Il Battesimo pone in noi il seme della santità Catechesi battesimale

“Siate santi perché Io sono santo” – Continuiamo la catechesi battesimale, prendendo in considerazione i segni e i simboli all’interno del rito del battesimo.

Il Battesimo, come tutti i Sacramenti, prevede l’utilizzo di elementi materiali, di parole e canti, di gesti simbolici e segni non verbali che, tutti insieme, danno vita a questa celebrazione preziosa e imprescindibile nell’esistenza di un cristiano. 

Dio è intervenuto nella storia del suo popolo con fatti e parole. Allo stesso modo si è comportato Gesù. 

Anche la Chiesa nella celebrazione del battesimo agisce sia con parole e sia con gesti e segni concreti. 

Ecco come si svolge la liturgia battesimale.

La struttura della celebrazione presenta uno sviluppo dinamico che ha un suo significato: inizia con l’accoglienza del bambino alla porta della chiesa e termina all’altare. 

Sono previsti quattro momenti essenziali:

  1. Riti di accoglienza, che si esprimono con : saluto iniziale – dialogo celebrante e genitori con la richiesta del nome – segno della croce sulla fronte del bambino.
  2. Liturgia della Parola, che è composta da: Letture bibliche – Omelia – Preghiera dei fedeli – Invocazione dei Santi – Esorcismo e unzione pre battesimale. 
  3. Liturgia del battesimo, che si sviluppa in questo modo: Benedizione dell’acqua – Rinuncia a Satana e professione di fede – Battesimo per infusione dell’acqua o per immersione – Unzione con il sacro crisma – Consegna della veste bianca e del cero acceso – Rito dell’effetà.
  4. Conclusione all’altare con la preghiera del Padre Nostro e la Benedizione dei genitori e di tutti i presenti.

1. Riti di accoglienza

Il battesimo è la porta di ingresso nella comunità della Chiesa. Attraverso di esso veniamo accolti nel suo seno, rimaniamo incorporati in essa e facciamo parte della famiglia dei figli di Dio. Si tratta, quindi, di una «vocazione» e di una «convocazione»: da parte della comunità ecclesiale e per la comunità ecclesiale. «Noi tutti – dice S. Paolo – siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1 Cor 12,13). Nessuno è estraneo agli altri. Siamo tutti membra vive e contribuiamo a edificare il corpo della Chiesa. 

Ecco il significato del saluto e del dialogo iniziale tra il sacerdote e i genitori e padrini, alla presenza della comunità cristiana. I genitori, all’ingresso della chiesa, accolti dalla comunità cristiana, presentano il loro figlio con il suo nome proprio e chiedono al sacerdote di ammetterlo a far parte della Chiesa, assicurandola che, insieme ai padrini e sostenuti dalla comunità stessa, si impegnano a trasmettere al figlio la fede cristiana, che oggi per lui chiedono alla Chiesa come dono di grazia.

All’interno dei riti di accoglienza il sacerdote chiede ai genitori il nome del loro figlio.

Il bambino è designato con il suo nome, è riconosciuto come persona unica e diversa dalle altre, con una ricchezza di doni di cui Dio lo ha nutrito per arricchire la Chiesa.

Attraverso il nome ogni persona si differenzia dalle altre. Non è un numero interscambiabile. Il nome diventa parte integrante della sua identità. Nel suo nome è riassunta tutta la storia della sua vita.

“Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”(Is. 43,1): è la parola rivolta da Dio al profeta Isaia. Ciò vale anche per ciascuno di noi personalmente. 

“Quando Dio ti chiama per nome esprime con questo il fatto che per Lui sei importante. Davanti a Dio sei unico. Dio stesso ti ha creato. Tu gli appartieni. Nessun essere umano ha potere su di te. Dio riversa il suo amore divino nel tuo nome. Dio si rivolge a te, Dio ti conosce per nome, conosce il tuo cuore, sa che cosa provi. Ha una relazione individuale con te. Non sei solo uno tra i tanti. Sei unico. Per Dio hai un’importanza particolare: Egli è sostegno per la tua vita, qualcosa che costituisce le fondamenta su cui edificare la tua esistenza. Il nome con cui Dio ti chiama ti dimostra la tua inconfondibile dignità di essere umano.

