Celebrazione del sacramento della Confessione

Parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano

Nel tempo ordinario dell’anno liturgico, nelle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano è possibile accostarsi al sacramento della Confessione o Riconciliazione secondo queste modalità:

  • Ogni giorno mezz’ora prima della S. Messa
  • Ogni martedì nella chiesa parrocchiale di Leno dalle 7,30 alle 9,00
  • Ogni sabato nella chiesa parrocchiale di Leno dalle 16,30 alle 18,30
  • Anche se non è l’ideale, talvolta nella chiesa parrocchiale di Leno sarà possibile confessarsi anche durante la celebrazione della S. Messa
  • Rimane sempre possibile confessarsi, accordandosi personalmente con un sacerdote

Comunione spirituale o comunione sacramentale?

Nel tempo dell’isolamento per il coronavirus, quando non era possibile presenziare alle celebrazioni eucaristiche nelle nostre chiese, è stata giustamente ripresa, anche per suggerimento di papa Francesco, la cosiddetta “Comunione spirituale”. Cosa sia la “Comunione spirituale” lo fa capire molto bene la preghiera inventata per questo scopo da S. Alfonso:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te. Amen.

La comunione spirituale è il desiderio di ricevere Gesù nel proprio cuore, di abbracciarlo e di unirsi a lui.

Ora che è terminato il periodo dell’isolamento e si può partecipare anche fisicamente alle celebrazioni eucaristiche, qualcuno afferma che, sotto certi aspetti, la comunione spirituale fatta nell’intimità della propria casa è più significativa e profonda di quella sacramentale fatta in chiesa. Che dire?

Per rispondere adeguatamente, dobbiamo porci alcune domande preliminari, quali ad esempio: “Perché il Figlio di Dio, per poterci salvare, si è fatto uomo, assumendo un corpo come il nostro? Perché si è sempre servito del corpo (parole, mani, azioni, ferite, crocifissione, soffio; ecc.) per manifestare l’amore di Dio agli uomini, in particolare agli ammalati, ai peccatori, ai poveri, ai morti? La risposta è una sola: perché Dio sa come siamo fatti, avendoci creati lui, e quindi sa che, non essendo puri spiriti, noi possiamo percepire anche le cose più profonde, come l’amore e la salvezza di Dio, solo nel coinvolgimento del nostro corpo.

Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù non ha più un corpo storico (visibile, palpabile); eppure desidera continuare a venirci incontro per rivelarci e donarci l’amore di Dio che perdona e salva. Per questo si è inventato un altro “corpo”, che è la Chiesa, a cui ha dato il compito di rendere visibile e udibile la sua parola e la sua azione risanatrice attraverso l’annuncio del suo vangelo e la celebrazione dei sacramenti. Sono proprio i sacramenti che, coinvolgendo anche la dimensione corporea dell’uomo (acqua versata, unzione della fronte e delle mani, pane mangiato e vino bevuto, perdono donato tramite un gesto umano, amore dichiarato, mani imposte; ecc.), continuano oggi le azioni benefiche e salutari di Gesù in maniera adatta alla natura dell’uomo.

Allora che senso ha la Comunione spirituale? Essa dice un’altra cosa, altrettanto importante: che l’azione salutare di Cristo rispetta la libertà dell’uomo e aspetta che l’uomo si apra a lui e desideri l’incontro con lui. Per questo, anche quando è data la possibilità della Comunione sacramentale, la Comunione spirituale, cioè il desiderio intenso di ricevere e unirsi a Gesù, per certi versi, è sempre necessaria. Anzi, dobbiamo aggiungere che, mentre la Comunione spirituale può essere sufficiente per la salvezza, quando non è possibile partecipare fisicamente all’Eucaristia, la Comunione sacramentale, se mancano la fede e il desiderio di accogliere Gesù, è inefficace e non salva. Lo ha sempre affermato la Chiesa quando, ad esempio, ha dichiarato la validità salvifica del Battesimo di desiderio per chi è impossibilitato a ricevere il sacramento del Battesimo di acqua.

