Il Battesimo pone in noi il seme della santità Catechesi battesimale

“Siate santi perché Io sono santo” – Continuiamo la catechesi battesimale, prendendo in considerazione i segni e i simboli all’interno del rito del battesimo.

Il Battesimo, come tutti i Sacramenti, prevede l’utilizzo di elementi materiali, di parole e canti, di gesti simbolici e segni non verbali che, tutti insieme, danno vita a questa celebrazione preziosa e imprescindibile nell’esistenza di un cristiano. 

Dio è intervenuto nella storia del suo popolo con fatti e parole. Allo stesso modo si è comportato Gesù. 

Anche la Chiesa nella celebrazione del battesimo agisce sia con parole e sia con gesti e segni concreti. 

Ecco come si svolge la liturgia battesimale.

La struttura della celebrazione presenta uno sviluppo dinamico che ha un suo significato: inizia con l’accoglienza del bambino alla porta della chiesa e termina all’altare. 

Sono previsti quattro momenti essenziali:

  1. Riti di accoglienza, che si esprimono con : saluto iniziale – dialogo celebrante e genitori con la richiesta del nome – segno della croce sulla fronte del bambino.
  2. Liturgia della Parola, che è composta da: Letture bibliche – Omelia – Preghiera dei fedeli – Invocazione dei Santi – Esorcismo e unzione pre battesimale. 
  3. Liturgia del battesimo, che si sviluppa in questo modo: Benedizione dell’acqua – Rinuncia a Satana e professione di fede – Battesimo per infusione dell’acqua o per immersione – Unzione con il sacro crisma – Consegna della veste bianca e del cero acceso – Rito dell’effetà.
  4. Conclusione all’altare con la preghiera del Padre Nostro e la Benedizione dei genitori e di tutti i presenti.

1. Riti di accoglienza

Il battesimo è la porta di ingresso nella comunità della Chiesa. Attraverso di esso veniamo accolti nel suo seno, rimaniamo incorporati in essa e facciamo parte della famiglia dei figli di Dio. Si tratta, quindi, di una «vocazione» e di una «convocazione»: da parte della comunità ecclesiale e per la comunità ecclesiale. «Noi tutti – dice S. Paolo – siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1 Cor 12,13). Nessuno è estraneo agli altri. Siamo tutti membra vive e contribuiamo a edificare il corpo della Chiesa. 

Ecco il significato del saluto e del dialogo iniziale tra il sacerdote e i genitori e padrini, alla presenza della comunità cristiana. I genitori, all’ingresso della chiesa, accolti dalla comunità cristiana, presentano il loro figlio con il suo nome proprio e chiedono al sacerdote di ammetterlo a far parte della Chiesa, assicurandola che, insieme ai padrini e sostenuti dalla comunità stessa, si impegnano a trasmettere al figlio la fede cristiana, che oggi per lui chiedono alla Chiesa come dono di grazia.

All’interno dei riti di accoglienza il sacerdote chiede ai genitori il nome del loro figlio.

Il bambino è designato con il suo nome, è riconosciuto come persona unica e diversa dalle altre, con una ricchezza di doni di cui Dio lo ha nutrito per arricchire la Chiesa.

Attraverso il nome ogni persona si differenzia dalle altre. Non è un numero interscambiabile. Il nome diventa parte integrante della sua identità. Nel suo nome è riassunta tutta la storia della sua vita.

“Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”(Is. 43,1): è la parola rivolta da Dio al profeta Isaia. Ciò vale anche per ciascuno di noi personalmente. 

“Quando Dio ti chiama per nome esprime con questo il fatto che per Lui sei importante. Davanti a Dio sei unico. Dio stesso ti ha creato. Tu gli appartieni. Nessun essere umano ha potere su di te. Dio riversa il suo amore divino nel tuo nome. Dio si rivolge a te, Dio ti conosce per nome, conosce il tuo cuore, sa che cosa provi. Ha una relazione individuale con te. Non sei solo uno tra i tanti. Sei unico. Per Dio hai un’importanza particolare: Egli è sostegno per la tua vita, qualcosa che costituisce le fondamenta su cui edificare la tua esistenza. Il nome con cui Dio ti chiama ti dimostra la tua inconfondibile dignità di essere umano.

Dio ha un progetto speciale per te. In te deve rifulgere la sua gloria. In te deve apparire un po’ della bellezza divina. 

Gesù non ha soltanto chiamato i discepoli per nome in un lontano passato, anche oggi pronuncia il tuo nome. Gesù ti conosce personalmente. 

Quando Gesù ti chiama per nome, nessuno ti può rapire dalla sua mano, nessuno ti può sciogliere dal tuo legame con Lui. La sua mano ti protegge, ti dona un riparo e ti sostiene” (A. Grun).

All’interno dei “Riti di accoglienza” il primo gesto compiuto sul bambino è il segno di una croce sulla fronte: il sacerdote, i genitori e i padrini tracciano sulla fronte del loro bambino un segno di croce. 

