In ascolto del Signore che parla

“La Bibbia, scrutate le Scritture” edita dalla San Paolo per i 1600 anni della morte di San Girolamo, autore della prima traduzione in latino della stessa. Tra i curatori anche il sacerdote bresciano, Ezechiele Pasotti, che racconta le linee che hanno guidato il lavoro della nuova pubblicazione

Il Gruppo Editoriale San Paolo, impegnato da oltre cento anni nell’evangelizzazione e nella diffusione dei valori cristiani, ha realizzato uno straordinario progetto che vede il suo compimento nella pubblicazione di una versione unica al mondo delle Sacre Scritture: “La Bibbia, scrutate le Scritture”. L’iniziativa nasce in occasione dell’anniversario dei 1.600 anni dalla morte, avvenuta il 30 settembre del 420, di san Girolamo, attento conoscitore della Parola e autore della prima traduzione in latino della stessa.

“La Bibbia, Scrutate le Scritture”, disponibile da qualche giorno in libreria, sarebbe stata oggetto di una presentazione anche a Brescia, ma il giro di vite all’organizzazione di eventi pulblbici imposta dalle nuove normative antiCovid hanno fatto rimandare il tutto a tempi più opportuni. Tra gli invitati alla presentazione avrebbe dovuto esserci anche don Ezechiele Pasotti, uno dei biblisti che hanno preso parte all’operazione che ha portato alla realizzazione dell’opera. “Mettere mano a una nuova edizione della Bibbia è sempre un’impresa – racconta il biblista Ezechiele Pasotti – . E quella a cui abbiamo lavorato è un‘edizione che presenta alcuni interessanti elementi di unicità”. Il lavoro a cui don Pasotti e gli altri curatori sono stati chiamati ha risposto ad alcune linee guide. “La prima – continua – è quella di leggere la Bibbia con la Bibbia: rifacendoci alla tradizione ebraica e patristica, secondo cui la Bibbia avrebbe in se settanta modalità di incontro con la parola in essa contenuta. Abbiamo cercato proprio attraverso la lettura delle sue pagine, di comprenderne tutti i volti, tutte le modalità di incontro con il Signore”.

Un’altra linea guida seguita nella realizzazione de “La Bibbia, scrutate le Scritture” è stata quella di cercare di incontrare Dio al di là del versetto, perché come sosteneva Levinas, è in quella dimensione che c’è Dio stesso. A muovere le edizioni San Paolo verso questa nuova iniziativa editoriale sono state le parole di papa Francesco, che più volte ha affermato, scrivendolo anche nella lettera apostolica Aperuit Illis, che “la Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che, nel suo ascolto, passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo”. Di qui l’idea di realizzare un’edizione della Bibbia che si rivolge a tutti, per la preghiera individuale e comunitaria.

 “La Bibbia, scrutate le Scritture” è unica al mondo perché valorizza la via della Scrutatio, seguendo la tradizione rabbinica e quella patristica, grazie alla presenza di 380 note concepite come veri e propri percorsi tematici all’interno dell’intera Scrittura su altrettanti temi biblici. Attraverso queste molteplici possibilità il lettore può costruire un’esperienza inedita e personalizzata, oltre a un metodo specifico di lettura del testo. L’opera offre ai lettori un’Introduzione generale che illustra con chiarezza i principi per una lettura orante della Bibbia e, nelle introduzioni ai singoli libri, non si sofferma solo sugli aspetti storici o letterari, ma li presenta nell’insieme della Bibbia, evidenziando come ciascuno di essi venga ripreso e riletto da un altro testo biblico. Le note esegetiche-storiche-teologiche non vengono trascurate, per ricordare che la Parola è “incarnata”: abita un tempo, una geografia e una condizione sociale, prediligendo quelle che aiutano a contestualizzare e a chiarire il testo. Una Bibbia unica al mondo perché ricca di passi paralleli, sia per quanto riguarda il numero che l’ampiezza di associazioni che permettono accostamenti tra i due Testamenti, favorendo una lettura vitale della Bibbia. È un progetto editoriale pensato proprio per una lettura orante della Parola, in un clima di ascolto e di dialogo con Dio. L’opera ha una dimensione che don Pasotti definisce “pastorale” per le parrocchie, i gruppi, i singoli fedeli, per aiutare a trasmettere la fede. “Quella edita dalla San Paolo – conclude il biblista – è una Bibbia pensata proprio per questo. L’insieme delle note specifiche che accompagnano la pubblicazione permette di mettersi in ascolto del Signore che parla”.

Raccolta viveri per chi soffre

La Raccolta di S. Martino del 14/15 novembre non si ferma alla Diocesi: quanto raccolto sosterrà anche i profughi del Libano e dell’Armenia

Da una parte con la Raccolta di San Martino si permette a chi è in difficoltà nelle nostre comunità di ricevere un piccolo aiuto in generi alimentari, dall’altra si aiutano le realtà dell’Armenia e del Libano segnate dalla guerra.