Concludendo possiamo quindi affermare che la Comunione sacramentale, in virtù della grazia del sacramento, è più completa e adatta alla natura dell’uomo; essa implica però sempre anche il desiderio e la disponibilità dello spirito umano ad accogliere il Signore, a fare comunione con lui e a vivere questa comunione nella vita di ogni giorno. Non ha perciò molto senso limitarsi alla Comunione spirituale, quando si può fare quella sacramentale.

Celebrare l’Eucaristia oggi

Don Bernardino (Dino) Capra, 72 anni, originario della parrocchia di Chiari. Ordinato sacerdote nel 1972, ha vissuto le sue prime esperienze pastorali a Roma, alla parrocchia di Gesù Divin Maestro e a Rovato. Nel 1976 il vescovo Morstabilini l’ha inviato come parroco a Prabione. Nello stesso anno ha assunto anche la direzione dell’eremo “Card. Carlo Maria Martini” di Montecastello.

Le radici del perdono

Lettera ai ragazzi che si accostano per la prima volta al sacramento della riconciliazione

Gioele, Sofia e Federico sono tre adolescenti appassionati di giornalismo, e per un misterioso caso, sono forse gli unici giornalisti ”transtemporali” esistenti al mondo.

Ma facciamo un passo indietro: il papà di Sofia è un meccanico geniale e un po’ scombinato, qualche anno fa tentò un esperimento inserendo il motore di una vecchia Ferrari, modificato con qualche pezzo del motore di un aeroplano e di una nave, in una Fiat 500 degli anni ’70.

Se qualcuno chiede al papà di Sofia cosa sia accaduto poi, lui non sa dirlo: quello splendido marchingegno dopo una lunga giornata di lavoro ancora non funzionava, ma nella notte vi era stato un forte terremoto e alla mattina inspiegabilmente e favolosamente era diventato una “macchina del tempo”! Furono proprio i tre ragazzi ad accorgersene, se ne stavano seduti comodamente sui suoi sedili, a chiacchierare e a sognare interviste improbabili, quando Federico che si era accomodato al posto di guida, girò la chiave della accensione e in un batter d’occhio i tre si ritrovarono nel bel mezzo di una Guerra Punica.

Non tirava una buona aria: palle infuocate, frecce e lance saettavano sulle loro teste, Federico ebbe l’ottima idea di girare di nuovo la chiave e furono riportati a casa in un battibaleno. L’emozione e lo stupore erano stati intensi, i ragazzi ebbero bisogno di qualche giorno per riprendersi dalla sorpresa. Ne discussero a lungo, fecero ancora qualche piccola prova pratica e avuta la conferma che quell’auto poteva farli viaggiare nel tempo e che oltre a correre su strada poteva volare e navigare, ormai ben consapevoli dello strumento fantastico che avevano a disposizione, decisero di organizzarsi.

Ora potevano permettersi di scegliere qualsiasi tema di loro interesse e di intervistare chiunque, viaggiando nel passato, nel presente, nel futuro e in ogni latitudine. Gioele, un tipetto dal carattere pungente, qualche giorno prima in seguito a una imprudente battuta rivolta a un compagno più grosso di lui e piuttosto violento, aveva ricevuto un pugno ben piazzato sul naso con conseguente rottura del setto nasale.

Mentre il ragazzo ferito meditava la vendetta, il professore di religione assegnò a tutti gli studenti una ricerca e forse per caso, forse no, il tema affidato a Gioele fu “Il perdono”. Il ragazzo con il volto ancora livido, non era proprio in vena di trattare quell’argomento e stava per chiedere al professore di cambiarlo, quando Sofia lo convinse a farne un reportage.

Con la loro 500 special avrebbero viaggiato nel tempo per intervistare personaggi significativi ponendo loro domande precise:

Perché perdonare? Chi ha inventato il perdono? Come si viveva quando non c’era? Come ha cambiato il mondo? Come cambia la nostra vita?

Dopo aver passato in rassegna vari personaggi del passato, il trio decise di andare a intervistare Noè dentro la sua arca, poi Giulio Cesare nella antica Roma, infine Simon Pietro in Galilea. Fu un viaggio avventuroso e un po’ pericoloso quello che li condusse sull’arca di Noè.

