Saluto a monsignor Giovanni

Le parrocchie di Leno, Porzano e Milzanello accompagnano Monsignor Giovanni con la preghiera e il ringraziamento per il ministero svolto in questi anni.

I consigli pastorali parrocchiali, degli affari economici e i consigli degli oratori, hanno condiviso con Monsignore la proposta di celebrare una Santa Messa di saluto e ringraziamento in ogni parrocchia secondo le seguenti date:

  • Sabato 14 settembre
    Ore 18, nella parrocchia di Porzano;
  • Domenica 15 settembre
    Ore 10, nella parrocchia di Milzanello;
  • Domenica 15 settembre
    Ore 18.30, nella parrocchia di Leno;

Dopo ogni celebrazione, seguirà un momento conviviale nei rispettivi oratori. Sentiamoci benvenuti nella condivisione di questi appuntamenti.

L’ultimo saluto a don Ettore Piceni

Il sacerdote è stato stroncato da un infarto ieri mattina a Iseo. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello

Un arresto cardiaco ha stroncato la vita di don Ettore Piceni, curato dell’Up in servizio a Lodetto di Rovato. La tragedia è avvenuta ieri mattina a Iseo, in via Roma, durante una delle sue amate escursioni in bicicletta. A nulla sono valsi i soccorsi. Il pronto utilizzo del defibrillatore non ha sortito effetti. Inevitabile lo sconcerto della comunità una volta appresa la notizia.

Don Ettore, della parrocchia di Milzanello, era nato a Leno nel 1966. Ordinato a Brescia nel 1998, nel corso del suo ministero ha svolto i seguenti servizi: curato a Verolavecchia (1998 – 2002); curato a Palosco (2002 – 2012); curato a Rovato, Bargnana di Rovato e Lodetto dal 2012; curato a S.Andrea di Rovato, S.Giuseppe di Rovato e Rovato San Giovanni Bosco dal 2013.

A partire da ieri pomeriggio la camera ardente è stata allestita presso la chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. La veglia funebre con la Santa Messa, presieduta da mons. Gaetano Fontana, Vicario generale della diocesi, avrà luogo oggi 29 agosto alle 20.00 nella chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello.

Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.

Tra i tanti che lo ricordano, sui social è affettuoso l’abbraccio di Davide Martinelli, ciclista professionista originario proprio di Lodetto. Don Ettore aveva fondato anche un fanclub dedicato al giovane figlio di Beppe Martinelli. “Ti ricorderò così! Felice di pedalare! Te ne sei andato come un fulmine a ciel sereno e questo fa ancora più male, tante persone stanno soffrendo, tanti ti volevano bene e tu avevi sempre una parola di conforto per tutti. Noi invece siamo tutti senza parole; è venuto a mancare il punto di riferimento della nostra comunità, il tutto fare e del fare sempre di più! Il nostro organizzatore, colui che teneva in allegria Lodetto. Aveva voluto fondare un fanclub per sostenermi, cosa inusuale per un Don, ma apprezzata da tanti, me in primis, quando subivo delusioni, in ogni ambito, sapeva sempre dire la cosa giusta per farmi voltar pagina, non era un tecnico ciclistico, era solo di cuore, e questo mi bastava! Non ho molte altre parole ora, magari più avanti le troverò e cercherò di trasmettere le mie emozioni a tutti voi. Ora proprio non riesco. Ora vai a dispensare belle parole per tutti e qualche volta fatti una pedalata anche lassù. Buon viaggio Don Ettore, buon viaggio Presidente”.

Click

Ho conosciuto Angelo circa 30 anni fa prima come vicino di casa e poi come protagonista delle attività del paese. 

Ho scoperto con gli anni i suoi numerosi interessi, tra i quali la sua passione per la fotografia –Angelo Click -, il raccontare con le sue immagini la vita del paese. Abbiamo lavorato insieme ad alcuni progetti, spesso partiti da sue iniziative e poi portati avanti con il CRP – di cui è fondatore – e con i volontari dell’oratorio.

Penso non ci sia porzanese che non abbia avuto modo di salutare, parlare, lavorare o discutere con Angelo. Non sempre facile da seguire, tante le sue idee e impegnativi i traguardi,  spesso raggiunti coinvolgendo anche i più riluttanti, sia a livello amministrativo che parrocchiale.

Dobbiamo a Angelo la collaborazione con il professor Bonaglia per la pubblicazione e divulgazione dei libri su Porzano, fondamentale l’attenzione prestata perché venissero conosciute e apprezzate le opere presenti nella in Parrocchia e, non ultima, la sua partecipazione attiva al restauro e consacrazione della nostra Chiesa. Anche  Il torneo di calcio e la festa estiva, la  corsa campestre, la briscola, le feste quinquennali con le mostre d’arte e le esposizioni fotografiche curate personalmente, il calendario, sono nati da sue idee o da sue collaborazioni.  

L’ho scoperto essere sostenitore di tante iniziative di beneficienza e pudico nel parlarne, paladino del volontariato inteso come servizio alla comunità: il suo carattere deciso a reso a volte difficile capire le sue ragioni, ma grazie a questa sua dote è riuscito dove altri hanno ceduto.  

La sua assenza sarà sempre più tangibile e la sua figura difficile da sostituire, una persona che ha lasciato più di una traccia nella nostra comunità.

La sua presenza silenziosa e cortese, costante, pungente e interessata, cocciuta e coinvolgente, sarà da esempio per chi lo ha conosciuto e vissuto e per chi lo potrà conoscere attraverso il suo operato.

Chiara P.

