Il prete nella comunità parrocchiale

Nonostante i dati degli ultimi anni mettano in evidenza un grande calo nella partecipazione e accostamento ai sacramenti, nonostante sembra diminuire il senso di appartenenza alla comunità e più in generale al vivere gli spazi pubblici, nonostante molte riflessioni diano una Chiesa “in ritirata”, quando cambia un prete in una parrocchia, si ravvivano l’interesse e i commenti circa l’avvicendamento della figura. Non credo si tratti solo di gossip, ma il fatto dice come, nel nostro tessuto sociale, il sacerdote sia parte dell’immaginario culturale, appartenga alle figure di riferimento e se, per qualcuno, non dal punto di vista valoriale, almeno per la sua presenza istituzionale.

Nella comunità Lenese, poi, che ha sempre avuto una bella tradizione di sacerdoti, questo aspetto tocca nel profondo la sua storia. Non siamo così estranei dal non riconoscere come vi siano forme di apparente disinteresse o di dissenso nei confronti della Chiesa e della sua ministerialità, ciò nonostante, a Leno, la presenza di un sacerdote interpella e dialoga con il vissuto dei cittadini. A tal proposito, potremmo aprire una riflessione che metterebbe sul tavolo numerose considerazioni sul ruolo, i compiti, gli aspetti da privilegiare nell’attività ministeriale e pastorale di un sacerdote. Probabilmente faremmo una lunga serie di caratteristiche positive che rispecchiano dei bisogni ai quali fare fronte e delle altre che dicano, invece, dei pericoli da evitare. Su alcune, forse, troveremmo condivisione e su altre dissenso. Credo che arriveremmo, anche a prendere in prestito l’immagine di un modo di dire tipico delle nostre parti, ossia che se guardassimo a cosa un prete debba o non debba fare, dovremmo “andare a farlo fare a Botticino”.

Penso che un aiuto nell’interpretare la presenza di un sacerdote in una comunità, ci venga dal da dove arrivi. Se arriva è perché qualcuno lo ha mandato e se è stato mandato, vuol dire che ha qualcosa da dirci.

La prima domanda quindi è: “Chi lo manda?” a questa possiamo rispondere dicendo che la nostra prospettiva di fede ci dice che è Dio che lo manda perché, lo ha chiamato e ha scelto di amarlo nella sua vocazione di annunciatore del Vangelo. L’essere inviato, si attua attraverso il servizio della Chiesa, nella persona del Vescovo che lo destina per un compito in un territorio.

La seconda domanda ci interrogava chiedendoci: “Che cosa viene a dirci?” Che “Dio è amore” (1 Gv 4, 8) ed è da questo messaggio che deve partire e al quale condurci con la sua testimonianza. Tutto, credo che si giochi entro queste due direttive. Se riusciremo, sempre più, ad avere attenzione a questa lettura della realtà sacerdotale, penso che si potrà creare un circolo virtuoso che si farà crescere nelle relazioni.

Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni

É con vera gioia che ci apprestiamo a vivere l’ordinazione diaconale di Nicola Mossi in prospettiva dell’ordinazione presbiterale. Questo evento è segno di una comunità che, non solo continua a generare alla fede cristiana i suoi figli mediante il battesimo, ma è anche in grado di suscitare risposte vere e generose a quel Signore che continua a chiamare uomini e donne a donare la propria vita totalmente a servizio del Vangelo. É segno di una vivacità di fede di una comunità cristiana in un tempo in cui non è semplice per la Chiesa raggiungere il cuore dei giovani e “convincerli” che la “via” della vita di ogni uomo è Gesù, la verità è la sua parola, la vita è dono suo perché Lui è la vita… e ogni altra proposta è un mezzo per l’esistenza umana solo se è orientata a questa verità.

L’ordinazione di Nicola, ancora, è segno di una famiglia che ha saputo trasmettere ai figli la fede cristiana e non trattiene uno dei figli al dono di sé per una vita oggi controcorrente, ma capace di dare pienezza di significato.

É gioia per la nostra comunità perché coglie in uno dei suoi giovani la capacità di mettersi in piena sintonia con Gesù-Parola del Padre e cogliere che il suo disegno è un progetto d’amore, che pienamente corrispondente alle aspirazioni che un giovane porta nel suo cuore e che si realizza in un dialogo d’amore, dove la vocazione si compie solo quando, nella piena libertà, il chiamato sente che donarsi non è perdersi, al contrario è pienezza di vita, di amore e di gioia, è ritrovarsi. Tutto ciò non annulla la fatica della ricerca, la sofferenza dei momenti bui, l’incomprensione di un mondo lontano o chiuso alle proposte di Dio, il rallentamento del cammino, la pazienza di capire, l’attesa di segni, il silenzio di Dio, le prove della vita, la rinuncia ad altre scelte, i dubbi e la stanchezza per un percorso lungo, impegnativo e a volte difficile, l’abbandono da parte di alcuni amici che non capiscono …

Nicola, dopo aver sperimentato e gustato altri tipi di esperienze di vita, ha scelto, non per disprezzo di ciò che ha lasciato, anzi, forse anche grazie a ciò che ha lasciato, di vivere una vita tutta dedicata al servizio di Dio e dei fratelli nella vita diaconale-secerdotale, attraverso la chiamata del Signore, confermata dal discernimento della Chiesa e da lei confermata mediante l’ordinazione sacra.