La 500 decollò dopo la scuola in un bel pomeriggio assolato di primavera e in pochi secondi i tre ragazzi si ritrovarono a navigare in pieno diluvio universale: acqua, grandine e neve tempestavano le vecchie lamiere già ammaccate, l’automobile ondeggiava pericolosamente, c’era anche un finestrino rotto da cui entrava una cascata di acqua gelida, i giornalisti erano ormai bagnati fradici. Con una manovra molto azzardata entrarono nell’arca passando attraverso un piccolo sportello che Noè aveva aperto vedendoli arrivare.

Noè aveva un bel po’ di problemi da affrontare: la mucca che stava partorendo, il leone che si era mangiato un agnello, la giraffa che a forza di stare piegata nell’arca aveva il torcicollo e così via e non aveva nessuna voglia di perdere tempo con loro e rispondere alle loro domande.

Ma i giornalisti… si sa hanno una bella faccia tosta, da veri professionisti furono gentili, ma insistenti, non gli diedero tregua, lo seguirono lungo tutta l’arca e alla fine pur di liberarsi di loro, il vecchio li ascoltò. Noè con la sua lunga barba bianca, un po’ sporca in verità in quanto lavarsi sull’arca era veramente un problema, dopo aver cacciato lo scimpanzé da una vecchia panca, si sedette con i suoi intervistatori per dialogare. Alla domanda a bruciapelo: “Cosa ne pensa del perdono?”  Rispose bofonchiando: “Io conosco una sola legge in proposito: la legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente”.

Intanto il mare si faceva sempre più grosso, l’arca beccheggiava come un guscio di noce, Lo stomaco di Gioele soffriva pericolosamente e la paura incombeva. Il patriarca non sembrava farci caso e aggiunse: “Chi sbaglia paga!”. E questo, nel bel mezzo di un diluvio purificatore assumeva un significato molto concreto! Perdono era una parola sconosciuta, i tre ragazzi erano molto lontani dal loro obiettivo, dalla espressione dello scontroso vecchio fu evidente che avevano ottenuto anche troppe parole da lui, l’intervista era già finita e capirono che avrebbero dovuto cercare altrove. Uscire dall’arca facendosi largo fra tutto quel bestiame richiese un certo tempo, per non parlare dei rischi che corsero incontrando serpenti o bestie feroci, comunque per il bene dell’informazione erano disposti a fare questo ed altro.

Dopo aver allontanato alcune scimmie risalirono sulla loro auto e facendo lo slalom fra i fulmini e le saette ripartirono decollando alla volta della antica Roma. Arrivarono intorno al 51 a.C. e trovare a casa Giulio Cesare fu una vera impresa, si diceva in città che i Galli gli stavano procurando non poche preoccupazioni, ma secondo alcuni messaggeri il giorno del suo ritorno era imminente

Federico, Gioele e Sofia si appostarono davanti al suo palazzo attrezzati con panini e sacchi a pelo e con pazienza lo attesero. Finalmente dopo alcuni giorni tornò vittorioso dalla sua campagna in Gallia, preceduto da cortei e fanfare e carico di onore, di oro e di schiavi. Cesare esprimeva superbia e orgoglio con tutto il suo aspetto, degnandosi di ricevere quegli strani giovani, li guardò dall’alto al basso un po’ stupito per i loro abiti barbari e il loro linguaggio decisamente “volgare”, poi dopo aver declamato alcune frasi del suo famoso “De Bello Gallico”, si rese disponibile alla intervista.

I giornalisti posero anche a lui la domanda sul perdono e sdegnato, il famoso Giulio, a causa del disgusto che questa idea gli provocava, cadde rovinosamente dal suo trono. Rialzandosi aiutato dai centurioni urlò: “E’ uno scandalo, è uno scandalo, non nominate neppure quella parola, volete forse distruggere Roma? I valori su cui fondiamo l’impero sono: la forza, la conquista, il successo, la sottomissione, lo sfruttamento dei nemici vinti e così via. Siete forse spie dei Galli? Volete creare disordini in città?”  Dopo qualche timido tentativo di spiegare, i giovani notando che nel condottiero la rabbia saliva in modo preoccupante, temendo una condanna a morte, con un frettoloso “Ave Cesare”, un po’ delusi si accomiatarono rapidamente. Fortunatamente la macchina del tempo era parcheggiata fra due bighe fuori dal portone del palazzo: la loro ricerca era ancora in alto mare.