Addio a Giuseppe Mari

53 anni, sposato, padre di due figli era una figura di riferimento del mondo educativo cattolico

Ha destato vivissimo cordoglio l’improvvisa scomparsa di Giuseppe Mari, figura molto nota e particolarmente attiva nell’ambiente della formazione e dell’educazione cattolica bresciana e non solo. 53 anni, sposato e con due figli, si era laureato in Filosofia all’Università di Padova. Di origine mantovane, arrivò a Brescia dopo la laurea in filosofia sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, per vivere l’esperienza civile presso l’allora Segretariato oratori, impegnandosi direttamente sul tema della pace e del pacifismo. Dopo quella esperienza Giuseppe Mari aveva legato la sua storia umana e professionale a Brescia, dapprima con l’Editrice La Scuola e poi con un impegno sempre più importante nel mondo scolastico ed educativo.

Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove era coordinatore della Laurea magistrale in Scienze pedagogiche e servizi alla persona e membro del Comitato direttivo del Centro Studi e Ricerche sulla disabilità e marginalità. Autore di volumi e saggi in miscellanee, è stato visiting professor alla Pontificia Università Lateranense (Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, 2017) e all’Università “Cardinale Stefan Wyszyn´ ski” di Varsavia (2018).

Era membro di Scholè (Centro Studi tra Docenti Universitari Cristiani) e socio della SIPed (Società Italiana di Pedagogia), del CIRPed (Centro Italiano di Ricerca Pedagogica), della SoFPhiEd (Société Francophone de Philosophie de l’Education, Paris), della AIRPC (Association Internationale de Recherche sur la Pédagogogie Chrétienne, Lyon), della SEP (Sociedad Espanola de Pedagogia, Madrid), della PESGB (Philosophy of Education Society of Great Britain, Salisbury), della CPES (Central European Phylosophy of education Society, Praha). Faceva parte del Comitato di Direzione della rivista “Pedagogia e Vita” (Brescia) e del Comitato scientifico delle riviste “Estudios sobre educacion” (Pamplona), “Studia Paedagogica Ignatiana” (Krakow), “Biografistyka Pedagogiczna” (Lublin), “Acta Facultatis Paedagogicae Universitatis Tyrnaviensis” (Trnava). Era tra i componenti del Comitato Scientifico del Centro Studi per la Scuola Cattolica della Conferenza Episcopale Italiana (Roma).

Nonostante gli impegni accademici Giuseppe Mari aveva mantenuto forti legami con la Chiesa bresciana, era infatti membro delle Commissioni Famiglia e Vocazioni della Diocesi di Brescia, ed era stato membro, negli anni dell’episcopato di mons. Luciano Monari, del Consiglio pastorale diocesano. Fra gli “impegni” bresciani quelli di membro del Comitato permanente della Fondazione “Tovini” (Brescia) e del Comitato di Redazione dell’Editrice La Scuola (Brescia), per la quale aveva curato e dato alle stampe numerose pubblicazioni sul tema dell’educazione.

Da anni Giuseppe Mari collaborava con il nostro Oratorio per le attività di catechesi e di formazione. Alla moglie e ai due figli la nostra vicinanza.

I miei missionari in Africa

Ottobre Missionario 2018

Ti scrivo durante questo mese missionario per raccontarti la mia esperienza missionaria qui a Morrumbene, in Mozambico, col desiderio di renderti partecipe di alcune emozioni, riflessioni, ma soprattutto per condividere quello che anche io sto ricevendo… se fa bene a me può far bene anche a te!

Papa Francesco nel suo bel messaggio per la giornata missionaria di quest’anno dice “insieme ai giovani potiamo il Vangelo a tutti”. Una delle mie prime esperienze e attività che sto vivendo è incontrare i giovani delle 48 comunità presenti in questa parrocchia. Nell’incontro rimango sempre ammirato dalla gioia dei giovani, che si esprime in canti e balli, e della semplicità e normalità di pregare e confrontarsi sulla propria fede. In varie occasioni molto semplici e anche molto forti mi stanno annunciando il Vangelo. L’annuncio più forte in questi 8 mesi di missione è stato quello ricevuto da Orlando, un ragazzo di 22 anni che da pochi mesi è morto per una grave malattia. L’ho conosciuto al consiglio dei giovani della parrocchia, lui era uno dei responsabili della sua zona per quanto riguarda la pastorale giovanile. Sono stato a trovarlo un giorno a casa sua perché per colpa della malattia che improvvisamente lo ha colto, non poteva più partecipare agli incontri del consiglio. Attraverso il suo catechista di zona mi ha chiamato urgentemente, e sentendo venire meno le forze mi ha chiesto di essere battezzato. Stava camminando nella catechesi del catecumenato, ma il suo percorso ha avuto una forte accelerata. “Padre desidero il Battesimo, voglio essere Figlio di Dio”. Questo desiderio, nella consapevolezza di morire, ancora oggi mi scuote e mi provoca grande ammirazione: desiderio di essere figlio di Dio. Orlando è il mio primo missionario in Africa.

Un’altra esperienza forte in questi primi mesi di missione è stata la benedizione delle case, o meglio capanne, in una delle 8 zone della mia parrocchia. Zona Panga, con la presenza di tante chiese, confessioni e sette diverse. Ho ricevuto tanta accoglienza e gioia. Volevo condividere con te l’incontro con una anziana, che non sapeva più come ringraziare Dio per la visita del Padre nella sua capanna “Anche i passeri del cielo cantano contenti per questa visita, un padre è venuto a trovarmi”. Questa cosa mi provoca come prete e anche come cristiano. Noi siamo portatori di qualcosa di grande, che la gente riconosce e desidera. Lei nemmeno mi conosceva, ma riconosce in questa visita l’attenzione della Chiesa. Molte volte anche una sola visita dice molto. Questa è un’altra missionaria. Mi ha aperto il cuore.