La «segnatura», la marchiatura dei beni e anche dell’uomo deriva da un’abitudine antichissima. Chi portava un segno, specie se un segno indelebile, apparteneva per sempre al suo padrone e proprietario, sottostava per sempre al suo potere e alla sua protezione.

Col segno di croce sulla fronte il battezzando viene dichiarato proprietà di Cristo; Lui, che è morto in croce ed è vittoriosamente risorto, nel battesimo prende possesso della persona. La croce tracciata sulla fronte sancisce una volta per tutte l’accoglimento del bambino nella famiglia di Dio. Come i genitori garantiscono la vita terrena dei loro figli, così Dio garantirà la loro salvezza. Il segno di appartenenza a Cristo non va perciò frainteso nel senso di un «segno di schiavitù»; coloro che sono stati segnati col segno di croce appartengono al Signore così come gli sposi si appartengono reciprocamente.

Il segno di croce è anche un segno di protezione. I genitori sanno per esperienza a quanti pericoli vada incontro un bambino. Egli ha bisogno di un protettore più ancora di un adulto. I genitori, segnando il loro figlio col segno di croce, lo affidano a colui che può salvare da tutti i pericoli e, particolarmente, da quelli del tentatore.

Il rito esprime, dunque, il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistato per mezzo della sua croce. La Croce è il segno distintivo dei cristiani.

Dopo i riti di accoglienza, il sacerdote precede il corteo nel cammino verso l’altare, accompagnato dal canto.

Questo cammino è segno della vita qui sulla terra, che è un cammino, un pellegrinaggio gioioso di tutta la Chiesa incontro al suo Signore. E’ la gioia di un popolo che nella ferialità dei suoi giorni sa di essere accompagnato dallo spirito del Risorto, fin quando sarà giunto nella Terra promessa, che è il Paradiso, la pienezza della vita in Dio. L’altare diventa così il segno sacramentale di quella meta, perché rappresenta il Cristo che è “l’altare” su cui Egli stesso, che è anche il “sacerdote”, offre al Padre la “vittima sacrificale”, che è ancora Lui, per la salvezza dell’uomo.

Così, l’altare verso cui il corteo battesimale si incammina, rappresenta la meta della Chiesa e di ogni battezzato, chiamati a partecipare di quel banchetto pasquale, segno dell’eterno banchetto celeste, preparato per ogni salvato, nel Regno eterno di Dio.

Il battesimo è, così, l’ingresso in questo popolo di battezzati che cammina, cantando di gioia, perché attraverso i segni sacramentali offerti qui sulla terra ha la certezza di poter raggiungere la meta eterna: Gesù morto e risorto, che siede alla destra del Padre e ci prepara un posto nel suo Regno.

2. Liturgia della Parola

Sia quando il sacramento del Battesimo viene celebrato all’interno della Messa come al di fuori di essa è sempre contemplata la liturgia della Parola.  

Essa è costituita da: letture bibliche, omelia, preghiera dei fedeli, invocazione dei Santi, esorcismo e unzione pre-battesimale. 

Letture bibliche

Tutti i sacramenti fanno riferimento alla Parola di Gesù, che, per mezzo di segni e l’invocazione dello Spirito Santo da parte della Chiesa, compie oggi nell’intimo della persona e della Chiesa l’opera spirituale che i segni significano e donano la grazia propria di ogni sacramento, che è sempre dono di salvezza. Per questo ogni volta che si celebra un sacramento si fa precedere la proclamazione della Parola di Dio, perché senza di essa non c’è l’efficacia del sacramento. Così, perché nel battesimo la persona sia lavata dalla vita del peccato (dell’uomo vecchio) e rinasca alla vita nuova (l’uomo nuovo) in Dio, è necessario che venga invocato lo Spirito Santo sull’acqua con la preghiera della Chiesa e, pronunciando la parola di Gesù, venga versata l’acqua sul capo della persona dal ministro della Chiesa. Lo Spirito Santo, la Parola e il segno rendono “efficace” l’azione della Chiesa, cioè fanno sì che avvenga ciò che la parola dice e il segno esprime.

Quando il Battesimo viene celebrato all’interno della S. Messa, normalmente si proclama la Parola del giorno, generalmente della domenica; quando viene celebrato senza la S. Messa si possono scegliere le letture indicate dal Rituale Romano per la celebrazione del sacramento del Battesimo.

Invocazione dei Santi

Per mezzo del battesimo, il cristiano partecipa della santità stessa di Dio e, quindi, partecipa della comunione con tutti coloro che sono stati resi santi per mezzo dell’immersione battesimale. Per questo l’assemblea invoca i Santi, affinché siano loro a proteggere il bambino o l’adulto nel cammino che sta cominciando a intraprendere in seno alla Chiesa. Cammino di impegno, di coerenza e di testimonianza di fede, di speranza e di amore.