Dio ha un progetto speciale per te. In te deve rifulgere la sua gloria. In te deve apparire un po’ della bellezza divina. 

Gesù non ha soltanto chiamato i discepoli per nome in un lontano passato, anche oggi pronuncia il tuo nome. Gesù ti conosce personalmente. 

Quando Gesù ti chiama per nome, nessuno ti può rapire dalla sua mano, nessuno ti può sciogliere dal tuo legame con Lui. La sua mano ti protegge, ti dona un riparo e ti sostiene” (A. Grun).

All’interno dei “Riti di accoglienza” il primo gesto compiuto sul bambino è il segno di una croce sulla fronte: il sacerdote, i genitori e i padrini tracciano sulla fronte del loro bambino un segno di croce. 

La «segnatura», la marchiatura dei beni e anche dell’uomo deriva da un’abitudine antichissima. Chi portava un segno, specie se un segno indelebile, apparteneva per sempre al suo padrone e proprietario, sottostava per sempre al suo potere e alla sua protezione.

Col segno di croce sulla fronte il battezzando viene dichiarato proprietà di Cristo; Lui, che è morto in croce ed è vittoriosamente risorto, nel battesimo prende possesso della persona. La croce tracciata sulla fronte sancisce una volta per tutte l’accoglimento del bambino nella famiglia di Dio. Come i genitori garantiscono la vita terrena dei loro figli, così Dio garantirà la loro salvezza. Il segno di appartenenza a Cristo non va perciò frainteso nel senso di un «segno di schiavitù»; coloro che sono stati segnati col segno di croce appartengono al Signore così come gli sposi si appartengono reciprocamente.

Il segno di croce è anche un segno di protezione. I genitori sanno per esperienza a quanti pericoli vada incontro un bambino. Egli ha bisogno di un protettore più ancora di un adulto. I genitori, segnando il loro figlio col segno di croce, lo affidano a colui che può salvare da tutti i pericoli e, particolarmente, da quelli del tentatore.

Il rito esprime, dunque, il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistato per mezzo della sua croce. La Croce è il segno distintivo dei cristiani.

Dopo i riti di accoglienza, il sacerdote precede il corteo nel cammino verso l’altare, accompagnato dal canto.

Questo cammino è segno della vita qui sulla terra, che è un cammino, un pellegrinaggio gioioso di tutta la Chiesa incontro al suo Signore. E’ la gioia di un popolo che nella ferialità dei suoi giorni sa di essere accompagnato dallo spirito del Risorto, fin quando sarà giunto nella Terra promessa, che è il Paradiso, la pienezza della vita in Dio. L’altare diventa così il segno sacramentale di quella meta, perché rappresenta il Cristo che è “l’altare” su cui Egli stesso, che è anche il “sacerdote”, offre al Padre la “vittima sacrificale”, che è ancora Lui, per la salvezza dell’uomo.

Così, l’altare verso cui il corteo battesimale si incammina, rappresenta la meta della Chiesa e di ogni battezzato, chiamati a partecipare di quel banchetto pasquale, segno dell’eterno banchetto celeste, preparato per ogni salvato, nel Regno eterno di Dio.

Il battesimo è, così, l’ingresso in questo popolo di battezzati che cammina, cantando di gioia, perché attraverso i segni sacramentali offerti qui sulla terra ha la certezza di poter raggiungere la meta eterna: Gesù morto e risorto, che siede alla destra del Padre e ci prepara un posto nel suo Regno.

2. Liturgia della Parola

Sia quando il sacramento del Battesimo viene celebrato all’interno della Messa come al di fuori di essa è sempre contemplata la liturgia della Parola.  

Essa è costituita da: letture bibliche, omelia, preghiera dei fedeli, invocazione dei Santi, esorcismo e unzione pre-battesimale. 