Ripartirono sfuggendo per un pelo a una intera centuria inferocita che su ordine di Giulio li seguiva con pessime intenzioni e si trovarono così in Palestina intorno al 30 d.C. Gesù e i suoi amici erano sempre in movimento, non avevano fissa dimora, nessun indirizzo, nessun cellulare da chiamare. Dopo un lungo vagabondare sotto un sole cocente e senza nemmeno una Coca Cola per dissetarsi, i tre cronisti stavano quasi per rinunciare all’intervista, quando la loro attenzione fu attirata da un gruppo di persone schiamazzanti intorno a una donna. La donna era a terra tra la polvere, con gli abiti strappati e il volto inondato di lacrime. Gli uomini intorno a lei tenevano in mano grosse pietre. C’era anche un uomo alto con barba, capelli lunghi e uno sguardo intenso, fermo e in silenzio insieme ad alcuni che parevano suoi seguaci. Sembrava Gesù, …era Gesù!

I tre giovani dopo qualche minuto di smarrimento capirono, non potevano crederci, stavano per assistere in diretta all’episodio della adultera: “Che scoop!” Sapete tutti come è andata a finire. Dopo l’episodio, nella piazza non era rimasto più nessuno ed essi riuscirono ad avvicinare Pietro che era ancora un po’ scosso per l’accaduto, non li guardò neppure e non si accorse del loro aspetto poco palestinese: “L’ha perdonata… capite, una donna così e Lui… l’ha perdonata! E quegli uomini pronti a uccidere se ne sono andati tutti, è bastata qualche parola per trasformare una folla inferocita in un gregge di agnelli.

Questa è proprio una bella novità, cosa significa? Perdonare i peccatori, perdonare i nemici, porgere l’altra guancia. Sarà difficile far entrare quest’idea nelle nostre teste dure di pescatori”. I ragazzi esultarono. Finalmente avevano trovato le radici del perdono. Il perdono cominciava qui. Povero Pietro, dopo secoli di legge del taglione, questa novità era sconvolgente, cambiava totalmente la sua vita e quella di tanti altri che in futuro lo avrebbero seguito sulle orme di Gesù.

Sofia, Federico e Gioele decisero di salutare il futuro apostolo, lasciandolo seduto su una grossa pietra con la testa fra le mani. Ora bisognava dargli un po’ di tempo per capire e imparare a vivere questa nuova idea.

Obiettivo raggiunto! Tornati alle loro case i ragazzi fecero una seria ricerca su internet e scoprirono che da Gesù in poi: anche se non tutti gli uomini avevano capito, anche se qualcuno non capisce ancora adesso e spesso anche ognuno di noi se ne dimentica, qualcosa cambiò. Questa idea rivoluzionaria del perdono si diffuse, nei secoli successivi tanti uomini e donne ne fecero un ideale di vita, furono capaci di rovesciare addirittura imperi con la loro rivoluzione pacifica e furono seminatori di pace. E fu a questo punto che Gioele da sempre convinto pacifista, con una variopinta bandiera arcobaleno sul muro della camera capì, che non era quella bella bandiera a fare di lui un seminatore di pace, ma la sua capacità di perdonare a cominciare dal suo compagno picchiatore.

Perché la pace, la vera pace, quella che umilmente, silenziosamente, ma implacabilmente cambia il mondo ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni generazione, comincia sempre, sempre dal perdono.

Come vivono il battesimo le nostre comunità cristiane?

Progetto pastorale per l’anno 2018-2019

I tre consigli pastorali delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano, in un lavoro di verifica si sono domandate l’importanza che ha per i singoli cristiani e per le nostre comunità il battesimo e come viene vissuto in rapporto alla vocazione alla santità a cui tutti i cristiani sono chiamati.

Dall’analisi sono emerse queste conclusioni.

La coscienza del dono e del valore del battesimo non è certo corrispondente al grandezza e all’efficacia che questo sacramento ha per la vita. Spesso si vive la fede cristiana per inerzia o per tradizione senza riferimento alla sua radice, alla sorgente che è, appunto, il battesimo. Forse per il fatto che si riceve da bambini e poi, seppur educati alla vita cristiana, non si fa più grande riferimento al battesimo, soprattutto in famiglia, ci si dimentica di quello che è la “porta della fede”. In alcune persone che, diventando adulte, fanno la scelta personale di continuare a vivere nella fede cristiana, avviene la riscoperta della fonte di questa fede: il Battesimo. E ne riscoprono la grandezza e gioiscono per la grazia ricevuta, offrendo agli altri una grande testimonianza di una fede che muove la vita.

