Guarda che ti riguarda

Per diversi anni, dopo l’ultima guerra, spesso, persone senza tetto, povere sotto ogni aspetto, bussavano alle porte delle case. Ero piccola, ma lo ricordo bene, perché mia nonna dava ad ognuno che si presentasse alla nostra porta, qualcosa per coprirsi, se era inverno, del cibo, solitamente del pane e delle monetine. A chi la invitava a non dare soldi, a quella determinata persona perché li avrebbe usati per ubriacarsi rispondeva:

Come li userà, sarà la sua coscienza a deciderlo. Quel che vedo io, ora, è un uomo bisognoso.

Saper guardare in faccia, senza se e senza ma, la sofferenza  ed il bisogno significa non essere indifferenti. L’indifferenza è la caratteristica della società in cui viviamo. Siamo bravi a disquisire sui nostri comportamenti per dimostrare a noi stessi e al prossimo che essi hanno una logica e spendiamo tante parole per dimostrarlo, magari anche colme di buone intenzioni. A parole.

Nella  pratica siamo concentrati su noi stessi, al riparo nel nostro microcosmo e non sappiamo vedere chi ci sta accanto, chi ci è prossimo ed il mondo che ci circonda.

La bellezza della natura che ha ispirato poeti e molte menti illuminate non è più tale.

Abbiamo volutamente tagliato, abbattuto alberi per fare posto al cemento più di quanto servisse. Abbiamo raso al suolo intere foreste incendiandole dolosamente, per creare spazi di coltivazione di grandi imprese agricole. Nella totale indifferenza abbiamo, con i nostri comportamenti, inquinato nostra Madre Terra alterandone gli equilibri e l’armonia, avvelenando l’atmosfera  con esalazioni tossiche e le falde acquifere con discariche pericolose, innescando processi distruttivi e favorendo nuove e gravi malattie. É un’indifferenza, a maggior ragione colpevole perché ottusa, non considerando chi verrà dopo di noi.

Nel Vangelo, la splendida parabola del Samaritano sottolinea come l’indifferenza può contagiare ogni categoria umana. “Guarda che ti riguarda” suggeriva uno slogan che per un periodo, anni fa, non ricordo a che proposito, appariva su un manifesto appeso sui muri del nostro oratorio. Quattro paroline che possiamo far nostre subito se vogliamo destarci dal nostro torpore e realizzare, se non è troppo tardi, che ognuno deve contribuire a combattere l’indifferenza.

Il finale della parabola del Samaritano accende una luce di speranza.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Samaritani?

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando incappò nei briganti. Questi gli portarono via tutto. Lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote, vide l’uomo ferito e passò oltre, dall’altra parte della strada. Anche un levita passò per quel luogo, anch’egli lo vide e, scansandolo, proseguì. Invece un samaritano che era in viaggio gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione…” (Luca 11, 30).

Ogni volta che rileggo questa parabola trovo nelle parole spunti nuovi  e sorprendenti perché sempre attuali. Oggi ci imbattiamo spesso, fisicamente o per mezzo dei media, in un’umanità, di ogni nazionalità e colore,  vilipesa, martoriata, a volte martirizzata da “moderni briganti”, o in uomini costretti a lasciare affetti, casa e patria, per non morire o per intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca di un angolo del mondo in cui sopravvivere  grazie a ciò che ad altri avanza. Molti di questi suonano il campanello delle nostre case. Spesso suonano anche alla mia porta e mi chiedo allora che personaggio voglio interpretare: il sacerdote che vide l’uomo ferito e passò oltre, il levita, che prestava i suoi servizi al tempio, che lo scansò o il samaritano, considerato nemico, che ebbe compassione di quell’uomo e lo soccorse. Una vocina impertinente dentro di me obietta che quegli uomini che mi capita di incontrare sul cancello di casa o nei luoghi che frequento, sembrano giovanotti non proprio sofferenti… Ma se io fossi nei loro panni o più precisamente nella condizione di dover sempre chiedere una monetina, un paio di scarpe, un indumento, perché priva di tutto, qualunque sia la risposta, mi sentirei profondamente ferita nella mia dignità. L’altro giorno, mi raccontava mio marito Fulvio, scendendo dalla macchina, appena parcheggiata, gli si è avvicinato un ragazzo di colore, non con il palmo aperto a chiedere qualcosa, ma con la mano tesa a salutare. Fulvio gliela strinse. Il ragazzo mormorò ”Grazie, non è da tutti.” Forse a quel ragazzo è bastata una semplice stretta di mano a riconoscergli la dignità in quanto persona.