Letture bibliche

Tutti i sacramenti fanno riferimento alla Parola di Gesù, che, per mezzo di segni e l’invocazione dello Spirito Santo da parte della Chiesa, compie oggi nell’intimo della persona e della Chiesa l’opera spirituale che i segni significano e donano la grazia propria di ogni sacramento, che è sempre dono di salvezza. Per questo ogni volta che si celebra un sacramento si fa precedere la proclamazione della Parola di Dio, perché senza di essa non c’è l’efficacia del sacramento. Così, perché nel battesimo la persona sia lavata dalla vita del peccato (dell’uomo vecchio) e rinasca alla vita nuova (l’uomo nuovo) in Dio, è necessario che venga invocato lo Spirito Santo sull’acqua con la preghiera della Chiesa e, pronunciando la parola di Gesù, venga versata l’acqua sul capo della persona dal ministro della Chiesa. Lo Spirito Santo, la Parola e il segno rendono “efficace” l’azione della Chiesa, cioè fanno sì che avvenga ciò che la parola dice e il segno esprime.

Quando il Battesimo viene celebrato all’interno della S. Messa, normalmente si proclama la Parola del giorno, generalmente della domenica; quando viene celebrato senza la S. Messa si possono scegliere le letture indicate dal Rituale Romano per la celebrazione del sacramento del Battesimo.

Invocazione dei Santi

Per mezzo del battesimo, il cristiano partecipa della santità stessa di Dio e, quindi, partecipa della comunione con tutti coloro che sono stati resi santi per mezzo dell’immersione battesimale. Per questo l’assemblea invoca i Santi, affinché siano loro a proteggere il bambino o l’adulto nel cammino che sta cominciando a intraprendere in seno alla Chiesa. Cammino di impegno, di coerenza e di testimonianza di fede, di speranza e di amore.

Unzione pre-battesimale con l’olio dei catecumeni

L’olio dei catecumeni è essenzialmente l’olio dell’atleta di Cristo. S. Ambrogio dice: “Arrivato al fonte, tu sei stato unto … come un atleta di Cristo, come se tu stessi per dedicarti a un combattimento in questo mondo”. Il Battesimo libera dal peccato e dal diavolo. Sul battezzando viene pronunciata la preghiera di esorcismo e successivamente viene unto con l’olio dei catecumeni. Quest’olio, applicato sul petto, è come uno scudo che respinge il demonio e difende la fede. E’ come uno strumento che prepara il futuro cristiano alla lotta della vita e gli dona coraggio e forza per resistere al male e al maligno. Dio sa, infatti, che il diavolo (colui che divide), il satana (il tentatore che, illudendo con proposte apparentemente alettanti, cerca di far imboccare la strada della morte) è come la presenza di un “leone ruggente, che si aggira cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9); per questo ci dona i mezzi della grazia per “resistergli, saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9). Questo olio è stato benedetto dal Vescovo nella Messa crismale del Giovedì santo e, perciò, è anche segno di piena comunione con la Chiesa locale, presieduta dal Vescovo, e con la Chiesa universale, il cui segno di unità è il Papa.

Dalla mia eternità cadono segni

Il tempo che stiamo vivendo è ricco di possibilità e di bellezza. Me lo ripeto con gioia crescente mentre stiamo concludendo le attività estive e già buttiamo un pensiero al prossimo anno pastorale che si apre carico di attese e di iniziative. È un tempo buono, dove il Padre è all’opera – in maniera molto più profonda e incisiva di quanto, a volte, ci è possibile intuire – e dentro il quale chiama anche noi a seminare, a coltivare, a raccogliere. I segni della sua presenza e della sua azione sono, a volte, proprio davanti ai nostri occhi spesso incapaci di riconoscerli, oppure ancora nascosti e in attesa sotto uno strato di terra, ma pronti a rivelarsi e a sorprenderci con i loro frutti quando meno ce lo aspetteremmo. Questo per dire che non è tutto facile, chiaro e immediato – e nessuno ci ha mai assicurato che lo sarebbe stato. Ma è tutto incredibilmente vero, bello e prezioso; tutto è amato da Colui che eternamente ama, ci ama. Mi piace ripartire così, quasi stropicciandomi gli occhi stanchi e annoiati, perché si lascino illuminare e entusiasmare dalla benedetta realtà che forma il nostro vivere.