Ora la Chiesa, mediante il ministero del Vescovo, mette nelle sue mani il Vangelo di Gesù, del quale Nicola diviene l’annunciatore. Il Vescovo, mentre gli offre il Vangelo lo esorta con queste parole:

“Credi sempre ciò che proclami”: è un invito a rinnovare l’atto di fede nella Parola, quale è veramente: non parola di uomini, ma parola di Dio; è esortazione a meditarla con perseveranza, a rispettarne il messaggio, a non togliere e aggiungere nulla, ad annunciarla non in modo formale, ma con un cuore che crede e aderisce a ciò che annuncia.

“Insegna ciò che credi”: è un mandato preciso, che alla Chiesa deriva da Gesù; è Lui che ha scelto fin dall’inizio alcuni uomini perché “stessero con Lui e per mandarli”. Così la Chiesa ancora oggi, nel suo nome, sceglie e conferma gli annunciatori del Vangelo e li manda per compiere la sua missione. L’annuncio che affida scaturisce dalla fede: per questo l’evangelizzatore deve contemporaneamente “stare” con Gesù e “andare” ad annunciare il suo vangelo. Questo vuol dire l’invito ad “insegnare ciò che credi”! Non porti te stesso, la tua parola, le tue convinzioni … ma Colui che è in te e con il quale vivi in piena comunione. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”.

“Vivi ciò che insegni”: la credibilità dell’annuncio si fonda primariamente sull’opera dello Spirito Santo, ma anche sulla coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che si vive, pur nella consapevolezza del proprio limite e della propria debolezza. L’annuncio, dunque, si compie insieme con la parola e la testimonianza di vita.

Ecco allora il primo atteggiamento: essere segno di Cristo servo: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita per il mondo”. Così, il diacono è servo della volontà del Padre, della missione di Gesù, dell’amore dello Spirito Santo, che l’ha consacrato e reso capace di servire come Gesù. “Se io, Maestro e Signore, ho lavato i piedi a voi, così anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Grazie, Nicola, per la tua risposta alla chiamata del Signore! Grazie per lan tua testimonianza di amore a Gesù e alla Chiesa! Grazie perché ci dici che “non è mai troppo tardi” per rispondere agli inviti di Gesù! Grazie per la testimonianza e l’amore che mostri verso la comunità che ti ha generato alla fede e nella quale è sbocciata la tua vocazione sacerdotale.

I tuoi sacerdoti

Era il Marco di tutti

Classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, don Marco Bianchetti ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, in Seminario Minore e diacono a Marone

Anche la musica può essere un mezzo per raggiungere Dio. E Marco Bianchetti, classe 1993, della parrocchia dei Ss. Gervasio e Protasio di Cologne, lo sa bene. È stato infatti studente di piano, organo e canto per 17 anni. Il Signore, però, aveva per lui disegni diversi, aveva previsto note ben più alte rispetto a quelle che Marco era abituato a suonare. Il suo destino era un altro e, infatti, l’8 giugno è stato ordinato sacerdote in Cattedrale a Brescia. Negli anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Caionvico, Quinzano d’Oglio, Cellatica, Montichiari, come educatore in Seminario Minore e diacono a Marone. La sua, come ha raccontato mamma Angela, intervistata in queste pagine, è una spiritualità innata: “Ci sono vari generi musicali, vari campi in cui spaziare, ma Marco prediligeva sempre quella sacra”. La chiamata del Signore era talmente forte che, sin dalla giovanissima età, aveva espresso il desiderio di entrare in Seminario, cosa che avverrà al termine delle superiori come in accordo con mamma Angela e papà Silvano, certamente stupiti da una vocazione così precoce. “Il Signore ci ha chiamato a essere tuoi genitori – era questo il loro pensiero – , solo imparando a conoscere l’amore della famiglia potrai imparare ad amare una famiglia più grande, come quella che può essere una parrocchia”. Da bravi educatori, i genitori di Marco gli chiesero di attendere l’età adulta, così da poter prendere una decisione consapevole: “Lo abbiamo accompagnato nel migliore dei modi, affinché, dopo diverse esperienze, potesse scegliere”.

Nel cammino di discernimento il tessuto familiare è stato quindi fondamentale, così come lo è stato l’accompagnamento costante dei genitori, sino alle superiori quando, terminati gli studi classici, ha deciso di intraprendere la strada del sacerdozio. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. È con queste parole tratte dal libro di Geremia che mamma Angela ha scelto di salutare una delle giornate più significative del figlio, quella dell’ordinazione sacerdotale. “Ci siamo sentiti sempre accompagnati dalla comunità – sottolinea – , sin da quando faceva il chierichetto. Era come se fosse il figlio spirituale di tutti, era il Marco di tutti”. Così, grazie anche alla presenza dei genitori, la sua vocazione è maturata negli anni: “Mi sentivo – ricorda – attratto dalla figura di Cristo, dai suoi insegnamenti e, al tempo stesso, avevo la consapevolezza di aver ricevuto tanto sia in termini di qualità umane sia in termini di carismi. Vedevo che il modo migliore di utilizzare questi carismi era di mettermi al servizio della Chiesa. La mia vocazione è stata accresciuta da tante esperienze. Poi, terminate le superiori, era il 2012, sono entrato in seminario”.

Anche gli studi hanno avuto un ruolo non secondario nel suo cammino: “Ho frequentato l’asilo dalle suore francescane del Cuore Immacolato di Maria, poi le medie dai salesiani a Chiari e le superiori dai carmelitani ad Adro. È stato un percorso educativo che ha arricchito anche la mia spiritualità, fornendomi una maggiore consapevolezza nel mio cammino di fede. Queste esperienze mi hanno portato a impegnarmi maggiormente nella preghiera, nel rivolgermi al Signore. Non sarebbe stato possibile, però, senza la presenza della mia famiglia, sempre molto presente. La fede autentica che ho sempre respirato a casa ha favorito una crescita più serena della mia fede. Del resto, nel mio cammino, mi sono sempre sentito accompagnato da tante persone”.

“Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” diceva San Giovanni Bosco rivolgendosi ai suoi giovani. Ed è proprio al sacerdote di Castelnuovo d’Asti che don Marco guarda quando pensa a una figura cara: “La mia spiritualità è prevalentemente salesiana – spiega – fondata sulla gioia e sull’aspetto educativo dei più piccoli, sull’attenzione a chi è più debole. È una religiosità che mette in atto i propri carismi, una spiritualità della presenza, come diceva don Bosco ‘della ragionevolezza’ e ‘dell’amorevolezza’, le caratteristiche fondamentali di un educatore”.

La grande famiglia salesiana gli ha permesso di provare in concreto l’esperienza dell’educatore, l’altra sua grande passione: “I campi scuola salesiani, durante l’estate, nel periodo delle superiori, sono stati fondamentali come momento di crescita del carisma educativo. Durante l’anno non avevo occasione di mettermi alla prova come educatore a causa dello studio assiduo che occupava gran parte del mio tempo. Sono state esperienze molto stimolanti sia per ciò che riguarda la fede sia in termini di entusiasmo educativo offertomi da altri giovani che come me svolgevano lo stesso servizio”. Durante gli anni delle superiori molto spesso la fede di un ragazzo viene messa alla prova: “Io posso dire di essere stato fortunato proprio a fronte delle esperienze di fede e condivisione vissute, in particolare con i salesiani”.

Come è ovvio che sia, sono stati diversi i sacerdoti che hanno influito sul suo percorso: “I sacerdoti che ho conosciuto in parrocchia hanno svolto un ruolo primario nel mio percorso vocazionale. Uno dei primi, don Fausto Gheza, mi ha insegnato a suonare il pianoforte a 5 anni, accompagnando il mio percorso nel mondo della musica fino alle medie. Non posso non ricordare mons. Gaetano Fontana, oggi Vicario del Vescovo, che ha lasciato un segno indelebile nella comunità parrocchiale per le sue qualità umane. Ricordo con affetto i tanti salesiani incontrati nei tre anni di scuole medie a Chiari, tra i quali don Bruno e don Cesare. A loro devo il mio impegno come educatore estivo nella casa salesiana di Cagliari”. Fra le attenzioni pastorali che don Marco vorrebbe approfondire figura, ovviamente, quella educativa: “Oggi non basta essere degli educatori. La presenza costante – come nello stile di don Bosco – caratterizzata da amorevolezza e ragionevolezza è fondamentale. Parlo soprattutto dell’attenzione che si deve a ogni singolo studente. Don Bosco diceva ‘Ama quello che amano i giovani’. L’aspetto educativo è quello più urgente nella società odierna. L’emergenza educativa è palese, anche guardando a come è impostato l’insegnamento. Si pensa tanto al gruppo, ma si perdono le singole situazioni. L’interessamento alle problematiche dei giovani, come ai loro interessi, deve essere costante”.

A pochi giorni dal pronunciamento del suo “per sempre”, i sentimenti che lo pervadevano erano ambivalenti, come sempre accade quando si compie un importante passo: “Da un lato c’è un grande entusiasmo, dall’altro, come è giusto che sia, non lo nascondo, qualche preoccupazione c’è. Le parrocchie sono realtà molto grandi da gestire, ma sono certo che troverò degli ottimi collaboratori”.

Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

Giovanni, tu sei felice?

Quella domanda che aprì il cammino. Classe 1989, don Giovanni Bettera è originario della parrocchia di Sarezzo. Il servizio da diacono l’ha svolto nella comunità cittadina di Cristo Re

La passione per l’educazione richiede una capacità di aprirsi all’altro, di mettersi in ascolto e, soprattutto, esige la capacità di diventare compagno di strada della persona che si incontra. Quando si educa, ci si mette in gioco. Senza se e senza ma, senza scorciatoie o risposte facili alle tante domande della vita di ogni giorno. Lo sa bene don Giovanni Bettera, la cui vocazione è nata proprio a contatto con i ragazzi, tra un gioco e un laboratorio, tra una preghiera e una passeggiata in montagna, tra un’esperienza con i più fragili e un camposcuola. In oratorio e con l’Azione Cattolica ne ha fatta di strada. Don Giovanni Bettera, classe 1989, è originario della parrocchia di Sarezzo. È entrato in seminario all’età di 23 anni, dopo aver fatto un percorso da geometra alle superiori e un anno di servizio civile volontario presso l’Opera Pavoniana tramite la Caritas. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell’Educazione e, successivamente, ha iniziato il suo percorso in Seminario. Ora si appresta a compiere un passo importante con la gioia nel cuore e la consapevolezza di non essere solo (c’è una famiglia, ci sono gli amici, c’è un presbiterio, ci sono le comunità: di origine, di destinazione e quelle in cui fin qui ha prestato servizio) di fronte a una scelta così importante. Durante gli anni di formazione il suo percorso è stato scandito da alcune tappe: a Folzano, nell’unità pastorale di Offlaga-Cignano-Faverzano, a Chiari e, infine, da diacono a Cristo Re in città; è stato anche incaricato dell’animazione vocazionale.

