Perché avete paura? Non avete ancora fede?

Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Campo famiglie in Valle Aurina

da sabato 1 a sabato 8 agosto a San Giacomo in Valle Aurina

(1.192 mt. – Alto Adige)
Hotel Kapellenhof

Si rinnova anche quest’anno uno tra i momenti più belli e intensi di vita familiare in montagna, questa volta in Valle Aurina (Bz).

Le iscrizioni si ricevono solo presso la segreteria parrocchiale in via Dante 15 versando la caparra di 150 € a famiglia sono cominciate il 4 marzo.

Orari segreteria: mercoledì, giovedì, venerdi ore 9.30 – 12.00

L’acconto versato non viene restituito in caso di mancata partecipazione.

Quota di partecipazione

  • Bambini fino ai 3 anni: gratis
  • Bambini dai 4 ai 6 anni: 100 €
  • Figli dai 7 – 18 anni: 200 €
  • Adulti: 300 €

La data di nascita dei bambini è da calcolarsi dal 1 agosto 2020.

Riunione organizzativa

Martedì 30 giugno alle ore 20.30 in Oratorio a Leno per vedere insieme tutte le note pratiche. Quella sera raccoglieremo anche il saldo della quota.

Guarda le immagini dell’anno scorso:

Campofamiglie 2019 in Valle Aurina

Uno sviluppo sostenibile perché etico

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Nella festa dei nostri santi Patroni si eleva a Dio la nostra lode e il nostro cuore si apre alla gratitudine. La loro misteriosa presenza e la loro preziosa testimonianza sono per noi motivo di consolazione e rendono più sicuro il nostro cammino. Stendendo su tutti noi il manto della loro protezione, essi ci fanno sentire più uniti, ci ricordano che siamo chiamati a sentirci sempre più una comunità e che abbiamo un’identità da riscoprire continuamente e da onorare.

I nostri patroni Faustino e Giovita sono dei martiri e i martiri sono dei vincitori, uomini e donne che sono stati capaci di vincere la morte. La loro ultima parola è stata una parola di perdono. Nel momento della loro morte violenta non hanno urlano di rabbia, non hanno minacciato vendetta: il loro modo di guardare al mondo è stato segnato da una profonda e invincibile benevolenza, dal desiderio di vederlo perfetto, rinnovato, guarito, redento. Nessun carnefice può infatti impedire al martire di continuare ad amarlo e di chiedere al Dio della vita di rendere feconda la sua morte. In questo modo la vittoria cambia decisamente direzione: chi doveva essere annientato diventa principio di vita.

Si può allora ben comprendere che due giovani martiri dei primi secoli si trasformino, secoli dopo, in meravigliosi difensori di una città, la nostra città di Brescia, in un momento drammatico della sua storia. Coloro che donano la vita per amore diventano per amore custodi della vita di una intera comunità civica. Pensando alla testimonianza dei nostri santi patroni, si può affermare che essa è stata un inno alla vita e insieme l’annuncio di una salvezza che deriva dall’amore di Cristo. Proprio come scrive san Paolo nel passo della Lettera ai Romani che abbiamo sentito proclamare come seconda lettura: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per colui che ci ha amati” (cfr. Rm 8,35-37). L’amore vittorioso del Cristo risorto diventa efficace nella testimonianza dei suoi discepoli: si carica di vita. Nei santi martiri questo è particolarmente evidente, ma in verità accade per tutti i discepoli del Signore. Grazie a loro l’umanità è aiutata a guardare il mondo con verità, a gustarne le gioie, a valorizzarne le risorse, a promuoverne le potenzialità, ma anche a sanarne le infermità, a smascherarne le illusioni, a contrastarne la malvagità. I discepoli del Signore sono come delle sentinelle che nella notte tengono viva la speranza dell’aurora, ricordano che la vita vera ha la forma della luce e che il cuore non può rassegnarsi a perdere la speranza.

È con questo sentimento che vorremmo oggi – in obbedienza ad una tradizione ormai consolidata – guardare alla nostra città e ancor più ampiamente al territorio della nostra diocesi. La passione per la vita e il desiderio di verità ci spingono a interrogarci su ciò che sentiamo particolarmente urgente come comunità che vive oggi sul territorio bresciano.