Il dottore della legge chiese a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”  Il prossimo è ogni uomo che incontriamo nel cammino della vita.

“Non passiamo oltre”

Dal Vangelo secondo luca (Lc 10, 25-37)

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”.

Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fà questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fà lo stesso”.

Un uomo incappò nei briganti: la vita a volte ti spoglia di quello che sei o di quello che hai, delle convinzioni, dei tuoi valori, dei tuoi affetti, delle persone care, della tua salute, del tuo rapporto con Dio. Ti sei mai sentito privato di qualcosa di importante? Come ti comporti quando questo accade?

– Un sacerdote vide e passò oltre: vedere è sicuramente importante, è il primo passo per riconoscere una realtà rispetto ad un’altra. Questo non è però ancora sufficiente! Gli occhi del corpo, devono essere illuminati dalla luce della Verità e non solo constatare ma rispondere a quanto quella realtà chiede. Si impara a vedere con gli occhi della Verità se è la Verità che ci guida. Noi, in questo caso, la Verità la scriviamo con la V maiuscola perché è una persona ben precisa: Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Come vedo le persone e le realtà che mi circondano e che incontro? Teniamo conto che l’occhio generalmente va a cercare ciò che gli piace. Cosa ci piace?

– Anche un levita lo vide e passò oltre: non è solo una questione di statistica in quanto i primi due su due sono passati oltre, ma bisogna pensare come l’atteggiamento sbagliato o la non responsabilità di fronte a un bisogno non si interrompe se a volte non si va un po’ contro corrente. E’ necessario che ciò che ci guida sia la volontà di Dio e non la semplice maggioranza dei comportamenti altrui. Non necessariamente quello che fanno tutti è la cosa giusta, anzi, molte volte non lo è ma è solo quella più comoda o la meno responsabilizzante. Sono capace di valutare le mie scelte senza lasciarmi condizionare dal “così fan tutti” o “si è sempre fatto così”? Il criteri del nostro decidere siano Gesù Cristo e il suo stile.

– Un Samaritano lo vide e ne ebbe compassione: compatire vuol dire patire-con e diventa uno tra i primi modi per amare le persone che incontriamo. La compassione è diversa dalla commiserazione, la prima richiede vicinanza, essere presenti, esserci. La seconda indica più una distanza e poco o quasi nessun coinvolgimento personale. La prima ama, la seconda giudica. Mi considero una persona che ama o che giudica? Da Dio mi sento più amato o giudicato?

– Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite: dove è possibile, la compassione, che abbiam detto esprime la vicinanza, si trasforma in gesti volti a prendersi cura di chi è nel bisogno. Tutti abbiamo bisogno di essere presi in cura da qualcuno e se tutti rispondiamo a questo bisogno la vita diventa più vivibile. Cosa faccio per prendermi cura di me stesso e delle persone che incontro? Sono disposto a “lasciarmi curare le ferite”?

– Il racconto non riferisce alla fine se quell’uomo sia guarito, quasi a dire che l’attenzione è da porre su quello che possiamo fare, dopo ci penserà Dio! Anche perché a volte ci sono cose che ci superano, sono più grandi di noi e verso le quali possiamo fare poco. Non dimentichiamo che l’uomo è in grado di fare grandi cose ma resta sempre un essere fragile e limitato. Sono capace di riconoscere i miei limiti?

Utilizza questa traccia per prepararti alle confessioni che celebreremo venerdì 14 dicembre alle ore 20.30 in chiesa.