Vivi il servizio civile

Caritas diocesana di Brescia, forte dell’eredità di 40 anni di accompagnamento di oltre 3.000 giovani, prosegue con rinnovata convinzione il proprio impegno nel campo del servizio civile nazionale. Le iscrizioni al servizio civile scadono il 10 ottobre alle h.14.00. Consigliamo di prendere contatto prima possibile con Caritas Diocesana di Brescia

Sono 1000 le motivazioni per cui uno sceglie il servizio civile, raramente la radicalità di una scelta di servizio civile è all’origine: questa radicalità diventa però il frutto proprio dell’esperienza di servizio. Nella prospettiva di un giovane, per definizione nella fase della progettualità, rapportarsi con l’esperienza del servizio è significativo in vista di scelte vocazionali, che per essere vere devono essere caritatevoli e gratuite.

Così don Maurizio Rinaldi, direttore di Caritas diocesana di Brescia che, forte dell’eredità di 40 anni di accompagnamento di oltre 3.000 giovani, prosegue con rinnovata convinzione il proprio impegno nel campo del servizio civile nazionale: una proposta ad adesione libera per giovani italiani e stranieri, tra i 18 e i 28 anni, della durata di 12 mesi, che chiede un impegno complessivo di 1.145 ore (mediamente 25 ore settimanali), di cui 114 di formazione, con un compenso di 439,50  euro al mese (sono previste quattro settimane di permessi e le malattie retribuite). Per l’anno 2019/20 Caritas diocesana di Brescia, grazie alla rete di centri operativi accreditati come sedi di Servizio civile, propone 4 progetti articolati in altrettante aree di intervento, per un totale di 50 posti: “Progetto l’oro negli sguardi” (16 posti, per giovani che vogliono impegnarsi in attività di assistenza ed educative rivolte a minori; “Progetto la favola mia” (13 posti), per giovani che vogliono impegnarsi in attività di assistenza ed educative rivolte a minori; “Progetto tempo di crescere”, per giovani che vogliono impegnarsi in attività educative e di assistenza negli oratori; “Progetto integralmente” (8 posti), per giovani interessati a operare a supporto delle persone con disabilità media o grave.

Attenzione: le iscrizioni al servizio civile scadono il 10 ottobre alle h.14.00. Consigliamo di prendere contatto prima possibile con Caritas Diocesana di Brescia – Promozione Volontariato Giovanile che fornirà tutte le informazioni necessarie.

Contatti: Diego Mesa e sr Francesca Becattini
Promozione Volontariato Giovanile – Caritas diocesana di Brescia
Piazza Martiri di Belfiore, 4 – Brescia – tel. 030 3757746
e-mail: volontariatogiovanile@caritasbrescia.it
facebook: Volontari giovani Caritas Brescia

L’adunata degli Alpini

Anche quest’anno come tradizione, eravamo presenti all’ Adunata Nazionale tenutasi a Milano in occasione del centenario dell’Associazione Nazionale Alpini.

Ci sentiamo in dovere di rivolgere un particolare ringraziamento al Sindaco di Leno Cristina Tedaldi che ci ha rappresentati e onorati sfilando insieme ai sindaci della provincia di Brescia, ai cittadini di Leno che ci hanno seguito, a tutti gli Alpini presenti ma anche a quelli che per vari motivi non potevano esserlo.

Volgiamo un doveroso e speciale pensiero a tutti i nostri cari “Veci Alpini” che sono “andati avanti” e che, come tutti gli anni, hanno sfilato con noi… nel nostro cuore! Vi diamo appuntamento come sempre alla nostra consueta “Festa Alpina” ormai giunta alla 15° edizione, che si terrà presso l’Oratorio di Leno nei giorni 22/23/24/25 agosto.

Vi aspettiamo come sempre numerosi per trascorrere 4 serate in buona compagnia, allietate da intrattenimento danzante e ottima cucina ma sopratutto tanta cordialità e simpatia e ricordatevi sempre che… “dove c’è un Alpino c’è amore e solidarietà”!

Un grazie di cuore a tutti, un saluto ed un abbraccio dalle Penne Nere di Leno.

W GLI ALPINI!

Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

Dai ponteggi al confessionale

Classe 1987 e originario di Teglie di Vobarno, don Marcellino Capuccini Belloni ha svolto il servizio come diacono nell’up Don Vender. Sabato 8 giugno verrà ordinato sacerdote in Cattedrale dal vescovo Pierantonio

Nel suo destino, evidentemente, c’erano le chiese. Don Marcellino, classe 1987, è entrato in Seminario all’età di 25 anni dopo la maturità classica a Salò e la laurea in Lettere (indirizzo Beni culturali). Durante l’università lavorava nell’azienda di restauro (Gianotti) della famiglia. Grazie all’attività dei suoi genitori è sempre stato, quindi, a contatto con il mondo delle chiese. “Ci chiamano a rendere nuovamente bello un luogo di culto. E questo mi ha sempre colpito e attratto, perché collegare a Dio qualcosa di bello rappresenta un aspetto significativo. Mi ricordo che un committente, un giorno, mi disse: ‘Ricordatevi sempre che di fronte a questo quadro la gente prega’. Tante volte si entra in una chiesa con l’idea di visitare un museo, ma la chiesa è un luogo dove si prega. Rendere nuovamente bello un luogo di preghiera non è la stessa cosa di rendere bello un museo. La bellezza dell’arte legata alla liturgia, senza cadere in forme stravaganti, è stata indirettamente determinante”. Testimonianza visibile del Creato e del divino, l’arte diventa anche strumento di evangelizzazione. Nella storia, sostiene Papa Francesco, l’arte “è stata seconda solo alla vita nel testimoniare il Signore. Infatti è stata, ed è, una via maestra che permette di accedere alla fede più di tante parole e idee, perché con la fede condivide il medesimo sentiero, quello della bellezza”.

Don Marcellino ha respirato la fede tipica di una piccola comunità di montagna. Ha due sorelle, una più grande e una più piccola, e tre nipoti. È cresciuto a Teglie di Vobarno: sua madre è trentina, mentre il padre è bresciano. All’età di 15 anni si è trasferito a Roè Volciano. Negli anni di formazione in Seminario è stato a Rezzato, prefetto al Seminario minore, a Tremosine, all’unità pastorale di Casto, Comero e Mura e da diacono quest’anno era nell’unità pastorale cittadina intitolata a don Giacomo Vender (Divin Redentore, S. Giovanna Antida, Santo Spirito e Urago Mella). Ha sempre cercato “di essere aperto a tutto il mondo ecclesiale (movimenti, associazioni….), tenendo un equilibrio generale. Ho avuto la fortuna di crescere in una piccola parrocchia di montagna, a Teglie di Vobarno: le liturgie non erano solenni come quelle del Duomo, ma la liturgia era curata e ben partecipata”. Nel suo cammino verso il sacerdozio ha potuto conoscere “preti e religiose in gamba. Non pensavo di diventare un sacerdote, perché pensavo di più a costruire una famiglia. Quando mi sono interrogato sull’ingresso in Seminario, ho ritrovato alcuni punti, cioè alcuni segnali: il servizio come ministrante, l’attività in oratorio, l’esperienza con gli scout e anche l’impegno in politica dove ero consigliere comunale”.

A pochi giorni dall’ordinazione, è grande il suo sentimento di gratitudine nei confronti del Seminario: “Con le fatiche dei vari cambi, provo la commozione di chi lascia un posto”. Don Marcellino è “molto apprezzato dall’intera comunità” come conferma l’amico Fabio. È sembrato chiaro a tutti che quella del seminario fosse la sua strada e che ha fatto bene a percorrerla. Sarà sicuramente – conclude – un modo da parte sua per dedicarsi al prossimo come probabilmente è sempre stato portato a fare. Ha fatto una scelta a dir poco ammirabile”. “Non vi è niente di più bello – come affermò Benedetto XVI in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile del 2005 – che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”. Don Marcellino ha scelto di spendere ancora (dopo l’impegno in oratorio e per il proprio Comune) la sua vita per gli altri attraverso il sacramento dell’ordine.