“Giovani, fede e discernimento vocazionale”. Il tema per la prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per l’ottobre 2018, traccia le coordinate essenziali per un itinerario ecclesiale che si preannuncia di assoluto interesse e attualità anche per le nostre comunità cristiane.
È un itinerario che – come Chiesa bresciana – desideriamo condividere e fare nostro, perché diventi una delle linee prospettiche che orientano il cammino oratoriano
dei prossimi anni e ci aiuti a muoverci insieme, e insieme ricercare alcune ulteriori possibilità per continuare ad annunciare e testimoniare il Vangelo nel nostro tempo. Il titolo del cammino sinodale accosta infatti tre termini – giovani, fede, discernimento vocazionale – che costituiscono una sfida e nello stesso tempo una opportunità che ci sembra importante cogliere al volo. L’intenzione che sta all’origine e anima questa iniziativa di approfondimento ecclesiale riguarda infatti la missione propria della chiesa, espressa dal Documento preparatorio con queste parole: “la Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi”. Anche solo da questo breve enunciato possiamo cogliere alcune preziose e utili indicazioni operative.

Come già espresso nel titolo è innanzitutto evidente la scelta di legare insieme pastorale giovanile e vocazionale. Nel documento si parla infatti di “pastorale giovanile vocazionale”. Questa reciproca inclusione, pur nella consapevolezza delle differenze, è una prospettiva che – a livello diocesano – abbiamo fatto nostra già da qualche tempo, proprio perché diventi una delle caratteristiche che distinguono e qualificano l’opera educativa nei confronti delle giovani generazioni e, in modo ancor più specifico, il rapporto pastorale con il mondo giovanile. In secondo luogo si esprime con forza il desiderio di andare incontro ai giovani per accompagnare in modo significativo le loro scelte di vita e prendersi cura del loro percorso di fede. Tutto ciò – come ben sappiamo – non è assolutamente di facile e immediata realizzazione. Non poche sono infatti le difficoltà di incontro e dialogo, serio e continuativo, con un mondo giovanile che ci sembra sempre più sfuggente e indefinito. Si tratta dunque di avviare un “movimento di uscita” capace di incrociare le attese, i desideri, i bisogni e tutto il vissuto dei giovani, così profondamente segnato dalla elevata complessità e dai rapidi mutamenti del nostro contesto culturale. Per il prossimo anno pastorale proviamo, semplicemente ma non banalmente, a metterci in ascolto. Scegliamo l’ascolto come modalità di essere “chiesa in uscita”. L’ascolto è già fondamentalmente un atteggiamento di uscita da se stessi per lasciare spazio e prestare attenzione a ciò che è altro da sé.

Il “mettersi in ascolto” ci sembra infatti una modalità e uno stile intelligente e possibile di “uscire”, per incontrare, comprendere e accogliere il mondo giovanile. Ascoltare
ci aiuta, forse, anche ad operare un necessario cambio di prospettiva: da uno sguardo un po’ risentito e sfiduciato sui giovani (…perché non vengono alla messa, non partecipano alle iniziative, non fanno scelte sempre coerenti con la fede…), a uno sguardo più contemplativo e profondo, che ne coglie la bellezza e il valore, che pazienta, perdona, ama. “Accompagnare i giovani – precisa il documento in preparazione al Sinodo – richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite.”. Non si tratta di somministrare questionari, ma di farsi vicino, di accostare e accompagnare con discrezione, andando oltre lo steccato dei nostri pensieri, delle nostre sicurezze e ragioni, per stabilire un dialogo sincero e un rapporto di reciproca fiducia, per ricercare insieme il senso autentico dell’esistere e, in esso, del credere, dello sperare, dell’amare.

“Mettersi in ascolto”, come Chiesa, significa anche farci continuamente più attenti e disponibili ai segni della presenza del Padre dentro la realtà che viviamo, per riconoscere e discernere la sua voce e i suoi inviti, così che le nostre scelte e le nostre azioni siano sempre più conformi alla sua volontà. È una paziente e fiduciosa ricerca dell’opera di Dio, un discernimento comunitario di ciò che lo Spirito opera, suscita e chiede. Questo potrà significare e comportare l’avvio di una verifica seria e serena sulla qualità della nostra azione pastorale e, in particolare sul nostro sentire e agire l’annuncio della fede ai giovani, ma è una fatica alla quale ci sottoponiamo volentieri, perché all’annuncio della fede ai giovani e al loro accompagnamento non possiamo proprio rinunciare. Anzi è proprio al mondo giovanile che volgiamo con fiducia e speranza il nostro sguardo, consapevoli che possono essere essi stessi i protagonisti più autorevoli e efficaci dell’annuncio e della testimonianza di fede ai loro coetanei. I giovani stessi sono, per le nostre comunità cristiane e i nostri oratori, la risorsa più bella e gli alleati più validi per far incontrare Dio agli altri giovani.