Avrei tanti altri piccoli incontri da raccontarti. In verità ci sono anche alcune fatiche, come in ogni parte del mondo. Mi sto accorgendo che ognuno può essere “missionario” con l’altro perché portatore di qualcosa di vero e di bello. Sempre papa Francesco dice nel suo messaggio per la giornata missionaria “La vita è una missione. Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).”

Questa semplice lettera era per vivere la mia missione anche con te, condividendo piccoli incontri, che richiamano Qualcuno di grande che ci precede e ci guida. Mi trovo bene qui in Mozambico, sto imparando molto, anche se a volte faccio fatica a lasciarmi guidare. Sono un testone.

Un abbraccio e un ricordo nella preghiera.

Don Pietro Parzani, qui chiamato padre Pedrinho

Così sarai “memoria vivente” dello spirito di S. Rosa Venerini

Carissima sr. Maria Pia,

a nome di tutte le Consorelle, rendo grazie a Dio per i tuoi 70 anni di donazione totale a LUI e ai Fratelli. Il tuo è stato un lungo cammino che io ho avuto la gioia di condividere per dieci anni, qui a Leno. Sono stati anni preziosi perché in te ho trovato una sorella, una madre, un’amica che mi ha sempre sostenuta e incoraggiata e con la quale ho sempre potuto parlare di tutto; anche di questo ti dico GRAZIE.

Tu hai saputo vivere, come dice santa Teresina, “facendo le piccole cose come se fossero grandi e le grandi con  umiltà, come se fossero piccole.” Questo è amore, questa è santità. Auguriamocela scambievolmente.

Il tuo esempio di fedeltà, di gioia, di preghiera, di stupore per tutto quello che la vita ogni giorno ti ha offerto sono stati una testimonianza unica per me e per le Persone che hai avvicinato. Anche per tante di loro ti dico GRAZIE. Il Signore ti conceda di continuare a portare la Gioia del Vangelo con il sorriso sempre pronto per tutti e con la voglia di essere ancora un piccolo strumento nelle sue mani. Così sarai “memoria vivente” dello spirito di Santa Rosa Venerini per ogni Maestra Pia e per tutto il popolo di Dio.

Ti voglio bene! Il Signore ti mostri sempre il suo Volto, ascolti le tue preghiere e benedica tutte le Persone che porti nel cuore!

Sr. Graziella

Cara suor Lidia…

Parrocchia S. Martino in Porzano – 02 sttembre 2018

Cara Suor Lidia,

non potevamo immaginare di ritrovarci a scrivere un saluto nei tuoi confronti cosi presto…

Vogliamo esprimere, per quanto sia possibile in poche righe, tutto il nostro  affetto e la nostra gratitudine per quello che hai fatto nelle nostre comunità: per il tuo lavoro nella scuola, per l’impegno nella Chiesa, per l’educazione religiosa di ragazzi,  adolescenti e giovani….

Ora sei chiamata a lasciare questi luoghi, ma non le persone che li abitano. Resterai  nei nostri ricordi, nei nostri affetti, nel nostro cuore e siamo certi che i valori seminati e condivisi nel corso di questi anni continueranno a crescere per il  bene di tutti.

Ringraziamo il Signore per la tua presenza: hai reso il tuo servizio  con responsabilità ed amore. 

Per te la nostra stima affettuosa e la nostra preghiera, con l’augurio di buon cammino per la tua nuova destinazione.

Che il Signore ti benedica.

La Comunità di S. Martino in Porzano

Abbiamo camminato insieme


Desidero affidare ad uno scritto i sentimenti che porto nel cuore anche se avrei preferito esprimerli liberamente ma l’emozione è talmente forte che non sarei riuscita a parlare.

Come già sapete il mio trasferimento è arrivato all’improvviso e mi è stato chiesto da parte dei miei superiori di entrare in una logica di fede, di amore, di accoglienza del disegno di Dio e di intravvedere in esso, l’Amore del Padre che “facendo bene ogni cosa” domanda di vivere nella fiducia.

Abbiamo camminato insieme per 3 anni!


Personalmente, posso dire che sono passati come in un lampo! Ricordo ancora con la freschezza dell’istante il 30 Agosto 2015. Non sapevo cosa m’aspettava: lasciare la gente di Viterbo, gli affetti… per dove? Cosa avrei combinato? Cosa mi sarei dovuta aspettare? Mi confortava il pensiero che Qualcun Altro era con me. 
A tutti sono debitrice di tanta ricchezza, disponibilità, di generosità, di fede, di larghezza di cuore e di Altruismo.
 Le nostre strade rimangono unite anche se vivremo l’unità con modalità diverse. 
Nella mia preghiera ci sarà sempre un posto particolare per ciascuno, ma anche in voi dovrà farsi spazio il ricordo per me che il Signore mi sta chiamando per mettermi in un nuovo cammino come Abramo. “Lascia e va…” Non so se per Abramo fu indolore quel partire in obbedienza a Dio, lasciare affetti e poi l’incognita che è dentro ad ogni partenza. Per me no!

Non è facile anche se voglio e desidero lasciarmi guidare dalle sorprese di Dio. Non mi sono mancate le lacrime in questi giorni, ma sono convinta che anche le lacrime sono un linguaggio sincero, come è sincero il GRAZIE che desidero esprimervi per il pezzo di storia che ho costruito con voi dove ho intessuto esperienze, storie con giorni chiari e scuri che hanno dato spessore e significato alla mia vita. 
Di tutto grazie e chiedo scusa perché senz’altro alcuni non sono stata ciò che avrebbero voluto, e involontariamente, magari, ho fatto soffrire, ma dico sinceramente: “Io ho voluto bene a tutti”.
 Conto sulle preghiere di ognuno di voi. L’unione fa la forza e il buon Dio fa miracoli, per cui parto serena sapendo che quest’amata comunità mi accompagna con la preghiera e quell’affetto che in questi tre anni ho sempre sperimentato, vissuto e toccato con tanta meraviglia, commozione, gioia e sentendomi davvero indegna per il tanto bene ricevuto da ognuno di voi.