Unzione pre-battesimale con l’olio dei catecumeni

L’olio dei catecumeni è essenzialmente l’olio dell’atleta di Cristo. S. Ambrogio dice: “Arrivato al fonte, tu sei stato unto … come un atleta di Cristo, come se tu stessi per dedicarti a un combattimento in questo mondo”. Il Battesimo libera dal peccato e dal diavolo. Sul battezzando viene pronunciata la preghiera di esorcismo e successivamente viene unto con l’olio dei catecumeni. Quest’olio, applicato sul petto, è come uno scudo che respinge il demonio e difende la fede. E’ come uno strumento che prepara il futuro cristiano alla lotta della vita e gli dona coraggio e forza per resistere al male e al maligno. Dio sa, infatti, che il diavolo (colui che divide), il satana (il tentatore che, illudendo con proposte apparentemente alettanti, cerca di far imboccare la strada della morte) è come la presenza di un “leone ruggente, che si aggira cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9); per questo ci dona i mezzi della grazia per “resistergli, saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9). Questo olio è stato benedetto dal Vescovo nella Messa crismale del Giovedì santo e, perciò, è anche segno di piena comunione con la Chiesa locale, presieduta dal Vescovo, e con la Chiesa universale, il cui segno di unità è il Papa.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Paolo – La centralità di Gesù Cristo

Benedetto XVI ci racconta S. Paolo. Udienza generale, 08.11.2006

Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza po- tremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro.

Il superiore, il maestro, il padre: l’Abate

Dopo aver visto che Benedetto fonda “una scuola del servizio del Signore” (Prologo 45), nei Capitoli 2 e 64 della stessa Regola provvede, per la sua Famiglia: un Padre, un Maestro, un Superiore che sia dottore nelle cose di Dio e dell’uomo.
Intanto incomincio a dire che: la Regola prevede, impone (unica di tutti gli altri Ordini religiosi) che siano i monaci stessi dei singoli monasteri-famiglie, ad eleggere il proprio Padre-Maestro. Egli chiamò questo Superiore con nome biblico secondo quanto dice San Paolo nella Lettera ai Romani 8,15, Abate, infatti “Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre”. Nel monastero benedettino è l’Abate, eletto dai suoi fratelli-figli, il responsabile ultimo di tutto. A motivo di ciò Benedetto ne parla in due capitoli fondamentali: nel capitolo 64 della “elezione dell’Abate”; nel capitolo 2 su “Le qualità che deve avere l’Abate”, avvertendo “gli elettori” della responsabilità che hanno nella scelta del Padre-Dottore del monastero.

Siccome nei due capitoli citati appare: tutta la grandezza spirituale, psicologica, la conoscenza dell’umanità dei monaci, e la santità di Benedetto, non potrò certo trarne commenti, nel breve spazio concessomi, in modo teologico esaustivo. Pertanto ne citerò direttamente alcuni brani degli stessi capitoli, lasciando ad ognuno di gustarli e farne tesoro, leggendo personalmente, totalmente i due testi. “Dopo l’ordinazione l’Abate consideri sempre quale carico si è assunto e a Chi dovrà rendere conto della sua amministrazione” (RB 64,7) Qui viene espressa un’etica della dirigenza, un’esigenza morale. “Sappia di dover aiutare più che comandare” (RB 64,8). Il testo latino dice: “magis prodesse quam praeesse”, e la traduzione letterale sarebbe: “essere più al servizio che in avanti”. Essere in avanti è la presidenza, e ci sono molti modi di pre-siedere, che però richiedono tutti previdenza da parte di Chi è in avanti. “E cerchi di essere amato piuttosto che temuto” (64,15).

E ancora: “Non sia causa di agitazione e ansioso, non sia esagerato e ostinato, non sia invidioso e troppo sospettoso perché non avrebbe pace mai” (64,16). ”Nell’impartire ordini sia previdente e ponderato, e quando dà direttive, sia riguardo alle cose di Dio sia riguardo a quelle del mondo, abbia discrezione e misura, tenendo presente la discrezione di Giacobbe che diceva:- Se farò stancare troppo i miei greggi a camminare, moriranno tutti in un sol giorno- (Gen. 33,13; RB. 64,17-18). E ancora: “…alternerà secondo le circostanze rigore e dolcezza, mostrerà ora la severità del Maestro ora il tenero affetto del Padre. In concreto deve correggere con una certa severità gli indisciplinati e i turbolenti, sollecitare invece a procedere verso il meglio quelli che si mostrano obbedienti, miti e pazienti; ma gli incuranti e gli arroganti l’esortiamo a rimproverarli e punirli” (RB 2, 24-25). Il tutto tenendo conto di quanto la Regola asserisce nel Capitolo 2 Dell’Abate: “… difatti per fede in lui (l’Abate) si vede chi fa nel monastero le veci di Cristo”. E per far trasparire Cristo nella sua comunità, bisogna che l’Abate Lo possegga: Solo allora sarà capo e cuore della sua famiglia monastica, come Cristo è capo del suo Corpo Mistico, che vivifica con il suo Spirito. L’unità nella Comunità, per essere vissuta concretamente e durare nel tempo, richiede che vi sia un capo e l’obbedienza all’Abate verifica l’autenticità della carità fraterna.