Per favorire alcune occasioni di incontro e ascolto dei giovani – e possibilmente di tutti i giovani, anche di quelli che non frequentano abitualmente i nostri ambienti e itinerari – mettiamo a disposizione degli oratori, dei gruppi e delle associazioni un semplice strumento che abbiamo chiamato listeners’ corner. Si tratta di una simpatica proposta – gestita e animata da un gruppo di giovani stessi – per interagire con altri giovani attorno ad alcune specifiche questioni. L’iniziativa – presentata dettagliatamente da un apposito volantino illustrativo – è strutturata in diverse fasi con l’obiettivo essenziale di creare delle concrete occasioni di ascolto, di esposizione (metterci la faccia), ma anche di rilettura e di comprensione di quanto emerge dall’ascolto. In questo modo tentiamo di sentirci coinvolti e partecipi, anche a livello locale, di quanto la Chiesa, con il Sinodo dei Vescovi, vivrà in forma universale.
Accanto a questa specifica proposta sarà importante continuare a coltivare una sensibilità, già per altro ben presente, per la vita e la vocazione di ogni giovane. Nella proposta degli itinerari formativi, delle iniziative annuali e estive (campi, pellegrinaggi, esperienze di missione e carità…), come in ogni occasione di incontro e dialogo personale l’attenzione alla dimensione vocazionale della vita può costituire un preciso e chiaro riferimento e criterio orientativo per tutta la pastorale giovanile. In questo contesto – in modo particolare e specifico per i presbiteri – la cura all’accompagnamento personale, la disponibilità alla confessione, al discernimento e alla direzione spirituale divengono aspetti di primaria importanza per consolidare tutta l’opera di annuncio del Vangelo.

Come ogni anno il lavoro e l’entusiasmo per portarlo avanti non ci mancano. In quest’opera ci sentiamo e ci poniamo, il più possibile, in comunione con il Padre e tra di noi, per poter realmente camminare insieme. Ci aiuterà sicuramente il Vescovo Pierantonio che, con tanta gioia e simpatia, accogliamo come un dono del Cielo e
una guida sicura per la nostra diocesi.

di Giovanni Milesi

I Segni della Misericordia

Per continuare il nostro cammino pastorale sul tema della misericordia

I SEGNI DELLA MISERICORDIA

Volendo mettere in atto il nostro progetto pastorale, dopo la bellissima esperienza dell’ASSEMBLEA PARROCCHIALE, abbiamo iniziato a declinare i verbi della misericordia di Dio: CONOSCERE la misericordia di Dio (stiamo approfondendo il tema della misericordia, aiutati da don Ovidio Vezzoli); SPERIMENTARE la misericordia di Dio (stiamo vivendo l’esperienza delle liturgie penitenziali comunitarie); CURARE LE FERITE (abbiamo iniziato la preghiera mensile per le “famiglie ferite” e la Messa mensile per i “bimbi mai nati”).

Ora, con l’Avvento vogliamo mettere in atto la proposta di TRE SEGNI in particolare:

  • LA BENEDIZIONE MATERNA/PATERNA PER I FIGLI quando escono di casa per la scuola, per il lavoro, per un viaggio … Sì, i genitori possono e devono invocare la benedizione del Signore sui loro figli e la loro benedizione è un grande gesto d’amore è apportatrice delle grazie che vengono da Dio.
  • CAMMINI DI RICONCIALIAZIONE. Si  sa che non è facile riassorbire i rancori, dare la pace a chi ci ha offeso, riconciliarsi con chi da anni si ignora o ci ignora … Ma l’anno della misericordia richiede proprio questo: non possiamo chiedere il perdono di Dio se noi non vogliamo, non ci impegniamo ad offrirlo ai nostri fratelli. Siamo cristiani, dobbiamo testimoniare ciò che maggiormente ci distingue: l’amore fino al perdono “settanta volte sette”, cioè “sempre”. Non possiamo meravigliarci dell’odio che c’è intorno a noi se noi stessi siamo pieni di rancori, desideri di vendetta e di indifferenza verso il fratello.