La catechesi parrocchiale offre parecchi spunti per la ricoperta della fede battesimale, attraverso le varie tappe del cammino dell’iniziazione cristiana, che prevedono la rinnovazione della promesse battesimali; ma, purtroppo, non sempre le famiglie fanno risuonare nel loro ambiente l’eco di queste promesse. Si parla troppo poco di fedeltà alle promesse battesimali come via per una vita vissuta in pienezza, nella santità, appunto.

Che poi nel Battesimo sia contenuta la vocazione (chiamata) per tutti alla santità è coscienza di pochi. In generale si pensa che la santità sia per pochi privilegiati dalla grazia, non pensando che ognuno di noi nel battesimo riceve la “grazia santificante”, che è la gratuità dell’amore di Dio, che ci rende partecipi della vita di Lui che è il Santo e ci dona tutti i mezzi per rispondere a questa chiamata. Certo, ciò esige che si passi da una fede solo proclamata ad una fede vissuta, che ci rende uomini e donne in continuo ascolto della parola di Dio, in comunione con la Chiesa che ci offre gli strumenti per la santificazione (sacramenti e Parola) e ci accompagna nel cammino della vita e in ricerca della misericordia di Dio per fare esperienza del suo amore viscerale, che si manifesta soprattutto nel perdono e, a  nostra volta, offrirlo ai fratelli.

Purtroppo nel nostro vissuto cristiano c’è troppa incoerenza e superficialità. Del vangelo spesso prendiamo e accettiamo ciò che va bene a noi o la nostra interpretazione personale, senza un confronto serio con la comunità cristiana, che ha il mandato di annunciare nella piena verità il Vangelo.

Inoltre, a noi cristiani manca la certezza della verità del Vangelo di Gesù. A volte si sente dire proprio da noi cristiani che una religione vale l’altra, “l’importante è credere in qualcosa”. Ciò, spesso, per la paura di offendere chi non crede come noi. Ma se noi siamo dei veri cristiani, pur affermando che l’unico vero Dio è il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo e solo in Lui c’è salvezza per tutti gli uomini, non solo non disprezziamo nessuna religione, ma in ognuna riconosciamo un serio cammino di ricerca di Dio e, quindi il desiderio della salvezza.

Infine, alcuni fratelli che abbandonano la pratica cristiana, si giustificano con la cattiva testimonianza che ricevono da alcuni che frequentano. Ma ci sono tanti che danno ottima testimonianza! Non sarà che questi, semplicemente, non hanno la volontà di prendere sul serio e con impegno la vita?

Chi è il “Ministro straordinario della comunione”

Tra le varie attività di volontariato che operano nel paese di Leno in ambito ecclesiale, vi è anche la figura del “Ministro straordinario della comunione eucaristica”.

Questo ministero è molto importante e forse non sempre riconosciuto nel suo valore, al di là della persona che lo esercita. Anticamente la parola “ministro” significava l’uomo a cui veniva assegnato un determinato compito da svolgere per il bene della comunità, oppure per altre persone alle quali rendere servigi. Col passare del tempo la parola “ministro” ha assunto poi un altro significato… nella categoria politica.

L’altra voce è “straordinario”, cioè al di fuori delle mansioni di tutti i giorni; mentre i presbiteri, sacerdoti, sono “ordinari” perché consacrati dal vescovo.

Ora che sappiamo il significato di Ministro Straordinario, vediamo cosa fa e qual è il suo compito nella comunità cristiana. Principalmente il suo incarico,come dice l’espressione, è portare la Comunione eucaristica, il Corpo di Cristo, a persone che, in qualche modo, non hanno la possibilità di recarsi in chiesa a causa delle condizioni fisiche o per malattia, ma che non vogliono rinunciare all’Eucarestia. Come si sa, il Ministro Straordinario della comunione eucaristica non sostituisce il sacerdote, è però un suo valido aiuto per arrivare là dove egli non può arrivare, anche a causa della scarsità di sacerdoti.

