Ritratti di Santi

Con la Quaresima riparte, in città e in provincia, il percorso dei “Ritratti di Santi” promosso dal Movimento ecclesiale carmelitano

Con l’arrivo della Quaresima riparte anche il percorso quaresimale dei “Ritratti di Santi” di padre Antonio Sicari, teologo carmelitano della Comunità di San Pietro a Brescia. Come dice il papa Emerito Benedetto XVI “la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello”. L’itinerario dei “Ritratti di Santi” nacque a Brescia nel 1986 proprio da un’idea di padre Sicari e si diffuse poi in moltissime altre località d’Italia e d’Europa, grazie anche al sostegno del Movimento Ecclesiale Carmelitano. Quest’anno i “Ritratti” riguardano figure di santità particolarmente vicine a noi, essendosi sviluppate per la quasi totalità nel secolo scorso.

Il calendario. Il calendario di Brescia, che si svolgerà per i primi quattro Martedì di Quaresima presso la chiesa di San Pietro in Castello, con inizio alle 20.30, è il seguente: 12 marzo – Serva di Dio Chiara Lubich (1920-2008): “Il carisma e il calore dell’unità”; 19 marzo – Servo di Dio Don Oreste Benzi (1925-2007): “Una paternità senza confini”; 26 marzo – Servo di Dio Giancarlo Rastelli (1933-1970): “La prima carità di un medico verso il malato è la scienza”; 2 aprile – Beato Mario Borzaga (1932-1960): “La felicità nel martirio”. L’ultimo incontro, a “reti unificate” con i “Ritratti” di Adro e Paderno Franciacorta, si svolgerà martedì 9 aprile alle 20.30 presso il Santuario delle Grazie in città e avrà come protagonista Sant’Arcangelo Tadini (1846-1912), “Un prete nella casa di Nazareth”, nel X anniversario della sua canonizzazione. Gli altri ritratti bresciani si svolgeranno: ad Adro (Santuario Madonna della neve) Giovedì 14-21-28 marzo e 4 aprile, a Paderno Franciacorta (chiesa parrocchiale di San Lorenzo) mercoledì 13-20-27 marzo e 3 aprile e a Roè Volciano (chiesa di San Pietro in Vincoli) tutti e cinque i mercoledì di Quaresima: 13-20-27 marzo e 3-10 aprile con inizio sempre alle 20.30.

A supportare le celebrazioni il Coro San Luca diretto da Rosa Tomasini a Brescia e la Corale Madonna della Neve diretta da Maria Spatola ad Adro.

La solidarietà. Le offerte raccolte in tutta Italia con l’iniziativa dei “Ritratti di Santi” serviranno ad aiutare la missione nata in Ecuador grazie alla collaborazione con mons. Anìbal Nieto, carmelitano e vescovo di Yaguachi. Una coppia del Movimento ecclesiale carmelitano ha deciso di partire e di andare ad aiutare Mons. Nieto nella pastorale familiare, offrendo una catechesi che abbia una cura e un’attenzione particolare verso la famiglia, che sta vivendo anche in Ecuador una profonda crisi. Mons. Anìbal Nieto presenta questa coppia come “missionari per la famiglia”, suscitando notevole interesse nella popolazione. Per informazioni: www.mec-carmel.org.

L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

I nostri santi protettori

La piccola comunità di Milzanello ha il privilegio di avere ben due santi intercessori presso il Padre Celeste.

San Michele Arcangelo, titolare della parrocchia e Sant’Urbano Martire, patrono della comunità. 

La festa di san Michele ricorre il 29 settembre e, come ogni anno, è stata festeggiata con la messa solenne all’interno della quale il coro ha dato prova di grande professionalità. La chiesa parrocchiale era allestita splendidamente con gli arredi ristrutturati, quindi lucenti, e con fiori bianchi. La funzione è stata seguita dalla comunità con fede e commozione. 

La festa di sant’Urbano ha avuto luogo il 4 novembre. La celebrazione è iniziata con una manifestazione pubblica, percorrendo la strada dalla piazzetta dei Caduti fino in chiesa. Le spoglie del Santo sono state portate, sulle spalle, alla parrocchiale, dove è stata celebrata la Santa Messa, in modo solenne con il canto del coro e allestimento rigorosamente di color rosso. In questa occasione si è svolta anche la festa del ringraziamento e, al termine della Messa, sono stati benedetti i mezzi agricoli e tutti i presenti.

Sant’Urbano, che da sempre è stato onorato a Milzanello, ultimamente era stato messo un po’ in ombra e le sue reliquie venivano portate in processione insieme alla Madonna del Rosario, senza avere un loro spazio. Già l’anno scorso è stata celebrata una festa riservata al Santo, ma quest’anno il patrono ha ricevuto un tributo più solenne. 