Per i 150 anni dell’Azione Cattolica è stato realizzato l’inno “Futuro Presente” in cui si legge: “C’è una grande eredità che diventa sfida per chi oggi la raccoglierà. È azione, è amore che si muove, così di cuore in cuore…”. L’Azione Cattolica ricopre una parte significativa nella tua formazione. Con l’Ac sei cresciuto…

A Sarezzo ero impegnato principalmente nell’Azione cattolica dei ragazzi, poi sono passato all’Acg, poi sono diventato educatore e infine responsabile dell’Acr del mio paese. Seguivo anche il gruppo dei chierichetti e partecipavo da animatore ad alcune attività estive come il campo al mare. L’Azione Cattolica deve mantenere quell’energia che l’ha sempre caratterizzata; i miei ricordi più belli sono legati ai Meeting e agli incontri anche su larga scala che ti davano una carica notevole. È fondamentale che mantenga la sua originalità ma anche una buona collaborazione all’interno della parrocchia. Quando c’è una buona collaborazione con i sacerdoti della comunità, l’Ac diventa ancora più efficace. L’Ac, pur mantenendo la sua unicità, è al servizio delle parrocchie e le deve aiutare a crescere.

Ogni vita è una chiamata, ma non è sempre scontato mettersi in ascolto nel tempo in cui viviamo. Come è nata la tua vocazione?

La chiamata è arrivata grosso modo all’interno dell’ambito dell’oratorio, ed è principalmente arrivata con una domanda del curato. Ho sempre visto il prete, il parroco e i curati come delle figure positive, però non avevo mai messo a fuoco questa strada ed ero tranquillo. Un giorno, un prete mi ha fatto una domanda semplice e diretta: “Giovanni tu sei felice?”. Allora lì ho iniziato un po’ ad interrogarmi, poi il sacerdote ha rilanciato la sua provocazione dicendomi che potevo entrare in seminario… Bloccai subito il suo tentativo, autoconvincendomi che non fosse la strada giusta. Il sacerdote in questione era don Michele Bodei, il curato del tempo, oggi in servizio a Verolanuova. Lì è stato proprio il lancio… Mi ha fatto una confidenza perché vedeva da tempo che poteva esserci qualcosa; anche altri preti mi hanno detto che “si vedeva la predisposizione” ma magari non ero ancora abbastanza maturo… Sono stato contento perché non mi hanno mai messo fretta e hanno rispettato i miei tempi di maturazione fino a quando il Signore mi ha chiamato a comprendere il suo disegno.

Quanto è importante il sostegno e la comprensione della famiglia?

La famiglia devo dire che l’ha presa bene, ho due sorelle più grandi e un fratello più piccolo che mi sono sempre stati vicini come accompagnamento. Mi sono sempre sentito sostenuto, anche nel momento pratico quando magari mi serviva un aiuto, chiedevo a loro senza problemi. La mia famiglia ha appoggiato la scelta. Quando ho annunciato ai miei genitori che iniziavo gli incontri per entrare in Seminario, mi hanno detto: “Se è una scelta che ti sembra buona e che per te va bene noi ti appoggiamo, siamo contenti, ma deve essere una decisione che prendi tu, non te la deve imporre nessuno; se ti senti vincolato non preoccuparti che noi, qualsiasi cosa accada ,ci siamo, anche se dovesse succedere che a un certo punto interrompi il cammino perché vedi che non è la tua strada”.

Tra poche settimane sarai chiamato a un nuovo servizio con una responsabilità diretta…

Come prospettiva da prete novello un’esperienza in oratorio è stimolante, è un ambiente in cui mi ci trovo; ogni oratorio ha le sue peculiarità, l’ho visto anche nei servizi di questi anni. Ho fatto la prima e la seconda teologia a Folzano, in terza l’animazione vocazionale, quindi ho girato un po’ per le varie parrocchie, in quarta a Offlaga e in quinta a Chiari. Quest’anno invece sono in città a Cristo Re. C’è qualcosa che spaventa perché di preciso non sai se sei all’altezza del compito che ti viene richiesto di fare, non sai se sei in grado di essere una guida, un pastore in mezzo alla gente… non sai se sei pronto a presiedere l’eucarestia e a confessare… Sono varie cose, poi c’è la certezza che il Signore ti ha accompagnato fino a questo punto e ti darà la forza e la grazia di restarci e di mettere in campo quella forza e quelle caratteristiche che magari non conosci ancora perché non era necessario. Poi ho la sicurezza di avere dei compagni, sia di classe sia nel presbiterato, e un Vescovo che ci vogliono bene e ci seguono. Anche nell’ultimo periodo il Vescovo ci ha mostrato la sua vicinanza e ci ha aiutato a sentirci parte del presbiterio bresciano.

Hai vissuto e vivi a stretto contatto con i giovani. Perché è importante parlare di pastorale giovanile in chiave vocazionale?

Bisogna metterle in relazione, perché si vede che vanno di pari passo, separando le due cose sembra che qualcuno sia portato per la vocazione e qualcuno no, e la vocazione viene intesa solo come speciale consacrazione. Invece mettere assieme le due cose può aiutare a riscoprire una vocazione anche in ambito lavorativo o nelle scelte di vita piuttosto che nella tipologia di università alla quale iscriversi. È di sicuro un’apertura molto più ampia, vedere che in tutto il tuo ambito che va dal lavoro allo studio il Signore ti accompagna.

Se pensi alla Bibbia, c’è un passo che ti ha accompagnato e ti accompagna?

Mi viene in mente sempre il salmo 22, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, anche perché il mio oratorio è intitolato proprio Gesù Buon Pastore. Puoi anche provare paura, ma devi pensare che il Signore è lì accanto: ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma non è un aiuto calato dall’alto (senza che tu possa fare qualcosa); quando ti trovi in difficoltà, sai che hai qualcuno accanto che cammina insieme a te. Quindi questo ti dà la possibilità di fare determinate scelte. Gesù Buon Pastore è l’emblema del Signore che si concretizza nell’aiutare le persone più in difficoltà, anche all’interno dell’oratorio. E oggi sono tante le situazioni di fragilità, sul lavoro e in famiglia, che hanno bisogno di essere accompagnate.