Il Libano. Il Libano, porta d’Oriente, dopo la guerra civile ha sperimentato la possibilità di una convivenza di riconciliazione nell’equilibrio tra culture e religioni diverse. La vicina Siria con un numero di profughi sproporzionato, la pandemia, la crescente crisi economica, l’esplosione del porto lo scorso agosto… siamo dinanzi a una crisi drammatica. Un’associazione, Oui pour la Vie, si dedica all’assistenza agli ultimi offrendo loro un pasto caldo, un supporto medico, una consulenza specialistica, attraverso la fraternità del dono e del perdono. Se del Libano abbiamo parlato recentemente attraverso la testimonianza di padre Damiano Puccini, dell’Armenia abbiamo sempre poche informazioni.

Armenia. Nella zona del Nagorno Karabakh, una regione che si trova geograficamente al confine tra Armenia e Azerbaijan, si consuma uno dei tanti conflitti dimenticati. Circa il 50% dell’intera popolazione della Repubblica dell’Artsakh (oltre 75mila persone) è fuggito e ha lasciato le proprie case. Altri hanno preferito rifugiarsi in Armenia. Chi è rimasto, vive da 25 giorni nei rifugi per proteggersi dagli attacchi militari delle forze azerbaigiane. Colpite un gran numero di istituzioni come scuole, asili, centri culturali, fabbriche e cattedrali. La possibilità di un contatto diretto con il Patriarca armeno Masalyan rende possibile l’invio di aiuti a questa minoranza cristiana segnata dalla croce nella sua stessa esistenza, ulteriormente provata in questo tempo di recrudescenza bellica (il conflitto è iniziato nel 1992). Una progettualità che s’inserisce nella scia dei progetti di sviluppo sostenuti da Caritas diocesana già dal 2014. “La guerra – ha scritto in una lettera l’arcivescovo Raphael Minassian – porta solo devastazione, distruzione e tragedie. La comunità internazionale sembra impotente, così come era successo 105 anni fa, con il genocidio perpetrato ai danni della minoranza armena in Turchia, sembra preferire salvaguardare interessi economici piuttosto che aiutare un popolo per primo aveva abbracciato la fede cristiana”. Una testimonianza diretta arriva anche da Metaksya, che, a Clusane dal 2005, denuncia i crimini contro l’umanità nei confronti del popolo armeno “nel silenzio generale a causa degli interessi economici (gas e petrolio) in gioco: l’esercito turco-azero sta realizzando una vera e propria pulizia etnica. Oggi parliamo di crimini di guerra, ma ieri assistevamo a frequenti discriminazioni. Purtroppo la Repubblica, nata dalle ceneri dell’Unione Sovietica, non è mai stata riconosciuta e non viene considerata. Dobbiamo alzare la voce per salvare la popolazione civile di entrambe le parti”.

La Raccolta di S. Martino si rinnova

In occasione della IV Giornata Mondiale dei Poveri, la Raccolta di S. Martino si rinnova e cambia forma: questo tempo ci chiede che la carità e la generosità delle nostre comunità possano sperimentarsi nel “dar da mangiare all’affamato”. Si raccoglieranno quindi generi alimentari e non più indumenti.

San Martino km 0 si concentra sui bisogni e sulle necessità dei nostri territori e delle nostre parrocchie.

Sabato 14 e domenica 15 novembre la nostra diocesi sarà impegnata a rispondere alle situazioni di povertà che abitano i nostri paesi e le nostre città. Con la nostra raccolta e il nostro lavoro potremo riempire le mani già generose delle nostre Caritas e delle realtà a noi vicine che si occupano della distribuzione dei viveri.

Milzanello

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Milzanello, piccolo centro, frazione di Leno, si è rivelata una terra ricca di storia e di tradizioni. Il tempo ha cancellato e disperso molta parte della memoria del suo passato, eppure rimangono tracce curiose, di un passato veramente interessante.
Fin dall’inizio è stato legato a Leno, soprattutto dopo la fondazione dell’Abbazia, la cui storia è senza dubbio grandiosa.

Potrebbe sembrare che Milzanello non c’entri molto con l’importanza dell’Abbazia, ma non è così, perché Milzanello è inserito nelle vicende dell’Abbazia e questo è emerso nel corso delle ricerche. Anche la presenza della statua di papa Eugenio III nella chiesa di san Michele ne è un indizio. Per capire che ruolo avesse nella storia un paese così piccolo e lontano dal centro, bisogna partire dalla storia dell’Abbazia di Leno.

