Settimana mariana nelle nostre comunità

1519 – 8 luglio – 2019

500 anni dell’apparizione della Madonna a Adro

In occasione della celebrazione del CINQUECENTENARIO della Apparizione della Vergine Maria ad Adro (1519 – 8 luglio – 2019), si è pensato di far conoscere ed amare maggiormente la devozione mariana nella realtà della Diocesi bresciana. Ci si è quindi determinati, da parte dei Padri Carmelitani Scalzi di Adro (custodi del Santuario da circa un centinaio di anni), di riprodurre in vetroresina l’originale della effigie della Vergine Maria e di concordare un percorso mariano con le parrocchie o le unità pastorali che ne avessero fatto richiesta. Tra le altre, anche la realtà di Leno, con le parrocchie di Castelletto, Milzanello, Porzano e la stessa parrocchia di Leno. Dal 31 maggio sino al 9 giugno, ogni giorno si è celebrata la Santa Messa con una riflessione mariana in compagnia della Madonna. Il bel concorso di popolo ha testimoniato la affettuosa e fedele attenzione che Le viene riservata.

La Madonna è apparsa al giovane pastorello Giovan Battista Baglioni (sordo muto dalla nascita, guarito prodigiosamente dalla Madonna), perché vuol dimostrarci che si sta prendendo cura di noi come il Signore Gesù Le ha raccomandato, ricordandoci che siamo nel mondo come pellegrini dell’Assoluto, destinati all’eternità. Per cui, il ritornare a frequentare la compagnia sacramentale del Signore, nella Confessione (la Vergine Maria dice di essere la Avvocata dei peccatori) e nella Eucaristia, come il decidere di non bestemmiare il nome di Dio, il compiere la scelta quotidiana di testimoniare con verità e fedeltà la fede cristiana, proporsi con umiltà e semplicità di cuore come collaboratori dell’opera di Dio … sono l’orientamento da seguire per rasserenarsi interiormente ed esperimentare la serenità sostanziale del cuore. Così, nel messaggio, che ha affidato al pastorello, si esprimeva:

Va a dire a quelli di Adro che dove tu mi vedi sia costruita una chiesa, che santifichino le feste: che non bestemmino più il nome santo di Dio e che si astengano dagli altri peccati. Se non mi ascolteranno, si aspettino grandi castighi. Se ti domandano chi ti ha parlato, di’ loro che è stata l’Avvocata dei peccatori.

Grato per la possibilità che mi è stata offerta di condividere volentieri un pensiero sulla Vergine Maria per nove giorni consecutivi, auguro che questo evento di grazia regali frutti abbondanti a tutta la comunità ecclesiale che l’ha accolta. Inoltre sono riconoscente di vero cuore a chi si è premurato di promuovere, organizzare, animare con passione, amore e dedizione questa significativa opportunità.

La Madonna della Neve di Adro vegli su tutti voi.

P. Stefano Pasini, Padre Carmelitano Scalzo

Vedere l’invisibile

In Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45 in tre luoghi: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo di Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città

Nella IV domenica di Pasqua si tiene l’annuale Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. “La chiamata di Dio non è un’ingerenza nella nostra libertà ma l’offerta di entrare in un progetto di vita, in una promessa di bene e felicità, non siate sordi a tale chiamata”: così il Papa nel messaggio inviato in occasione della 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Le tre veglie. Per questa occasione nella nostra Diocesi si svolgerà una veglia di preghiera venerdì 10 maggio alle 20.45, in tre luoghi differenti: santuario Madonna della Neve ad Adro; Eremo dei Santi Pietro e Paolo a Bienno; chiesa di S. Francesco d’Assisi in città.

Il messaggio. “È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita”. Lo scrive Papa Francesco nel messaggio sul tema: “Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio”. Soffermandosi su due aspetti – la promessa e il rischio –, il Papa spiega che “la chiamata del Signore non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una ‘gabbia’ o un peso che ci viene caricato addosso”. “Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante”. Indicando il “desiderio di Dio”, Francesco spiega che “è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio”, “non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato”. “Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare”. Ribadendo che “ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande”, il Papa incoraggia ciascuno affinché la sua vita “non resti impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore”.