Pensando al momento che stiamo attraversando, papa Francesco ha più volte ripetuto che “non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca”. Il santo Padre ha poi precisato il suo pensiero in una lettera enciclica di grande respiro, che ha intitolato Laudato si’. Nella sua essenza, questa lettera altro non è se non un appello a considerare la realtà sociale nella quale ci troviamo e a raccoglierne la sfida. Su questo vorrei anch’io soffermarmi in questa mia riflessione. C’è un dovere che siamo chiamati ad assumere, un compito urgente, una responsabilità di cui farsi carico senza indugi. La sfida è davvero epocale. L’obiettivo è una vera e propria trasformazione del quadro sociale, una metamorfosi radicale del modo di vivere. Occorre passare al più presto ad una nuova visione dello sviluppo che sia sostenibile e occorre dare a questa sostenibilità una connotazione etica. In altre parole, è indispensabile cominciare a parlare chiaramente di etica della sostenibilità.

Lanciando uno sguardo generale sul nostro mondo ormai globalizzato, tre fenomeni si segnalano come particolarmente gravi e capaci di farci cogliere la necessità e l’urgenza di un cambiamento. Il primo è un fenomeno non certo nuovo, un fenomeno endemico e paradossale, a cui rischiamo purtroppo di abituarci e che invece deve scuotere profondamente le nostre coscienza: 800 milioni di persone sul nostro pianeta vivono nell’indigenza, al limite della sopravvivenza, nella miseria e addirittura nella fame; per contro, nel nostro mondo si producono oggi beni di consumo per una popolazione doppia rispetto all’attuale, al punto che quasi un terzo di quanto si produce, essendo in eccesso, deve essere scartato e distrutto. Un secondo fenomeno rilevante, questa volta tipico del momento attuale, è quello dei cambiamenti climatici, conseguenza allarmante di un uso sconsiderato delle risorse energetiche e di un sistema produttivo fuori controllo. Il terzo fenomeno, anch’esso tipicamente attuale, è lo squilibrio mondiale riguardante la natalità, con paesi come il nostro nei quali il numero delle nascite si è drammaticamente ridotto: si tratta di un fenomeno che ci deve seriamente interrogare sul versante della concezione della vita e che è destinato ad avere come conseguenza un riequilibrio della distribuzione della popolazione a livello mondiale, attraverso il fenomeno correlato dei flussi migratori.

Non è possibile rimanere tranquillamente inerti di fronte a questi gravi segnali. Urge ripensare e rifondare l’idea di sviluppo come idea guida della nostra società, immaginandola in stretta relazione con un cammino che consenta alla stessa società di realizzare un autentico progresso. Nell’enciclica Populorum Progressio, testo di straordinaria potenza e profezia, Paolo VI aveva parlato con grande lucidità e appassionato trasporto lucidità del valore dello sviluppo in ordine ad un’autentica convivenza tra i popoli. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” – aveva dichiarato san Paolo VI, immaginandolo come destinato a tutti e in grado di garantire sicurezza e prosperità. La convinzione soggiacente era che un simile sviluppo fosse di per sé possibile e che il significato del termine fosse tranquillamente condiviso: l’attenzione era piuttosto concentrata suoi destinatari e sul loro diritto a beneficiarne. L’attuale situazione ci obbliga a ricalibrare il pensiero e a fissare l’attenzione sul senso stesso del termine sviluppo, cioè sulla sua essenza e nella sua modalità di attuazione. È quanto ha fatto papa Francesco con l’la lettera enciclica Laudato si’. Sta diventando sempre più chiaro a tutti che oggi occorre affiancare al termine sviluppo l’aggettivo sostenibile. La sostenibilità si presenta oggi come una vera e propria chiave interpretativa dello sviluppo e come sua condizione di attuabilità: lo sviluppo o sarà sostenibile o non sarà.

Ma cosa significa precisamente che lo sviluppo deve essere sostenibile? Significa anzitutto che la vita di tutti deve essere in grado di reggerlo, che cioè questa non deve essere compromessa dallo sviluppo, né dal punto di vista ambientale, né dal punto di vista sociale. Ma sostenibile significa anche, e soprattutto, che lo sviluppo deve risultare “degno di essere sostenuto”, deve cioè meritarsi la nostra fiducia. La forma che intendiamo dare allo sviluppo deve cioè presentarsi, nella sua proposta complessiva, come meritevole del nostro apprezzamento, di modo che ognuno possa dire in coscienza: “Sì, questa idea di sviluppo mi sento in coscienza di sostenerla!”. Deve essere, in altre parole, in linea con il desiderio di vita che anima il cuore di ogni uomo e – in una prospettiva di fede – con il progetto che Dio ha da sempre sull’intera umanità. Potremmo dire, in sintesi che questo sviluppo deve essere etico.