Ecco un esempio di cammino di riconciliazione, che non definisce tempi, ma mezzi per giungere alla meta della riconciliazione. 

  • Mettiti davanti al Crocifisso (personalmente o come famiglia, se si vuole vivere insieme il cammino) e medita i passi di Mt 5,23-24: “Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va’ prima riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”; e Lc 23,33-34.39-43: “Quando giunsero sul luogo detto Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Poi dividendo le loro vesti le tirarono a sorte” … “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!’ L’altro invece lo rimproverava, dicendo: ‘Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male’. E disse: ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ‘. Gli rispose: ‘In verità io ti dico: oggi con me sarai in paradiso”.

Oppure altri testi della Scrittura che presentano il perdono di Dio accordato ai peccatori. 

  • In clima di silenzio e di preghiera davanti a Dio pronuncia il nome o i nomi dei fratelli che ti hanno offeso o che tu hai offeso e con i quali mantieni anche solo distanze, oppure addirittura rancore o odio.
  • Come cristiano riconosci che, al di là delle ragioni umane, c’è una ragione superiore che ti “obbliga” a prendere in seria considerazione la riconciliazione: loro e noi siamo figli amati visceralmente da Dio, che è Padre nostro, quindi loro sono tuoi-nostri fratelli e, per quanto abbiano fatto, “meritano il tuo perdono”, perché Gesù in croce l’ha meritato per loro e per noi.
  • Accostati al sacramento della penitenza (o riconciliazione o confessione) in un momento di calma sia per te che per il confessore e comunichiamogli il tuo desiderio di iniziare il cammino di riconciliazione, chiedendogli l’accompagnamento.
  • Torna alla confessione almeno mensilmente e sempre dallo stesso confessore con il quale verifichi il cammino.
  • Ogni giorno impegnati a pregare lo Spirito Santo e la Vergine Maria per le persone con cui vuoi riconciliarci e per te, perché possa essere coraggioso, perseverante e gioioso nel tuo cammino di riconciliazione.
  • Se ti accorgi di “resistere allo Spirito” astieniti dall’accostarti all’Eucaristia: come puoi fare la comunione al corpo e al sangue di Gesù se non sei in comunione con le membra del suo corpo?
  • Riprendi a ricevere l’eucaristia solo con il parere del confessore.
  • Se decidi di rimanere in cammino pensa a come mandare alcuni segni del tuo desiderio di riconciliazione alle persone con cui desideri riconciliarti: una telefonata, un messaggio, un saluto, un dono …
  • Nel frattempo lascia che cresca il desiderio dell’incontro, fino a quando sentirai dentro di te che il tempo passato covando rancore è stato un tempo triste e ha consumato notevoli energie spirituali, privandoti della vera gioia, mentre ora senti di poter compiere un gesto di umiltà e di amore che può recuperare il tempo perduto e donare pace vera al tuo animo e a quello dei fratelli.
  • Confrontatii con il confessore e se, insieme a lui, riteni sia giunto il momento del salto di qualità, dopo aver partecipato all’eucaristia domenicale e offerto per i fratelli, a cui stai per riconciliarci, il sacrificio di Cristo, riconoscendolo come il vero sacrifico della riconciliazione, VAI E PORTA AI FRATELLI LA PACE E IL PERDONO, PRONTO A TUA VOLTA A RICEVERLI DA LORO: in quella Pace e in quei fratelli riconoscerai il VOLTO MISERICORDIOSO DI DIO.

Così sei stato liberato dalla lebbra dell’odio e del rancore, torna, insieme coni tuoi fratelli riconciliati, a celebrare la pasqua del Signore nell’Eucaristia domenicale e racconta alla comunità il cammino che la Misericordia di Dio ti ha fatto compiere.

Al termine dell’anno giubilare, con tutta la comunità celebreremo la FESTA DELLA RICONCILIAZIONE e tu potrai raccontare le cose meravigliose che Dio ha compiuto in te e sarà vera gioia per tutti e la misericordia del Signore sarà annunciata.