Una sfida da affrontare. “La vocazione è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto. Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta”. Afferma sempre il Papa. “Per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva – afferma il Papa –. Ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita”. Riferendosi alla “scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia”, così come alle “vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni”, all’“impegno nel campo della carità e della solidarietà”, alle “responsabilità sociali e politiche, e così via”, Francesco spiega che “si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio”. Poi rivolgendosi ai giovani, il Papa li incoraggia a non essere “sordi alla chiamata del Signore”. “Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino”.

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Pregando insieme al Vescovo

Ogni venerdì, dal 19 ottobre e dalle 20.30 alle 22, il Vescovo prega alle Grazie. In contemporanea si prega nei luoghi montiniani e nelle comunità

In questo anno pastorale, il Vescovo ha chiesto a tutte le comunità di intensificare la preghiera. A partire dal 19 ottobre ha scelto anche un luogo, il santuario delle Grazie, dove riunirsi in preghiera. L’Ufficio per la liturgia, con il suo vicedirettore don Claudio Boldini, sta preparando lo schema della preghiera che sarà suddivisa in tre momenti distinti di circa 30 minuti per permettere a chiunque di poter partecipare anche a un singolo momento. Si inizia con l’adorazione al Santissimo. Il terzo momento sarà dedicato a una riproposizione dei pensieri di Paolo VI. Mons. Tremolada concluderà con la benedizione. Su richiesta del Vescovo, in contemporanea si pregherà anche nei luoghi montiniani e, dove possibile, anche in altre parrocchie della diocesi.

L’importanza della preghiera. La preghiera, come disse il Papa nel febbraio 2016, “è una forza che muove il mondo”. “Noi crediamo questo? È così? Fate la prova”, ha aggiunto a braccio. La preghiera “non è una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere da Dio quel che ci serve”. “Io prego per stare bene come se prendessi un’aspirina – ha detto ancora fuori testo –… Non è così. Io prego per ottenere questo…. Ma questo è fare un negozio, la preghiera è un’altra cosa”, è “un’opera di misericordia spirituale, che vuole portare tutto al cuore di Dio” e un dono di fede e di amore “di cui c’è bisogno come del pane”. Soprattutto, è “la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il cuore di Dio”, una chiave facile perché “il cuore di Dio non è blindato, tu puoi aprirlo con una chiave comune, con la preghiera”. La preghiera “è la più grande forza della Chiesa, che non dobbiamo mai lasciare”, altrimenti, il monito del Papa, “si rischia di appoggiarsi altrove: sui mezzi, sui soldi, sul potere; poi l’evangelizzazione svanisce, la gioia si spegne e il cuore diventa noioso”. “Volete avere un cuore gioioso?”, aveva chiesto ai presenti. Alla risposta affermativa, aveva esclamato: “Pregate sempre!”, e ha incoraggiato i gruppi di preghiera ad essere “centrali di misericordia, sempre aperte e attive”. “Siate sempre apostoli gioiosi della preghiera!”, perché “la preghiera fa miracoli”.

Presentazione dei restauri del Santuario di S. Maria delle Grazie

Il restauro del Santuario, il cantiere pilota in Basilica

Martedì 5 dicembre alle ore 17.30 presso la Basilica delle Grazie (Via delle Grazie, 13 Brescia) si terrà la presentazione del restauro del Santuario e del cantiere pilota in Basilica.

Presentano
Arch. Paola Dioni
Arch. Beniamino Dioni

Salutano
Mons. Mario Piccinelli – Rettore Santuario
Mons. Federico Pellegrini – Direttore Ufficio Beni Culturali Diocesi di Brescia

Introduce
Arch. Marco Fasser – Funzionario responsabile Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bergamo e Brescia

Intervengono
Dott. Valerio Terraroli – Professore di Museologia e Critica Artistica e del Restauro presso l’Università di Verona: “Antonio Tagliaferri tra restauro e reinvenzione dell’antico”
Ing. Sandro Guerrini – Storico dell’arte: “Santa Maria delle Grazie: ricordi fiorentini in un’architettura bresciana del Cinquecento”