La tua scelta vocazionale non è stata un fulmine a ciel sereno…

Rileggendo la mia storia nell’anno in cui ho deciso di entrare in seminario, ho notato che c’erano già dei punti luce in merito alla mia scelta vocazionale. Quindi ho ricollegato diversi aspetti: il chierichetto da piccolo, gli Scout, le attività in oratorio e la partecipazione politica. Ho fatto il consigliere comunale del mio paese finché non sono entrato in seminario, dopodiché ho dovuto dare le dimissioni per l’incompatibilità dei ruoli. Anche lì ho trovato nella persona del sindaco di allora (Emanuele Ronchi), una persone che, a prescindere dall’appartenenza, voleva molto bene al nostro paese: aveva un interesse verso l’umano prima che verso la politica.

Come rileggi le esperienze che hai fatto durante la formazione?

Sono stato fortunato perché mi hanno sempre mandato da preti molto bravi: sono stato a Rezzato (S. Carlo) con don Gelmini, al Seminario Minore come prefetto con don Giorgio Gitti, a Tremosine con don Ruggero Chesini, nel Savallo con don Marco Iacomino e adesso sono all’Unità pastorale don Vender con don Gianluca Gerbino e don Giovanni Lamberti. Ho avuto, quindi, la fortuna di vedere, pur nei caratteri diversi, dei preti innamorati di Dio e molto attenti anche all’aspetto della vita fraterna. Poi c’è la bellezza di essere inviato e di non decidere dove andare. Siamo mandati nelle parrocchie per imparare. Mi è rimasta impressa la frase che mi ha detto un sacerdote qualche mese fa: “Quando ci chiedono come ci troviamo, è una domanda un po’ mal posta, perché noi non siamo mandati per trovarci bene, ma per servire a prescindere dal modo in cui viviamo il luogo.

Il lavoro con la tua famiglia è stato un elemento importante, ma in oratorio hai trovato la tua dimensione grazie ad alcuni momenti significativi (grest, campi estivi, esperienze di carità)…

Tutte queste attività mi hanno sempre fatto sentire a casa. E all’interno dell’oratorio ho visto fiorire vocazioni, come quella di don Roberto Ferrari, che è entrato in seminario quando io frequentavo la prima superiore. Vedere il cammino di qualcuno che aveva all’incirca la mia età, era nella mia compagnia di amici e ha scelto di fidarsi di Dio è stato determinante nel momento in cui anch’io ho dovuto fare la scelta. Ha potuto farlo lui, quindi perché non potevo farlo anch’io?

Di fronte a una scelta definitiva come il sacramento dell’ordine, è normale avere un po’ di sana preoccupazione…

Tremano le gambe come davanti ad ogni cammino impegnativo, che è tale perché è bello e dà gioia. Non sono spaventato, ma so che sarà difficile. Quando si esce dalla sfera di cristallo del seminario, la realtà è quella quotidiana. Quindi più che spaventato, di sicuro so che dovrò affrontare un impegno determinante che responsabilizza. Se leggiamo i segni dei tempi, più che considerare gli errori del passato, consideriamo ciò che il Signore ci sta dicendo oggi. In primis non dobbiamo pensare di essere preti soli, ma preti che collaborano perché parte di un presbiterio. Secondo, per evitare l’esaurimento, io continuo ogni giorno a ricordare che ci sono anche dei coordinatori laici a cui poter delegare alcune mansioni. Quindi chiedo che ci lascino fare i preti, che non significa fare i lazzaroni, ma significa che ci diano la possibilità di occuparci delle peculiarità delle mansioni sacerdotali.

Ci sono dei Santi ai quali ti senti particolarmente affezionato?

Ci sono più figure che sono state di riferimento nella mia vita. Se penso ai Santi, non posso non citare Francesco di Sales e Angela Merici. Francesco di Sales per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale, soprattutto nella scelta vocazionale. Angela Merici invece perché è stata “donna di profezia”, che ha saputo leggere ciò che il Signore voleva ma che sarebbe stato di difficile attuazione in quel momento. Una donna di dialogo, una donna aperta a parlare anche con chi non la pensava nello stesso modo della Chiesa e soprattutto una donna che ha saputo mettere al centro la figura femminile, tutelandola sempre.

Liberi tutti con Mosè!

Giovedì 13 giugno il grest “Liberi tutti con Mosè” arriva alla Festa dell’Oratorio. Super festa per tutti i bambini ed i ragazzi!

Vi aspettiamo alle 19:30 per l’inizio della serata. Presenteremo l’inno e tutti i balli del grest! Durante la serata inoltre verranno consegnate le magliette agli iscritti.