  • ACCOGLIENZA-ALLOGGIO PER I RIFUGIATI.

Una delle opere segno che vorremmo realizzare, su indicazione del nostro Vescovo Luciano è l’accoglienza di una o due famiglie di rifugiati, in diretta collaborazione con la Caritas diocesana. Questa si assume completamente l’onere dell’affitto, delle utenze e del vitto degli ospiti, nonché l’adempimento legislativo che questa ospitalità comporta. A noi chiede l’impegno di trovare e mettere a disposizione un alloggio a norma di legge e una vicinanza, fatta di autentica carità cristiana ai nostri ospiti, che permetta loro di conoscere il nuovo ambiente, imparare la lingua, inserirsi nella nostra comunità e trovare qui un ambiente sereno per poter continuare a sperare.

Chi mette a disposizione gli ambiente ha la certezza della piena retribuzione di affitto e di restituzione dell’immobile nelle condizioni ottimali.

Gesti e segni

E’ il mattino del Sabato santo. Inginocchiata nel banco della chiesa, osservo il Crocifisso “svelato” nella liturgia del Venerdì santo, oggi steso sui gradini dell’altare maggiore. Non riesco a pregare. Ripenso alla storia che ha portato Gesù su quella Croce.

Intanto, un silenzioso ed assorto viavai di persone si avvicenda alla croce per rendere omaggio a Cristo. Una signora, presumibilmente la nonna, tenendo per mano una bambina di tre o quattro anni si avvicina al Crocifisso. Lo bacia e invita la bimba a fare lo stesso. La bimba esegue, quindi insieme si lasciano la croce alle spalle. Ma fatti pochi passi verso l’uscita, come rispondendo ad un richiamo, la bimba sfila decisa la manina da quella della nonna e torna sui suoi passi correndo, risale i gradini dell’altare maggiore e si accovaccia vicino al volto di Gesù. Accarezzandolo, lo guarda con dolcezza e tenerezza struggenti. E’ una scena toccante ed eloquente. Mi sento invasa da una commozione gioiosa: “Lasciate che i bambini vengano a me” pronunciano le mie labbra e capisco meglio perchè Gesù amava tanto i bambini. Egli si specchiava nel loro sguardo limpido, gioiva della loro spontaneità. Rivedo la scena analoga di quel bimbo che, riuscito ad avvicinarsi a Papa Francesco non se ne vuole più andare, anzi si siede tranquillo sulla poltrona del Papa a mangiarsi una caramella che qualcuno gli ha offerto per allontanarlo. Il Papa ama questi fuori programma. Egli è conquistato, e si vede, dalla carica spontanea dei bambini. La semplicità, l’attenzione all’altro, chiunque sia, gli appartengono. A mio avviso rappresenta degnamente, qui sulla terra, quel pellegrino che i due discepoli di Emmaus non hanno riconosciuto subito. Quel pellegrino, camminando con loro, si è dato da fare per consolarli, tranquillizzarli, infondendo loro nuova speranza, dopo i fatti traumatizzanti avvenuti a Gerusalemme. “Non ardeva forse il nostro cuore quando egli lungo la via ci parlava e ci spiegava le Scritture?”(Lc 24,32). I gesti dei bambini, del Papa, ogni gesto nostro, anche il più piccolo, che nasce spontaneo dal cuore, sia esso rivolto a Dio o al prossimo, hanno grande importanza, perchè testimoniano la stessa attenzione che Gesù ha avuto ed ha per l’umanità intera. Ogni gesto è segno che lascia intravvedere che dietro c’è un contenuto da scoprire, c’è un’ispirazione divina. Le nostre celebrazioni liturgiche non dovrebbero mai dimenticarsi di questo. Talvolta, invece, i nostri riti sembrano compiacersi un po’ troppo dell’esteriorità, quasi dimenticando la centralità del mistero. Il culto, i riti devono comunicare nelle loro simbologie, rendendole comprensibili a tutti, il vero volto del Sacerdote che ha amato fino al dono di se stesso, riscoprendo l’Essenziale per poterlo vedere e guardare con gli occhi trasparenti e la tenerezza dei bimbi di cui ho raccontato.