Inoltre, attraverso una ricerca effettuata da Chiara Ravagni (incaricata da don Ciro di fare questa ricerca) la comunità ha avuto modo di conoscere la possibile provenienza del corpo e le origini del Santo. 

Il piccolo libro “S. Urbano Martire. Storia delle S. Reliquie del patrono di Milzanello” è stato distribuito in omaggio a tutti i presenti.

Entrambe le feste, San Michele e S. Urbano, sono state precedute o seguite da un momento di convivialità alla quale molti hanno partecipato. Per i bambini giochi e castagnata in oratorio.

La comunità ringrazia: i sacerdoti che hanno dato la possibilità a tutti di vivere un momento di raccoglimento intorno a questi Santi che la proteggono; i volontari, Chiara Ravagni, il coro e tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita delle feste. 

Testimonianza

Ho partecipato al pellegrinaggio per la canonizzazione di Papa Paolo VI e per il 50° anniversario della morte di Padre Pio. In questa occasione, abbiamo visitato il monte S. Angelo dove si trova il Santuario – Grotta di S. Michele. Qui ho pensato che la parrocchia di Milzanello  è intitolata a S. Michele ed è stato molto suggestivo essere lì nel luogo dove l’Arcangelo apparve lasciando la sua impronta nella roccia. Le grazie di questo  Principe glorioso, valoroso guerriero ”dell’Altissimo”, sono infinite per i suoi molti devoti che desiderano la sua protezione dalle insidie del male. 

Michele vuol dire “chi come Dio”.

Fu questo il grido di battaglia con cui debellò Lucifero e gli angeli ribelli suoi seguaci e riunì sotto la sua bandiera tutti gli angeli fedeli. Il suo stesso nome è perciò un programma di fedeltà, un grido d’amore, una proposta di vita.

“Chi come Dio”? sia anche per noi la divisa di fedele servitore di Cristo.

San Michele era il grande protettore della sinagoga ed ora è il protettore della Chiesa.

Patrizia

I Santi della Porta accanto

Attraverso la Diocesi di Brescia si può prenotare la mostra “I santi della porta accanto”

Sotto la guida di papa Francesco, la Chiesa universale sta vivendo una stagione di particolare attenzione al mondo giovanile. In quest’ottica, l’associazione Don Zilli e il Centro culturale San Paolo, con il supporto comunicativo del Gruppo editoriale San Paolo, propongono una mostra dal titolo “Santi della porta accanto”. Giovani testimoni della fede, in collaborazione con il Servizio Nazionale per la Pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana e l’Azione Cattolica ambrosiana.

Obiettivi. La mostra consiste in 32 pannelli autoportanti; presenta 24 figure di giovani “testimoni della fede” (alcuni già beati, altri Servi di Dio, altri ancora giovani “normali”, ma esemplari per la qualità della loro fede), italiani e stranieri. Ogni pannello propone un ritratto artistico, una breve biografia del “santo”, una frase incisiva (scritta o pronunciata dalla persona stessa) in grande evidenza e un QR code che rimanda a siti, libri… Sulla scia di quanto si poteva leggere nel documento preparatorio per il Sinodo (“La Chiesa stessa è chiamata a imparare dai giovani: ne danno una testimonianza luminosa tanti giovani santi che continuano a essere fonte di ispirazione per tutti”), la mostra si propone quindi di far conoscere storie di giovani cattolici significative anche per l’oggi. L’obiettivo: stimolare giovani, famiglie, educatori, parrocchie e diocesi, oratori e scuole, associazioni e movimenti, alla consapevolezza della chiamata alla santità anche per gli “under 30” di oggi.

Ideazione e realizzazione. Ideatore e curatore della mostra è Gerolamo Fazzini, giornalista e scrittore, consulente di direzione di “Credere”. Hanno collaborato alla realizzazione dell’iniziativa i giornalisti, Ilaria Nava e Stefano Femminis per i testi, la grafica Mariangela Tentori, l’artista camerunese Francis Nathan Abiamb (in arte Afran), autore delle illustrazioni, e, per la promozione e diffusione, don Ampelio Crema, direttore del Centro culturale San Paolo di Vicenza e Tommaso Carrieri, suo collaboratore.