L’Abbazia di Leno è stata fondata nel 758 per volontà del re dei Longobardi Desiderio e della regina Ansa vicino alla Pieve di San Giovanni Battista.
Da quelle parti il sovrano Longobardo aveva fatto costruire anche una chiesa dedicata a san Michele. Desiderio ottenne da papa Paolo I e dall’abate di Montecassino Petronace (bresciano) il permesso di costruire un’Abbazia.
Il primo Abate fu Ermoaldo (759- 790) che portò con sé 12 monaci, il braccio di san Benedetto, e i resti dei martiri Marziale e Vitale. Seguì Lantperto, dall’Abbazia di Montecassino e poi Amfrido, nominato poi Vescovo di Brescia. Nel corso del tempo venne dotata di privilegi di vario tipo, sia imperiali che papali, e ingrandì i sui possedimenti.

Nel 1137 l’Abbazia subì un violento incendio, quando era Abate Tedaldo.
Sotto la guida dell’Abate Onesto, la chiesa fu non solo riedificata, ma fu consacrata con ogni onore. Arrivò infatti a consacrarla Papa Eugenio III , e qui si fermò per un certo periodo. Il Papa però si rese anche conto che l’Abate tentava di prendere facoltà che non aveva, e frenò la sua ingerenza su alcuni ambiti che non gli appartenevano.

Il Papa diede ordine di togliere il fonte battesimale presente nell’Abbazia e di usare per i Battesimi soltanto la Pieve di San Giovanni Battista.
Il Battesimo, infatti, nelle zone rurali, non poteva essere amministrato se non presso la Pieve.
La pieve, o meglio, la Chiesa Battesimale a Leno, era preesistente al Monastero e si trovava presso la roggia che ora si chiama Sangiovanna.
Prima dell’arrivo delle reliquie c’erano la chiesa di San Salvatore, che diventerà la Chiesa abbaziale di san Benedetto, la chiesa di san Pietro e la Pieve di san Giovanni. Di queste chiese, assieme alla chiesa di san Michele di Milzanello, si parla in una disputa in tribunale per stabilire la giurisdizione del territorio di Leno.
Questo documento si è rivelato molto interessante poiché dalle deposizioni dei testimoni si viene a sapere molto.

L’importanza dell’Abbazia si comprende bene e fino a che l’Abate di Leno era così potente, era normale che si trovasse a scontrarsi con il Vescovo di Brescia per via di problemi di giurisdizione. Papi e Imperatori hanno riconosciuto privilegi vari all’Abbazia, ma soprattutto i Papi hanno svincolato l’Abate dalla necessità di dipendere dal Vescovo di Brescia sia per le ordinazioni che per la consacrazione degli olii santi.
Però ad un certo punto sorge un problema di giurisdizione e la questione viene portata in tribunale.

Siamo nel 1194 e vengono chiamati dei testimoni . Gli atti contengono delle informazioni interessanti.

Tra le testimonianze della contrapposizione fra il Vescovo di Brescia e l’Abate di Leno alla fine del XII secolo c’è quella di Montenario, canonico di San Pietro di Leno, che fu chiamato a deporre davanti al Giudice su questa controversia. Egli riguardo alla Pieve di san Giovanni di Leno, afferma che mai era stata soggetta all’autorità del Vescovo di Brescia e che anzi, ricorda di essersi recato ad un Sinodo diocesano e che in quella occasione il suo superiore si infuriò, sentendo la Pieve di san Giovanni enumerata con le pievi Bresciane. Al contrario, era legata alla Sede Apostolica e del tutto svincolata dal controllo del Vescovo.

L’informazione che ci serve conoscere è quella relativa all’amministrazione del Battesimo. Il Battesimo poteva essere amministrato solo nella Pieve, meglio, nella chiesa battesimale di san Giovanni Battista.
Nel 1148, come si è detto, papa Eugenio III aveva fatto togliere il fonte battesimale dalla chiesa abbaziale e aveva ordinato che i battesimi si facessero solo nella Pieve, e l’Abate, non potendo disobbedire al Papa, desiderava allo stesso tempo mostrare il proprio potere.
Trovò pertanto il modo di fare entrambe le cose.

Qui viene descritta la procedura dei battesimi.

  • alcuni canonici di san Pietro si recavano all’Abbazia.
  • Si presentavano all’Abate
  • L’Abate mandava con loro alcuni monaci dell’Abbazia
  • Andavano a prendere il parroco di Milzanello
  • Insieme andavano alla Pieve di san Giovanni Battista
  • Insieme consacravano il fonte battesimale
  • Insieme battezzavano
  • Due o tre fanciulli venivano portati nella chiesa dell’Abbazia e venivano battezzati dall’Abate (tanto per mettere in chiaro chi comandava davvero, senza disubbidire agli ordini del Papa).

Quindi il feudo di Milzanello dipendeva dall’Abbazia.