La domanda che meglio consente di mettere a fuoco la questione cruciale con cui finalmente ci si dovrà decidere è quella riguardante la qualità della vita. Potremmo dire, infatti, che questo è l’obiettivo di ogni vero sviluppo e del progresso in generale. Ma, appunto, cosa intendiamo per qualità della vita? Quando cioè si può dire di un paese che il suo livello di vita è qualitativamente alto? Ascoltando le nostre televisioni e leggendo i nostri giornali, ma anche sentendo le conversazioni che rimbalzano sui social, si ricava senza fatica l’impressione che a determinare il valore del nostro vissuto siano in questo momento la crescita o la riduzione dei consumi e prima ancora l’aumento o la contrazione della produzione. Quando i consumi calano e la produzione rallenta, scatta l’allarme, sale l’ansia sociale, ci si convince che è a rischio il proprio benessere e si finisce nella fasce basse della classifica dei paesi più evoluti. Il principio è chiaro: si vive bene là dove il potere di acquisto è più alto, dove la varietà dei prodotti è maggiore e la tecnologia è più evoluta. In questo mondo dominato dai prodotti regna sovrana la pubblicità: essa riempie ogni spazio fisico e mediatico e detta le sue regole ferree, che rispondono al principio chiaro del vendere il più possibile, senza troppi riguardi per sentimenti o ambienti, suscitando anche bisogni fino a ieri inimmaginabili. I luoghi dove i prodotti vengono commercializzati diventano le nuove piazze, gli ambienti dove aggregarsi senza necessariamente conoscersi, nell’illusione di sentirsi qualcuno e di riposarsi, mentre si è costantemente raggiunti da messaggi che lasciano chiaramente intendere qual è la verità: non abbiamo un volto ma siamo semplicemente clienti e consumatori.

Per anni abbiamo camminato in questa direzione, ci siamo lasciati ispirare da queste convinzioni. Ci rendiamo ora conto che il clima ingenerato nella società da questo modo di vivere appare pesantemente segnato da due gravi conseguenze: la prima è il cambiamento in atto a livello ambientale, una sorta di contaminazione del nostro pianeta a causa di un sistema produttivo che ha comportato saccheggio delle risorse, invasione degli ecosistemi ad opera degli scarti e dei rifiuti, compromissione degli equilibri climatici a causa delle emissioni. Il secondo campanello d’allarme, ancora più drammatico, viene dal contesto sociale ed ha la forma di un incremento preoccupante del tasso di aggressività, particolarmente evidente nei cosiddetti social. Non una guerra vera e propria ma una violenza feroce, che trova nella comunicazione la sua via di espressione più ricorrente: insulti, offese, volgarità, razzismo, sessismo, incitamento all’odio, alla giustizia sommaria e addirittura al crimine.

Cominciano forse ora a renderci conto che stiamo percorrendo una strada sbagliata, che un mondo così impostato ha un colore poco simpatico, tendente al grigio, e che è striato da ombre sinistre. Nella Laudato si’, papa Francesco di segnala, con grande lucidità, che dietro tutto questo sta di fatto un paradigma, cioè un principio che silenziosamente ispira tutto l’agire sociale. Senza che ne siamo più di tanto accorti, abbiamo creato un vero e proprio sistema, basato su una convinzione fondamentale, che cioè la vita dell’intera umanità è guidata dall’economia e che questa debba necessariamente rispondere alla logica esclusiva del profitto. A questa convinzione se ne affianca una seconda: che la tecnologia, governata esclusivamente dalla scienza, costituisce il vero nuovo potere, su cui contare per governare i processi del vivere sociale, in stretta connessione con l’obiettivo del profitto che si prefigge l’economia.

Provando a guardare ancora più in profondità, ci si rende conto che un simile paradigma tecno-economico presuppone una visione dell’uomo e del mondo, cioè un’antropologia, le cui caratteristiche cominciano ora ad essere a loro volta molto più chiare. Si tratta di una visione della realtà che non viene ufficialmente teorizzata ma che in realtà indirizza l’agire di tutti. Essa ruota intono a due parole chiavi, che sono la soggettività e la libertà. Fu il Cristianesimo stesso a far maturare nel corso dei secoli la consapevolezza del valore di queste due dimensioni del vivere umano. Ma ora, all’apice di un impressionante processo di contaminazione della verità, si è arrivati ad una visione dell’uomo come soggettività assoluta, cioè senza legami, e come libertà assoluta, cioè senza limiti, entro una prospettiva puramente orizzontale. In modo quasi silenzioso si è progressivamente estinta la dimensione verticale, cioè la trascendenza e l’interiorità della soggettività personale: alla trascendenza si è sostituito il senso di onnipotenza della tecnica, con la sua perenne innovazione; all’eccedenza della persona umana, cioè alla misteriosa profondità del soggetto, si è sostituto l’eccesso del consumo, fomentato dalla logica del profitto. Ne sono derivati una impressionante superficialità nel modo di vivere e l’incapacità di sostenere l’esperienza del limite e della fragilità. L’incertezza, la paura, la precarietà delle relazioni e il senso di estraneità di fatto creano l’atmosfera del nostro vivere sociale, che non appare contraddistinto – purtroppo – da una grande serenità.