C’è spazio anche per qualche passione da coltivare nel tempo libero?

Sono appassionato di manga e di One Piece. Mi piace anche fare le camminate in montagna, abitando a Sarezzo non abbiamo grandi monti, però anche nelle attività estive con i nostri curati c’era sempre l’uscita in montagna: era un bel modo per distrarsi e ammirare anche il creato. È tutto una meraviglia quello che puoi ammirare e scoprire in montagna.

La bellezza di una chiamata semplice

Un disegno che ha cominciato a tratteggiarsi sin da quando don Luca Pernici era piccolo e che con gli anni, grazie a tanti incontri, ha preso sostanza e colore

Le gioie semplici sono le più belle”, diceva San Francesco e, forse, lo sono anche le storie di quelle vocazioni nate da un incontro semplice, coltivate e fatte crescere progressivamente negli anni sino a giungere all’ordinazione, proprio come quella di don Luca Pernici, 26 anni da Cogno. Don Luca è uno dei sette diaconi del Seminario di Brescia che l’8 giugno saranno ordinati sacerdoti in Cattedrale.

Don Luca, qual è la storia della tua vocazione?

La storia, la storia della mia vocazione è molto semplice. Già da bambino avevo un’idea, seppur molto vaga, di voler diventare sacerdote. Un’idea nata guardando il mio parroco anziano mentre celebrava la messa e conoscendo i seminaristi che negli anni si alternavano nel servizio in parrocchia. Grazie a questa presenza la realtà del Seminario è diventata per me familiare. Negli anni dell’adolescenza, quelli della scuola media e delle superiori, la prospettiva di diventare sacerdote non mi ha mai abbondonato, era in qualche modo latente, necessitava di essere approfondita. Ho così frequentato l’istituto per geometri: sono stati cinque anni sereni e solo dopo il diploma ho compiuto la scelta, nel 2012, di entrare in Seminario.

La tua è stata una scelta che hai maturato nel tempo. C’è stato un fatto, un episodio, un incontro che ha fatto scattare la molla per dire: “Questo è il momento giusto”?

Se oggi mi guardo indietro riesco a vedere con precisione il “momento” a cui si riferisce la domanda. Il mio parroco aveva la consuetudine di organizzare un pellegrinaggio a Lourdes nel mese di giugno. Un anno, quello in cui avevo condotto a termine la prima superiore, aveva offerto a me e a un altro ragazzo che dava una mano in parrocchia l’opportunità di partecipare a questa esperienza. Nel corso di quell’esperienza ebbi modo di conoscere un sacerdote originario di Cogno. Era più giovane del mio parroco, e nel corso delle giornate trascorse a Lourdes, gli confidai l’idea che mi accompagnava sin da piccolo di poter diventare sacerdote. Da quel momento ha preso il via una sorta di accompagnamento spirituale e di discernimento, nel corso del quale anche l’ipotesi di entrare in Seminario è stata presa in considerazione. In quarta superiore il disegno sulla mia vita si era praticamente definito.

È stato facile, nel corso degli anni, condividere con gli amici, con i coetanei, la scelta di una vita dedicata al sacerdozio?

Con gli amici più stretti non c’è stato alcun problema, anzi, sono stati i primi a cui ho rivelato la mia intenzione, prima ancora di dirlo in famiglia. Già alle medie avevo confidato loro quella che era la mia idea. Nessuno di loro ha mai commentato negativamente questo disegno. Ancora oggi, quando ho modo di incontrare quelli che sono stati i miei compagni di classe delle medie e delle superiori, con i quali, per altro, non avevo condiviso questo progetto, non trovo nessuno che manifesti pregiudizio o imbarazzo per la mia scelta. Forse sono stato particolarmente fortunato. Anche in famiglia non c’è stata alcuna resistenza, forse perché avevano intuito quello che andavo maturando. In loro c’è stato il desiderio, però, di conoscere la realtà del Seminario.

Diventi sacerdote a un’età in cui per tanti coetanei il momento delle scelte definitive e dell’assunzione delle responsabilità è ancora lontano. Ti senti un privilegiato?

Come ogni scelta definitiva anche quella del sì che pronunceremo l’8 giugno davanti al Vescovo è frutto di un percorso di maturazione, fatto di tanti interrogativi che hanno richiesto la ricerca della risposte. L’esserci arrivato a 26 anni non è certo frutto di superpoteri o di atti eroici; così come non credo che altri giovani che giungono al momento delle scelte più avanti negli anni lo facciano perché sono deboli. Ripeto, forse sono solo fortunato, ma anche nella cerchia dei miei amici ci sono ragazzi che hanno la mia età e si sono sposati e hanno messo su famiglia, e lo hanno fatto con grande senso di responsabilità. Anche in questo caso devo dire che forse abbiamo incontrato sul nostro cammino chi ha saputo accompagnarci a compiere queste scelte, chi ci ha aiuto a prendere sul serio la nostra vita.

In tutti questi anni non c’è mai stato un momento di crisi, il dubbio che la tua strada potesse essere un’altra?