Come feudatari di Milzanello, ci sono state parecchie famiglie, e poi, quando l’Abbazia iniziò la sua decadenza, divennero gli effettivi signori.
I feudatari in questione erano:

  • Avelongo
  • Poncarali
  • Lomelli
  • Martinengo
  • Gambara che poi cedono nel 1420 agli Uggeri

Nel 1479 l’Abate Bartolomeo Averoldi cedette l’Abazia in cambio dell’Episcopato di Spalato. Era l’ultimo Abate di Leno: dopo di lui furono solo abati commendatari, fino al 1783, quando venne abbattuta per volere della Repubblica Veneta.
La famiglia Uggeri però ha lasciato un segno profondo nella storia di questo paese e ha portato qui tracce che ancora perdurano e che ne raccontano la storia.

Sant’Urbano Martire

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Ci sono alcuni santi che portano questo nome, ma stringendo il campo solo ai martiri, il numero si riduce. La scelta è stata di analizzare tutte le ipotesi, valutando i dati a favore e a sfavore di ognuna di esse, alla luce della documentazione trovata.

1) s. Urbano Papa e martire ci è sembrata l’ipotesi da escludere.

2) Vi è un giovane martire di Antiochia, ucciso nel 253, associato al martirio di San Babila.
San Babila martire fu Vescovo di Antiochia, ucciso in odio alla fede nel 253, insieme a tre fratelli che la madre gli aveva affidato perché fossero allevati ed istruiti alla fede.

San Epolono fanciullo martire
San Prilidano fanciullo martire
San Urbano fanciullo martire

Se si dovesse trattare di lui, la domanda sarebbe: “Come è potuto arrivare dalla Siria a Milzanello?” Sarebbero plausibili due possibili vie:

* da Milano. La chiesa di san Babila a Milano è dotata di reliquie del Vescovo di Antiochia fornite dal Vescovo di Milano Marolo. Il culto di san Babila ha influenzato la liturgia a Milano anche per la presenza di una comunità siriana. San Marolo fu il XIV Vescovo di Milano, nacque in Mesopotamia e fu Vescovo di Milano dal 408 al 423. Proveniva dall’Oriente e questo è importante.
Ennodio, il vescovo di Pavia, parla di lui e riferisce che nacque nelle terre del fiume Tigri, terre che per prime furono raggiunte dal Vangelo e furono bagnate dal sangue di martiri. Per sfuggire alle persecuzioni, si recò ad Antiochia, in Siria e in seguito a Roma.
Fu amico del papa Innocenzo I.
Giunse a Milano come Vescovo dove fu ricordato per le sue virtù, la preghiera e le opere di carità a favore delle vittime delle invasioni dei Visigoti.
Fu lui a dotare la chiesa di san Babila delle reliquie provenienti da Antiochia. La Chiesa Bresciana non solo è una suffraganea della Chiesa Milanese, ma a lungo il Vescovo Bresciano aveva il privilegio di sedere accanto a quello milanese e di essere secondo solo a lui in parte dell’Italia del Nord. Questo fino a XV secolo, quando Brescia cominciò ad essere soggetta a Venezia.
Rimane tuttavia un’incertezza, poiché si parla solo delle reliquie di san Babila e non dei tre fanciulli.

* Le reliquie potrebbero venire da Venezia.
Venezia era una superpotenza navale, che portava da ogni parte del mondo le reliquie di tutti i santi che riusciva a trovare.
Dalla Passio di San Babila abbiamo una dettagliata descrizione della sorte dei corpi dei martiri di Antiochia e per lungo tempo la loro sepoltura fu certa e venerata .
In un libro stampato nel 1800 a Venezia, si trova l’elenco delle reliquie presenti nella chiesa di s. Bonaventura a Venezia. In questa chiesa erano state raccolte le reliquie corrispondenti ai diversi santi per ogni giorno dell’anno, ordinate in nicchie.

Al giorno 24 gennaio, fra gli altri, si citano:

  • S. Babila Vescovo,
  • s. Prilidano fanciullo martire di Antiochia e
  • s. Urbano martire di Antiochia.

Non è possibile capire se si trattasse di piccole porzioni oppure di ossa in gran numero, poiché Napoleone ne ha decretato la spoliazione.

Il Vescovo Badoer, di nobile famiglia Veneziana, che secondo la lapide ha donato le reliquie alla chiesa, prima di essere Vescovo di Brescia, è stato Patriarca di Venezia.
Se si volesse ipotizzare che le reliquie di s. Urbano siano state prese dall’allora Patriarca di Venezia, divenuto in seguito Vescovo di Brescia, l’idea potrebbe risultare plausibile. Tuttavia l’ipotesi incontrerebbe subito delle difficoltà, poiché sono i resti dell’altro fanciullo quelli che mancano nell’elenco e non quelli di S. Urbano.
Nell’Ottocento dunque due dei tre fratelli avevano le proprie reliquie a Venezia, ma qui nell’elenco compare Urbano e manca Epolono.
Anche questa ipotesi dunque mostra una certa fragilità.