Talvolta viene posta la domanda se questo ideale sia possibile oggi. Ma noi siamo consapevoli che l’autorità nella comunità monastica, come d’altra parte nella Chiesa, resta un Dono di Dio. E il Dono resta offerto, anche se l’ideale non è raggiunto. Per conoscere Benedetto, la sua Regola e la vita monastica, si deve però conoscerla in profondità: io non ne ho il tempo. Pertanto, ripeto: comperate la santa Regola e meditatela confrontandola con la Parola di Dio, e se potete, andate ospiti in uno dei monasteri per costatare come viene amata e vissuta sotto il magistero dei singoli Abati, oggi, ripeto: OGGI! Indaghiamo anche nella storia: come la Regola benedettina abbia influito in bene e sviluppo nella Nostra Europa e nella Chiesa: in cultura, lavoro, santità e amore a Cristo, a Cui il benedettino “non deve anteporre nulla”!

Sulla validità e attualità della Regola, ne sono testimoni i tanti secoli dalla sua stesura: anche oggi migliaia di uomini e donne la fanno propria, cercando di poterla attuare in pienezza: Monaci, Monache e Oblati benedettini. Il Signore voglia inviare alla Vigna di Benedetto, anche oggi, tante sante vocazioni!

Silvano Mauro Pedrini OBS

La Parrocchia di Leno a Roma per Paolo VI, Santo della Chiesa Universale

Nel corso di 6 giorni, dal 13 al 18 ottobre, il nostro viaggio ha fatto anche tappa nei luoghi di un altro Santo apostolo di fede, S. Padre Pio da Pietrelcina, ed altri siti di profondo interesse culturale e spirituale, che hanno riempito le nostri menti ed i nostri cuori.

Nelle soste del viaggio di andata è stato bello salutare tante altre comitive di bresciani; in questi brevi incontri capivamo che la loro gioia e il loro entusiasmo erano anche i nostri, perché avevamo in comune la stessa meta: la proclamazione di Paolo VI a Santo della Chiesa Universale.

Man mano che i pellegrini giungevano nella capitale, i giornalisti coglievano la grande emozione che si respirava attraverso le testimonianze dei fedeli e di chi li accompagnava: “Desideriamo che questo grande Papa Santo ci aiuti a rivedere la nostra vita cristiana riportando in parrocchia un vento nuovo dello Spirito” ha espresso il nostro Monsignore.

Nella prima tappa di sabato pomeriggio al Santuario del Divino Amore, abbiamo assistito alla S. Messa celebrata dal Vescovo Tremolada, dal nostro Monsignore e arricchita dalle voci dei cantori della Chiesuola di Pontevico.

La mattina di domenica, al nostro arrivo, Piazza S. Pietro era già gremita di bambini, giovani, adulti e anziani, emozionati dinanzi alla canonizzazione di un apostolo, che nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire totalmente Gesù. Pur animato da tanto spirito innovatore, Papa Montini non ha mai tradito la propria intima natura, mantenendosi umile, riservato, un semplice servo della chiesa fino alla fine. Alla sua proclamazione a titolo di Santo, un’emozione fortissima si è legata a un lungo e commosso applauso.

Le altre due giornate romane le abbiamo trascorse ad ammirare le meraviglie che la città eterna mostrava ai nostri occhi: le Basiliche, la Scala Santa, i tesori del Vaticano, l’altare della Patria ed una lunga sequenza di splendidi monumenti che non trovano eguali al mondo.

Il quarto giorno, partenza per Pietrelcina. Qui ci aspettava la visita alla casa dove, nel 1877, nasceva Francesco Forgione, il Santo noto al mondo intero col nome di Padre Pio.

È stato davvero curioso entrare in quella piccola casetta di montagna e ritrovarsi a pensare a come una vita tanto straordinaria possa scaturire da un posto tanto semplice. Ripartiti, siamo giunti in serata presso il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo, per recitare il S. Rosario. Subito dopo abbiamo sfilato per il tempo di un saluto, dinanzi alle spoglie mortali del Santo, alloggiate in una teca di cristallo e circondate da un tripudio d’oro e mosaici, un’immagine tanto splendente quando lontana dalla modesta casa che l’ha visto nascere. 

Il quinto giorno, visita guidata al Convento delle Grazie, il luogo nel quale Padre Pio ha trascorso gran parte della vita, donandosi agli altri, senza sosta, e promuovendo il suo messaggio spirituale. La visita al minuscolo spazio della sua umile cella, conservato dai frati che provvedono a mantenere con cura i pochi oggetti posseduti dal santo, è stato uno dei momenti che più mi hanno emozionato. Nel pomeriggio, partenza per Monte Sant’Angelo, per la visita guidata al santuario di S. Michele, una delle chiese più suggestive che ci sia capitato di ammirare.