Utilizzo della mostra. La mostra girerà sull’intero territorio nazionale, come strumento di sensibilizzazione capillare sul Sinodo dei giovani, sia per accompagnare il cammino di preparazione all’evento, sia nel periodo successivo alla celebrazione dello stesso, per rilanciare una prassi pastorale che veda i giovani sempre più protagonisti. La mostra verrà promossa, in più copie, a partire dalla fine di giugno 2018 fino all’estate 2019. È possibile anche, contattando i promotori, predisporre pannelli “personalizzati” su figure particolari di “santi” legati a un’associazione, a un movimento o ad un territorio specifico. Attraverso la Diocesi di Brescia si può prenotare in Curia la mostra “I santi della porta accanto”.

I Santi sono modelli da imitare

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova

La Solennità di tutti i santi è un appuntamento che si rinnova, una festa che sempre abbiamo la gioia di celebrare celebriamo con gioia. È l’occasione per aprirci al mistero di bene che ci avvolge e che è sorgente di vita sempre nuova. È l’occasione per guardare a tutti quei fratelli e sorelle che nella fede che hanno fatto della loro vita, nella grazia di Dio, un capolavoro di bellezza. È l’occasione per chiederci ancora volta chi sono i santi per noi, come dobbiamo guardare a loro, cosa da loro possiamo ricevere.

La liturgia ci viene incontro. Tra poco, nel solenne Prefazio diremo: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città santa del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci ha dato come amici e come modelli di vita”. Membri eletti della chiesa che Dio ci ha dato come amici e modelli di vita: ecco dunque chi sono per noi i santi che oggi ricordiamo. Santi di ogni tempo e di ogni luogo, santi di ogni popolo e nazione, santi di ogni lingua e cultura, santi di ogni ceto sociale, santi dalle diverse personalità e dai differenti caratteri; santi della Chiesa universale, santi di cui l’intera umanità può andare fiera e di cui potrà sempre conservare grato ricordo.

Amici anzitutto. I santi sono uomini e donne a cui ci sentiamo legati da un affetto spontaneo e profondo, a cui guardiamo con ammirata simpatia, di cui sentiamo volentieri la presenza. Siamo infatti una cosa sola con loro nel mistero santo della Chiesa, che è per definizione la “comunione dei santi”. Santi siamo tutti per grazia, in forza del nostro Battesimo: alcuni lo sono come pellegrini qui sulla terra, nel travaglio delle lotte che richiede la fedeltà alla propria vocazione battesimale: siamo noi; altri lo sono come cittadini del cielo, nella gloria luminosa e felice della Gerusalemme nuova: sono i santi per i quali oggi facciamo festa. C’è un già e non ancora nella santità della Chiesa, una tensione tra presente e futuro che dà sostanza alla nostra speranza. Come dice bene san Paolo agli Efesini: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). Noi siamo concittadini dei santi, mentre ancora camminiamo nelle molte città e nei molti paesi di questa terra che non è ancora la nostra patria. Nei santi che oggi onoriamo, ha trovato piena espressione quella beatitudine che Gesù ha annunciato nella pagine evangelica che abbiamo ascoltato. Davvero essi sono beati! Sono saliti sulla montagna del Signore, sono entrati nella sua santa dimora. In loro si è compiuto il grande desiderio che ogni cuore umano da sempre porta in sé e che il Salmo esprime così: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario”. I santi sono entrati per sempre nella casa del Signore. Hanno potuto farlo perché le loro vesti sono state immerse nel sangue dell’Agnello, cioè nella carità del cuore di Cristo crocifisso e risorto. Il mistero di bene che è Dio stesso li han accolti e li ha resi totalmente simili a sé: le loro vesti sono diventate candide e nelle loro mani è stata posta la palma della vittoria. Essi costituiscono quella moltitudine meravigliosa di cui ci ha parlato nella prima lettura il Libro dell’Apocalisse. Una moltitudine che non è separata da noi. Un legame misterioso ma intenso ci lega a loro. Li sentiamo vicini, solidali, amorevoli. Li sentiamo fratelli e sorelle nel Signore, compagni di cammino oltre i confini del tempo e nella luce dell’eternità. Sono gli apostoli e i profeti, i martiri, i pastori e i dottori, le vergini consacrate al Signore, i soccorritori dei poveri, i grandi educatori, i missionari coraggiosi, ma anche gli innumerevoli testimoni del Vangelo a cui noi siamo in grado di dare un volto e un nome ma che hanno seminato bellezza e bontà nella epoche in cui sono vissuti. Questi sono i nostri amici, i santi di cui ci vantiamo e a cui ci sentiamo profondamente uniti nella fede.