3) Il santo Martire Urbano collaboratore di S. Paolo, citato al termine della lettera ai Romani.
I risultati delle ricerche in archivio fanno propendere verso questo santo, poiché nei registri risulta che i festeggiamenti cadessero nella quarta domenica di Ottobre.
Il fatto che a Milzanello si festeggiava S. Urbano alla fine di Ottobre e non a Maggio, commemorazione di s. Babila e dei fanciulli, fa propendere proprio per il martire romano.

A Ottobre si faceva memoria di un s. Urbano in effetti: il collaboratore di san Paolo, nominato assieme a s. Ampliato nella lettera ai Romani.
Da principio avevamo escluso si potesse trattare di lui, perché troppo antico, ma se si considera la storia delle reliquie, degli scavi nelle Catacombe romane e dei corpi santi, questa ipotesi diventa plausibile.

Il ritrovamento di corpi nelle catacombe romane ha portato alla luce una serie di resti delle vittime cristiane delle persecuzioni dei primi secoli. Questi resti, spesso indicati con un nome e un segno che ne segnalava la morte cruenta e il martirio, furono in effetti distribuiti in tutta Europa nei secoli in cui le Eresie protestanti si erano diffuse. Erano state mandate soprattutto nel nord dell’Europa dove i Luterani avevano distrutto le reliquie e le immagini dei santi e servivano a rinnovare proprio la devozione ai santi.

Durante la fine del XVII il territorio Bresciano era stato percorso da venti di eresia che si era insinuata non solo nella popolazione delle Valli, ma anche nei ceti alti e nel clero della città.

La situazione era preoccupante al punto che dopo la morte del Vescovo Marco Dolfin la sede era rimasta vacante per due anni e il Papa aveva nominato Vescovo di Brescia il Cardinale Badoer, Patriarca di Venezia, con una missione precisa: estirpare l’eresia a Brescia. Lo stesso Badoer si impegnò in modo risoluto a portare a termine il suo compito, unendo allo stesso tempo azioni per curare la formazione del Clero, ravvivare la devozione alla Vergine e ai Santi e diffondere l’adorazione al Santissimo Sacramento nella popolazione.
Anche questa pista potrebbe portare alla provenienza delle reliquie in quanto queste potrebbero verosimilmente provenire dalle catacombe di Roma.

Sia che si tratti dei resti di un Martire Romano delle prime persecuzioni, sia che si tratti del fanciullo di Antiochia, è chiaro che le spoglie del Martire Urbano provengono dall’azione dell’allora Vescovo di rinvigorire la fede Cattolica dei Bresciani nella sua opera di risanare la purezza della Dottrina e delle Verità della Tradizione.

Gran parte della forza di propagazione dell’eresia si doveva all’ignoranza delle verità di fede e nella fragilità nella predicazione del Clero, spesso esso stesso traviato dalle idee eretiche.

Attenzione alla formazione della fede, attenzione alla Catechesi fin dalla fanciullezza e una vita ricca di preghiera, adorazione e sacramenti hanno costituito il tentativo di porre un argine ad una deriva che era arrivata a lambire la stessa Cattedrale di Brescia.

La carità, l’attenzione ai bisogni dei poveri e l’umiltà erano vissute in prima persona dal Vescovo che faceva di se stesso un esempio per i sacerdoti e fedeli a lui affidati.
Visionando i registri presenti nell’archivio parrocchiale di Milzanello, risulta che s. Urbano Martire era Patrono e Protettore di Milzanello. I festeggiamenti in suo onore erano previsti la quarta domenica del mese di Ottobre .
Da questo si deduce che il santo martire celebrato nel passato dagli abitanti del paese era s. Urbano collaboratore di s. Paolo, citato alla fine della lettera ai Romani.
Dunque, i festeggiamenti tradizionali sono nel giorno che si commemora s. Urbano martire collaboratore di Paolo.

Cerchiamo di collocare le reliquie nel loro giusto posto.

La Chiesa cattolica ha sempre guardato ai martiri con orgoglio e riconoscenza, poiché la loro fedeltà e fermezza nel testimoniare Cristo, unite al fatto che hanno associato il loro sacrificio alla sua croce, sono il motivo per il quale li abbiamo sempre venerati e ricordati come esempio. Questo il motivo per cui, non dimentichiamolo, il loro sangue è seme per nuovi Cristiani.

La cura poi che da sempre i fedeli hanno avuto per i resti dei santi martiri si innesta nel pensiero cristiano, secondo cui l’uomo, anima, spirito e corpo, è creatura di Dio fatta a sua immagine e creata buona. È vero, la nostra natura è stata corrotta dal peccato originale, ma è creata come cosa molto buona e quindi il corpo non è e non può essere male. Anzi, là dove l’uomo si lascia redimere dalla Grazia, dove asseconda la volontà di Dio, nasce la santità che è presenza di Dio in noi. Ecco che il corpo, insieme all’anima, viene santificato. Per questo per la Chiesa Cattolica, anche le spoglie mortali dei santi sono preziose.