Illustrano le ricerche, le indagini e i restauri
Corrado Pasotti
Monica Abeni
Massimiliano Lombardi
(Restauratori)

a seguire visita in Santuario e Basilica

Il Maestro è un amico autorevole

Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada nella S. Messa al Santuario delle Grazie. Domenica 29 ottobre 2017

Con profonda gioia e non senza emozione celebro con voi questa Eucaristia qui, nel santuario della Madonna delle Grazie, a poche settimane dal mio ingresso in diocesi. È questo un luogo assolutamente singolare e direi unico, tanto caro alla città di Brescia e a tutta la diocesi. Gioiello d’arte e insieme casa di preghiera, meta della devozione sincera di tanti uomini e donne che continuano ad affidarsi all’intercessione materna di Maria. A lei vorrei qui affidare anche il cammino della nostra diocesi nei prossimi anni e il mio personale ministero di vescovo.

Vorrei farlo tuttavia con un pensiero rivolto al beato Paolo VI, il grande papa bresciano per il quale ho sempre nutrito grande stima e devozione. Qui a fianco, nella casa paterna, egli ha vissuto la sua infanzia; qui ha celebrato la sua prima santa Messa; qui è conservata la reliquia che ricorda un episodio cruento del suo pontificato. Per tutti noi, per voi e per me, questa diventa così l’occasione per tornare a stupirci davanti alla potente testimonianza di questo grande protagonista della storia del secolo scorso, storia della Chiesa ma non solo, e per lasciarci guidare da lui a domandare a Maria ciò che riteniamo prezioso per il nostro cammino di Chiesa nel prossimo futuro.

La Parola di Dio, con la pagina del Vangelo di Matteo che è stata proclamata, ci presenta la figura di Gesù nell’atto di esercitare il suo compito di maestro. Uno dei dottori della legge, esperto della ricca tradizione mosaica, osa porre a Gesù la domanda considerata cruciale dagli Scribi e dai Farisei. Dice dunque a Gesù: “Maestro, qual è il comandamento della legge che dobbiamo considerare più grande?”. Come a dire: dei dieci comandamenti e delle centinaia di precetti che la nostra tradizione ha formulato, quale a tuo giudizio va considerato il primo? In altre parole: che cosa Dio vuole che facciamo assolutamente? Cosa si aspetta anzitutto da noi? La risposta di Gesù è immediata e molto precisa: “Il comandamento più grande e in assoluto primo rispetto a tutto è questo: amare Dio nello slancio del cuore, nel totale coinvolgimento di tutte le facoltà e con la piena adesione della propria intelligenza”. “Ma subito dopo – aggiunge Gesù – ne viene un secondo, che gli assomiglia molto: amare il prossimo come se stessi”. Ciò che accumuna i due comandamenti e li rende simili e inseparabili è il verbo amare. Tutta la legge, dunque, si riassume – secondo Gesù – nel comando di amare Dio e il prossimo, nell’esortazione a diventare capaci di farlo. Quanto qui non è detto, ma in altre pagine dei Vangeli è chiarissimo, è che questo amore deriva direttamente da Dio ed è partecipazione all’amore suo. “Chiunque ama – scrive san Giovanni nella sua prima lettera – è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). Questo dunque insegna il maestro Gesù a colui che ha voluto interrogarlo.

Maestro: così molti amavano chiamare Gesù quando lo incontravano. I Vangeli ce lo testimoniano. Ed egli non ha mai rifiutato questa definizione. Era ben consapevole che l’insegnamento rientrava nella sua missione di salvezza a favore dell’umanità. Certo egli è molto di più di un maestro ma indubbiamente è anche questo. Come tale, egli ha offerto alla sua Chiesa e alle generazioni di ogni tempo il suo straordinario insegnamento, nel quale è risuonata e continua a risuonare la sua parola autorevole, la sua voce amorevole, la sua sapienza illuminante, la sua forza incoraggiante. Sono queste le caratteristiche del vero maestro, che le grandi folle riconoscevano a Gesù, affascinate dal suo modo di parlare.