Occorre invertire decisamente la rotta e rifare il percorso a ritroso, muovendo in direzione opposta. Occorre cioè partire da un radicale ripensamento della visione dell’uomo e del mondo, che recuperi tutte le dimensioni proprie dell’essere umano, in particolare la dimensione verticale. Senza la dimensione verticale anche la dimensione orizzontale perde la sua consistenza. La soggettività e la libertà dell’uomo hanno infatti bisogno dell’altezza e della profondità che vengono dall’incontro con il mistero santo di Dio e rivelano l’alta dignità dell’uomo e del suo ambiente. Scrive papa Francesco nella Laudato si’: “La crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità: non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali (cfr. LS, 119).

In una simile ritrovata unità della concezione dell’uomo, alla negazione del limite si sostituirà il sereno riconoscimento della finitezza e il dovere morale della solidarietà. Il mistero del trascendente riprenderà il posto usurpato dal mito dell’onnipotenza tecnologica. Il consumismo compulsivo, con il suo inevitabile eccesso, cederà il posto alla dimensione etica della soggettività umana, chiaramente percepita nella sua eccedenza di profondità e di valore. Da qui uno stile di vita più sobrio e sereno, più limitato e oculato nella produzione, più rispettoso del creato e più attento ai bisogni di tutti.

Dalla rinnovata visione dell’uomo e del mondo deriverà contemporaneamente una nuova concezione della qualità della vita. Quest’ultima non verterà tanto sul livello dei consumi e della innovazione tecnologica ma piuttosto sulla rilevanza dei sentimenti e delle relazioni. Dovremo cominciare a valutare il tasso di progresso di una società dal clima di fiducia che vi si respira, dalla gioia di vivere che vi si percepisce, dalla capacità di sorridere e di accogliersi, dalla normale pratica dell’onestà, dalla sincerità e lealtà nei rapporti, dalla presa in carico generosa di coloro che sono più fragili, dall’offerta di un’esperienza della sicurezza che sia difesa esterna ma anche pace interiore, dalla lotta contro ogni forma di povertà, dall’impegno reale a integrare culture differenti, dall’attenzione educativa per le nuove generazioni, dal sostegno offerto alle famiglie, dalla promozione del dialogo intergenerazionale, dal rispetto per l’ambiente, dalla promozione della cultura a tutti i livelli e dall’esercizio della politica come servizio alla comunità civile.

Un nuovo paradigma andrà a sostituirsi a quello che attualmente sta esercitando il suo influsso problematico: un paradigma non più tecno-economico ma spirituale-contemplativo, capace di riconosce l’uomo come aperto alla dimensione celeste e ricco di una interiore profondità. Il segno chiaro di questa radicale metamorfosi sarà la riscoperta della dimensione etica del vivere, vale a dire il riconoscimento della rilevanza decisiva del bene in ordine al vivere sociale: bene della persona e bene comune. In realtà, l’urgenza di una proposta convincente di sviluppo sostenibile rappresenta la punta di un iceberg, che rinvia a qualcosa di molto più profondo e cioè alla necessità di una rivoluzione etica, che consenta al bene inteso nel suo significato più ampio e più concreto di riprendersi il primo posto nella scala dei valori. Quel bene che porta con sé le virtù, troppo spesso dimenticate, che chiama in causa la coscienza e che riconosce la sua sorgente nel sommo bene, mistero di amabile santità che abita i cieli.

Scrive papa Francesco nella Laudato si’: “Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente” (LS 229).

Sul versante pratico, cioè in vista dell’attuazione concreta del bene comune, sarà decisivo avviare un circolo virtuoso tra economia, tecnica e politica. Conferendo alla economia e alla tecnologia il loro giusto valore, si dovrà operare in modo da coniugare il profitto con l’impegno sociale e ambientale, consenso di responsabilità. Quanto alla tecnologia, un principio pensiamo dovrebbe ispirare il modo di operare: non realizzare non tutto ciò che la tecnica rende possibile, ma rendere possibile quello che si ritiene utile realizzare per il bene di tutti.