Non solo perché richiamano ad una persona il cui esempio è da imitare, ma perché sono i resti di una creatura in cui ha dimorato Dio. Non siamo forse noi Tempio dello spirito Santo?
Ecco il motivo della devozione alle Reliquie. Dio ha preso un corpo, è diventato veramente uomo, e questo non dice forse l’alta dignità del corpo, assieme a quella della nostra anima? In tempi in cui eresie e spiritualità di varia origine si sono insinuati nei discorsi e nei pensieri, mettendo a rischio la fede, ecco che i veri pastori di anime hanno cercato il modo per insegnare la Verità con strumenti semplici, comprensibili a tutti.

Devozione al Santissimo Sacramento, venerazione alla Vergine Maria e ai Santi sono state le armi con cui combattere i venti eretici che attaccavano le verità di fede. Ma per opporsi all’idea dualista spirito bene, materia male, lo strumento principale rimaneva la devozione alle Reliquie che rimandavano ad un santo Martire e che incarnava proprio l’idea che Anima e Corpo, insieme sono cosa molto buona, creati da Dio, redenti da Cristo, abitati dallo Spirito Santo.

Le reliquie di Milzanello potrebbero essere giunte dalle catacombe di Roma?
Possibile.
In tempi di assalti dell’eresia, molti sacerdoti, Vescovi e Cardinali richiedevano sante reliquie trovate durante gli scavi nelle Catacombe, per rafforzare la loro azione pastorale.
E se invece fossero le reliquie di s. Urbano di Antiochia?
Non del tutto impossibile.
A Venezia vi erano le reliquie di san Babila e dei tre fanciulli martirizzati assieme a lui. Venezia portò dall’Oriente moltissime Reliquie e queste in particolare, a differenza di molte altre, hanno una documentazione storica dettagliata fin dall’inizio.
Alcuni documenti spingono verso le catacombe di Roma, altri no.
La verità è che senza un documento preciso e dettagliato, ogni ipotesi rimane tale.

Festa di San Michele Arcangelo

Parrocchia di Milzanello

Spiedo da asporto con polenta

Domenica 27 settembre, da ritirarsi alle ore 12:00 in Oratorio.
Tutto sarà già predisposto in contenitori per asporto e borsina, forniti dall’Oratorio per motivi di sicurezza. Chiediamo il contributo di almeno 13 € a porzione. Obbligatoria la prenotazione telefonando al numero 3282192724.

S. Messa in onore di San Michele

titolare della nostra Parrocchia.
Martedì 29 settembre alle ore 20:30; se il tempo lo permetterà, sarà celebrata all’aperto.
Al termine della Celebrazione… caffè presso il bar dell’Oratorio.

Guarda le immagini della scorsa edizione:

Festa di San Michele a Milzanello

San Giuseppe | I Santi dell’Abbazia

Oggi ci troviamo di fronte ad un maestoso altare, come lo è altrettanto la figura del santo cui lo stesso è dedicato. San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e padre putativo di Gesù; patrono di tutti i papà e per noi potente intercessore.

Accompagnamento musicale ad opera di Paolo.

Celebrazione della Santa Messa nella festa di San Luigi

La trasmissione in diretta della celebrazione della Santa Messa nella festa di San Luigi dall’Oratorio di Leno.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Solidali nel lavoro, solidali nella preghiera per il lavoro! L’Ufficio per l’impegno sociale propone una traccia di preghiera e un video per pregare insieme in occasione del primo maggio 2020, la festa di S. Giuseppe lavoratore

Solidali nel lavoro, solidali nella preghiera per il lavoro!

Il lavoro è una dimensione fondamentale della nostra vita. “In questo tempo di incertezza e di paura – spiega suor Italina Parente, vice direttore dell’Ufficio per l’impegno sociale – ne sentiamo con forza l’importanza ed il valore. In occasione della festa di S. Giuseppe lavoratore, siamo soliti ritrovarci a pregare con il nostro Vescovo. Quest’anno non è possibile stare assieme in un’azienda, ma dalle nostre case possiamo trasformare la nostra Diocesi in un grande laboratorio ed essere solidali nella preghiera per il lavoro”.

Introduzione

Sospesi nell’incertezza. È questa la condizione in cui ci sentiamo immersi a causa della pandemia del covid 19. E tutto quello che non sappiamo alimenta la nostra insicurezza e moltiplica le nostre domande.