Risalendo la nostra penisola, ci attendeva ancora un’ultima tappa, non meno importante: la visita alla Santa Casa di Loreto, uno dei luoghi più sacri per la cristianità. Quanti volti e quante storie abbiamo incrociato in questo lungo pellegrinare di oltre 1900 km in pullman, senza contare le decine di km a piedi…

Quante testimonianze di fede vissuta abbiamo letto negli occhi dei ragazzi accalcati in piazza San Pietro, nei pellegrini raccolti in preghiera nei santuari visitati, negli anziani che sorretti dalla forza che solo lo Spirito Santo può trasmettere, affrontavano lunghe camminate per portare omaggio ai luoghi di vita di S. Padre Pio.

Lo Spirito Santo agisce in noi, ci da la forza per raggiungere le vette più alte per respirare, purificarci, risanarci, liberarci, per godere la pace piena di Gesù, fatto uomo per salvarci e condividere con lui la sua santità.

È stato un pellegrinaggio spiritualmente molto profondo e altresì ricco di calore umano; l’affiatamento venutosi a creare fra tutti i partecipanti ha caratterizzato un clima fraterno, grazie anche a Monsignore, che ha contribuito a tenere alto il morale con del sano buonumore.

Un grazie agli organizzatori, all’autista Fausto, a tutti i compagni di viaggio e a Dio, che ci ha accompagnato e restituito alle nostre famiglie.

Maria Rosa, Patrizia, Rosanna e Lucia

Paolo VI raccontato ai bambini

L’Azione Cattolica ha pubblicato un libro “Paolo VI. Tanta Vita” pensato per i bambini. Contiene anche un fumetto e un’attività da fare online

I Santi sono persone come noi. Sono amici degli uomini e di Dio. Paolo VI è diventato Santo perché ha saputo stare con Dio e con gli uomini, ha saputo spiegare l’umanità perché sentiva molto vicino Gesù. Ha incontrato e capito gli uomini di tutti i continenti perché vedeva, nei loro volti, Gesù.

Per questo, l’Azione Cattolica diocesana ha deciso di raccontare la storia e le scoperte di Paolo VI per meravigliarsi delle cose belle che fa Dio e per stupirsi delle cose leggendarie che sanno fare gli uomini quando stanno con Dio e per dire che la strada verso la santità è alla portata di tutti. Il libro è stato consegnato personalmente da don Mattia Cavazzoni al Papa. Come accompagnatoria c’era anche una lettera scritta dai ragazzi dell’Acr: “Paolo VI è nato e cresciuto in uno dei paesi della nostra terra e chiediamo a lui di aiutarci ad essere Santi, belli come lui e sempre a Lui, per Te, chiediamo di proteggerti e accompagnarti nel compito difficile ma bello di guidare la Chiesa tutta per essere come piace a Gesù”. Il volume cerca di rispondere anche alla richiesta del vescovo Pierantonio di rendere sempre più popolare la figura di Paolo VI che, ancora oggi, in molti non conoscono. Questo lavoro ben curato può essere preso in mano in famiglia o nei gruppi di catechismo come occasione per conoscere meglio Giovanni Battista Montini.

Le prime pagine parlano di Paolo VI da ragazzo: cosa faceva a casa, a scuola, con gli amici e quando giocava. Sono le vicende belle di ciascun ragazzo o ragazza… forse quelle di Giovanni Battista (così si chiama Paolo VI) sono di qualche tempo fa, ma ci sono cose che valgono sempre: c’è modo e modo di vivere l’amicizia, di andare a scuola o giocare… Per scrivere una canzone (e la vita è una musica bellissima) ci vogliono sette note, da combinare, da mischiare, da ritmare. Ecco allora che l’Azione Cattolica consegna a tutti i ragazzi sette note per ascoltare la canzone che Giovanni Battista (Paolo VI) ha composto: la famiglia, la preghiera, gli amici, la scuola e il gioco, l’oratorio, il coraggio e il dialogo. E poi ogni lettore sarà chiamato a comporre la sua canzone. Nel testo, edito da Gam, il lettore trova anche un fumetto (i disegni sono di Roberto Viesi) che cerca di raccontare la vita di questo grande Papa canonizzato il 14 ottobre. Nella terza parte, infine, è contenuto l’invito a proseguire l’avventura online per continuare a scoprire altre curiosità sul Pontefice bresciano. Il testo (24 pagine, 7,90 euro) si può richiedere presso la sede dell’Ac di Brescia, presso il Centro Oratori Brescia e presso le Librerie Paoline di tutta Italia.

Coccopalmerio: L’attualità di Paolo VI

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel l lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini

La solenne liturgia di ringraziamento, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è stata presieduta dal card. Coccopalmerio che è stato ordinato sacerdote, nel lontano 28 giugno del 1962, proprio da Montini.