Il non avere avuto momenti di grossa crisi non significa che nel mio cammino non abbia avuto situazioni in cui sono stato chiamato a interrogarmi, a verificare se quella intrapresa era veramente la strada giusta. Il passaggio dalla vita in famiglia a quella della comunità del Seminario, prima, e quello dalla propedeutica al Maggiore poi, sono stati snodi importanti che mi hanno costretto a fare chiarezza dentro di me, a domandarmi in modo profondo se la strada che stavo per intraprendere era veramente quella che il Signore mi indicava. Sono stato chiamato a verificare se quel modello di sacerdote che mi ero costruito negli anni in cui la “chiamata” era rimasta latente, era compatibile con ciò che la vita in Seminario mi chiamava a essere. Fortunatamente ho trovato le risposte che andavo cercando nelle esperienze pastorali vissute negli anni della formazione e nell’incontro con tanti altri sacerdoti. Per altro il cammino di questi anni mi ha aiuto a superare un elemento di crisi che ho sempre avuto in me: il bisogno di certezze e la fatica di lanciarsi. Gli anni del Seminario, con tutti i suoi incontro, mi hanno aiutato invece a comprendere la bellezza dell’affidarsi, del fidarsi.

Cosa significa la “bellezza dell’affidarsi, del fidarsi”?

Non riesco a trovare una definizione così efficace per rendere questa bellezza, che si percepisce soltanto vivendola. In questi anni ho avvertito come significa affidarsi al Signore, fidarsi di lui grazie alle persone che ha messo sul mio cammino. Non credo sia stato un caso avere conosciuto quel sacerdote che ha avuto un ruolo importantissimo negli anni della mia adolescenza, che mi ha aiutato a prendere in mano la mia vita, o tutti quegli altri sacerdoti incontrati negli anni del Seminario che mi hanno fatto comprendere la ricchezza dell’essere prete, che mi hanno aiutato ad affrontare i dubbi incontrati. Ho trovato nelle loro parole, nella loro testimonianza le risposte che cercavo. Questo per me è fidarsi e affidarsi: dire il mio sì e buttarmi con tutto me stesso in un ministero a cui il Signore mi chiama, sicuro che non mi lascerà solo. C’è una frase del vangelo di Matteo che mi dà tanta sicurezza ed è “Egli vi precede in Galilea”. Questo mi dà la certezza che ovunque sarò chiamato a vivere il mio servizio sacerdotale, là troverò Dio che mi attende.

Cosa è per te il bello del vivere?

Il bello del vivere? Sicuramente il potermi spendere da prete per la comunità e nel servizio che il Vescovo vorrà affidarmi. Il bello del vivere è poter incontrare una comunità con cui camminare e crescere insieme, giovani e meno giovani che sono disposti a scommettere sulla vita, ognuno nella strada a cui è chiamato.

Un’ultima domanda. Più volte hai fatto cenno al ruolo importante che ha avuto un sacerdote nella tua vita. Questo “don” ha un nome e un cognome?

Sì, si tratta di don Guido Menolfi, oggi in servizio come vicario parrocchiale nelle comunità di Montichiari, Vighizzolo e Novagli. Mi ha accompagnato negli anni, per me importanti dell’adolescenza, quelli in cui, come ricordavo, il disegno di dedicare la mia vita al sacerdozio è andato facendosi progressivamente più chiaro. Ma con lui, come ho già sottolineato, ci sono stati tanti altri sacerdoti che con la loro testimonianza mi hanno fatto capire la bellezza dell’essere prete che non si può “costringere” in strette categorie se non quella che le comprende tutte, di essere “uomini di Dio”.

Dai ponteggi al confessionale

Classe 1987 e originario di Teglie di Vobarno, don Marcellino Capuccini Belloni ha svolto il servizio come diacono nell’up Don Vender. Sabato 8 giugno verrà ordinato sacerdote in Cattedrale dal vescovo Pierantonio

Nel suo destino, evidentemente, c’erano le chiese. Don Marcellino, classe 1987, è entrato in Seminario all’età di 25 anni dopo la maturità classica a Salò e la laurea in Lettere (indirizzo Beni culturali). Durante l’università lavorava nell’azienda di restauro (Gianotti) della famiglia. Grazie all’attività dei suoi genitori è sempre stato, quindi, a contatto con il mondo delle chiese. “Ci chiamano a rendere nuovamente bello un luogo di culto. E questo mi ha sempre colpito e attratto, perché collegare a Dio qualcosa di bello rappresenta un aspetto significativo. Mi ricordo che un committente, un giorno, mi disse: ‘Ricordatevi sempre che di fronte a questo quadro la gente prega’. Tante volte si entra in una chiesa con l’idea di visitare un museo, ma la chiesa è un luogo dove si prega. Rendere nuovamente bello un luogo di preghiera non è la stessa cosa di rendere bello un museo. La bellezza dell’arte legata alla liturgia, senza cadere in forme stravaganti, è stata indirettamente determinante”. Testimonianza visibile del Creato e del divino, l’arte diventa anche strumento di evangelizzazione. Nella storia, sostiene Papa Francesco, l’arte “è stata seconda solo alla vita nel testimoniare il Signore. Infatti è stata, ed è, una via maestra che permette di accedere alla fede più di tante parole e idee, perché con la fede condivide il medesimo sentiero, quello della bellezza”.