Ricordiamo che sarà attivo il servizio cucina, con menu speciale gnocco fritto. Cosa state aspettando?

“Istituiamo una scuola al servizio del Signore”

La Regola, Benedetto l’ha adattata con saggezza e discrezione al mondo latino.  Essa apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana.

In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura della Parola di Dio e la lode liturgica, alternate con i ritmi del lavoro in un clima di intensa carità fraterna e di servizio reciproco. Insomma: Egli non fonda un “ordine”, ma famiglie di monaci, cioè singoli monasteri con a capo, come padre, un monaco che egli chiamerà “abate”, nome biblico.

Dal Prologo all’ultimo capitolo della sua Regola, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci, ma soprattutto li ama. Il suo stile è calmo e sereno, come un vero discorso familiare fin dalle sue prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama…” (Prologo, 1).

Perché Benedetto fa questo e dice questo? Perché egli conosce molto bene il Vangelo; conosce molto bene Gesù e lo ama sopra ogni altra realtà.

Infatti, poiché ha voluto incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (Lc 1,26-38) e un padre (Mt 1, 18-25).  Se nel grembo di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato a diventare uomo. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della famiglia di Nazareth un focolare di umanizzazione del Figlio di Dio (Lc 2,51-52). L’incarnazione del Figlio di Dio ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, l’accompagna, che l’ama e collabora nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che lo rendono veramente “persona umana”.  Così coloro che vogliono dedicarsi totalmente a Dio Padre, che vogliono “amarlo sopra ogni altro”, hanno bisogno di una Famiglia dove imparare e maturare tutto questo; questa Famiglia-scuola è il Monastero. 

Già questo primo approccio con la Regola benedettina, ci mostra la grandezza di san Benedetto e ci dice come egli ami la vita di famiglia, amore attinto dalla propria famiglia. Egli sa che Gesù è in famiglia dove ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha imparato a dare a Dio il primo posto; è in famiglia che Gesù, cosciente d’essere Figlio di Dio, ha voluto inserirsi per crescere, come uomo, “in età, sapienza e grazia”.

Per questo Benedetto non ha fondato un “ordine”, ma una famiglia, dove tutti sono fratelli, curati da un padre che li ama. Ma da tutto ciò perché le nostre famiglie non imparano? Perché non conoscono più il Vangelo come lo incarna la Regola del santo Padre Benedetto?

Perché oggi la famiglia vacilla?

I genitori si separano, non tengono più fede alla promessa di fedeltà fatta davanti agli uomini e a Dio? Per questo, vedremo, che Benedetto ha fatto un grande dono ai suoi monaci per essere per sempre fedeli, sperando, che da questo dono le famiglie apprendano e lo facciano proprio per essere luoghi di serenità, amore, bellezza, stabilità e santità. Vivi per gli altri, con gli altri, e ritornerai a vivere. 

Silvano Mauro Pedrini OBS

Giuditta ed Ester al servizio del loro popolo

Formazione spirituale per adulti – Montecastello 1-3 giugno 2018

L’appuntamento annuale con Montecastello è diventato ormai una buona consuetudine per la parrocchia, pausa di formazione e riflessione da consigliare a tutti per ricaricare lo spirito.

Tema di questi esercizi la lettura e meditazione dei libri di Giuditta ed Ester, testi inconsueti ed alquanto sconosciuti. Mai scelta fu più appropriata poiché il nostro gruppo contava quattordici partecipanti al femminile.

Di questi personaggi biblici conoscevamo praticamente solo il nome o poco più ed è stata una piacevole scoperta vedere quanto siano ancora attuali e quanto la Bibbia meriterebbe una conoscenza maggiore.

Giuditta ed Ester, due donne ebree, vedova la prima, ragazza e giovane sposa la seconda, che hanno rischiato la vita per la sopravvivenza della loro gente, il popolo di Israele. Queste due donne hanno vissuto alla presenza di Dio, si sono messe al Suo servizio, hanno pregato ed agito di conseguenza.

Giuditta ed Ester hanno attraversato la storia testimoniando la fede nel SIgnore e l’amore ai fratelli facendo scelte coraggiose. Non hanno disgiunto la preghiera dall’azione e si sono messe in gioco certe della fedeltà del Dio, mai disattesa, e della certezza del suo intervento nella storia umana di cui resta il Signore.