Grazie, grazie di cuore e Dio stesso vi ricompensi per gli infiniti e innumerevoli doni con cui mi avete “ricoperta”: davvero non ho parole per dirvi tutto il mio bene e la mia gratitudine e… come sempre ricorro al Signore perché Lui, che sa leggere nel cuore di tutti, esaudisca ciò che di bello, santo e grande custodite e vi renda sereni e felici.
Fin dal primo giorno mi sono sentita subito accolta da una comunità che è famiglia e mi sono sentita amata, custodita, sorretta, accompagnata e protetta. Sono doni davvero grandi, immensi, unici e belli. Ora vi chiedo di continuare ad accompagnarmi, sarò lontana solo 550 chilometri, ma vi prometto che sarò vicinissima con tutto il cuore ad ognuno di voi perché la gratitudine è tanta e perché il Signore ha voluto donarmi tutto questo “bel tesoro lenese” che porto nel cuore e che nessuno e niente potrà mai cancellare. Vi chiedo scusa se non sempre sono stata capace di essere pronta, attenta, presente ai bisogni, necessità, desideri che avvicinandovi potevo cogliere: metto tutto nelle mani di Dio e so che lui riempirà tutti i miei errori con la sua misericordia.

Grazie alla mia comunità, sr Maria Pia e sr Graziella che in questi anni mi hanno sempre sostenuta con la loro preghiera, affetto e generosità. 
Un grazie a tutti i sacerdoti di Leno, al Monsignore don Giovanni e in particolare un immenso grazie a don Davide con cui ho avuto modo di lavorare per 3 anni intensi e ricchi di esperienze positive. In questo momento il mio GRAZIE va a lui per avermi insegnato, consigliato e sostenuta durante questi anni, per avermi offerto la possibilità di collaborare con lui nell’oratorio e nella catechesi. Grazie perché, in tutte le esperienze che abbiamo condiviso, dai campiscuola, grest, catechesi, oratorio ecc, mi ha aiutata a mettermi in gioco e a donare i miei talenti agli altri.

Un grazie a tutti per l’accoglienza che ho sperimentato: ogni incontro con ciascuno mi ha confermato la bellezza e la semplicità con cui il Signore si manifesta nella nostra vita quotidiana. I volti dei più piccoli, incontrati ogni giorno nella scuola o all’oratorio, suscitavano in me sentimenti di tenerezza e di cura che custodirò nel mio cuore
Per ultimo, ma con particolare intensità, esprimo il mio grazie ai giovani che mi hanno permesso di raccontare la mia gioia di appartenere al Signore e mi hanno sostenuta nei momenti di fatica con il loro entusiasmo. A loro auguro di scoprire come il Signore cammini accanto a noi e come continuamente, ci fa proposte di vita, donandoci il coraggio di rispondere al Suo invito di seguirlo.

Arrivando a Leno in tanti mi avete chiesto: “Ma come si trova qui tra noi?” ed io ho risposto sempre: “Mi sembra un bel sogno!”, ora dal sogno mi devo svegliare, ma la bellezza e la ricchezza del vostro affetto lasciano un segno indelebile che non si potrà mai cancellare. Grazie. 
Vi voglio bene, ma tanto! Vi abbraccio ad uno ad uno con tantissima gratitudine e riconoscenza. Pregate per me e accompagnatemi con la vostra preghiera.

Sr Lidia Budau

Saluto a mons. Luigi Corrini

“Il Signore è mia eredità: nelle Tue mani è la mia vita” (Salmo 16)

Mercoledì 18 luglio, nella Basilica Minore di San Lorenzo in Verolanuova, sono stati celebrati i funerali di Don Luigi Corrini, presieduti da Sua Eccellenza Mons Pierantonio Tremolada, con la partecipazione di numerosi sacerdoti confratelli in rappresentanza del clero bresciano.

Don Luigi si è spento lunedì 16 luglio a Mompiano, presso la Fondazione Mons Pinzoni, dove era ospite da quattro anni, amorevolmente assistito dal personale sanitario e religioso e dai volontari che sempre gli sono stati vicini.

Riposa ora nel cimitero di Verolanuova, nella cappella dei sacerdoti, come da suo desiderio, più volte espresso, per essere accanto ai suoi verolesi, che ha amato e servito per 28 anni.

Durante la sua lunga permanenza come parroco della comunità verolese don Luigi, fin dal primo anno, nel 1975, fondò il bollettino “L’Angelo di Verola” organo di informazione parrocchiale, presente ogni mese nelle famiglie verolesi; incoraggiò un gruppo di giovani a dare avvio alla radio parrocchiale, un servizio efficace e al passo con i tempi.

Sin da subito riservò grande attenzione ai lavori di ristrutturazione della Basilica minore e delle chiese sussidiarie; il tutto grazie al generoso sostegno e alla collaborazione di tanti verolesi; nel 1990 furono completati i lavori di ristrutturazione dell’oratorio parrocchiale, dedicato al Vescovo verolese Giacinto Gaggia.

L’impegno di don Luigi, unito all’aiuto dei curati e di tanti laici, ha permesso, nel tempo, di tenere vive le grandi tradizioni culturali, sociali e caritative della Comunità cristiana verolese, che ancora oggi riconosce in lui la figura di un sacerdote che si è distinto per fede e impegno sociale.

Proveniente da Seniga, da una famiglia di umili origini, da sempre ha messo a fondamento della sua azione pastorale l’umiltà, il servizio per il prossimo, la solidarietà, valori propri della civiltà contadina.

Dopo la consacrazione sacerdotale, nel 1953, fu destinato, come giovane curato, alla comunità di Bassano Bresciano, per otto anni, dove il suo ricordo è ancora vivo oggi, tra i suoi ex ragazzi dell’oratorio.