Don Marcellino ha respirato la fede tipica di una piccola comunità di montagna. Ha due sorelle, una più grande e una più piccola, e tre nipoti. È cresciuto a Teglie di Vobarno: sua madre è trentina, mentre il padre è bresciano. All’età di 15 anni si è trasferito a Roè Volciano. Negli anni di formazione in Seminario è stato a Rezzato, prefetto al Seminario minore, a Tremosine, all’unità pastorale di Casto, Comero e Mura e da diacono quest’anno era nell’unità pastorale cittadina intitolata a don Giacomo Vender (Divin Redentore, S. Giovanna Antida, Santo Spirito e Urago Mella). Ha sempre cercato “di essere aperto a tutto il mondo ecclesiale (movimenti, associazioni….), tenendo un equilibrio generale. Ho avuto la fortuna di crescere in una piccola parrocchia di montagna, a Teglie di Vobarno: le liturgie non erano solenni come quelle del Duomo, ma la liturgia era curata e ben partecipata”. Nel suo cammino verso il sacerdozio ha potuto conoscere “preti e religiose in gamba. Non pensavo di diventare un sacerdote, perché pensavo di più a costruire una famiglia. Quando mi sono interrogato sull’ingresso in Seminario, ho ritrovato alcuni punti, cioè alcuni segnali: il servizio come ministrante, l’attività in oratorio, l’esperienza con gli scout e anche l’impegno in politica dove ero consigliere comunale”.

A pochi giorni dall’ordinazione, è grande il suo sentimento di gratitudine nei confronti del Seminario: “Con le fatiche dei vari cambi, provo la commozione di chi lascia un posto”. Don Marcellino è “molto apprezzato dall’intera comunità” come conferma l’amico Fabio. È sembrato chiaro a tutti che quella del seminario fosse la sua strada e che ha fatto bene a percorrerla. Sarà sicuramente – conclude – un modo da parte sua per dedicarsi al prossimo come probabilmente è sempre stato portato a fare. Ha fatto una scelta a dir poco ammirabile”. “Non vi è niente di più bello – come affermò Benedetto XVI in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile del 2005 – che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”. Don Marcellino ha scelto di spendere ancora (dopo l’impegno in oratorio e per il proprio Comune) la sua vita per gli altri attraverso il sacramento dell’ordine.

La tua scelta vocazionale non è stata un fulmine a ciel sereno…

Rileggendo la mia storia nell’anno in cui ho deciso di entrare in seminario, ho notato che c’erano già dei punti luce in merito alla mia scelta vocazionale. Quindi ho ricollegato diversi aspetti: il chierichetto da piccolo, gli Scout, le attività in oratorio e la partecipazione politica. Ho fatto il consigliere comunale del mio paese finché non sono entrato in seminario, dopodiché ho dovuto dare le dimissioni per l’incompatibilità dei ruoli. Anche lì ho trovato nella persona del sindaco di allora (Emanuele Ronchi), una persone che, a prescindere dall’appartenenza, voleva molto bene al nostro paese: aveva un interesse verso l’umano prima che verso la politica.

Come rileggi le esperienze che hai fatto durante la formazione?

Sono stato fortunato perché mi hanno sempre mandato da preti molto bravi: sono stato a Rezzato (S. Carlo) con don Gelmini, al Seminario Minore come prefetto con don Giorgio Gitti, a Tremosine con don Ruggero Chesini, nel Savallo con don Marco Iacomino e adesso sono all’Unità pastorale don Vender con don Gianluca Gerbino e don Giovanni Lamberti. Ho avuto, quindi, la fortuna di vedere, pur nei caratteri diversi, dei preti innamorati di Dio e molto attenti anche all’aspetto della vita fraterna. Poi c’è la bellezza di essere inviato e di non decidere dove andare. Siamo mandati nelle parrocchie per imparare. Mi è rimasta impressa la frase che mi ha detto un sacerdote qualche mese fa: “Quando ci chiedono come ci troviamo, è una domanda un po’ mal posta, perché noi non siamo mandati per trovarci bene, ma per servire a prescindere dal modo in cui viviamo il luogo.

Il lavoro con la tua famiglia è stato un elemento importante, ma in oratorio hai trovato la tua dimensione grazie ad alcuni momenti significativi (grest, campi estivi, esperienze di carità)…

Tutte queste attività mi hanno sempre fatto sentire a casa. E all’interno dell’oratorio ho visto fiorire vocazioni, come quella di don Roberto Ferrari, che è entrato in seminario quando io frequentavo la prima superiore. Vedere il cammino di qualcuno che aveva all’incirca la mia età, era nella mia compagnia di amici e ha scelto di fidarsi di Dio è stato determinante nel momento in cui anch’io ho dovuto fare la scelta. Ha potuto farlo lui, quindi perché non potevo farlo anch’io?

Di fronte a una scelta definitiva come il sacramento dell’ordine, è normale avere un po’ di sana preoccupazione…

Tremano le gambe come davanti ad ogni cammino impegnativo, che è tale perché è bello e dà gioia. Non sono spaventato, ma so che sarà difficile. Quando si esce dalla sfera di cristallo del seminario, la realtà è quella quotidiana. Quindi più che spaventato, di sicuro so che dovrò affrontare un impegno determinante che responsabilizza. Se leggiamo i segni dei tempi, più che considerare gli errori del passato, consideriamo ciò che il Signore ci sta dicendo oggi. In primis non dobbiamo pensare di essere preti soli, ma preti che collaborano perché parte di un presbiterio. Secondo, per evitare l’esaurimento, io continuo ogni giorno a ricordare che ci sono anche dei coordinatori laici a cui poter delegare alcune mansioni. Quindi chiedo che ci lascino fare i preti, che non significa fare i lazzaroni, ma significa che ci diano la possibilità di occuparci delle peculiarità delle mansioni sacerdotali.

Ci sono dei Santi ai quali ti senti particolarmente affezionato?