In che condizioni sarà il settore del turismo, della ristorazione, il mondo della cooperazione e il Terzo settore, la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, le ditte che organizzano eventi, il settore della cultura, le piccole e medie imprese che devono competere a livello globale? Quanti non riusciranno a ripartire e quanti rischieranno di rimanere senza lavoro? In che modo dovremo vivere il nostro lavoro? Sono solo alcune delle domande che si ripetono in noi.

Insieme dobbiamo abitare le domande per imparare ad assumere uno sguardo diverso, definire nuove priorità e scegliere la direzione in cui andare.
Alcune luci che ci aiutano ad orientarci possiamo intravederle nel nostro vissuto recente.

In questo tempo abbiamo avuto la possibilità di riscoprire l’unità della famiglia umana, di vedere come necessariamente servono risposte coordinate perché tutto è connesso e nessuno può pensare di cavarsela da solo.

Abbiamo sperimentato la fragilità smascherando l’illusione di poter trovare una soluzione tecnica a tutto, senza scomodarci più di tanto e in tempi brevi; abbiamo constatato l’importanza della qualità del legame che ci unisce e come la vita di ciascuno sia affidata alla responsabilità degli altri.

Abbiamo visto come l’etica nel lavoro fa la differenza. In tutti coloro che hanno continuato a svolgere il proprio lavoro con grande professionalità e dedizione, in tutti coloro che hanno cercato in ogni modo di evitare che qualcuno rimanesse indietro, in ogni uomo e donna che con responsabilità e creatività hanno cercato di mettersi in gioco superando la mera logica del guadagno e del benessere personale abbiamo riscoperto una risorsa fondamentale: la fiducia, la fondamentale fiducia nella vita che consente alle persone di impegnarsi.

Ci siamo concretamente accorti che il lavoro non è solo un modo per guadagnare. Ci sono domande di senso che vanno al di là del reddito; Il lavoro ha un significato antropologico e sociale, è ambito di espressione di senso e di valori, di umanità. C’è di mezzo la vocazione di ciascuno! In quella originaria vocazione al lavoro trova ragione il nostro voler accogliere questo tempo di crisi come tempo “che ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità» (Caritas in veritate 21).

Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, che ci consenta di trovare la forza di allontanarci da modelli di sviluppo e concezioni dell’economia che alimentano disuguaglianze, esclusioni e degrado ambientale. Abbiamo bisogno di una spiritualità che dia forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico (LS 111).

Ed è per questo che nella festa di S. Giuseppe lavoratore, nella festa del lavoro, vogliamo pregare. Preghiamo non per fuggire dalla realtà, non per eliminare l’incertezza, ma per guardare a Gesù ed imparare un modo di stare al mondo e nel lavoro, per imparare a farci prossimo, a vivere la nostra fragilità con uno sguardo nuovo, capace di trasformarla in strumento per trasmettere l’amore incondizionato per ogni essere umano e per ogni creatura. La crisi solo così non ci ruberà la speranza, la possibilità di un nuovo inizio. In occasione della festa di S. Giuseppe lavoratore, siamo soliti ritrovarci a pregare con il nostro Vescovo. Oggi non è possibile stare assieme in un’azienda, ma possiamo trasformare la nostra Diocesi in un grande laboratorio e unire la preghiera che esce dalle nostre case per formare un intreccio di grazia che attraversa ogni luogo.

G: Ci ritroviamo nel nostro angolo di preghiera, accendiamo una candela e apriamo la Bibbia, per rischiarare le tenebre dell’incertezza, del dubbio e della paura in cui ci sentiamo avvolti. Accanto mettiamo un oggetto simbolo del nostro lavoro e un contenitore vuoto che esprime le mancanze di cui soffre il mondo del lavoro in questo tempo. Favoriamo il silenzio fuori e dentro di noi….
Ci lasciamo abbracciare dal segno della nostra salvezza
T. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen
G: I discepoli dissero a Gesù “Signore, insegnaci a pregare” e Gesù consegnò loro le parole del Padre nostro. Con queste parole, nella ricorrenza del primo maggio, dalle nostre case, affidiamo a Dio le preoccupazioni e le speranze del mondo del lavoro.

Padre nostro

G. Ci rivolgiamo a te, nostro Dio e ti chiamiamo Padre. Ci mettiamo davanti a te, fonte di ogni vita e ti lodiamo perché nella consapevolezza di essere tuoi figli comprendiamo la verità della nostra esistenza: la felicità è possibile per tutti e per ciascuno solo vivendo da fratelli.
T. Dio -Padre creatore, Spirito sempre all’opera, Cristo Gesù carpentiere a Nazareth- come figli, creati a tua immagine, fa che possiamo assomigliarti costruendo relazioni sociali ed economiche giuste, fondate sul lavoro, solidali tra i popoli, in armonia con la natura, capaci di alleanza tra generazioni.