Sarà benvenuta ogni proposta di economia circolare e ancora meglio civile, ogni green economy e ogni green technologyche andranno tuttavia inquadrate nell’orizzonte più ampio della ethical economy and thecnology. È confortante constatare che si comincia finalmente a parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa, di solidarietà intergenerazionale, di processi solidali e buone pratiche individuali attuate in contesti collettivi, di coinvolgimento dei cittadini e di mobilitazione delle persone per il benessere delle comunità, di co-progettazione tra profit e no-profit la cui finalità è la realizzazione di iniziative di valore sociale.

È ormai chiaro che non si tratta più semplicemente di riscoprire l’importanza dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente ma di instaurare un nuovo modello di vita, nel quale il sovrano non sia il profitto ad ogni costo ma il bene di tutti. Si prospettano così un nuovo stile di vita personale e una nuova progettualità politica, da cui dipenderà anche un nuovo clima sociale. Nell’ottica cristiana, ci piace parlare di uno stile di vita profetico e contemplativo, capace – come scrive papa Francesco – di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo”(LS, 222).

Si delinea così quella civiltà dell’amore che tanto stava a cuore a san Paolo VI, a costruire la quale deve concorre quella che abbiamo voluto chiamare l’etica della sostenibilità. La nostra realtà locale, cui Paolo VI appartiene nelle sue origini, presenta caratteristiche particolarmente promettenti in vista di questa grande opera di rinnovamento sociale. Unendo le forze e prima ancora il pensiero sarà possibile sul nostro territorio bresciano dare forma progettuale ad una istanza che ormai appare sempre più condivisa.

I nostri santi patroni, difensori e amanti della vita, ispirino e sostengano quest’azione comune che potrebbe utilmente aprire nuove strade a beneficio dell’intera società.

Festa di San Giovanni Bosco 2020

Patrono dell’Oratorio di Milzanello

Venerdì 31 gennaio
Festa liturgica di San Giovanni Bosco

Ore 20.30 S. Messa in Chiesa Parrocchiale, con un ricordo per i giovani defunti della nostra Comunità. A seguire presso il salone S. Urbano: presentazione del bilancio del Circolo Anspi per l’anno 2019.
Momento di ringraziamento per tutti con la “Torta di don Bosco” al bar dell’Oratorio.

Sabato 1 febbraio
Cena in Oratorio

Menù: trippa arrosto di manzo e verdura. Dolce e caffè.
Trancio di pizza per i bambini. Posti limitati, prenota: 3282192724 Vi aspettiamo dalle ore 19.30.

Domenica 2 febbraio
Festa della vita

Ore 10.00 S. Messa in Chiesa Parrocchiale. Lancio dei palloncini e omaggio floreale. Alle ore 16.00 festa con merenda. Zucchero filato e animazione per bambini.

Pellegrinaggio ad Assisi

Ecco, si riparte per Assisi; la valigia è pronta e l’anima a stento viene contenuta nella pelle. Nel mese di Giugno, io e mia figlia Anita, avevamo fatto la prima esperienza di pellegrinaggio insieme, non senza timori per il viaggio da intraprendere, ma con la consapevolezza di essere ripagate dalla ricchezza spirituale di quel piccolo angolo di mondo. Siamo ai primi di settembre, tra poco per Anita inizierà la scuola ed il desiderio di ripetere il viaggio si ripresenta…. E via. Questa volta anche i nonni di Anita si sono uniti a noi.

Giungiamo ai piedi della città di San francesco, a Santa Maria degli Angeli e non possiamo che fermare la macchina un attimo per vedere quel piccolo agglomerato medievale che sembra sceso dal cielo attraverso le nuvole ed appoggiato sul Monte Subasio dalla mano di Dio. Riprendiamo il percorso dopo aver scattato alcune fotografie e arriviamo presso il monastero di Sant’Andrea, ora casa di accoglienza per i pellegrini, gestito dalle suore francescane di Gesù Bambino. Nel cortile del monastero possiamo finalmente parcheggiare l’automobile ed iniziare a vivere Assisi con “il cavallo di San Francesco”… a piedi. Ci sentiamo davvero a casa; le suore sono ospitali e premurose, veniamo fatti accomodare nelle stanze assegnate che, come la prima volta, sono orientate verso la Basilica di San Francesco. Apriamo la finestra e ci sentiamo abbracciare dal caldo benvenuto di Assisi  rimanendo, ancora una volta, a bocca aperta davanti alla bellezza della Basilica che al tramonto mozza il fiato. Quattro giorni durante i quali, facciamo il pieno di “pace, silenzio, contemplazione, preghiera…”.