Il racconto di Giuditta assume un tema pasquale, il Signore è passato in mezzo ad un popolo e lo ha liberato servendosi di una donna. Nel suo libro la regina Ester insegna che dalla preghiera nasce l’azione giusta da compiere, incisiva anche nella società civile. Nella condivisione è emerso un quesito: Noi che popolo siamo? Siamo solo italiani o siamo anche popolo di Dio?

Le due cose dovrebbero andare di pari passo perché questa nostra società ritorni al rapporto intenso con Dio. Alla luce della situazione italiana infatti e per le condizioni socio-culturali che la connotano, questa è la sfida più attuale ed urgente per noi che ci diciamo cristiani.

La crescita umana e cristiana della comunità in cui viviamo dipende anche da noi. Prendendo come riferimento Giuditta ed Ester camminiamo portando il nostro piccolo contributo al regno di Dio che è qui tra noi, ognuno nel ruolo che ci compete.

Mettiamoci in gioco e crediamoci! Questo è l’augurio che di cuore facciamo a noi tutti.

Al prossimo anno

Rossella e Lucia

Corso di Primo Soccorso

La Croce Bianca Dominato Leonense organizza il 15° corso di Primo Soccorso gratuito ed aperto a tutti.

Gli incontri avranno luogo presso la sede in via Brescia, 40 a Leno. La serata di presentazione del corso sarà mercoledì 19 settembre alle ore 20:30.

Durata del corso:
Modulo 1 – 42 ore: addetto al trasporto sanitario.
Modulo 2 – 72 ore: soccorritore esecutore (per gli addetti all’emergenza sanitaria).

Per l’avviamento del corso sono richiesti almeno 20 partecipanti.

Per info:
tel 348 2525911 | 345 3393224
mail info@crocebiancaleno.it

Caritas: 52 posti per il Servizio civile

Il Servizio civile, come palestra di vita, è un’esperienza di cittadinanza attiva attraverso un servizio per la comunità. In questi 40 anni di servizio, la Caritas diocesana ha accompagnato più di 3000 giovani. Ora propone quattro nuovi progetti di servizio civile. Sono orientati alla cura delle persone, all’assistenza e al settore animazione

Il Servizio civile, come palestra di vita, è un’esperienza di cittadinanza attiva attraverso un servizio per la comunità. In questi 40 anni di servizio, la Caritas diocesana ha accompagnato più di 3000 giovani. Ora propone quattro nuovi progetti di servizio civile. Sono orientati alla cura delle persone, all’assistenza e al settore animazione.

Quattro le aree di intervento: area disagio adulto (“Per non perdersi”); area disabilità (“Sguardi nuovi”); area minori in difficoltà (“Invento quei colori”); ambito oratori (“I cortili dei talenti”). I posti complessivi a disposizione sono 52. Gli enti accreditati con la Caritas sono 33. Il servizio civile è una proposta per i giovani tra i 18 e i 28 anni: dura 12 mesi, per un impegno di 1.400 ore, il compenso mensile è di 433,80 euro. “I progetti promossi e coordinati dalla Caritas diocesana – ha spiegato Diego Mesa, responsabile della promozione volontariato giovanile della Caritas diocesana – vogliono essere per i giovani un’occasione per contribuire al bene comune e allo stesso tempo un percorso di crescita personale e comunitaria nei valori della pace, della solidarietà e della giustizia”.

L’Ufficio promozione volontariato di Caritas diocesana Brescia è aperto per informazione e orientamento dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 12.30 e il giovedì dalle 14 alle 17. Per appuntamenti, chiamare lo 0303757746 o inviare una email a volontariatogiovanile@caritasbrescia.it. L’attività svolta non determina un rapporto di lavoro e non può considerarsi tale, tant’è che non comporta la cancellazione dalle liste di collocamento o di mobilità.

Gli elementi qualificanti sono: il servizio con un approccio promozionale, a vantaggio delle persone che vivono sul territorio; la formazione come grande occasione di crescita umana per chi compie il servizio. La Caritas propone un accompagnamento formativo articolato lungo tutto il periodo di servizio civile; la sensibilizzazione come mezzo per diffondere la cultura della nonviolenza e della solidarietà.