Che sei nei cieli

G. Una distanza, che, in questo tempo, a volte sentiamo incolmabile!
L’isolamento e il non poter incontrare i colleghi di lavoro amplifica la nostra solitudine. La mancanza della scansione abituale delle nostre giornate ci lascia smarriti ed irrequieti. L’aver perso la nostra attività lavorativa ci schiaccia sotto lo spettro della povertà e dell’incertezza. L’incognita di come sarà il lavoro di domani ci paralizza in un presente senza tempo in cui prevale il nostro sentirci inadeguati. Il sacrificio di tante persone morte sul luogo di lavoro, uomini e donne che hanno offerto la vita compiendo il loro dovere, interpella il senso della nostra esistenza.
T. Padre del cielo e della terra rendici capaci di abitare la complessità del nostro tempo. Donaci la pazienza di attendere che le lacrime puliscano i nostri sguardi e il coraggio di lasciarci convertire dalla storia, già toccata dal tuo cielo.

Sia santificato il tuo nome

G. Sono tanti i lavoratori e le lavoratrici che con competenza e dedizione compiono il loro servizio e rendono visibile un amore che ci supera, in particolare i medici, l’intero personale sanitario e ausiliario, gli operatori dei servizi e delle attività essenziali, gli agenti delle Forze dell’ordine, la Protezione Civile, gli scienziati, i ricercatori, le imprese che hanno riconvertito la loro produzione, gli amministratori e i governanti.
T. Padre Santo, nella gioia di un lavoro ben fatto, donaci di sperimentare la bellezza della nostra santità.

Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà

G. Noi crediamo nel tuo regno, Padre, anche dove e quando è difficile vederlo.
Esso cresce misteriosamente, per tuo dono e per la buona volontà non solo degli altri ma anche mia. Non possiamo dimenticare la sofferenza di chi ha cessato l’attività, la precarietà di tanti contratti, lo sfruttamento dei poveri, l’inequità delle condizioni lavorative e retributive, la disperazione e l’apatia di chi non sa più perché vivere e perché morire.
T. Padre buono, ti ringraziamo per i tanti volontari impegnati ad alleviare le difficoltà delle persone più fragili, per quanti hanno elargito beni e denaro con generosità. Vogliamo non accomodarci sui nostri divani e con profondo senso civico ci impegniamo a vivere tutta la solidarietà che ci è possibile. Sostieni la nostra creatività per trovare nuove forme di solidarietà capaci di realizzare il tuo Regno.

The Sun: Lettera da Gerusalemme

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

G. Abbiamo fame e tanta gente ha più fame di noi.
Fame di pane, anzitutto. Fame di affetto e amore, di speranza e futuro. L’esperienza ci insegna che il pane sovrabbonda per tutti e su nessuno grava la vergogna della povertà, se ciascuno ha accesso al sapere e al lavoro e le ricchezze sono equamente distribuite.
T. Padre provvidente, vogliamo crescere nella capacità di collaborare e di renderti grazie per il lavoro ed il pane di ogni giorno.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

G. Spesso prevale il nostro egoismo, siamo troppo sicuri di quello che facciamo e pensiamo, ci illudiamo che il nostro benessere possa sussistere senza il rispetto di quello altrui e di tutta la creazione. Contrapponiamo beni come il profitto, la salute, il lavoro, la previdenza, la famiglia, la vita… senza rispettare la loro connessione e la gerarchia di servizio che li lega.
T. Padre misericordioso, illumina le nostre coscienze, dona autenticità evangelica alle nostre scelte, fa che le nostre azioni siano segni di riconciliazione in noi e nelle relazioni con tutto il creato.

Non ci abbandonare alla tentazione

G. Siamo presi dalla tentazione di considerare questo tempo di pandemia un incubo da cui poterci svegliare per tornare alla vita di prima.
La nostalgia e il rimpianto del nostro ordinario accrescono la presunzione di bastare a noi stessi e ci sviano verso la ricerca di note, seppure effimere, sicurezze che ci mettono in spietata competizione tra singoli e tra popoli.
T. Padre della storia, scegliamo di stare dentro questo tempo, senza sottrarci alla nostra fragilità nel comprendere, senza affrettare soluzioni preparate secondo vecchie ricette e lasciando spazio alla novità che attraverso di noi vorrai generare.

Liberaci dal male

G. Ti chiediamo che il male non vinca dentro di noi e contro di noi. Liberaci dalle strutture di peccato che imprigionano nella cupidigia i nostri sistemi economici e finanziari.
T. Padre onnipotente, sostieni le imprese che hanno il coraggio di scelte etiche, che sostengono l’innovazione, che assieme al profitto promuovono la sostenibilità sociale ed ambientale. Rafforza l’opera di tutti gli uomini e le donne che hanno il coraggio di essere profeti di uno sviluppo integrale e solidale.

Canto: Il mio futuro vive dentro te

Perché avete paura? Non avete ancora fede?

Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).