L’istituzione di questo servizio è di grande utilità per non privare del sacramento i fedeli che desiderano partecipare al “banchetto eucaristico”.

Come si arriva ad essere Ministro Straordinario?

Tramite la richiesta del Parroco, un buon comportamento da parte del chiamato e dopo partecipando ad un corso di preparazione per un’adeguata formazione. Terminato il percorso di preparazione, si riceve il mandato dal Vescovo che ha la durata di tre anni.

Con questo articolo vogliamo portare a conoscenza che i ministri delegati fanno del loro esercizio una carità cristiana volontaria come tante altre attività nell’ambito della comunità. Se li incontrassimo per strada, a piedi o in bici, potrebbero avere con sé il Corpo di Cristo da portare come sollievo a persone che ne hanno la necessità. Commuove la perseveranza degli ammalati nel partecipare alle celebrazioni attraverso la televisione o la radio e lo dicono pure… “go scultat la mésa a la televisiù e go dìt anche el rosàre”.

Chi volesse richiedere la presenza del sacerdote e poi del ministro straordinario per la comunione eucaristica può anche solo fare una telefonata in canonica oppure informare uno dei ministri straordinari.

Il servizio del ministro straordinario è fatto non a titolo personale, bensì a nome della comunità cristiana.

Livio e Andrea

Lettera ai genitori dei bambini che si avvicinano alla prima confessione e comunione

Cari genitori voi che quest’anno avete i vostri bambini che si avvicinano al sacramento della prima confessione, é difficile per loro doversi confrontare con il concetto di coscienza, per questo le catechiste chiedono a voi genitori, primi educatori anche nella fede, collaborazione.

I bambini passano con noi solo un’ora a settimana e questo poco tempo non basta di certo per aiutarli ad “allenare” una coscienza che si forma giorno dopo giorno. Non basta raccomandare loro come si sta a messa o quali sono le piccole regole quotidiane de rispettare in famiglia, a scuola, con gli amici.

Ma soprattutto, insieme a voi, vorremmo aiutarli ad acquisire la consapevolezza che c’è un Dio che ogni giorno ha un progetto per noi e ce lo propone. I genitori giustamente si preoccupano che i figli abbiano da mangiare, da vestire, l’istruzione, lo sport, ma negli ultimi tempi qualche volta si ha la sensazione che si sia persa di vista l’imponenza della coscienza, che si può paragonare a un giardino interiore da coltivare con amore.

Quel giardino va coltivato anche imparando ad ascoltare ciò che Dio ha da dirci, smettendo di voler pensare e decidere solo contando su noi stessi e sulle nostre forze. Quel giardino va coltivato anche con l’incontro domenicale con Gesù che ci ha voluti, creati ed amati fino alla morte.

Quello che noi catechiste vorremmo trasmettere ai bambini e chiediamo anche a voi genitori di riflettere, è che ognuno dl noi è legato a Dio con un filo; quando sbagliamo, quando decidiamo di bastare a noi stessi, il filo si spezza.

Con la confessione e iI perdono Dio fa un nodo a quel filo e questo diventa ogni volta più corto. Di perdono in perdono, ci avviciniamo sempre di più a Dio.

Quando i vostri bambini vi chiederanno che cosa ho peccato potete rispondere che i peccati sono come la pioggia a che Dio è come iI tergicristalli e spazza via i nostri peccati. La pioggia però continua a cadere. Noi continuiamo a peccare, ma lui continua a perdonarci: Dio non conserva nessun registro, non esiste nessun libro dove sono annotati i nostri errori. Egli ci accoglie sempre con il suo amore incondizionato e con il suo perdono Infinito.

Aiutiamo questi bambini a far sì che crescendo, anche se con difficoltà, rimangano sempre vicini al sacramento della confessione, in modo che possano sperimentare l’amore di Dio.

“Vi assicuro che in cielo si fa più festa per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,7).

