Comunione spirituale o comunione sacramentale?

Nel tempo dell’isolamento per il coronavirus, quando non era possibile presenziare alle celebrazioni eucaristiche nelle nostre chiese, è stata giustamente ripresa, anche per suggerimento di papa Francesco, la cosiddetta “Comunione spirituale”. Cosa sia la “Comunione spirituale” lo fa capire molto bene la preghiera inventata per questo scopo da S. Alfonso:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te. Amen.

La comunione spirituale è il desiderio di ricevere Gesù nel proprio cuore, di abbracciarlo e di unirsi a lui.

Ora che è terminato il periodo dell’isolamento e si può partecipare anche fisicamente alle celebrazioni eucaristiche, qualcuno afferma che, sotto certi aspetti, la comunione spirituale fatta nell’intimità della propria casa è più significativa e profonda di quella sacramentale fatta in chiesa. Che dire?

Per rispondere adeguatamente, dobbiamo porci alcune domande preliminari, quali ad esempio: “Perché il Figlio di Dio, per poterci salvare, si è fatto uomo, assumendo un corpo come il nostro? Perché si è sempre servito del corpo (parole, mani, azioni, ferite, crocifissione, soffio; ecc.) per manifestare l’amore di Dio agli uomini, in particolare agli ammalati, ai peccatori, ai poveri, ai morti? La risposta è una sola: perché Dio sa come siamo fatti, avendoci creati lui, e quindi sa che, non essendo puri spiriti, noi possiamo percepire anche le cose più profonde, come l’amore e la salvezza di Dio, solo nel coinvolgimento del nostro corpo.

Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù non ha più un corpo storico (visibile, palpabile); eppure desidera continuare a venirci incontro per rivelarci e donarci l’amore di Dio che perdona e salva. Per questo si è inventato un altro “corpo”, che è la Chiesa, a cui ha dato il compito di rendere visibile e udibile la sua parola e la sua azione risanatrice attraverso l’annuncio del suo vangelo e la celebrazione dei sacramenti. Sono proprio i sacramenti che, coinvolgendo anche la dimensione corporea dell’uomo (acqua versata, unzione della fronte e delle mani, pane mangiato e vino bevuto, perdono donato tramite un gesto umano, amore dichiarato, mani imposte; ecc.), continuano oggi le azioni benefiche e salutari di Gesù in maniera adatta alla natura dell’uomo.

Allora che senso ha la Comunione spirituale? Essa dice un’altra cosa, altrettanto importante: che l’azione salutare di Cristo rispetta la libertà dell’uomo e aspetta che l’uomo si apra a lui e desideri l’incontro con lui. Per questo, anche quando è data la possibilità della Comunione sacramentale, la Comunione spirituale, cioè il desiderio intenso di ricevere e unirsi a Gesù, per certi versi, è sempre necessaria. Anzi, dobbiamo aggiungere che, mentre la Comunione spirituale può essere sufficiente per la salvezza, quando non è possibile partecipare fisicamente all’Eucaristia, la Comunione sacramentale, se mancano la fede e il desiderio di accogliere Gesù, è inefficace e non salva. Lo ha sempre affermato la Chiesa quando, ad esempio, ha dichiarato la validità salvifica del Battesimo di desiderio per chi è impossibilitato a ricevere il sacramento del Battesimo di acqua.

Concludendo possiamo quindi affermare che la Comunione sacramentale, in virtù della grazia del sacramento, è più completa e adatta alla natura dell’uomo; essa implica però sempre anche il desiderio e la disponibilità dello spirito umano ad accogliere il Signore, a fare comunione con lui e a vivere questa comunione nella vita di ogni giorno. Non ha perciò molto senso limitarsi alla Comunione spirituale, quando si può fare quella sacramentale.