Sono convinto che nella luce di questo magistero supremo del Signore Gesù si debba guardare alla figura di Paolo VI, per coglierne una delle sue caratteristiche essenziali. Egli è stato davvero un grande maestro: un uomo che ha insegnato e che ha fatto scuola. La sua parola è stata capace – e lo è tuttora – di far percepire la potenza e la bellezza del Vangelo. Dotato di una intelligenza penetrante, di una forte sensibilità, di un appassionato desiderio di sapere e di capire, che lo spingeva con naturalezza ad aprirsi ad ogni forma di cultura, egli ha reso moderno e attuale ciò che è eterno, ha dato voce umana alla Parola di Dio.

Lo ha fatto attraverso un pensiero acuto e un linguaggio efficace, i cui frutti sono in particolare i grandi documenti del Concilio, che portano la sua impronta, e le encicliche che egli scrisse successivamente. Sappiamo bene cosa dichiarò papa Francesco presentando la sua Evangelii Guardium: disse che si ispirava totalmente all’Evangelli Nuntiandi di Paolo VI, da lui venerato come maestro ed esempio di vita.

Lo ha fatto, ancora, attraverso gesti che hanno segnato la storia del pontificato: egli è stato il primo papa dopo san Pietro a tornare in Terra Santa, il primo a deporre la tiara, a varcare la soglia dell’ONU, ad abolire la corte pontificia, a distinguere in un documento di rilievo teologico tra ateismo e atei.

Lo ha fatto, infine, attraverso lo stile del dialogo, per lui connaturale e sentito come doveroso. “Bisogna farsi fratelli degli uomini – diceva – nell’atto stesso in cui vogliamo essere loro pastori e padri e maestri”. “Il clima del dialogo – aggiungeva – è l’amicizia, anzi il servizio”. Dal desiderio del dialogo derivava poi l’amore per la cultura, che Paolo VI intendeva come umile e disinteressata ricerca della verità. Quella verità che “per delicata e complessa che sia – diceva – dovrebbe saper raggiungere formulazione così felice da rendersi in qualche modo intuitiva e affascinante”. Questo è in effetti lo scopo della cultura: rendere amabile e attraente la verità. Per papa Montini, cultura era sinonimo di sapienza: un conoscere che illumina il vivere.

Profondità di pensiero, ampiezza di vedute, naturale predisposizione al confronto, gusto per la riflessione pacata, grande padronanza del linguaggio: queste le caratteristiche di questo pontefice che è stato maestro nella Chiesa e di cui questa sua terra deve andare fiera. Eppure fu lui a dichiarare una volta che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Come a dire che il suo primo desiderio era quello di essere non un maestro ma un testimone. E in effetti, quando l’essenza dell’insegnamento è quella svelata da Gesù nel dialogo con il dottore della legge, non può essere che così. Dell’amore, l’amore totale per Dio e l’amore del prossimo come se stessi, non si disquisisce o semplicemente si ragiona: l’amore si vive e solo con la vita lo si dimostra. Perciò, questo occorrerà ricercare nella vita e nel ministero di Paolo VI: una testimonianza di amore. Ma certo, facendolo, non si resterà delusi. Il papa del Concilio – spesso dipinto come piuttosto freddo e poco incline alla manifestazione dei sentimenti – è stato invece un uomo di grande cuore, che sapeva dimostrare un affetto sincero e intenso, nelle forme discrete del suo carattere. Abituato fin da giovane a frequentare luoghi di pensiero e stanze di rappresentanza, egli aveva conservato lo spirito semplice e mite dell’uomo di fede, che, sentendosi amato dal suo Signore, nulla cercava per sé. Il suo era uno sguardo intenso e buono, che, insieme con le sue mani, si protendeva con una vera passione d’amore verso le grandi folle che lo salutavano: molte delle innumerevoli fotografie che abbiamo di lui, ce lo rappresentano proprio così. Il suo amore sincero per tutti nel nome di Cristo lo rendeva estremamente severo con se stesso: egli non voleva che la sua persona prendesse il posto del Signore nel cuore dei cristiani. Questo suo scrupolo, insieme con la riservatezza del suo carattere, fu purtroppo interpretato da alcuni come aristocratico distacco dall’umile gente del popolo di Dio,