In Caritas l’esperienza che si vive è occasione di informazione e presa di coscienza da parte della comunità, riguardo ai disagi del territorio e ai valori del servizio civile.

Affido al Signore il mio nuovo servizio

Le prime parole del nuovo Vicario generale mons. Gaetano Fontana dopo la nomina annunciata il 16 maggio in Episcopio dal vescovo Tremolada

Mons. Gaetano Fontana, 61 anni, dal 2010 abate di Montichiari, è il nuovo vicario generale e apre idealmente la “squadra” degli altri sette viari episcopali annunciati il 16 maggio dal vescovo Tremolada. Originario della parrocchia di Verolanuova, è nato l’1 marzo del 1957. È stato ordinato sacerdote nel 1988. La sua prima destinazione sacerdotale è stata Pisogne, dove è rimasto come curato dal 1988 al 1997. È stato poi a Chiari, sempre come curato, dal 1997 al 2002, anno in cui è stato nominato parroco di Cologne. All’ombra del Monte Orfano è rimasto sino al 2010, quando è stato nominato parroco di Montichiari; dal 2012 ha assunto anche la guida della parrocchia di Vighizzolo. Dal 2017 è parroco anche di Novagli e assistente ecclesiastico dell’Associazione Laicale Piccole Apostole.

Con le sue prime parole da vicario generale, cercando di tenere a bada l’emozione, mons. Gaetano Fontanaha voluto ringraziare il vescovo Tremolada per l’apertura di credito nei suoi confronti, e il suo “predecessore” mons. Gianfranco Mascher per un dono significativo fattogli poco prima: una piccola icona da viaggio del 1865 che ha accompagnato la vita di tanti sacerdoti.  Mons Mascher, che la ricevette in occasione della sua nomina a vicario generale, gliene ha fatto dono, quasi a suggellare un passaggio di consegne “nella fede” nell’importante servizio per la Chiesa bresciana.

A margine del momento dell’ufficialità della nomina, il nuovo vicario generale non nasconde più la sua emozione. “Sto vivendo un duplice sentimento – è la risposta di mons. Fontana – . Da una parte, infatti, sento la grande gioia che deriva da questa possibilità di mettermi a servizio della Chiesa bresciana, insieme alla gratitudine per la fiducia che il vescovo Tremolada ha riposto nella mia persona. C’è anche, però, un senso di inadeguatezza a cui cercherò di rispondere con un sì forte dell’affidamento nel Signore che mi chiama a questo nuovo servizio”.

Anche il nuovo vicario generale, come gli altri vicari nominati dal Vescovo, arriva a questa nuova responsabilità dopo avere servito la Chiesa bresciana in parrocchia, prima come curato e poi come parroco. Quella del Vescovo, dunque, è stata una scelta precisa… “Beh – risponde il nuovo vicario generale che per qualche mese dovrà dividersi con la guida della parrocchia di Montichiari – la storia di ogni sacerdote è frutto del suo vissuto, che nel mio caso è rappresentato da 30 anni di servizio alle parrocchie. Le esperienze vissute a Pisogne, Chiari, Cologne e Montichiari (le comunità in cui mons. Fontana è stato curato e parroco, ndr) mi hanno formato e mi hanno consentito di vivere appieno la bellezza dell’essere sacerdote. In questo servizio, così come i confratelli nominati vicari, sono cresciuto nella fede come uomo e come prete e questo rappresenta un prerequisito importante per rispondere sì a ogni nuova chiamata”.

Annunciando i nuovi vicari episcopali, il vescovo Tremolada ha ricordato che queste nomine si collocano nella prospettiva della sinodalità. È una indicazione che ha reso meno gravoso rispondere “sì” a questa chiamata?
“Assolutamente sì, perché avere piena coscienza di cosa significhi vivere la sinodalità aiuta a stare lontano dal rischio di sentirsi delle monadi o persone che sono in grado di fare tutto da sole. È uno stimolo costante a sperimentare la bellezza del compartecipare alla stessa realtà di Chiesa, e a servirla per il suo bene, così come il vescovo Tremolada, sin dal giorno della sua nomina a vescovo di Brescia non ha mai mancato occasione di ricordare”.