Nel 1961 iniziò il servizio pastorale nella Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo in Leno, con permanenza per quattordici anni, con l’incarico specifico di assistente spirituale del Circolo Acli e di direttore della scuola di canto San Benedetto, attività nella quale ebbe modo di esprimere la grande passione per il canto, finalizzato a condecorare le funzioni religiose.

Dopo pochi mesi dal suo arrivo a Leno, incoraggiato dall’Abate Mons Galli, diede vita al bollettino parrocchiale “La Badia”, che vide la sua prima uscita il 1 gennaio 1962, giornale parrocchiale che ha superato i cinquanta anni di vita.

Raggiunti i settantacinque anni canonici, Mons Luigi decise di ritornare a Leno, comunità a lui familiare ed accogliente, dove per altri dieci anni mise a disposizione le sue energie, soprattutto a favore degli ammalati, dedicandosi, altresì, alle celebrazioni liturgiche e alle confessioni.

Negli ultimi quattro anni di vita, caratterizzati da precarie condizioni di salute, amava spesso rievocare gli anni giovanili, vissuti a Seniga.

In particolare riaffioravano in lui i ricordi legati al suo primo incontro con il giovane sacerdote don Karol, futuro Papa Giovanni Paolo II.

Don Luigi, giovane chierico, nel luglio 1947, ebbe la fortuna di condividere, per 10 giorni, esperienze di vita quotidiana con il giovane sacerdote polacco. In quell’estate, infatti, don Karol trascorse alcuni giorni a Seniga, ospite dell’amico e collega di studio don Francesco Vergine.

Nell’immediato dopoguerra, entrambi erano studenti a Roma, presso le facoltà teologiche. I due sacerdoti e il chierico Luigi Corrini facevano passeggiate in bicicletta; la meta preferita era il Santuario della Madonna di Comella. Don Luigi ha sempre ricordato, con immutata meraviglia e stupore, il profondo raccoglimento e l’intensità della preghiera del giovane sacerdote polacco. Non si stupì quando l’Amico Karol, divenuto Vescovo e poi Papa, scelse, a voler sottolineare il profondo legame alla Vergine Maria, come motto del suo stemma “Totus tuus”.

Giovanni Fiora

Tutto è compiuto in vista del frutto che la vite produrrà

S. Messa di ingresso del Vescovo Pierantonio. Cattedrale di Brescia, 8 ottobre 2017

Carissimi tutti

il momento che stiamo vivendo è uno quelli che segnano la vita e rimangono incisi per sempre. Questo almeno per me, ma credo non solo. Vorrei che lo vivessimo con fiducia e gratitudine, consegnandoci all’infinta bontà di Dio e accogliendo il dono che lui stesso ci fa. Iniziare insieme e farlo nel modo più vero è infatti grazia sua.

Mettiamoci allora anzitutto in ascolto della Parola di Dio, che la liturgia oggi ci propone, e lasciamoci illuminare. Nelle letture che abbiamo ascoltato c’è un’immagine molto bella che funge da filo conduttore tra ciò che dice il profeta nella prima lettura e ciò che dice Gesù nel brano del Vangelo. Il tono è in entrambi i casi piuttosto severo, ma noi vorremmo concentrarci sulla realtà di cui qui si parla, per la quale traspare in entrambi i casi un grande affetto e un’alta considerazione. Questa realtà è la vigna del Signore. “Voglio cantare per il mio diletto – dice Isaia – il mio cantico d’amore per la sua vigna”. La vigna non è la vite ma piuttosto l’ambiente più ampio in cui la vite si trova e viene coltivata. “Il mio diletto possedeva una vigna – dice sempre Isaia – sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgomberata dei sassi e vi aveva piantato viti pregiate. In mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino”. Colpisce qui la cura con cui il padrone della vigna opera. Tutto è compiuto in vista del frutto che la vite produrrà: la scelta di un colle fertile, il terreno ripulito e dissodato, la torre di sorveglianza, il tino per la spremitura. E il frutto, tanto prezioso, è quell’uva da cui si ricaverà il vino, simbolo di gioia e di festa, il vino che – come dice il Salmo “allieta il cuore dell’uomo” (Sal 104,15),. Frutto prezioso e ogni anno tanto atteso, come sanno bene gli amici di Franciacorta, ma non solo.

Ma perché usare quest’immagine? Cosa sta al di là del simbolo della vigna? A che cosa si sta pensando? La risposta non è difficile, perché ci viene dalla stessa Parola di Dio. Potremmo formularla così: la vigna del Signore è il suo popolo che vive nel mondo. Nella prospettiva del Nuovo Testamento essa è la Chiesa di Cristo che, senza nulla togliere e senza sostituirsi all’Israele santo della prima alleanza, si presenta al mondo come popolo del Signore sorto dal mistero pasquale, cioè dalla morte e risurrezione di Gesù. Essa è chiamata a portare frutto a favore dell’intera umanità, offrendole la potenza di vita che viene dal Vangelo, vino che allieta il cuore, cioè sorgente di pace e di speranza.

Di questa Chiesa universale, una, santa, cattolica e apostolica, la Chiesa di Brescia rappresenta una porzione eletta, insieme a tutte le altre diffuse nel mondo. È il popolo di Dio che vive in queste terre, in questa città, in queste valli, sulle rive di questi laghi, nella grande pianura. Quale frutto si aspetta dunque il Signore da questa sua vigna eletta? Che cosa le domanda in questo passaggio della sua storia, cioè all’arrivo di un nuovo vescovo?

Anzitutto – oso rispondere – il Signore si aspetta che si prosegua nel solco sinora tracciato. Siamo la generazione che, ultima in ordine di tempo, è chiamata a dare il suo contributo alla grande tradizione che da S. Anatalo discende fino a noi. Ci precede un fiume di bene, una folla immensa di testimoni della fede, di cui sono espressione soprattutto i santi e beati della terra bresciana, uomini e donne dalla fede tenace e solida, intelligente e operosa.