“È una grande gioia – ha detto all’inizio della celebrazione il vescovo Pierantonio – per tutti noi celebrare insieme questa eucaristia il giorno dopo l’evento che ci ha inondato il cuore di grande consolazione: la canonizzazione di Paolo VI. Un evento molto atteso dalla Diocesi di Milano e da quella di Brescia. Paolo VI è stato proclamato Santo della Chiesa universale, esempio per il mondo. Siamo davvero molto grati al Signore. Siamo qui a esprimere concretamente, quasi nella forma del segno che in realtà è di più perché è la celebrazione dell’eucaristia, questo ringraziamento per il dono di un Papa Santo. Eucaristia significa ringraziamento. Ringraziamo il Padre facendo memoria del sacrificio del Signore Gesù e dentro questo dono immenso, che è la redenzione, inseriamo la gioia per quest’altro dono: la proclamazione di Paolo VI santo della Chiesa universale”.

Per ricordare Paolo VI, il card. Coccopalmerio è partita dalla prima enciclica, l’Ecclesiam Suam. “L’ha dettata ai Padri del Concilio per far capire loro il suo pensiero e la sua passione per la Chiesa”. La terza parte, intitolata, il dialogo è ancora molto attuale. “È l’intuizione di un modo di pensare e di fare pastorale che la Chiesa ha riscoperto a partire dal Vaticano II”. Oggi può essere importante riflettere “per una conversione pastorale sempre necessaria sia per noi pastori sia per i fedeli”.

Nel corso dell’omelia, il Cardinale ha riletto alcuni passaggi significativi: “Sembra a Noi invece che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo ed altro con un adulto; altro con un credente ed altro con un non credente)”.

“Noi comunichiamo Gesù a persone concrete. Paolo VI e il Concilio hanno riscoperto – ha sottolineato il card. Coccopalmerio – la persona non tanto nella sua generalità ma nella sua singolarità. La persona umana ha degli elementi di singolarità. Paolo VI ci dice che nel dialogo, nel tentativo di comunicare Gesù, dobbiamo guardare negli occhi l’altro. Se considero le persone tutte uguali, faccio un discorso che non viene recepito. È necessario ascoltare le persone che ci stanno davanti per cogliere quel bene e quel dono che ciascuno può dare alla Chiesa. E questa è la radice fondamentale di un’altra forma di pensiero e di impegno della Chiesa: la sinodalità. La sinodalità non è fatta solo di ascolto ma di passione per l’ascolto: desidero sentire quello che tu sei capace di darmi. La sinodalità è una delle strutture più importanti della Chiesa”.

L’omaggio di Kiremba a Paolo VI

La grande chiesa costruita dai missionari bresciani era gremita: una folla immensa ma ordinata assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba. Il racconto della giornata vissuta domenica 14 ottobre a Kiremba

Doveva essere una giornata speciale, e le aspettative non sono state tradite. Semmai sono state superate. I parrocchiani di Kiremba, preparati per settimane a questo storico avvenimento, affluiscono in massa dalle quarantadue colline che fanno da corona alla chiesa e all’ospedale, carichi dei loro semplici doni che deporranno ai piedi dell’altare.

Insieme ai tre sacerdoti della parrocchia e a qualche rappresentante della diocesi, c’è anche l’anziano vescovo Stanislao, ora in pensione. La grande chiesa costruita dai missionari bresciani è gremita: una folla immensa ma ordinata è assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba.

C’è la corale dei giorni di festa, ci sono le suore in abito bianco e i danzatori nei loro abiti tradizionali; c’è il personale dell’ospedale al gran completo e ci sono gli alunni delle scuole. Ma soprattutto c’è la gente comune, dagli anziani ai bambini, chi per l’occasione con un vestito diverso, chi con le solite giacche smunte, con i panni di mille colori e i piedi nudi. Tutti con il cuore palpitante di gioia che si legge sui volti e si esprime nel ritmo, cadenzato e compatto, del battito delle mani, nella preghiera corale e nelle note dei canti che riecheggiano nelle navate. Oggi è festa grande.

A ripeterne il motivo è il parroco, Abbé Jean Baptiste Hakizimana, nella sua omelia che ripercorre le tappe principali della vita di Paolo VI per concludere che quanto oggi esiste a Kiremba, costruito con la generosità e la tenacia dei bresciani nel corso di cinquantacinque lunghi anni, esiste grazie all’intuito e al cuore missionario di quest’uomo elevato oggi alla gloria degli altari.

La gente risponde applaudendo e poi, al momento dell’offertorio, presentando la sfilza di doni che ciascuno si è portato appresso. Sono i frutti della terra coltivata con le loro mani callose che oggi si aprono non per chiedere, ma per donare. Vedendoli, non si può non pensare all’obolo della povera vedova del vangelo. La processione delle offerte è un fiume inarrestabile che dura quasi un’ora. Una processione che si snoda in modo commovente, nella quale tutti vogliono esserci, tutti vogliono portare qualcosa per esprimere il loro “grazie”.

La celebrazione continua, animata dalle danze attorno all’altare sul quale campeggiano due grandi ritratti del santo del giorno, che da oggi diventa più che mai il Santo di Kiremba.