Le catechiste Maria, Rosalba e don Alberto

Il ruolo dei padrini/madrine nei battesimi

Il Battesimo rischia di essere celebrato all’insegna della formalità e della contraddizione. Spesso si ha l’impressione che si pronuncino dei , dei rinuncio e dei credo soltanto perché così prevede il rito, senza preoccuparsi più di tanto della coerenza. Ciò capita soprattutto con i padrini, sovente scelti con criteri che hanno poco a che fare con la fede cristiana e la tradizione autentica della Chiesa. C’è, infatti, chi ritiene i padrini dei semplici testimoni, come nel Matrimonio, dove prevale l’aspetto giuridico.

 Così può succedere che i padrini siano scelti come persone che ci rappresentano, anziché essere l’espressione di una Chiesa che si preoccupa di crescere nella fede i suoi figli. Uno svuotamento di questa figura che ha condotto alcuni a porsi qualche interrogativo e a concludere drasticamente ed erroneamente per l’abolizione dei padrini.

 Alla luce della tradizione, il padrino è così chiamato perché il suo compito è di esprimere la Chiesa, che genera e accoglie i suoi figli. Per questo il padrino (o madrina) è descritto dalle norme per il Battesimo di un adulto come «delegato della comunità locale. È suo compito mostrare con amichevole familiarità al catecumeno la pratica del Vangelo nella vita individuale e sociale, soccorrerlo nei dubbi e nelle ansietà, rendergli testimonianza e prendersi cura dello sviluppo della sua vita battesimale».

Qualità che sono richieste anche per il Battesimo di un bambino, pur tenendo conto della diversa situazione. Infatti, dopo aver ricordato ai genitori l’impegno che si assumono per far crescere il loro figlio nella fede, nell’osservanza dei comandamenti e nell’amore del prossimo, il celebrante si rivolge ai padrini con queste parole: «E voi, padrino o madrina, siete disposti ad aiutare i genitori in questo compito così importante?». La risposta affermativa non intende essere una formalità.

Il rito prevede che i padrini traccino un segno di croce sulla fronte del bambino; gesto che, insieme ai genitori, impegna a instaurare con il battezzato un rapporto di testimonianza cristiana. I padrini devono fare con i genitori la professione di fede e con loro manifestare anche la volontà a far battezzare il bambino.

 Infine, consegnando la fiamma del cero pasquale, il celebrante dice: «A voi, genitori, e a voi, padrino e madrina, è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

 Il Battesimo non è una “cerimonia” mondana; non è un rito della cosiddetta “religione civile” per sacralizzare la nascita. È un sacramento della fede e i padrini ne sono garanti, non figure ornamentali.

IL PADRINO/MADRINA NEL DIRITTO CANONICO

Can. 874 – §1. Per essere ammesso all’incarico di padrino, è necessario che: 1) sia designato dallo stesso battezzando o dai suoi genitori; 2) abbia compiuto i sedici anni; 3) sia cattolico, abbia già ricevuto la confermazione, il sacramento dell’Eucaristia e conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume; 4) non sia irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta o dichiarata; 5) non sia il padre o la madre del battezzando.

§2. Non venga ammesso un battezzato che appartenga ad una comunità ecclesiale non cattolica, se non insieme ad un padrino cattolico e soltanto come testimone del battesimo.

Il sacramento della Prima Confessione

Domenica 24 Maggio, finalmente è arrivato il giorno tanto atteso della confessione. Io e i miei amici avevamo un po’ di ansia e tanta preoccupazione perchè non sapevamo se saremmo stati all’altezza della prova: “Come avremmo raccontato i nostri peccati?” e “Li avremmo detti tutti?” e ancora “Se ne avessimo dimenticato qualcuno?”.

Tutti eravamo sicuri di ricordare la preghiera “O Gesù d’amore acceso”, ma temevamo di fare una brutta figura con il confessore. “I nostri catechisti ci avevano preparato per due anni e avevamo partecipato agli incontri mensili del primo anno” pensavamo per tranquillizzarci, ma la paura rimaneva. Per fortuna, quando la celebrazione è iniziata e ci siamo disposti in fila vicino ai confessori, ci siamo un po’ calmati e alla fine è andato tutto bene. Abbiamo capito che confessarsi significa incontrare il Signore più da vicino e che quando commettiamo dei peccati rompiamo la nostra amicizia con Lui e con i nostri fratelli.

Tutti ne soffriamo e perciò dobbiamo invocare il perdono del Signore.

Un bambino che ha ricevuto la prima confessione