Questi stessi santi sono però per noi anche dei modelli. A loro noi guardiamo con il desiderio di imitarli. Il loro amore per il Signore Gesù li ha portati ad assumere uno stile di vita che lascia ammirati ma insieme spinge a guardare in alto, suscita il desiderio di essere almeno un po’ come loro. Potessimo anche noi dare alla nostra vita questa forma così nobile e attraente. Potessimo anche noi conferire alla nostra esistenza questa bellezza, questa umile grandezza. I santi hanno gustato la beatitudine premessa dal Signore perché ha indirizzato il loro cuore e la loro volontà verso gli ideali che lui ha indicato come meta all’umana libertà: sono stati poveri in spirito, miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace; hanno avuto fame e ste e di giustizia; hanno accettato di venire perseguitati per causa della giustizia. Dei santi si dovrà dire che hanno vissuto facendo del bene. In ogni momento, in ogni circostanza, in qualsiasi condizione, hanno reso testimonianza a questa semplice verità: Dio solo è buono e grazie a lui tutto può trasformarsi in bene. Tutto concorre al bene di coloro che lo amano e, per coloro che lo amano, tutto può diventare occasione per rivelare la sua bontà: anche la sofferenza, anche la colpa, anche la male subito ingiustamente, anche la disgrazia improvvisa e la pena che dura nel tempo. I santi sono ambasciatori della carità divina nella nostra valle di lacrime. Sono il sale della terra e la luce del mondo. Sono annunciatori di una speranza che non delude perché fondata sull’esperienza costante e vittoriosa dell’amore del Cristo crocifisso e risorto. “Chi ci potrà separare dall’amore di Cristo?” – si chiede san Paolo scrivendo ai Romani. Se anche pensiamo alle prove più pesanti dovremo sempre concludere: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati”. L’amabilità e la serenità dell’animo sono le caratteristiche più evidenti dei santi. Esse sono il guadagno di una lotta quotidiana che avviene nel profondo del loro cuore.

Ma un’ultima parola dobbiamo aggiungere. Se i santi sono i nostri amici e i nostri modelli, sono anche i nostri intercessori. Questo ci dice la liturgia per il semplice fatto che ci invita a celebrare questa solenne festività. Tra poco noi li invocheremo proprio così, come nostri intercessori. Canteremo le litanie dei santi e chiederemo a loro di pregare per noi. Mi piace intendere questa parole “intercessori” nel duplice senso di difensori e di promotori. Difensori contro il maligno, contro la tentazione che ci travolge e ci rovina, contro i nostri egoismi che ci incatenano, contro le diverse forme di dipendenza cui siamo pericolosamente esposti. Custodi del nostro cuore e delle dei nostri ambienti di vita, baluardo contro le paure che ci paralizzano: paura delle disgrazie e delle malattie, paura di non essere all’altezza dei nostro compiti e delle nostre responsabilità; paura del mondo e della sua violenza; paura del passato, del presente e del futuro. Promotori del bene nella nostra vita. Amici che ci esortano, ci spronano, ci sostengono; ci invitano costantemente a fare della nostra vita un sacrificio di lode gradito a Dio, una vera liturgia; ci sollecitano a dare sempre il meglio di noi, a guardare il mondo con coraggio e benevolenza, ad aprire il nostro cuore alla potenza dello Spirito santo, l’unico capace di portare a compimento la nostra vocazione e fare di noi un capolavoro di bellezza.

Su questa parola “bellezza”, vorrei che si fissasse il nostro pensiero mentre termina la nostra meditazione. La bellezza che viene da Dio è il vero segreto di ogni santità umana.  Sia così anche per ciascuno di noi. E voi, cari fratelli e sorelle, che siete ormai nella gloria del Signore, voi nostri amici, modelli e intercessori, pregate per noi, perché anche la nostra vita sia riflesso di quella limpida bellezza che voi così bene avete conosciuto quando eravate tra noi e che ora vi rende beati.

La missione continua

Brescia 16 Agosto 2018

Carissimo mons. Abate, pace e bene! Le scrivo da Brescia, dove mi trovo per un po’ di ferie e cure mediche, prima di ritornare in Africa, nella mia missione del Ghana, dove ho già speso 36 anni e dove spero di spendere il resto della mia vita, come missionario comboniano.

Ne approfitto per mandarle una foto della cappella costruita alcuni mesi fa ad onore dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in ricordo di Leno, dove sono nato e sono stato battezzato. L’anno scorso ho ricevuto da Lei una somma per iniziare questo progetto; altri benefattori si sono uniti per completarlo. Il Buon Dio benedica e protegga tutti quelli che con generosità e spirito missionari si danno da fare per il Regno di Dio. É col loro aiuto che la missione continua.