Segni e sogni: e se Dio sognasse con noi…?

“Fatevi dunque imitatori di Dio, quali gli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui an- che Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacri cio di soave odore.” (Ef. 5,1-2).

San Paolo, verso la ne della Lettera che scrive alla comunità di Efeso, tratteggia in una mirabile sintesi quello che davvero protremmo chiamare il Sogno grande di Dio: di renderci tutti suoi gli carissimi, seguendo la via dell’imitazione del Figlio suo diletto, Gesù, nel cammino della carità come nuovo culto a Lui gradito. Il cuore di questo sogno è l’imitazione divina nella comunione ecclesiale, possibile per un credente grazie alla presenza e alla forza dello Spirito Santo. Insomma, l’Apostolo, allora come adesso, ricorda che Gesù ci ha chiesto di seguirlo e di testimoniarlo sulla strada dell’amore oblativo, totale e fedele.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi… Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portate frutto e il vostro frutto rimanga…” (Gv 15,12.16a)

Ora, il primo segno che San Paolo offre per concretizzare la via cristiana, capace fra l’altro di riassumere l’unione tra Cristo e la sua Chiesa, è quello della comunione sponsale, del rapporto speci co nella Grazia del Signore tra lo sposo e la sposa. Beh, a ben guardare, anche San Giovanni nel suo Vangelo ha compiuto una scelta simile, proponendo come primo e fondamentale miracolo di Gesù, quello compiuto durante le celeberrime “Nozze di Cana”. Niente di strano, visto che l’opera del Redentore porta a compimento sovrabbondante il sogno del Creatore, iniziato proprio con la coppia dei progenitori, Adamo ed Eva.

Ritornando al testo della Lettera agli Efesini, nello speci co del nostro argomento, ascoltiamo:

“Nel timo- re di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore;… E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…”(Ef 5,21-22.25).

Imitare la carità di Cristo nel matrimonio, allora, signi ca vivere pienamente la regola del dono, che il divino Maestro ci ha insegnato in maniera speciale con la sua stessa vita. Tra i due sposi viene innestato uno scambio completo e fedele, lasciando intendere sottilmente la complessità e la diversità tra il maschile e il femminile. Pur nella mutualità, per la donna si evidenzia maggiormente la dimensione del dono di “accoglienza”, mentre per l’uomo quella del dono di “elargizione”. Tutto però deve rimanere all’interno del timore di Cristo, come amore reverenziale che tempera e smussa gli eccessi, sapendo che gli sposi rispondono sempre a Dio del legame e della persona che gli è stata affidata: né padroni, né schiavi, ma fratelli nel Signore!

Che cosa dicono a noi, oggi, questi segni e questi sogni di Dio? E se davvero reimparassimo a sognare con Lui? É stata questa la sfida che ci ha accompagnato nell’anno pastorale che ormai volge al termine, cercando di aprire un piccolo squarcio nell’ampio ventaglio delle possibilità, soprattutto nel solco delle relazioni familiari. Ritorniamo, quindi, ai quesiti iniziali, volgendo lo sguardo al centro, al fondamento della disegno salvifico divino, il “Mistero Grande”. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,32).

Nella terminologia paolina, il termine “mistero” indica direttamente il piano di salvezza di Dio, la sua relazione d’amore che si piega sull’umanità per redimerla, attraverso il movimento Trinitario: il Padre misericordioso dona l’Unigenito Figlio con la potenza dello Spirito Santo. Ora, l’Apostolo mette in evidenza che questo “mistero d’amore” lo si può vedere – vivere – testimoniare proprio nel matrimonio cristiano, seppur nel velo dei limiti della nostra umanità. Il sacramento dell’amore, celebrato solennemente nell’inizio e vissuto sinceramente nella bella ferialità, è quindi la viva ed efficace ripresentazione dell’Amore di Dio che ci salva. Nel matrimonio la Chiesa può ritrovare concretamente la sua immagine genuina di “sposa” prescelta e sempre amata dal suo “sposo divino”, il Signore Gesù. Nel periodo estivo che si apre, auguro a tutti gli sposi cristiani di ritornare a sentirsi parte di questo grande vangelo del “mistero grande”, chiedendo misericordia e rilanciando la speranza.

don Giorgio Comini