Visitiamo Assisi in largo e in lungo: la prima tappa è la vicina Basilica di San Francesco; divisa in superiore ed inferiore dalla quale si può accedere alla tomba del “Poverello di Assisi”, poi la Basilica di Santa Chiara; dove è custodito il Crocefisso che per primo “parlò” al santo, Chiesa Nuova; ovvero la Chiesa costruita sulla casa natale di Francesco, la Cattedrale dedicata a San Rufino, la Chiesa dedicata a San Pietro e l’antichissima Chiesa dedicata a Maria, già templio dedicato a Minerva, nella piazzetta del Municipio. E poi su; presso la Rocca Maggiore per vedere i resti del castello medievale che fu teatro di battaglia tra gli assisiani e i perugini negli anni in cui Francesco voleva, prima di capire la sua strada, diventare un soldato e un crociato. Un sali e scendi continuo intervallato soltanto da brevi pause per godersi il panorama e rifocillarsi, vista la calura della stagione.

Mentre pianifichiamo che; l’ultimo giorno visiteremo il Santuario di San Damiano, quello di Rivotorto senza dimenticare l’Eremo delle carceri, e la meravigliosa Porziuncola contenuta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, sulla cui sommità svetta la statua dorata della Madonna: entriamo nella chiesa di Santa Maria Maggiore; conosciuta anche con il nome di “Chiesa della Spogliazione” dove San Francesco si spogliò di tutti i suoi averi terreni promettendo di seguire Dio, con tanta amarezza del padre, ricco commerciante di stoffe, Messer Pietro di Bernardone che non perdeva tempo a maledire il figlio ogni volta che lo incontrava per strada a mendicare cibo o pietre per restaurare la Chiesa di San Damiano. Qui, il vescovo di Assisi, Guido, protesse Francesco dalle accuse del padre nella pubblica piazza, coprendolo con il suo mantello nel momento in cui vide Francesco denudarsi dei suoi abiti di ricco rampollo. Francesco giurò fedeltà totale al Padre che è nei cieli e prese “la sposa più nobile e bella che abbiate mai visto” (parole sue): “Madonna Povertà”.

La Chiesa della Spogliazione ha radici centenarie, lo si comprende anche dalla struttura ma, entrando, sulla destra campeggia una struttura contemporanea, particolare. Si tratta dell’ultima dimora di un ragazzo nato nel 1991 e morto a solo 15 anni nel 2006 in seguito ad una leucemia fulminante, il suo nome è Carlo Acutis. Si è concluso il processo che lo ha già reso “Venerabile servo di Dio” e viste le molte testimonianze sulla sua breve ma intensa vita dedicata a Dio Eucaristia, alla Madonna e ad essere in grado, nonostante molto giovane, di dedicarsi al prossimo; verrà dichiarato Beato e poi, con il consenso di Dio, Santo.

Si pensa già che la santità di Carlo verrà posta a protezione del web. Si, proprio di questo strumento moderno, utile e talvolta pericoloso se mal utilizzato soprattutto dai molto giovani: Carlo era un piccolo genio dell’informatica e grazie a questo dono e all’amore per Gesù ha creato un museo virtuale che tratta dei “miracoli Eucaristici” visibile in internet. Questa mostra ha già fatto il giro del mondo, e Carlo col lei. Abbiamo conosciuto Carlo Acutis in questa chiesa, dove Francesco, ancora prima di diventare Santo, aveva lasciato ogni cosa terrena per unirsi a Dio, così come Carlo tanto piccolo e già grandissimo, dichiarava che: “Dio ci crea Originali ma, molti di noi muoiono come fotocopie”,  “La mia autostrada per il cielo è l’Eucaristia” , “Non io ma Dio”, “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”, “La Vergine Maria è l’unica Donna della mia vita”, ”Sono felice di morire, perché ho vissuto la mia vita senza perdere alcun minuto in cose che non piacciono a Dio”. Parole forti. Abbiamo portato con noi del materiale documentativo, ed alcune preghiere che recitate aiuteranno Carlo ad essere presto annoverato tra i Beati e in seguito tra i Santi. Altro materiale l’abbiamo trovato in internet così come alcune interviste alla mamma di Carlo, che lei definisce “il mio piccolo Salvatore”, che mi lasciano sempre una profonda commozione. Abbiamo visto in un documentario che, inizialmente, il corpo di Carlo era sepolto nel cimitero di Assisi, la madre spiegava che coloro che hanno una proprietà immobiliare ad Assisi acquisisce anche il diritto di sepoltura, nonostante abitassero a Milano dove Carlo era vissuto: vicino alla morte aveva chiesto di essere sepolto in quel piccolo Paradiso. A distanza di quasi 13 anni dalla sua morte, proclamato Venerabile, ecco che il Vescovo di Assisi autorizza la traslazione delle spoglie di Carlo presso la Chiesa della Spogliazione. La madre di Carlo a distanza di molti anni potè così rivedere il corpo del figlio che si presentava incorrotto come accade ai Santi.