Quando i sacerdoti finiscono di distribuire l’eucarestia, si fa silenzio. È il preludio ad un’esplosione di gioia, come il silenzio prima di un uragano. L’organo di mette a suonare, i tamburi danno il ritmo, la folla inizia ad ondeggiare muovendo i piedi e battendo le mani. Il loro canto è come quello di una sola voce, possente ed intonata, che ripete: “Ora, Signore, non possiamo andarcene senza dirti ancora grazie!” E poi un canto dietro l’altro, come l’impeto di un torrente in piena che non si può contenere: ancora per ringraziare, in un agitarsi di braccia, uno sventolio di bandiere, un intrecciarsi armonioso di movimenti, un arcobaleno di colori. Un tripudio.

La vera cerimonia di canonizzazione è qui a Kiremba, dove di poveri ce ne sono ancora, e forse di più che cinquant’anni fa. Ma non sono poveri piagnucolosi, piegati su se stessi a lamentarsi delle proprie disgrazie. Sono un popolo variopinto e straripante che anziché tendere le mani le agitano in segno di festa; sono uno stuolo di indigenti che da quel nulla che hanno sono riusciti a strappare qualche banana o qualche pezzo di manioca per venire a dire grazie.

Grazie ad un papa santo che oggi, là dal cielo, può essere orgoglioso, di aver scelto questo luogo e questa gente per impiantarvi una missione e un ospedale che hanno saputo mostrargli, dopo oltre mezzo secolo, il loro cuore palpitante e ricolmo di gioia e gratitudine.

Conoscere sempre di più Paolo VI Santo

Le parole a caldo del vescovo Tremolada dopo la canonizzazione. L’impegno della Chiesa bresciana per approfondire la conoscenza del Papa Santo

“La canonizzazione di Paolo VI è un momento straordinario di gioia, atteso da tempo, preparato”. Sono state queste le prima parole, a caldo, del vescovo Tremolada al termine della Santa Messa di canonizzazione di papa Montini, di mons. Romero e di altri cinque beati che papa Francesco ha celebrato in piazza san Pietro.

Il Vescovo si è fatto interprete dei sentimenti e della soddisfazione degli oltre 5.000 bresciani scesi a Roma. “Questa celebrazione – ha continuato – è stata intensa e suggestiva, così come molto partecipata è stato il momento vissuto, sabato 13 ottobre, al Santuario del Divino Amore. La canonizzazione di Paolo VI è per la Chiesa bresciana un dono ma anche l’indicazione di un compito, di una prospettiva”.

Per il vescovo Tremolada ora che papa Paolo VI è finalmente santo c’è la necessità di approfondire sempre di più la conoscenza del suo valore, della sua dimensione profetica, dei suoi scritti e della sua personalità.

Come? “Vorrei puntare sui sacerdoti – è stata la risposta del Vescovo – sul mondo della cultura. Intanto registro il grande desiderio della nostra Chiesa diocesana, presente per la canonizzazione in tuttre le sue espressioni, di procedere sulla strada che porta alla conoscenza sempre più profonda del nostro Papa santo. La strada da percorrere è lunga”.

Siate santi perché io sono santo

Progetto Pastorale per l’anno 2018-2019

Il battezzato cerca il volto santo di Dio nel volto di ogni uomo e di ogni donna.

1. Cosa è la santità?

Tra le risposte che il nostro Vescovo propone nella sua lettera pastorale eccone una: “La santità è l’altro nome della vita quando la si guarda con gli occhi di Dio … È il volto buono dell’umanità così come Dio l’ha desiderata da sempre. É l’umanità redenta da Cristo … É il nome religioso della bellezza” (Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 01, pag. 8 e pag. 10). É l’esistenza vissuta da “poveri in spirito”, secondo le Beatitudini, come ci ricorda Papa Francesco, così come l’ha vissuta Gesù e in unione con Lui. “É il frutto dello Spirito Santo nella tua vita” (Francesco, Gaudete et exultate n. 15). (cfr Gal 5,22-23: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé”).

Il cristiano è chiamato a riconoscere la grazia di santità (somiglianza con Dio) che il Battesimo semina in lui e a lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, in una obbediente docilità e in un perseverante cammino di discepolato dietro a Gesù, guidato dalla Chiesa. Ella mette a disposizione del battezzato una comunità con cui condividere il cammino, maestri-testimoni che lo sostengono e incoraggiano, e gli offre i doni che Gesù le ha affidato per rendere efficace il cammino di santità: i sacramenti, la Parola, la carità. Tutto ciò alimenta la vita spirituale, che non è negazione dell’aspetto “sensibile” della vita, ma lo include e lo eleva (cfr. Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, 09, pag. 40).