Nel Ghana ho potuto realizzare vari progetti di evangelizzazione e promozione umana-sociale. Ricordiamo però che l’aiuto principale è quello della preghiera e dei sacrifici offerti con amore, perché è Gesù che converte i cuori. Preghiamo perché nella Chiesa e nel mondo ci sia più solidarietà, fraternità e accoglienza. Spero un giorno o l’altro d’avere l’occasione per venire a Leno a salutarla.

Cordialmente
P. Eugenio Petrogalli

Siate santi perché io sono santo

Progetto Pastorale per l’anno 2018-2019

Il battezzato cerca il volto santo di Dio nel volto di ogni uomo e di ogni donna.

1. Cosa è la santità?

Tra le risposte che il nostro Vescovo propone nella sua lettera pastorale eccone una: “La santità è l’altro nome della vita quando la si guarda con gli occhi di Dio … È il volto buono dell’umanità così come Dio l’ha desiderata da sempre. É l’umanità redenta da Cristo … É il nome religioso della bellezza” (Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 01, pag. 8 e pag. 10). É l’esistenza vissuta da “poveri in spirito”, secondo le Beatitudini, come ci ricorda Papa Francesco, così come l’ha vissuta Gesù e in unione con Lui. “É il frutto dello Spirito Santo nella tua vita” (Francesco, Gaudete et exultate n. 15). (cfr Gal 5,22-23: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé”).

Il cristiano è chiamato a riconoscere la grazia di santità (somiglianza con Dio) che il Battesimo semina in lui e a lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, in una obbediente docilità e in un perseverante cammino di discepolato dietro a Gesù, guidato dalla Chiesa. Ella mette a disposizione del battezzato una comunità con cui condividere il cammino, maestri-testimoni che lo sostengono e incoraggiano, e gli offre i doni che Gesù le ha affidato per rendere efficace il cammino di santità: i sacramenti, la Parola, la carità. Tutto ciò alimenta la vita spirituale, che non è negazione dell’aspetto “sensibile” della vita, ma lo include e lo eleva (cfr. Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, 09, pag. 40).

2. Riscoperta della vita spirituale, a partire dal Battesimo.

Un errore compiuto e che ancora compiamo è quello di intendere “spirituale” nel senso di immateriale, non sensibile e, dunque, astratto, disincarnato, aleatorio, qualcosa di non attinente al vissuto quotidiano. Per “spirituale” invece si deve intendere ciò che è secondo lo Spirito di Dio, ciò che nell’uomo rimanda a Dio, ciò per cui l’umanità si riconosce e si percepisce a somiglianza di Dio … Perciò nulla di ciò che è umano viene escluso dalla vita spirituale … Così la vita spirituale ci si presenta come l’esistenza umana condotta in dialogo con lo Spirito Santo. (Cfr  Pierantonio Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 09, pag. 42).

Vivere così la nostra vita cristiana ci spinge ad un continuo richiamo alla sorgente, il Battesimo, nel quale per mezzo dello Spirito Santo abbiamo ricevuto il germe della santità, e ci sollecita ad un dinamismo di vita che tende progressivamente alla meta: la pienezza di santità.

Coltivare la spiritualità, dunque, significa ricercare e percorrere le strade che realizzano in pienezza la nostra umanità, secondo l’uomo perfetto che è Gesù e nello Spirito che Lui ci ha donato.

In questo cammino abbiamo la mediazione e l’aiuto di tanti cristiani che hanno compiuto questo percorso e hanno fatto del bene, un bene di cui ancora oggi la Chiesa e l’umanità gode: i Santi. Quelli riconosciuti con ufficialità dalla Chiesa, ma anche quelli che sono passati e passano accanto a noi in silenzio; un silenzio che ci parla di Dio, del suo amore, della sua provvidenza. In loro possiamo sperimentare come la vita nello Spirito non nega, anzi esalta l’umano e lo conduce a pienezza. Uno di questo santi, che in questo anno ci è offerto come esempio e che è della nostra terra bresciana è Paolo VI.

3. Il discernimento e il combattimento

(cfr. Papa Francesco, Gaudete et exultate, cap. V).

Per comprendere le scelte da fare per percorrere il cammino di santità, per capire se una cosa viene dallo Spirito Santo, dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo, occorre il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere… Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento… Esso è necessario non solo in momenti straordinari… É uno strumento di lotta quotidiano per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a crescere.

Anche se il Signore ci parla in modi assai diversi, non possiamo prescindere da alcuni strumenti necessari: la preghiera prolungata, l’ascolto della Parola di Dio che illumina gli eventi e gli incontri, l’obbedienza al Vangelo, la pazienza dell’attesa.

A questi vanno aggiunti la lotta (combattimento) permanente non solo contro la mentalità mondana e contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (pigrizia, lussuria, invidia, gelosie, e così via). É anche una lotta contro il diavolo, che è il principe del male.