Ecco, il nostro pellegrinaggio si è concluso, siamo tornati a leno con Assisi nel cuore, San Francesco accanto a noi, ed ora la consapevolezza che la santità non è così lontana da noi, è possibile anche ai giorni nostri, fra i giovani che in questo periodo storico vengono bombardati da informazioni mondane, attraenti che poco si confanno alla spiritualità e all’ascolto contemplativo che si dovrebbero tenere alla presenza di Dio. Evidentemente Dio conosce ogni via e se necessario “alza la voce per farsi sentire”.

Marina, Anita e i cari nonni nostri compagni di viaggio                                                                           Gina e Alberto; pellegrini a quattro ruote…

Lavori a Milzanello

Dopo aver sentito il parere dei consigli della Parrocchia in una pubblica assemblea si è deciso di mettere mano al cortile retrostante l’oratorio.

Nel mese di settembre sono stati realizzati la pavimentazione in cemento, le relative fognature e impianti, abbattendo così anche le barriere architettoniche presenti. Inoltre sono state svuotate e ripulite dal vecchio gasolio (che era presente ancora in esse) due cisterne: la prima a fianco del sagrato della chiesa e che faceva funzionare un tempo la caldaia, e la seconda dietro il presbiterio, nel cortile dell’oratorio, e che faceva funzionare la caldaia della canonica. La seconda è stata pure tolta dal terreno. Nelle stesse vi erano ancora 3000 kg di gasolio che abbiamo prelevato e smaltito tramite una ditta competente.

La spesa è stata sostenuta dal circolo Anspi, grazie alle numerose iniziative di festa e agli incassi del bar.

Pellegrinaggio di San Valentino 2020

solo per coppie e famiglie

Roma rinascimentale

Venerdì 14 febbraio

Partenza da Leno in piazza alle ore 5.00 (venire un momento prima).
Sosta per la colazione lungo il percorso.
Pranzo in autogrill a Roma nord oppure al sacco (ognuno si organizzi).
Nel primo pomeriggio visita al Palazzo del Quirinale, piano nobile e piano terra. Spostamento e visita delle Chiese di San Silvestro al Quirinale e dei SS. Apostoli. In serata arrivo in albergo (Al Casaletto), sistemazione, cena e pernottamento.

Sabato 15 febbraio

Prima colazione in albergo.
Partenza per la passeggiata a Via Giulia. Visita della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, Palazzo Falconieri, Arco Farnese, Palazzo Farnese, Fontana del Mascherone, Chiesa di santa Maria dell’Orazione e Morte, Palazzo Cisterna, Chiesa di sant’Eligio degli Orefici. Ingresso a Villa della Farnesina. Pranzo in ristorante.
Nel pomeriggio visita di Piazza Farnese e Palazzo Farnese, spostamento a Campo de’ Fiori e Palazzo Spada. Visita a Palazzo Venezia e tempo libero.
In serata rientro in albergo, S. Messa domenicale, cena e pernottamento.

Domenica 16 febbraio

Prima colazione in albergo.
Visita alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Visita alla Chiesa di San Pietro in Vincoli, ove è presente il Mosè di Michelangelo. Ore 12.00 Angelus di papa Francesco. Partenza per il rientro.
Pranzo al sacco fornito dall’albergo. Fermata a Salaria est. Rientro in serata a Leno.

Quota di partecipazione individuale: 300€ da portare al momento dell’iscrizione in segreteria parrocchiale in via Dante 15, nei giorni mercoledì – giovedì – venerdì dalle 9.30 alle 12.00. In caso di rinuncia verrà trattenuta la somma di 50 € a testa. Portare al momento dell’iscrizione i dati dei partecipanti, carta d’identità compresa. La quota comprende pullman, albergo, cene, colazioni, pranzi del sabato e domenica, guide, ingressi vari.

La raccolta di San Martino

Il ricavato dei vestiti andrà a sostegno del campo profughi di Bihac con l’obiettivo di un Social cafè

Torna la “Raccolta di San Martino’’. Nelle parrocchie bresciane si potranno donare i propri abiti, vestiti e borse che non si usano più, diventando il tesoro di qualcun altro. L’iniziativa è stata presentata da don Giovanni Milesi (Direttore dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni), da Marco Danesi (Caritas di Brescia) e da Lorenzo Romanenghi (responsabile della produzione cooperativa sociale Cauto). Il ricavato andrà a sostegno del campo profughi per il “Social cafè a Vucjak’’.