Per quanto riguarda me, credo domandi in particolare che io raccolga il testimone del magistero più recente dei vescovi di questa Chiesa ed in particolare del vescovo Luciano. A lui vorrei esplicitamente collegarmi citando qui un passaggio del testo che lui stesso mi ha segnalato come particolarmente espressivo del suo ministero episcopale, frutto di un intenso lavoro da lui condotto insieme al Consiglio Pastorale diocesano, dal titolo: “Missionari del Vangelo della gioia. Linee per un progetto pastorale missionario”. Vi si legge: “La missione ecclesiale implica il fare attenzione a quella fame e sete profonda dell’uomo che è fame di senso di amore, di senso di speranza, di Dio … Dimostrare che nella fede cristiana la vita può essere vissuta con serenità e speranza, pur tra le fatiche, i dolori e le prove che essa ci riserva” (p. 44). Mi trovo molto in sintonia con queste parole e volentieri le faccio mie guardando al cammino che stiamo iniziando.

Vorrei provare a declinarle per come io le sento e per come desidererei che le attuassimo insieme. Vorrei rifarmi a un testo a me molto caro di san Giovanni Paolo II con il quale egli ha voluto inaugurare l’ingresso della Chiesa nel nuovo millennio. In questo testo, la Novo Millennio Ineunte, egli ha illustrato alcune linee guida per il cammino della Chiesa nel passaggio epocale al terzo millennio del Cristianesimo. Per come io le ho intese, queste linee possono essere ricondotte a due: 1) contemplare e rivelare al mondo il volto di Cristo; 2) tendere insieme alla santità, dando così compimento alla missione della Chiesa. Il volto di Cristo e la santità della Chiesa: credo che questi debbano essere i cardini della nostra missione ecclesiale oggi.

Così si legge nella Novo Millennio Ineunte: “Vogliamo vedere Gesù » (Gv 12,21). Questa è la richiesta fatta all’apostolo Filippo da alcuni Greci. Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in certo senso di farlo loro vedere”. Contemplare e rivelare il volto di Cristo: ecco il nostro compito. Il volto rinvia all’identità segreta del soggetto e la rende familiare. Il volto della madre per un bimbo è tutto il suo mondo, è garanzia di sicurezza e di vita. Il suo sorriso è il motivo della sua felicità. Questo è per noi il volto di Cristo, volto del Signore crocifisso e risorto, rivelazione inaspettata del mistero di Dio, che è misericordia infinita, mitezza e umiltà. La Chiesa vive di questo sguardo e in questo sguardo. La sua missione è farsi trasparenza di questa forza di bene che accoglie, sostiene, conforta, risana, riscatta. Vorrei tanto che alla base di tutta la nostra azione di Chiesa ci fosse la contemplazione del volto amabile di Gesù, il nostro grande Dio e salvatore.

Così dal volto di Cristo si passerà, quasi senza accorgersi, al volto degli uomini e la nostra diventerà la “pastorale dei volti”. Acquisterà la forma della cura delle persone per quello che sono, ciascuna con la sua identità. La vita non è mai generica e quindi nemmeno potrà esserlo l’amore per la vita: non esiste, infatti, la vita come tale, esiste il volto di ciascuno che vive. C’è bisogno di una pastorale “generativa”, che faccia sentire a ciascuno la carica positiva dell’esistenza quotidiana. Su questo si deve concentrare tutto ciò che la Chiesa fa. A partire da qui dovremo guardare e forse riconsiderare tutte le nostre iniziative e le nostre strutture; e probabilmente, nel farlo, dovremo essere anche piuttosto coraggiosi. La domanda guida sarà: in che modo tutto questo è Vangelo di Cristo? In che misura sta consentendo ad ogni persona, a lei con il suo volto, di incontrare l’amore di Dio che le dona gioia e speranza?

Il Vangelo così annunciato è la nostra risposta alle grandi sfide del momento attuale, di cui la prima è la giusta rivendicazione della libertà. Nessuno deve sentirsi obbligato a fare ciò di cui non è convinto, ciò che non ha scelto, ciò che sente come imposizione. Ma oggi il punto sta proprio qui: che si fatica a scegliere e a decidere. La nostra società è diventata incredibilmente fluida. Tuto è in contino movimento. Ma la vita domanda scelte e decisioni, punti fermi su cui edificare qualcosa che non venga travolto dal tempo e non rincorra semplicemente le emozioni. La pastorale dei volti andrà pensata anche così, come aiuto a vivere la libertà, come un affiancarsi amorevole e autorevole che consenta di affrontare insieme l’avventura seria della vita.