2. Riscoperta della vita spirituale, a partire dal Battesimo.

Un errore compiuto e che ancora compiamo è quello di intendere “spirituale” nel senso di immateriale, non sensibile e, dunque, astratto, disincarnato, aleatorio, qualcosa di non attinente al vissuto quotidiano. Per “spirituale” invece si deve intendere ciò che è secondo lo Spirito di Dio, ciò che nell’uomo rimanda a Dio, ciò per cui l’umanità si riconosce e si percepisce a somiglianza di Dio … Perciò nulla di ciò che è umano viene escluso dalla vita spirituale … Così la vita spirituale ci si presenta come l’esistenza umana condotta in dialogo con lo Spirito Santo. (Cfr  Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 09, pag. 42).

Vivere così la nostra vita cristiana ci spinge ad un continuo richiamo alla sorgente, il Battesimo, nel quale per mezzo dello Spirito Santo abbiamo ricevuto il germe della santità, e ci sollecita ad un dinamismo di vita che tende progressivamente alla meta: la pienezza di santità.

Coltivare la spiritualità, dunque, significa ricercare e percorrere le strade che realizzano in pienezza la nostra umanità, secondo l’uomo perfetto che è Gesù e nello Spirito che Lui ci ha donato.

In questo cammino abbiamo la mediazione e l’aiuto di tanti cristiani che hanno compiuto questo percorso e hanno fatto del bene, un bene di cui ancora oggi la Chiesa e l’umanità gode: i Santi. Quelli riconosciuti con ufficialità dalla Chiesa, ma anche quelli che sono passati e passano accanto a noi in silenzio; un silenzio che ci parla di Dio, del suo amore, della sua provvidenza. In loro possiamo sperimentare come la vita nello Spirito non nega, anzi esalta l’umano e lo conduce a pienezza. Uno di questo santi, che in questo anno ci è offerto come esempio e che è della nostra terra bresciana è Paolo VI.

3. Il discernimento e il combattimento

(cfr. Papa Francesco, Gaudete et exultate, cap. V).

Per comprendere le scelte da fare per percorrere il cammino di santità, per capire se una cosa viene dallo Spirito Santo, dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo, occorre il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere… Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento… Esso è necessario non solo in momenti straordinari… É uno strumento di lotta quotidiano per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere.

Anche se il Signore ci parla in modi assai diversi, non possiamo prescindere da alcuni strumenti necessari: la preghiera prolungata, l’ascolto della Parola di Dio che illumina gli eventi e gli incontri, l’obbedienza al Vangelo, la pazienza dell’attesa.

A questi vanno aggiunti la lotta (combattimento) permanente non solo contro la mentalità mondana e contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (pigrizia, lussuria, invidia, gelosie, e così via). É anche una lotta contro il diavolo, che è il principe del male.

Il discernimento, così inteso, aiuta ciascun cristiano a prendere gradualmente coscienza della propria vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo e a scoprirne la bellezza, la dinamicità e il suo compiersi quotidiano secondo la volontà di Dio.

4. La preghiera accoglie ed esprime la “bellezza vera”, nome religioso della santità.

Papa Francesco (Gaudete et exultate, n. 147), ci ricorda che “la santità è fatta di apertura alla trascendenza (realtà di Dio), che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante (di preghiera), che ha bisogno di comunicare con Dio. É uno che non sopporta di soffocare nella chiusura di questo mondo… Non credo nella santità senza preghiera”.

Gli fa eco il Vescovo Pierantonio affermando che “non esiste santità senza preghiera… Per i santi la preghiera è il respiro dell’anima, è uno stare costantemente alla presenza di Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore, è un trovare casa nel suo mistero di grazia, un abbandonarsi fiduciosi e grati al suo amore misericordioso, un sentirsi accolti nella sua trascendenza luminosa, che suscita insieme adorazione e confidenza” (P. Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 15, pag 66).

Questa preghiera accompagna l’intera esistenza, perché innerva ogni nostra azione, ogni momento, ogni evento, ogni relazione, ogni passo, ogni meta. E si esprime, a seconda dei momenti, in contemplazione, lode, intercessione, invocazione, ringraziamento, amore, servizio, perdono… tutto in una piena comunione con Dio, perché quanto sono e quanto faccio sia espressione della Sua volontà che si compie in me e attraverso di me.

Ecco perché per il battezzato non ci può essere distinzione tra fede e vita, preghiera e amore al prossimo, contemplazione e azione… Sempre l’una regge l’altra; l’una è in funzione dell’altra.

E tutto ciò ci fa cogliere e vivere la vera bellezza, che non è nient’altro che la santità di Dio che splende nel volto dell’uomo che vive in comunione piena con Dio e con il prossimo, sia che dorma sia che vegli, sia che parli sia che ascolti, sia che preghi sia che operi, sia che pianga sia che gioisca.

Negazioni della bellezza, dice il nostro Vescovo nella sua lettera pastorale “sono la banalità, la volgarità e il cinismo. É il ridere di tutto e di tutti senza il minimo rispetto; l’insultare e l’offendere l’altro senza badare alle sue lacrime; l’infierire sulla debolezza altrui invece di difenderla con tenerezza …” (n. 02 pag. 15).