Il campo profughi. Nel città bosniaca di Bihac il campo profughi ospita a oggi 2000 migranti su un territorio che, complesssivamente, ne accoglie 6.500 provenienti da Turchia, Iran e Kashmir. Tra la popolazione si nota l’elevato numero di minorenni non accompagnati, rimasti senza genitori ancora in tenera età o abbandonati,e costretti a entrare in gruppi per sopravvivere. Per meglio raccontare questa realtà, dal 20 al 24 di ottobre alcuni rappresentanti delle Caritas lombarde sono andati in missione, descrivendolo come un “viaggio sui confini’’, che possono dividere e fare incontrare. Nonostante la guerra sia finita, qui persistono le lotte, e non di un singolo stato, perché si tratta di un gruppo di molteplici culture. Citando Simone Weil: “In Bosnia si grida, si ha fame e sete in tre lingue diverse’’. Dalla tratta balcanica in cui prima si trafficavano droga e armi, ora arrivano donne, bambini e uomini che affrontano fino a 14 volte al giorno il “game’’, un gioco che non è affatto tale e nel quale si rischia anche la vita stessa. Un ulteriore complicazione nell’attraversare la frontiera arriva con la chiusura dei confini della Bulgaria e degli stati adiacenti: aumentano, infatti, le repressioni. I migranti fanno fronte a tutto questo sapendo che potrebbero non farcela, tornando in una campo profughi senza né elettricità né acqua, in cerca di un futuro.

Il Social Cafè. L’obiettivo di “Social Cafè” si concentra sul miglioramento del campo, principalmente nella creazione di un centro di raccolta, di comunicazione e di scambio in cui bersi qualche bevanda calda. Nel campo sono sottoposti a sbalzi termici disumani. Il progetto si impegna anche per l’acquisto di un generatore di riscaldamento e delle attrezzature necessarie per uno spazio collettivo.

Questa operazione ha anche uno scopo educativo, coinvolgendo i ragazzi delle elementari, delle medie e delle superiori nella distribuzione dei sacchetti gialli e nella raccolta casa per casa. Oltre al volontariato, riflettono anche su cosa sia il “rifiuto” e come si concepisce “l’usato” nelle diverse società. Un domanda che spesso viene fatta è: “Usereste mai una canottiera usata?”. Molti rispondono di no, ma l’affermazione viene smentita se gli si dice che è lavata e pulita.

Dove finiscono gli abiti. Sono due le strade che percorrono gli abiti raccolti: la prima, quella dei vestiti ben tenuti, in cui vengono venduti ai mercati dell’usato. Nel caso l’abbigliamento sia malconcio o non sia recuperabile si può provvedere al riutilizzo del materiale, come la lana o il cotone, in modo che in entrambe i casi possano essere venduti e donare un po’ di sollievo agli abitanti di Bihac. I punti di raccolta sono specificati sul sito www.oratori.brescia.it, o chiamando il numero 030 37 22 244 e in base alla zona si avranno a disposizione più giorni per recarsi nel punto stabilito.

Il programma. La prima tappa è stata sabato 9 e domenica 10 novembre, in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 16 e domenica 17 tocca alla Bassa Centrale e Orientale; sabato 23 e domenica 24 in città, nella zona hinterland, sul lago di Garda e in Valsabbia.

Il saluto della comunità di Porzano

Caro Don Giovanni,

l’abbiamo accolta nella nostra comunità di Porzano ben sei anni fa proprio in questo mese di Settembre. Con Lei abbiamo iniziato un nuovo percorso di unione pastorale con le Parrocchie di Leno e Milzanello, abbiamo superato, con Lei, difficoltà iniziali e vissuto situazioni positive sotto la Sua guida spirituale.

La nostra comunità Le è grata per l’appoggio che ha dato nelle varie attività pastorali e strutturali, in modo particolare nell’intervento per il restauro interno della Chiesa Parrocchiale e per la sua consacrazione da parte del Vescovo Luciano Monari. La ringraziamo, inoltre, per l’attenzione che ha rivolto ai nostri ammalati e alle preghiere nelle quali, siamo certi, li ha ricordati.

Ora è arrivato il momento di salutarci, Lei è chiamato ad un nuovo incarico pastorale e noi chiediamo al Signore Gesù di accompagnarLa e sostenerLa nel cammino che sta per iniziare.

Con riconoscenza e stima,

la nostra comunità di Porzano