Ci sono più figure che sono state di riferimento nella mia vita. Se penso ai Santi, non posso non citare Francesco di Sales e Angela Merici. Francesco di Sales per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale, soprattutto nella scelta vocazionale. Angela Merici invece perché è stata “donna di profezia”, che ha saputo leggere ciò che il Signore voleva ma che sarebbe stato di difficile attuazione in quel momento. Una donna di dialogo, una donna aperta a parlare anche con chi non la pensava nello stesso modo della Chiesa e soprattutto una donna che ha saputo mettere al centro la figura femminile, tutelandola sempre.

50° di sacerdozio di Padre Eugenio Petrogalli

Mons. Abate,
Non so come ringraziarla per l’invito che mi ha fatto a celebrare una S. Messa a Leno nella ricorrenza del mio 50mo di Sacerdozio, seguita da una fraterna e gioiosa cena alla “Menonera”.
Sono stato molto contento, perchè Leno è sempre stato nel mio cuore. A Leno, infatti, sono nato, sono stato battezzato e cresimato, e a Leno è sorta la mia vocazione ai Sacerdozio e alla vita missionaria. Sono un frutto della comunità di fede di Leno.

E’ stata una grande gioia e sorpresa sentirmi circondato da tanti parenti, specialmente i “Pennati”, e insieme alla comunità pregare per le nostre famiglie e per le missioni. Il 3 di Agosto ritornerò nella mia missione del Ghana, a Mafi Kumase, con tanta voglia di evangelizzare e anche di iniziare una cappella dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, al centro di 2 villaggi vicini. Grazie di cuore per l’aiuto che la Parrocchia di Leno ha dato per lo sviluppo della mia missione. Mi raccomando soprattutto alle vostre preghiere e alla vostra testimonianza cristiana.

Il Buon Dio vi ricompensi con tanta gioia, quella gioia vera, profonda, che sempre si prova nel far del bene agli altri nel nome di Cristo. Dio vi benedica!

P. Eugenio Petrogalli

Vita consacrata

In questo tempo,nel quale le vicende si susseguono con un ritmo incalzante, è offerto, alla vita Consacrata un “anno”, tutto suo, grazie alla genialità di Papa Francesco.

Vita Consacrata o Vita “Consecrata” (dal latino), è poco nota ai più, eppure essa ha le radici nella persona di Cristo Gesù, Lui il primo Consacrato alla Gloria del Padre, Lui il Santo.

La Vita Consacrata vuole identificarsi al suo Signore, il suo Spirito la guida sulle orme di Cristo verso la Santità e continuare la missione di Salvezza.

I primi discepoli, accolto l’invito di Gesù sono stati inviati a portare “il lieto annuncio”.

Ai primordi della Chiesa troviamo affiancate gruppi di donne prese da zelo per l’instaurazione del Regno di Dio. Esse costituirono la prima, migliore riprova di persone Consacrate.

Sono poi da ammirare le Vergini che agli inizi della Chiesa, nella grande persecuzione, hanno preferito morire per il Vangelo e testimoniare la fedeltà al Cristo Morto e Risorto.

Successivamente la contemplazione del Volto di Cristo ha appassionato uomini e donne che hanno scelto la solitudine e il silenzio per fare spazio a Dio nella preghiera.

In seguito poi sono sbocciate le grandi Opere Apostoliche a bene del prossimo, come usava dire, ed ecco i vari Istituti maschili e femminili di Vita Consacrata.

Come non ammirare lo Spirito Creatore che ha operato così grandi cose, e sempre irradia lo splendore del Mistero?

A Lui è affidato il futuro della Vita Consacrata con i suoi Carismi a servizio del Vangelo, nelle forme più varie e inaspettate.

La Vita Consacrata è la perla della Chiesa “Ripartire da Cristo”, è il dinamismo del suo essere. La Chiesa ama la Vita Consacrata come dono del Signore. Oggi “gli Istituti di Vita Consacrata sono consapevoli della speciale Missione nella Chiesa” come presenza viva dello Spirito nel cammino di santità nella Carità, come testimonianza delle “Realtà Celesti”.

Qui a Leno preziosa è stata l’esperienza di Vita Consacrata delle Ancelle della Carità di S. Maria Crocifissa di Rosa, dedite alla cura dei malati, instancabili angeli della sofferenza, pronte al sacrificio e a recare conforto e fiducia …

Attualmente a Leno siamo presenti noi Maestre Pie Venerini che con il nostro stile di vita, di fedeltà ai Voti cerchiamo di attuare il “sogno Profetico della nostra Fondatrice S. Rosa Venerini.

“Siccome il male viene dall’ignoranza” ella diceva, si impegnò con tenacia e amore a combatterlo, istituendo a Viterbo la prima Scuola pubblica per le fanciulle, perché istruendosi, potessero comprendere e valorizzare la dignità della persona e giungere ad una buona formazione umana e cristiana. Non fu un impegno facile, dato il periodo storico assai burrascoso per la società e la Chiesa.

Noi in risposta al Carisma, che lo Spirito le aveva ispirato, abbiamo aperto scuole e collegi …..

Qui a Leno prestiamo gioiosamente il nostro servizio alla grande famiglia parrocchiale per l’educazione Cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, a sostegno della famiglia, all’oratorio con la catechesi, Iniziazione Cristiana ai fanciulli e ragazzi, l’animazione dei gruppi con iniziative che la Chiesa locale propone: giornate di Spiritualità, di Carità, tempi ricreativi e formativi, campi-scuola…

Questi brevissimi cenni non esauriscono la conoscenza della Vita Consacrata che ha radici profonde come il Vangelo nel quale la Vita Consacrata è innestata, ma potranno stimolare a meglio conoscere e più approfondire il grande dono di Dio. Ce lo auguriamo.

Sr. Maria Pia