C’è poi la triplice sfida dell’insicurezza, della solitudine e dell’indifferenza. Tre esperienze che mettono pericolosamente a rischio la qualità della vita. La loro radice è comune: in Evangelii Gaudium papa Francesco la identifica con “l’individualismo triste di un cuore comodo e avaro” (EG 2). Questo sì ci deve preoccupare: il fatto che – almeno nell’Occidente benestante e piuttosto orgoglioso – stiamo scivolando dolcemente, senza che ce ne accorgiamo, verso una diminuzione della gioia di vivere. L’esistenza sta smarrendo la sua profondità e il senso di mistero che la avvolge. Un individualismo triste, assecondato dalla logica del consumo e dell’enfasi della tecnologia, sta rendendo più grigio il nostro orizzonte. Ma non possiamo certo consegnare le grandi domande della nostra coscienza al mercato e alla tecnica. C’è un umanesimo nobile da riscoprire, la cui verità è riconosciuta delle grandi anime, sia di alta cultura che di semplici origini. Un umanesimo che si esprime anzitutto nel riconoscimento del valore delle relazioni e dei sentimenti del cuore. Attraverso di essi la terra si riprenderà il suo cielo. Occorrerà ritornare alle grandi parole di civiltà che per noi attingono al mistero santo di Dio e che la tradizione non solo cristiana ha qualificato come virtù: rispetto, giustizia, onestà, lealtà, solidarietà, mitezza, magnanimità, fermezza, pazienza, dominio di sé. Occorrerà inoltre riscoprire la naturale bellezza dei grandi gesti con cui le buone relazioni si esprimono, gesti di simpatia, di amicizia, di affetto: la stretta di mano cordiale, l’abbraccio affettuoso, il sorriso spontaneo, lo sguardo amico, la vicinanza silenziosa. Occorrerà, infine, rilanciare il gusto del pensare insieme, del valutare le cose senza pregiudizi, dell’unire le energie facendo convergere i diversi punti di vista, cercando insieme il bene di tutti. Proprio come ci ha esortato a fare san Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: “Tutto quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8).

Si apre così la seconda via della nostra azione pastorale, quella che punta ad una testimonianza forte e chiara della santità della Chiesa. “Non esito a dire – scrive Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte – che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità (Novo Millennio ineunte, 30). La santità è trasparenza sulla terra della bellezza di Dio nei cieli, è manifestazione tra gli uomini della sua gloria, è perfezione di bene e splendore di grazia. Di questo la Chiesa è chiamata ad essere segno, dando così compimento alla sua missione. Quella Chiesa che Paolo VI ha tanto amato e di cui ebbe a dire: “La Chiesa! È questo l’anelito profondo di tutta la nostra vita, il sospiro incessante, intrecciato di passione e di preghiera, di questi anni di pontificato .. Ad essa il nostro comune amore, i nostri pensieri, il nostro servizio perché la Chiesa è il disegno visibile dell’amore di Dio per l’umanità” (Discorso ai cardinali, 22 giugno 1973). Potessimo avere anche noi questa visione della Chiesa, questo senso del suo mistero e della sua grandezza e insieme della sua missione. Ma Chiesa sarà missionaria nella misura in cui sarà veramente se stessa, fedele alla sua vocazione alla santità. Dovrà presentarsi al mondo con quello che è e che fa e non semplicemente con quello che dice. Occorre mostrare con le opere quello che il Vangelo annuncia, perché – come ricorda papa Francesco – “la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione” (EG 14).

E santità della Chiesa, alla luce della Parola di Dio e del recente magistero dei nostri grandi papi, significa concretamente questo: lotta alla mondanità e coltivazione di un’alta qualità evangelica dell’azione pastorale. La Chiesa sa che deve convertirsi ogni giorno, per dire no alla ricerca della gloria umana, del prestigio sociale, dell’interesse privato, del benessere personale; e ancora di più per dire no a tutte le forme della corruzione e dell’ingiustizia, a tutto ciò che può ferire la dignità delle persone o comprometterne la felicità. Ma poi la Chiesa, oggi più che mai, sa che deve puntare sugli elementi costitutivi della sua identità, che sono l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la vita sacramentale, la comunione tra fratelli. Sono queste le colonne su cui poggiava la prima comunità cristiana di Gerusalemme (cfr. At 2,42-47). Queste dunque saranno le credenziali della Chiesa, riscoperte in tutta la loro bellezza. Dovremo cominciare a vivere con maggiore intensità e consapevolezza quel che abbiamo vissuto sinora in modo molto, forse troppo, naturale. La svolta epocale ci impone di non dare più nulla per scontato: l’Eucaristia domenicale, il matrimonio cristiano, la preghiera dei ragazzi e degli adulti, la regole della morale cristiana, le feste liturgiche, sono tutte realtà per noi irrinunciabili che oggi hanno bisogno di un ritorno alle loro motivazioni profonde ma soprattutto domandano di essere sperimentate nella loro autentica ricchezza. Anche le tradizioni popolari andranno tutte rivisitate con l’intelligenza di una fede fresca e più consapevole. Dovremo fare discernimento pastorale, mettendoci in ascolto di quanto lo Spirito santo dice oggi alla sua Chiesa. Sono convinto che in questo sarà di grande aiuto l’ascolto attento e costante della Parola di Dio, di cui è stato maestro per me e per molti il cardinale C. M. Martini. Ritengo inoltre che questo discernimento vada compiuto insieme, nella forma di una reale sinodalità ecclesiale, le cui modalità di attuazione andranno sempre insieme ricercate.

A tutti coloro che in questa Chiesa di Brescia stanno operando con impegno e dedizione, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, ai genitori, agli educatori che operano nel mondo della scuola, e nel mondo dello sport, ai catechisti e alle catechiste, agli animatori liturgici, agli operatori del mondo della salute e della cultura vorrei dire: mi siete tutti molto cari; avremo modo di confrontarci e di decidere insieme come operare sempre meglio nella direzione che ci sta a cuore. Una parola più specifica vorrei però rivolgere a tutti, guardando ai giovani e ai più deboli.

Pensando ai giovani e ai ragazzi vorrei dire a tutti che solo insieme a loro sapremo leggere il momento presente e solo garantendo il loro futuro noi adulti onoreremo il compito che ci è stato affidato. Questo vale anche per la Chiesa. Il desiderio di autenticità che è tipico dei giovani, la ricerca del bello e del vero che anima il loro cuore al di là di tante apparenze, il desiderio di incontrare persone affidabili con cui confrontarsi e a cui affidarsi, tracciano le linee di quella che dovrà essere anche la nostra azione pastorale. Il volto di Cristo e la santità della Chiesa – svelati da veri testimoni – hanno sempre affasciato le giovani generazioni. E ai giovani vorrei dire che do loro appuntamento, che avrò piacere di incontrarli, di ascoltarli e di condividere con loro ciò che ha conquistato il mio cuore e mi rende felice.

