 Ben lo sanno gli sposi che, nella loro costante fiducia nel sacramento della coppia, alla lunga degli anni si ritrovano con una sessualità non logorata, non stanca, ma più piena e matura, più soddisfacente e più sicura. Qui le forze dell’agape (un termine greco che significa amore e che allude al banchetto comune, all’uso eucaristico dei primi cristiani, al loro concreto e vicendevole volersi bene) corroborano le forze dell’eros (un termine greco che pure significa amore e allude al dio greco dell’amore nella sua dimensione istintiva e sessuale).

È ancora un “sospetto” mai del tutto sopito sulla materialità della sessualità che ci fa dire che la continuità logora il rapporto sessuale: come se esercitare la sessualità per venti, trenta, quarant’anni, tra gli “stessi” due sposi sia una sorta di routine ormai senza novità. La grazia sanante del sacramento che non si incolla dal di fuori sui rapporti coniugali, ma li vivifica dal di dentro, apporta anche questa contestazione radicale alle “leggi” dell’usura, come se i corpi fossero qualcosa di materiale e meccanico! La piena umanità e la crescente tenerezza e dedizione degli sposi si pone nella linea mai scontata dell’alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa.

e) Le contestazioni alla cultura dominante del sesso. Ne derivano alcune contestazioni di fondo alla cultura dominante del “fare sesso” come qualcosa di scisso dalla persona, come un piacere a sé stante, in cui la ricchezza dell’io non è coinvolta. La cultura dominante propone un sesso deresponsabilizzato («Se rimani incinta non ti conosco», diceva un ragazzo alla sua [?] ragazza; e così si sentiva perfino “onesto” perché l’aveva avvisata!).

 Emerge una “sessualità ludica”: l’esercizio “staccato” del piacere, come puro momentaneo consumo: un «esercizio della sessualità disimpegnato, depersonalizzato e alla fine disumano», in cui sembrano rifugiarsi i giovani (solo loro?) della cultura del “tutto e subito”.

Oggi anche dai laici viene in parte contestata questa concezione puramente erotica (la “verginità” non è più un disonore!), in vista dei disastri che tale cultura ha portato nella disintegrazione dei rapporti e nella solitudine sempre più impermeabile delle nuove generazioni.

La contestazione più radicale da parte cristiana sta però non in un “ritorno indietro”, come una sorta di pentitismo, ma come un “ritorno alle origini”, al senso ultimo della sessualità come parte del disegno creativo di Dio. Tale digiuno da una parte mette in scacco l’idea banale e riduttiva che due coniugi che “fanno bene sesso” siano a posto, e cioè che l’esercizio del sesso garantisca il matrimonio.

In altre parole, l’uso fisico della sessualità non garantisce la buona riuscita dell’unione. Dall’altra parte contesta anche un esercizio serioso, e soltanto legittimato dal “dovere”, della sessualità nel matrimonio: proprio il “gioco”, nel senso inventivo delle infinite modalità di ritrovarsi, lo scambio di tenerezze danno della sessualità un incontro “nuovo”, mai totalmente consumato.

L’esercizio pieno e non esclusivamente fisico-erotico della sessualità chiama in causa l’aspetto in qualche modo trascendente, che va oltre, dell’unione dei due. Amarsi per sempre, fedelmente e in modo sempre rinnovato, che nasce dalla comunione e conduce alla comunione, non collocato nei puri sforzi dei coniugi, è grazia.

d) Come ci si prepara al sacramento del matrimonio? 

La teologia non può delegare la riflessione su questo aspetto solo agli psicologi o ai sociologi; deve saper proclamare quanto ha imparato dalla rivelazione, annunciando il senso più alto della sessualità nel quadro del progetto creativo e storico-salvifico di Dio e del suo compimento in Cristo Gesù, mostrando come questo senso si connetta con il matrimonio cristiano e con i suoi doni, il vincolo permanente e la grazia del sacramento.

 Una seria e aperta “teologia della sessualità” darebbe più ossigeno e respiro ai fidanzati che una serie di più o meno terroristici “avvisi” dei pericoli e delle trappole della sessualità. Una coppia di fidanzati è molto più motivata e arricchita dagli orizzonti sconfinati del progetto di Dio nella sua sessualità che da una serie di divieti motivati moralisticamente, dietro cui passa, forse, il sospetto che la sessualità sia qualcosa di non del tutto legittimato.

Il no ai rapporti prematrimoniali è, perciò, un sì più profondo, che già da ora i fidanzati possono cominciare a scambiarsi. È un sì in atto, sia pure ancora a tentoni e insicuro, che li abilita al sì definitivo sponsale nel sacramento, del quale il gesto sessuale completo è parte integrante, proprio in forza della definitività.

«Il sì del mio corpo – dirà allora un coniuge all’altro – che è la parte tangibile di me, non può essere dato una volta e ritirato: è un sì per sempre». Ed è questa definitività, senza scorciatoie e senza sconti, che permette il crescere pieno del frutto-figlio.

C’è una “parola” che gli sposi si scambiano reciprocamente nel sacramento. È una parola che viene dalla loro libertà, dalla loro decisione di donarsi reciprocamente, eppure è una parola che, misteriosamente, essi non pronunciano da sé soli: «Io accolgo te come mia sposa…».

Proprio in questo aspetto misterioso consiste la novità di questa parola:

La novità del matrimonio tra due battezzati consiste nel fatto che quella stessa “parola” assume un significato nuovo, sacramentale: è una parola degli sposi che, in forza del loro battesimo, viene pronunciata in Cristo e nella Chiesa e diviene perciò, nella potenza dello spirito, una parola di Cristo e della Chiesa sugli sposi.

Ogni coppia, infatti, sa che quella parola non è detta una volta per tutte, ma va rinnovata e perfino attesa nel vivere concreto. A mio parere, ciò ha a che fare con l’esigenza del dialogo di coppia: esigenza che, però, oggi, da una parte, è attraversata da molte ambiguità che danno al dialogo il massimo dell’esaltazione, ma, dall’altra, rischiano di ridurre il dialogo a un monologo di uno dei due che vuole “istruire” l’altro.

Su questo fronte ci sarebbe molto da riflettere.

Cos’è per me Oratorio Leno OnAIR?

Ferragosto OnAIR 2009

Cos’è per me Oratorio Leno OnAir?
è un’occasione di esercitare le mie passioni, la musica e lo spettacolo prima di tutte, e di divertirmi stando in compagnia.
Posso anche dire che è un modo diverso di trascorrere le serate e i pomeriggi, non come semplice spettatore, ma come protagonista, come parte integrante dello spettacolo, breve o lungo che sia.
Si imparano sempre cose nuove dal confronto con altre persone, perciò è un’opportunità di crescita in tutti i sensi. Non so cosa mi spinge a parteciparvi. Forse il fatto che mi piace l’ambiente o mi piacciono le persone con cui lavoro, o forse il fatto che la musica è la mia passione.
Sta di fatto che dopo aver provato la prima volta, non riesci più a fare a meno di OnAir.

Stefano F.