Il discernimento, così inteso, aiuta ciascun cristiano a prendere gradualmente coscienza della propria vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo e a scoprirne la bellezza, la dinamicità e il suo compiersi quotidiano secondo la volontà di Dio.

4. La preghiera accoglie ed esprime la “bellezza vera”, nome religioso della santità.

Papa Francesco (Gaudete et exultate, n. 147), ci ricorda che “la santità è fatta di apertura alla trascendenza (realtà di Dio), che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante (di preghiera), che ha bisogno di comunicare con Dio. É uno che non sopporta di soffocare nella chiusura di questo mondo… Non credo nella santità senza preghiera”.

Gli fa eco il Vescovo Pierantonio affermando che “non esiste santità senza preghiera… Per i santi la preghiera è il respiro dell’anima, è uno stare costantemente alla presenza di Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore, è un trovare casa nel suo mistero di grazia, un abbandonarsi fiduciosi e grati al suo amore misericordioso, un sentirsi accolti nella sua trascendenza luminosa, che suscita insieme adorazione e confidenza” (P. Tremolada, Il bello del vivere, Lettera pastorale, 6 agosto 2018, n. 15, pag 66).

Questa preghiera accompagna l’intera esistenza, perché innerva ogni nostra azione, ogni momento, ogni evento, ogni relazione, ogni passo, ogni meta. E si esprime, a seconda dei momenti, in contemplazione, lode, intercessione, invocazione, ringraziamento, amore, servizio, perdono… tutto in una piena comunione con Dio, perché quanto sono e quanto faccio sia espressione della Sua volontà che si compie in me e attraverso di me.

Ecco perché per il battezzato non ci può essere distinzione tra fede e vita, preghiera e amore al prossimo, contemplazione e azione… Sempre l’una regge l’altra; l’una è in funzione dell’altra.

E tutto ciò ci fa cogliere e vivere la vera bellezza, che non è nient’altro che la santità di Dio che splende nel volto dell’uomo che vive in comunione piena con Dio e con il prossimo, sia che dorma sia che vegli, sia che parli sia che ascolti, sia che preghi sia che operi, sia che pianga sia che gioisca.

Negazioni della bellezza, dice il nostro Vescovo nella sua lettera pastorale “sono la banalità, la volgarità e il cinismo. É il ridere di tutto e di tutti senza il minimo rispetto; l’insultare e l’offendere l’altro senza badare alle sue lacrime; l’infierire sulla debolezza altrui invece di difenderla con tenerezza …” (n. 02 pag. 15).

Santità?

Confesso: non ho mai letto volentieri i libri che raccontano le vite dei Santi. Soprattutto i libri della mia generazione. A mio avviso sottolineavano troppo l’aspetto miracolistico e troppo poco la personalità umana dei santi descritti, rendendoli irraggiungibili. Ho sempre pensato alla santità come ad un connubio fra la fede in Dio e l’apertura della mente e del cuore verso i simili, le creature tutte, la natura. Armonia è la parola che, secondo me, oltre a riassumere in sé ciò che ho appena scritto, rimanda alla pace, alla gioia, alla musica della vita. Associo la santità all’armonia. Per raggiungerla è necessario imparare ad amare.

“Qual era la sua paura da giovane?” ha chiesto un ragazzo a Papa Francesco. “La paura di non essere amato”. La sorprendente risposta mi ha colpito e indotto a riflettere.

Per noi esseri umani è indispensabile sentirsi amati, per imparare l’Amore: quello vero, non l’amore che coccola, che vizia, che solletica il nostro orgoglio e protagonismo. Il vero amore ci rivela la vera essenza di cui siamo fatti, ci insegna la sacralità della vita, nutre il nostro cuore, lo sazia di Spirito, accende l’intelligenza e ci fa scoprire la nostra anima con le sue luci e le sua ombre.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” ci ha detto Gesù. Se non ci conosciamo e non sperimentiamo su noi stessi il vero amore, come possiamo amare gli altri?

“Ama il prossimo tuo come te stesso” suggerisce uno scambio vicendevole di amore ed è la guida che ci conduce sulla strada della santità. Non è un cammino semplice e facile.Troppe volte gli errori, i limiti, le fragilità, le paure, gli scoramenti ci rinchiudono in noi stessi e fermano il nostro avanzare. Ma Colui che cammina “dietro di noi”, come una madre che sorregge i primi passi del bambino, ci spinge avanti e rende possibile l’impossibile per noi.

“Non aver paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere”. (Papa Francesco: Gaudete ed Exultate par.32).