Pensando alle persone più deboli, ai poveri e ai sofferenti, a quelli tra di noi che sentono maggiormente il peso della vita, vorrei dire a tutti che essi sono il nostro tesoro, che dobbiamo inchinarci davanti a loro, prima ancora di servirli con assoluta dedizione. Nulla dovrà venire prima di questa carità operosa a favore dei più poveri. Non saremo ingenui nel nostro operare, perché la carità vera domanda sempre intelligenza e vigilanza; ma il nostro cuore sarà sempre caldo, il nostro sguardo sempre amico, la nostra mano sempre tesa.

A voi, cari sacerdoti e fratelli nel ministero pastorale, vorrei far sentire tutto il mio affetto e la stima per la vocazione che avete ricevuto dal Signore. E vorrei dirvi che noi siamo una cosa sola: il vescovo e il suo presbiterio. Camminiamo dunque insieme e amiamoci gli uni gli altri. Non siamo capitani coraggiosi, chiamati a compiere in solitaria la nostra missione. Siamo invece pastori del popolo di Dio che abita queste terre, chiamati a guidare le singole comunità e istituzioni in quella piena reciproca comunione di cui il vescovo è insieme servitore e garante. Non dimenticate che la prima testimonianza che il popolo di Dio si aspetta dai suoi sacerdoti è l’amore reciproco. La seconda è la carità pastorale, fatta di servizio generoso alla gente ma anche di capacità di promuovere la corresponsabilità pastorale, valorizzando nelle comunità il contributo di ciascuno. Ci attendono decisioni importanti sul versante pastorale, che chiedono di proseguire nel solco già aperto. Prepariamoci a prenderle insieme, in un confronto sinodale, schietto e fraterno.

Il mondo intorno a noi sta cambiando. E molto velocemente. Stiamo assistendo ad una trasformazione epocale il cui dato più evidente è la mescolanza delle popolazioni. Se molti temono il conflitto di civiltà noi auspichiamo l’incontro delle culture e faremo di tutto per promuoverlo e coltivarlo, per costruire quella che don Tonino Bello chiamava la “convivialità delle differenze”. Alle diverse confessioni cristiane qui autorevolmente rappresentate vorrei dire con cuore aperto che oggi più che mai noi siamo fratelli nella fede e che così dobbiamo presentarci al mondo. A tutti coloro che professano altre religioni, con profondo rispetto, rivolgo l’invito a cercare insieme la strada di una forte testimonianza del mistero di Dio, della sua santità e della sua misericordia. Il mondo ha bisogno di uomini veramente religiosi, autentici cercatori di Dio. Il nostro comune nemico è una visione della vita senza profondità e senza eternità, dove l’uomo è abbandonato a se stesso e i grandi valori hanno perso diritto di cittadinanza.

Alle autorità civili che in questo momento mi onorano della loro presenza e a tutti i rappresentanti delle istituzioni bresciane mi rivolgo con sentimenti di viva simpatia e insieme di rispettosa deferenza, esprimendo loro il mio più sincero desiderio di collaborazione. Le sfide di questo momento riguardano tutti. Chi ha responsabilità a qualsiasi livello lo sa bene. Sarà molto opportuno proseguire nella direzione già aperta della promozione del dialogo, della condivisione del pensiero, della attivazione di sinergie: tutto questo senza confondere i ruoli, salvaguardando da un lato il fondamentale principio della laicità dello stato, dall’altro l’irrinunciabile dimensione civile della fede cristiana. Saremo sempre ben felici di offrire il nostro contributo di credenti all’edificazione di quella che Paolo VI chiamava la civiltà dell’amore.

Mi resta un’ultima cosa da dire. Parlando di se stesso ai cristiani di Ippona il vescovo Agostino disse di se stesso: “Con voi cristiano, per voi vescovo”. È quanto vorrei ripetere anch’io a tutti voi. Sono convinto che la fede in Cristo e il battesimo ricevuto è ciò che abbiamo di più prezioso. Tuttavia, vorrei aggiungere anche questo: che cioè da oggi io sono uno di voi. Sono e vorrei essere un bresciano tra i bresciani. Vengo da Milano e porto con me una storia, una tradizione, un patrimonio di bene che mi ha plasmato. Permettete che dica che sono fiero di appartenere alla Chiesa da cui provengo. Ma da oggi io sono qui, pastore del popolo di Dio che è in questa diocesi e in questa città. Da subito io cercherò – e un poco già l’ho fatto – di immergermi in questo fiume di grazia che mi precede. Sento che una Chiesa mi accoglie dentro una grande storia e le sono grato per la fiducia che già mi dimostra. Vorrei dirle che questa fiducia è sin d’ora ricambiata da un affetto sincero e dal desiderio di fare della mia vita, di questi anni della sua ultima stagione, “un’offerta sull’altare della vostra fede” – come dice bene san Paolo (cfr. 1Tm 4,6)). La vita di un vescovo appartiene al Signore e al popolo di Dio che è chiamato a servire. E così io vorrei che fosse. Altro non ho chiesto al Signore mentre si avvicinava questo giorno. So bene che il desiderio non basta. Sarà la vita di ogni giorno a trasformarlo in vero amore. Anche gli errori e le debolezze, che da parte mia so bene non mancheranno, contribuiranno a renderlo tale, se vivremo tutto con fede e in reciproca comprensione. Abbiamo tutti bisogno della misericordia di Dio! A lui dunque ci affidiamo, sicuri che con il suo aiuto e con la buona volontà di tutti potremo scrivere qualche buona pagina di storia.

Dio vi benedica e si degni di benedire anche me insieme con voi.

Nel nome del Signore, auguro a tutti buon cammino.