Possiamo allora, a questo punto chiudere il cerchio e dire che Paolo VI fu davvero quanto desiderava essere, cioè un testimone di Cristo, ma lo fu essendo nel contempo anche un vero maestro. Il maestro, infatti, non è un erudito e neppure semplicemente un esperto della materia che insegna. Il maestro è un amico autorevole, qualcuno a cui si guarda con profonda stima ma anche con affetto, al quale si è riconoscenti per ciò che si è ricevuto. Maestro è una persona la cui presenza è divenuta cara per i suo sguardo amorevole, la sua cura costante, la sua limpida intenzione di bene, la sua generosa dedizione; in una parola, una persona che ci ama e che amiamo. Così, un testimone dell’amore di Dio e del prossimo può essere anche un maestro, un uomo che anche attraverso il suo insegnamento fa percepire l’amore di Dio e l’amore per Dio, mentre diffonde l’amore per il prossimo. Il grande papa di cui ci onoriamo di essere concittadini e condiocesani aveva queste caratteristiche.

Che cosa dunque chiederemo alla Beata Vergine Maria, in questa suo santuario che custodisce la reliquia di Paolo VI? Chiederemo di saper imitare la limpida testimonianza d’amore del papa che qui è nato ed è cresciuto e di raccogliere l’eredità del suo autorevole insegnamento. Chiederemo poi di saper amare come lui, unificando cuore, anima e intelligenza nello slancio appassionato di una fede sapientemente operosa. Chiederemo, infine, di saper leggere come lui i segni dei tempi, offrendo così un insegnamento autorevole e consolante, che sia luce per ogni uomo di buona volontà. È quanto anch’io vorrei chiedere per me e per voi, pensando al cammino che abbiamo davanti.

Mi conforta molto pensare che colui del quale conserviamo le reliquie in questo luogo dedicato alla santa Madre di Dio e tanto caro a questa città, è ormai nostro amico e intercessore. Egli, nei cieli, è beato tra i beati, nell’attesa nostra, molto viva, di proclamarlo santo tra i santi. Per mezzo di lui, in comunione con Cristo e nella potenza dello Spirito santo, salga al Padre la lode e la gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen

Pellegrinaggio mariano zonale delle famiglie

Zona Pastorale XII – dell’Abbazia di San Salvatore
1 maggio 2017

Santuario della MADONNA DELLO SPASIMO

– Pavone Mella –

Programma
  • Ore 10.00 ritrovo nella piazza di Milzano e partenza a piedi per Pavone camminando lungo il sentiero ciclabile del fiume Mella.
  • Ore 12.00 circa: pranzo al sacco in oratorio e pomeriggio in compagnia.
  • Ore 15.30 S. Messa presso il Santuario.

In caso di pioggia o maltempo il pellegrinaggio sarà sospeso.

Visita al santuario della Madonna di Lourdes di Chiampo (VI)

Il giorno 21 Maggio u.s., la Zona San Giuseppe, ha effettuato una gita presso il Santuario della Pieve di Chiampo (VI), dove è rappresentata la grotta di Lourdes. Lo scopo dell’iniziativa, molto partecipata da parte di appartenenti e non della zona, era quello di abbinare un momento di aggregazione degli abitanti della Zona, al pellegrinaggio verso un Santuario durante il mese mariano. Giunti sul luogo sacro, tutto il gruppo è stato accolto da Frate Damiano, i quale ha spiegato, l’intero e suggestivo percorso della Via Crucis, illustrando magnificamente le varie stazioni.

Pellegrinaggio a Chiamo - maggio 2016

Alla fine del tragitto, tutti i partecipanti hanno assistito alla celebrazione della Santa Messa nella nuova Chiesa del Santuario. Incantevoli sono state le visite al Sepolcro ed al Museo. Così come aggregante è stata la recita del santo Rosario davanti alla statua della Madonna nei pressi della grotta, al quale si sono aggregati anche altri gruppi di pellegrini presenti in quel momento. Alla fine del Rosario, tutti i partecipanti si sono riuniti in un luogo per condividere una merenda e passare alcuni momenti di pura aggregazione grazie anche alla splendida giornata di sole. Felici e contenti si è tornati a casa consapevoli che della necessità di a darsi alla Madonna in ogni momento della giornata.

Il rappresentante della zona
Michele De Cunzolo