Montini e Romero: Santi insieme

Nel 1978 il Papa, incontrando Romero, lo incoraggiò a proseguire nella sua azione

“Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con le armi in pugno”. Queste parole, pronunciate da Paolo VI alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965 vennero ripetute da Oscar Romero il 23 marzo 1980 durante un’omelia. L’arcivescovo di San Salvador le rivolse ai militari, invitandoli a porre fine alla repressione in nome del comandamento “Tu non uccidere”. Mons. Romero invitò i militari a disobbedire agli ordini di sparare sui civili, sui campesinos, sui catechisti e sui delegati della parola, sui leader politici e sindacali che chiedevano giustizia e libertà.

Questo invito costerà la vita a Oscar Romero, il quale il giorno dopo, lunedì 24 marzo 1980, verrà ucciso. L’America latina dagli anni Sessanta del Novecento fino agli anni Ottanta è caratterizzata da diffuse e brutali dittature militari. Ma gli anni Sessanta sono anche gli anni del Concilio, un evento fondamentale che porta la Chiesa a confrontarsi con la modernità. In tali anni Oscar Romero, giovane sacerdote, è ancorato alla tradizione. Il 21 aprile 1970 Oscar Romero viene nominato vescovo da Paolo VI. Romero è considerato un vescovo tradizionalista che avrebbe portato avanti una pastorale puramente “spirituale”, non interessata ai problemi sociali e politici sempre più drammatici in El Salvador. All’interno del clero locale alcune realtà associative e taluni sacerdoti sono vicini alle posizioni della teologia della liberazione, che pone al centro la denuncia della povertà e delle ingiustizie sociali.

Per il vescovo Romero, la teologia della liberazione è un qualcosa che inizialmente non lo attrae in modo particolare. Gli appare una lettura troppo politicizzata del messaggio cristiano. Man mano, però, Romero si accorge della condizione di miseria e di sfruttamento della propria gente. Inizia così a guardare con occhi diversi alla teologia della liberazione, sottolineando tuttavia il fatto che la versione da lui accettata è quella che ha un orizzonte pastorale e religioso, non certo politico e deriva ciò dal Concilio, da Medellin e dall’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI. Anche in El Salvador, come in altri paesi dell’America latina, si diffondono poi le comunità ecclesiali di base. Nominato arcivescovo di San Salvador, assume la guida della nuova diocesi il 22 febbraio 1977. Mentre sta prendendo le misure della nuova diocesi, la situazione in El Salvador diviene sempre più drammatica e la repressione ad opera delle Forze di Sicurezza e degli squadroni della morte si intensifica. Il 12 marzo 1977 padre Rutilio Grande, un suo fraterno amico, viene assassinato a colpi di arma da fuoco.

L’assassinio di padre Rutilio è un fatto sconvolgente per l’arcivescovo: di fronte al cadavere dell’amico ucciso, Romero inizia a comprendere che il Corpo vivente di Cristo, i poveri, sono oppressi e uccisi da un potere che si presenta come baluardo della cristianità, ma che in realtà è inumano e anticristiano. Il nuovo arcivescovo di San Salvador diviene così in breve la voce del proprio popolo e i sacerdoti e i religiosi della diocesi ora lo riconoscono come propria autorevole guida. Il 21 giugno del 1978 ha un’udienza privata con il Papa. Questo incontro è per Romero motivo di grande consolazione: il Pontefice lo ascolta e lo incoraggia a proseguire nella sua azione.

L’arcivescovo di San Salvador viene ucciso perché non si rassegnava alle violenze, alle ingiustizie, allo strazio di un paese devastato.

Patroni da festeggiare, ma soprattutto da imitare

Nei mesi di giugno e luglio abbiamo festeggiato i santi patroni Pietro e Paolo e, insieme, i santi Vitale e Marziale, di cui la comunità parrocchiale di Leno conserva fieramente le reliquie, che erano nell’antica abbazia benedettina e abbiamo concluso con al Festa di S. Benedetto. Abbiamo avuto la gioia di avere tra noi il Vescovo della nostra Diocesi mons. Pierantonio Tremolada e, in Villa Badia, il Vescovo mons. Ovidio Vezzoli, bresciano e Vescovo Diocesano di Fidenza. 

Tutto questo è stato anticipato da un’elevazione spirituale offerta da Brixia Camera Chorus, Orchestra S. Cecilia di Gambara, solista Saboto Shikama, diretti dal Maestro Francesco Andreoli. Inoltre, in queste feste ci ha seguito la mostra di arredi sacri e suppellettili liturgiche delle nostre tre parrocchie di S. Michele Arcangelo, S. Martino Vescovo e Santi Pietro e Paolo.

L’interesse per quest’ultima iniziativa è stato notevole e sono stati molti ad apprezzarla, congratulandosi con chi l’ha allestita e spiegata. Grazie, dunque, a don Renato e ai suoi collaboratori! Grazie a Maria Piccoli, che custodisce gelosamente e con molta cura gli abiti liturgici e la biancheria della sacrestia, a Paolo Pilati che ha preso passione al suo lavoro, a Sergio e ai suoi collaboratori che sostengono il lavoro nei momenti “forti” e di maggior impegno per l’allestimento delle parature e quant’altro.

Il professor Angelo Baronio lunedì 03 luglio ci ha intrattenuto con una bella lezione sul tema della “Bonifica benedettina”, intesa dal punto di vista spirituale e del lavoro e, da studioso qual è e innamorato della nostra storia locale, ci ha fatto godere di conoscenze che non riempiono semplicemente la testa di nozioni, ma aumentano l’amore per una storia che ci appartiene e della quale siamo figli.

La liturgia vissuta in questi giorni è stata, come l’ha definita mons. Ovidio, sobria e dignitosa, come devono essere le celebrazioni cristiane: senza troppa enfasi e sfarzo, ma neanche sciatte e insignificanti; ordinate, pulite e che lasciano lo spazio ai segni liturgici, capaci di trasmettere il messaggio cristiano e la grazia dello Spirito che ci fa Chiesa: assemblea che, in atteggiamento di ascolto e preghiera, è segno di unità intorno al suo Signore; Parola proclamata e annunciata con cura, riconoscendo in essa il Risorto che ci parla; pane e vino offerti come segno della nostra partecipazione al corpo di Gesù e, quindi, alla sua offerta di amore al Padre; il popolo che cammina, cantando ed esultante di gioia, verso la mensa del pane eucaristico, segno della comunione dei fedeli nel cammino incontro a Cristo verso il banchetto della festa eterna. Il tutto in un ambiente accogliente e capace di esprimere la gioia della festa.

Dobbiamo ringraziare per questo i lettori, gli animatori del canto dell’assemblea,  i ministranti, i cori con i loro direttori e gli strumentisti, coloro che con costanza e perseveranza si dedicano alla cura e alla pulizia dell’ambiente, coloro che, attraverso l’alternanza delle parature, mostrano un segno di accoglienza e ci aiutano a cogliere la diversità dei tempi liturgici e delle feste celebrate in un cammino ecclesiale che non è piatto, ma vissuto in un crescendo di pienezza.

Ma se la preparazione ben curata non vedesse la partecipazione convinta degli altri fedeli, sarebbe sforzo vano. Quindi un grande grazie a tutti coloro che hanno partecipato, rendendo vive e calde le nostre liturgie: dalle autorità civili e militari ai diversi gruppi e associazioni; dai singoli alle famiglie; dai parrocchiani di Leno a quelli di Milzanello e di Porzano, dai presenti fisicamente a quelli uniti spiritualmente e attraverso la radio; dai ragazzi ai giovani e agli adulti … Ognuno  ha contribuito, secondo i doni e la grazia di Dio offerti a ciascuno, a rendere vive e credenti le nostre comunità. 

Certo, tutto questo non sarebbe sufficiente, se non ci fosse il desiderio e l’impegno a vivere quanto si celebra, perché la fede è completa solo se, nutrendosi nella celebrazione comunitaria dei sacramenti, viene vissuta nella vita quotidiana, in un rapporto d’amore con Dio, che sentiamo presente, e con il prossimo che ce Lo fa incontrare sulle strade della vita.

Ecco perché, il nostro Vescovo Pierantonio, ci ha sollecitato, onorati di avere patroni così grandi come i santi Pietro e Paolo, a metterci sulle loro orme nella sequela di Gesù, ad imitarli nella loro schiettezza di fede e ad esprimere nella vita la fierezza del nostro essere “di Cristo”, capaci di arrivare ad esercitare il coraggio del dono di sé per testimoniare questa fierezza.

Facciamo nostri, dunque i loro propositi:

Pietro: “Signore, tu sai tutto, tu conosci che io ti amo!” (Gv 21,17) “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (Gv 6,68).

Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20);  “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21); “Abbiamo creduto, perciò parliamo della vita, della morte e della risurrezione di Gesù e nostra” (cfr 2Cor 4, 13-14).

Benedetto: “Prega, lavora, leggi e non ti rattristare … Nulla anteponi all’amore di Gesù Cristo” (Regola).

Così ci apprestiamo ad accogliere e mettere in pratica l’esortazione di Papa Francesco e del nostro Vescovo Pierantonio sul tema della santità.

Buon cammino a tutti.